Posts made in febbraio, 2016

LET’S MOVIE 275 propone LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT e commenta IL CASO SPOTLIGHT

LET’S MOVIE 275 propone LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT e commenta IL CASO SPOTLIGHT

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT
di Gabriele Mainetti
Italia, 2016, ‘113
Lunedì 29 / Monday 29
22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Muriwai Moviers,

Non è che mi aspetti che voi conosciate la geografia mondiale, sia chiaro. Io stento a mettere certi capoluoghi di provincia nelle rispettive regioni ― Pistoia e Chieti suonano molto bene all’orecchio, ma collocarle in uno spazio preciso mi è sempre risultato assai difficoltoso. Non parliamo poi di certa porzione d’Europa dell’Est, o di certe zone fra gli Urali e Vladivostok che associo alla Transiberiana e a un poema di Cendrars che consiglio ai pazzi a leggere…ma vedete, sono già andata fuori tema…

Sapere tutto non si può, ma il fatto di partire alla volta della Nuova Zelanda per il mese di marzo, mi ha permesso già di scoprire che a 45 km da Auckland c’è questa spiaggia famosa per il suo color antracite contro cui s’infrange un mare grosso e turchese. Sì sto utilizzando la geografia per distrarvi dal nocciolo della questione. Che io parta di nuovo, a un mese e mezzo dalla Tasmania, lasciandovi qui, è un fatto che potrebbe valermi decenni di lavori forzati. E infatti per questo sto stendendo metri e metri di sciocchezze attorno a questo fatto. Punto a distrarvi, a stordirvi, sperando di riuscirci. 😉 A me è bastata l’idea di una spiaggia d’ebano contro onde celesti a distrarmi da tutto quello che un essere umano medio deve fare, a stordirmi, lasciandomi lì, con quella zuffa di colori ribelli da gestire ― nero e azzurro e le loro zuffe…
Qual è la ricaduta che questa partenza avrà su Lez Muvi? Be’, presto detto. Se Lez Muvi si prende un mese sabbatico, i Moviers hanno diritto a un mese di sabbatico. 🙂 Niente pippone da sporzionare e digerire durante la settimana. Niente appuntamento settimanale a cui precipitarsi e dove trovare sempre della confusione ― posti non prenotati, posti occupati, posti miracolosamente rimediati, posti in umido, posti al forno, posti fritti… 🙂 🙂 Un periodo dal 6 al 27 marzo in cui vi si chiede unicamente di far scivolare le vostre DROPS ―le vostre perle di cine-saggezza sui film che vedrete e vorrete condividere ― lungo la pancia del mondo, cosicché mi raggiungano in pieno emisfero australe. Io ne fermerò la discesa verso il nulla ― oltre la Nuova Zelanda, non mi risulta esserci più nulla, ma io sono pur sempre quella con delle gravi difficoltà a collocare Pistoia e Chieti sul territorio italiano, quindi di là dalla Nuova Zelanda potrebbe anche tripudiare tutt’un continente a mia insaputa.

Pertanto riaprirò il DROP BOX, lo scrigno in cui riporrò con cura le vostre perle di cine-saggezza, sperando che sia ricco come al ritorno dalla Tasmania. Non avete nessun altro obbligo se non quello di andare al cine e sintetizzare in una manciata di parole, la vostra opinione sui film visti in modo da fare un servizio alla comunità. Se non avessi proposto “La corrispondenza” a Lez Muvi e qualcuno avesse coniato una one-word DROP, tipo “Strazio”, ci saremo evitati due ore a combattere tra la vita e la morte… Non sottovalutate l’effetto devastante di un film brutto sull’organismo umano-lezmuviano. Un film brutto è come un sacchetto di nylon: impieghi 500 anni a smaltirlo.
Sì Fellows, con le DROP operate attivamente all’interno della cinecologia ― andiamo oltre le facili assonanze tra WWWF e Vagisil eh.

Sono lieta che l’ultimo pippone pre-partenza sia dedicato al “Caso Spotlight”. E non sapete che razza di lietezza (??) mi ha colto martedì sera quando ho visto il Big Beauty svettare in tutta la sua bigbeautyness davanti all’Astra. E dentro, accanto al bancone, come due che aspettano un biplano per Casablanca nel ‘40, la BB e il Felix. E a fine film, spunta come un bateau ivre la Whynot, con l’amica Marina ― del resto dove doveva spuntare il bateau ivre se non accanto a una presenza marina? 😉
E vogliamo parlare dell’Honorary Member Mic in sync da Vicenza, e senza nemmeno l’ora di fuso stavolta?? 🙂

Spotlight è il nome della squadra investigativa all’interno del Boston Globe che si occupa di far luce ― di qui il nome ― su casi e fatti di cui, per un motivo o per l’altro, per mano di questo o quell’altro, non si parla. In questo caso siamo nel 2001, quattro sono i giornalisti coinvolti, e l’inchiesta riguarda “alcuni” episodi di pedofilia ad opera di preti, strategicamente occultati da Santa Romana Chiesa, Filiale Massachusetts. Il film parte cauto, noi spettatori in simbiosi con questi quattro giornalisti: noi e loro non ci aspettiamo minimamente che “alcuni” episodi si trasformeranno in 78 vittime di abuso, così come non ci aspettiamo che dietro a questo atto di occultamento di cadaveri abbia operato la Chiesa con una lucidità, con un’impudenza e una criminosità di provenzana memoria.

Ed è proprio questo aspetto che Marty Baren, il nuovo direttore del giornale, tanto apparentemente algido quanto professionalmente capace, vuole portare a galla. Il sistema di gestire questi casi da parte della Chiesa, che semplicemente “trasferiva” i preti accusati di pedofilia, prevedeva loro un qualche periodo sabbatico e poi li riassegnava a una nuova parrocchia. Baren, e il regista McCarthy ― trovo ci sia una felice sovrapposizione fra direttore del giornale e delle riprese ― vogliono entrambi attirare la nostra attenzione sull’opera di fredda chirurgia svolta dalla Santa Sede per non far trapelare nulla. In questo disegno che ricorda i peggiori disegni della mafia di casa/cosa nostra, rientrano, oltre a sparizione di prove e cavilli legali per cui certi documenti non possono essere consultati e resi noti, anche vere e proprie intimidazioni da parte della lobby ecclesiastica bostoniana nei confronti sia delle vittime che del team Spotlight, soprattutto da parte del Cardinale Law, il vero Richelieu dietro a tutta questa storia. “Vero” perché così come tutta la vicenda è esistita, così lui esiste. Vive, vegeta e predica. Alla fine scopriamo anche dove, in questo momento. Guess where… A Santa Maria Maggiore, Città del Vaticano, 00120 Roma, dove svolge l’attività di Arciprete… Sì avete capito bene: dopo aver minacciato, intimidito, occultato, il Cardinale Richelaw è stato sollevato e trasferito, reiterando lo schema bostoniano, e continua a operare… Come si chiamano quelli che minacciano, intimidiscono, occultano e la passano liscia? Impuniti? Ecco sì, impuniti.. Ma certo questo nostro Papa brasiliano ci piace così tanto, è un comunicatore così eccezionale, sta facendo così tanta pulizia che Città del Vaticano è lustra come un pavimento lucidato da perpetua mano…
“Il caso Spotlight” non ci apre solo gli occhi su una faccenda abominevole capitata in una città 99,9% cattolica, ma ci fa riflettere sull’Istituzione tutta della Chiesa. Che la casa di Dio abbia sistematizzato e benedetto un pattern criminoso dovrebbe bastare a far fuggire file e file di fedeli dai banchi. Quando hai menzogne scritte nero su bianco dentro annuari, e faldoni di documenti. Quando hai numeri e cartacanta, l’emotività slitta in secondo piano. Sei indignato, e deluso, ma non piangi. Ho apprezzato sopra ogni cosa il modo assolutamente compassato assunto dal regista, che ha alimentato proprio la razionale indignazione alla pancia. “Il caso Spotlight” non è “Sleepers” ― gran film che ci piacque molto, intendiamoci, ma che puntava a ribaltarci lo stomaco e a farci piangere. Nel film di McCarthy non si lavora di flashback, di dettagli concreti che avrebbero portato il film a seguire la via emotiva, o morbosa. Il regista vuole colpire al cervello. Per questo omette l’armamentario del particolare ― molto spesso a rischio prurigine ― per tenere l’obbiettivo incollato alla metodica perversa sottesa alla gestione di questo caso da parte della Chiesa. Ho detto che il regista e il direttore del giornale sono molto simili perché il direttore aspetta pazientemente di giungere alla scoperta di questo sistema prima di pubblicare l’inchiesta. Non cede alla foga di uscire con la notizia, e nemmeno al rischio di vedersi soffiare la notizia dai rivali dell’Herald. Pazienta. Per sbatter il mostro in prima pagina, devi saper aspettare.

Come dicevo, un film compassato, o meglio, controllato, fatto di dialoghi fittissimi, ma non stordenti come quelli di “La grande scommessa”. Devi stare attento, ma il regista takes care of you, non vuole perderti. Quindi sviluppa l’indagine in modo che tu abbia chiari tutti gli elementi, e anche i personaggi. Delle vite private dei quattro membri del team Spotlight sappiamo poco o nulla ― parlano quasi esclusivamente del caso ― eppure ci piacciono, questi stacanovisti che non posano un secondo biro&notes. Ci piacciono tutti. Soprattutto il capo della squadra interpretato da Michael Keaton ― bravo come in Birdman ― e Mark Ruffalo, che spero non vinca l’Oscar solo perché l’Oscar per miglior attore stasera DEVE andare a Leonardo Di Caprio, altrimenti marciamo su Hollywood. Cos’ha Ruffalo di speciale? Essere diventato il personaggio. Metodo Stanislasky duro e puro. Immersione totale nel ruolo ― ricordate De Niro in “Toro scatenato”? Ecco. Ruffalo appare sempre tutto storto quando è seduto su una sedia o quando cammina per strada; ha un modo tutto suo di reggere il telefono fagocitandone la cornetta nell’incavo della spalla, come se non riuscisse a tenere a bada la foga di sentire cosa gli stanno per raccontare; salta di qua e di là per la città, sborsa 80 dollari per una manciata di fotocopie e non gli interessa di vivere in una catapecchia, pur di scoprire la verità e “dire le cose” ― non credo sia un caso che la redazione finale dell’inchiesta spetti proprio a lui.
Guardando questo film entri in contatto anche con il sacro fuoco del lavoro del giornalismo. Quello era il 2001 e la rete aveva ancora da impattare così massicciamente come oggi sul modo di fare informazione. Era ancora un giornalismo old school ― biro&notes alla mano, dicevamo ― e old school forse risulta anche la dedizione con cui questi quattro giornalisti si sono spesi nel loro lavoro. Chissà se oggi le inchieste vengono condotte con tanta voglia di arrivare alla verità, e non ai 5 minuti di gloria del giornalista letto e ascoltato da milioni di persone, la hype che questo produce su di lui… Mi riferisco alla necessità di raggiungere la verità: la verità come obbiettivo finale, non il numero di copie venduto, lo share conquistato. Che tipo di giornalismo abbiamo oggi? Che tipo di reazioni suscitano inchieste scomode di quel genere? In America l’indagine condotta dal team Spotlight è valsa al giornale il Premio Pulizer nel 2003. In Italia, a fine 2015, il Tribunale della Santa Sede chiama a giudizio Fittipaldi e Nuzzi per aver indagato sugli sperperi in seno alla Chiesa, e lo Stato Italiano non ha mosso un dito. What?, soprassalto io sulla sedia degli anni 2000, giornalisti davanti ai giudici del Papa? E cos’è, la Santa Inquisizione? Io do spesso addosso all’America, lo sapete. Ma ogni tanto dovrei guardarmi sotto l’ombelico e fare i conti con quello che questa nostra terra matrigna ci propone.
Rientro a nuoto dal mare aperto di considerazione a cui vorrei dar sfogo qui per notare un ultimo punto a favore del film. “Il caso Spotlight” contiene un’inchiesta parallela all’inchiesta principale. All’inizio veniamo a conoscenza del fatto che già a inizio anni ’90 il Boston Globe aveva ricevuto un paio di segnalazioni su quanto stava capitando nelle sacrestie di un paio di parrocchie. Il giornale ricevette anche la soffiata da parte dell’allora avvocato del Cardinale Law. E non fece niente. Lo spettatore s’interroga per buona parte del film: sul tavolo di quale giornalista saranno arrivate le segnalazioni? Chi ha insabbiato la notizia all’interno del giornale, acconsentendo, più o meno volontariamente, al piano della Chiesa? Alla fine lo scopriamo, assieme al personaggio stesso, ed è un colpo di scena riuscitissimo ― non te l’aspetteresti, proprio LUI. E quando il nostro dito indice è lì lì per farsi Colt e puntarlo ― tu quoque! How dared you?!― in men che non si dica siamo pronti ad abbassarlo: non si può condannare la fallibilità umana. Siamo fallibili, il Direttore lo dice al personaggio: non possiamo ipotizzare marciume dietro ogni storia, non possiamo avviare inchieste per ogni singola segnalazione.
Quest’indagine parallela non costituisce un semplice plusvalore nell’economia del film: è una componente a mio avviso vitale, che ribadisce l’aspetto umano di questi uomini che, a uno sguardo frettoloso, potrebbero risultare come una squadra di super eroi. Il regista tiene a farci capire che no, non sono i Fantastici Quattro. Sono essere umani, con i loro errori sulle spalle, con i loro matrimoni naufragati, e con un’evidente ossessione per il lavoro.

Gran colpo di coda del regista, che decide di raccontare tutta la verità nient’altro che la verità ― vista la tanta carne al fuoco, avrebbe potuto tacere questo aspetto. Così facendo, oltre a onorare la verità tutta la verità nient’altro che la verità, mette il film al riparo dalle possibili accuse di rappresentazione superomistica del Team ― scampato pericolo di avanti-miei-prodi, di forze del bene che agiscono contro le forze del male. Nulla di tutto ciò.
Consiglio a tutti, Moviers e Anti, di recuperare il film. Anche perché è un miracolo ― e qui c’è uno zampino divino forse ― che sia sbarcato in Italia e che la Santa Sede non abbia messo i baculi (baculi??) fra le ruote. NON perdetelo…
E ora Fellows, un film che attendevamo sin dalla Festa del Cinema di Roma

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT
di Gabriele Mainetti

Anche questo film, mi viene da dire, non perdiamocelo. È un fantasy non-fantasy, descritto come una delle rivelazioni dell’anno. Non so voi, ma quando una cosa è e contemporaneamente non è, a me parte un trip amletico in cui devo assolutamente imbarcarmi.
Ricordo inoltre che il film aveva raccolto applausi e bocche aperte alla Festa del Cine. Io mi ero fatta la noticina mentale di non lasciarlo scappare ai Moviers.
Imbarchiamoci 😉

Nota di servizio: essendo il film previsto per un Lunedì a 5.50 Euri, cercate di arrivare un po’ prima, verso le 9:46 pm, così siamo sicuri di trovare posto tra i braccini degli spettatori del lunedì 😉
Allora, ricapitolando, in mia assenza, cine, cine e ancora cine. DROPS, DROPS e ancora DROPS ― [email protected] 🙂
Ve ne anticipo due mie nel Maelstrom di oggi.

Io cercherò di infilare in quest’ultima settimana “The Room” (in uscita giovedì), e se voi riuscite a trovare una sala in cui proiettino “Anomalisa”, del genio Charlie Kaufmann, please please please andate a vederlo. Io prego di trovarlo in aereo.
Io cerco di sopravvivere laggiù e tornare più Hulk, anzi più Haka, che mai. Ci rivediamo ad aprile per vedere i risultati… 😉

E stanotte Fellows, mentre io e la Honorary Member Mic saremmo in sync davanti alla tv, mandate tutti un pensiero a Leonardo Di Caprio, cosicché una valanga di buoni auspici lezmuviani arrivi dalle parti del Kodak Theatre, 6801 Hollywood Boulevard, e gli faccia vincere ‘sto benedetto Oscar. M’importa solo quello. E anche magari una statuetta sulla fiducia al citato Anomalisa o, all’evenienza, al ghibliniano “Quando c’era Marnie”… 😉

E ora il Maelstrom, il riassunto per mia gentil concessione e dei saluti, oceanicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

 

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi due DROPS by The Board:

Se siete rimasti fulminati da Eddie Redmayne in “La teoria del tutto” e dalla sua straordinaria interpretazione nel ruolo di Stephen Hawking, non vi lasciate ingannare dal mélo patinato pettinato di “The Danish Girl”… Troverete i suoi ammiccamenti eccessivi e fastidiosi e rimpiangerete i panni del genio sfortunato che frugò nei buchi neri.
Investite i soldi in Spotlight… 😉

Nell’ultimo Lez Muvi avevamo salutato la vittoria di “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi al Festival di Berlino con queste parole: “Tanti complimenti, tanta gioia e una speranza: che non sia come “Sacro GRA”…”
È come “Sacro GRA”.

🙁

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT: Enzo Ceccotti entra in contatto con una sostanza radioattiva. a causa di un incidente scopre di avere un forza sovra umana. Ombroso, introverso e chiuso in se stesso, Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia, convinta che lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’acciaio.

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LET’S MOVIE 274 propone IL CASO SPOTLIGHT e commenta NOSFERATU

LET’S MOVIE 274 propone IL CASO SPOTLIGHT e commenta NOSFERATU

IL CASO SPOTLIGHT
di Tom McCarthy
USA 2016, ‘134
Martedì 23 / Tuesday 23
Ore 21:15 / 9:15 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

 

Fifa Fellows,

Quasi quasi mi piacerebbe dire che si tratta di quell’associazione del Football infestata di Blatte(r) e di quello che da sempre reputavamo le pétit prince del calcio mondiale, Monsieur Michel Platinì, con quell’accento finale lì che lo rendeva quasi un profumo ― Eau de Platinì ― o un ristorante stellato ― Chez Platinì. Certo non un un ammanicato… un villain, un voleur! Ma mi tocca archiviare lo scandalo calcistico (!) e dirvi che si tratta della paura. Quella che m’ha colto a “Nosferatu”. Una di quelle fanciullesche, che ti pigliano all’età di circa 13 anni, quando vuoi leggere a tutti i costi Edgar Allan Poe e saperne di più di questa Ligeia, o capire perché gli Usher avevano una casa che crollava, e a 13 anni sei combattuto tra la voglia di spingerti oltre, vedere con i tuoi occhi, fare il leone e il Riccardo Cuor di, oppure assecondare quell’istinto che ti dice, metti giù quel libro da brava, non lasciare che il sinistro s’impossessi di te, dai ― sostituite il cine al libro e l’esperienza è la medesima.
Ogni volta che mi sono trovata davanti a quel bivio, andare avanti o stoppare, sono sempre andata avanti. Ogni volta tranne in “Shining” ― si spegneva sempre il videoregistratore alla scena delle gemelle… Ma lì capirete, siamo a un livello in cui la paura sale di grado e da stato diventa Stato: Shining è il paese in cui la follia è osservata chirurgicamente nel suo progressivo sviluppo e finale trionfo: la paura diventa geografia. Una strada tortuosa in mezzo ai monti, stanze d’albergo, un labirinto nella neve…
Io che mi/vi perdo, ora, parlandovene…

Il capolavoro dei capolavori Nosferatu è stato visto con me dal WG Mat, dalla BB, dalla Lady Brown e dal Lumière, alla sua prima volta lezmuviana ― quale miglior volta, per uno che musica e rimusica corti in bianco&nero se non il capolavoro dei capolavori del cinema muto??
Trovare 4 Moviers lunedì che hanno preferito “Nosferatu” a Zoolander 2, sentire anche il sostegno di chi non poteva esserci, hanno smentito la scena che mi ero fatta in testa: io e Nosferatu in un tete-à-tete in cui lui avrebbe avuto (sovra)naturalmente la meglio… Non che non l’abbia avuta, eh, ma almeno c’erano i Muviani… 🙂
Per una volta mi abbandono un attimo al paratesto, e all’aneddotica leggendaria che ruota attorno a Nosferatu. Pare che il film sia arrivato a noi per puro miracolo. Il regista Murnau, che ha preso liberissima ispirazione dal romanzo “Dracula” di Bram Stoker, invece di citare la sua fonte, pensò bene di cambiare i nomi dei personaggi e di farla franca così. Non la fece, ovviamente. Subì un processo e il giudice ordinò la distruzione di tutte le copie del film. Murnau riuscì a salvarne una. UNA. A me tremano le meningi all’idea che su un supporto fisico ― per altro fragile come il cartiglio di una pellicola ― sia ricaduto il fardello di consegnare al futuro un capolavoro di simili proporzioni. Ma tant’è, ce l’ha fatta. Del resto Fievel era sbarcato in America dentro una bottiglia, no? 😉
L’altra leggenda che circonfonde il film di mistero ― come se ne avesse bisogno, circonfuso com’è di suo ― riguarda Max Schrenk, l’attore che interpretò Nosferatu. Il Lumière mi ha spifferato ― con mia massima esaltazione traduttologica ― che in tedesco “Max Schrenk” significa “Massimo Spavento”, e che si credeva non fosse mai esistito: sotto la veste nera e il cranio oblungo di Nosferatu, si sarebbe nascosto lo stesso regista… A noi giudicare… Il WG Mat, dal canto suo, c’informa che questo mistero è stato materia di un film, “L’ombra del vampiro” (2000) con John Malkovich. Vediamocelo.
Certo la coincidenza del nome, “Max Schrenk”, è quanto mai buffa ― se decidiamo di ignorarne la portata portentosamente inquietante…

“Nosferatu” non ha bisogno di riassunti. Prendete la storia di Dracula come punto di riferimento: Hutter, un agente immobiliare si reca in Transilvania per definire un affare con il Conte Olock (Dacula, fuor di copyright), che vuole lasciare il suo castello in Carpazia (così umido, l’inverno, si sa) e acquistare casa in città. In alcuni momenti il ricordo di Fracchia, ve lo confesso, ha preso il sopravvento, e ho rivisto Paolo Villaggio nel povero impiegato che finisce in pieno cupo regno transilvano… Questo mi ha aiutato a stemperare la tensione.
Hutter capisce subito che Olock non è un normale cliente interessato a investire nel mattone…. Ne finisce vittima, così come l’amata moglie, Ellen, rimasta a casa in sua attesa, ossessionata da funesti presagi. Olock nel frattempo lascia il castello, s’imbar(c)a alla volta della città con un codazzo di bare piene di terra e di topi, che diffondono la peste a bordo e sterminano l’equipaggio ― che ci volete fare, Nosferatu si divertiva così. Una volta in città Nosferatu trova la via per il collo di Ellen, che si sacrifica per l’umanità: lascia che Nosferatu si strafoghi, distraendolo così dall’arrivo dell’alba…
Guardando Nosferatu tu spettatore non hai paura solo del personaggio, del suo corpo ingobbito, delle dita puntute e unghiute ― le mani di Freddi Kruger ne sono l’evoluzione 80s ― della testa abnorme, dell’andatura che non ha nulla di elegante, nulla di nobile, ma sembra stentata, fin goffa, non hai paura solo di lui, hai paura di TUTOQUANTO. Degli altri personaggi, di cosa sono, cosa fanno, cosa potrà capitare loro. Sei uno stato di all’erta costante. Solo i grandi film del genere ti tengono così, per il coppino ― e qui ricito “Shining”, in cui non sei solo terrorizzato da Jack Torrence e dalla pazzia che si sta gradualmente impossessando di lui, ma anche dal peso occulto che senti gravare sopra l’Overlook Hotel. Sei come circondato dal pericolo: il cattivo in carne e ossa spande terrore di per sé e attorno a sé. E come ci riesce Murnau? Sia attraverso tecniche di enfatizzazione del sinistro e del macabro. Sia attraverso la contrapposizione. Nel primo caso abbiamo scene davvero lugubri, come quella del funerale: nelle strade deserte della città scivolano le bare con le vittime della peste. Formalmente l’inquadratura è molto accattivante e insolita: le bare, rette a spalle dai portatori, scendono in verticale giù per l’inquadratura, non sfilano orizzontalmente da destra a sinistra o viceversa. Piovono verso di noi, come se Murnau volesse farcele piovere in grembo, come se volesse dirci, guardate che non siete poi così distanti da tutto quello che sta accadendo qui…
Abbiamo anche battute ― centellinate, come muto vuole ― e assestate in maniera strategica, tipo un presago “nessuno sfugge al proprio destino”, buttata lì a 5 minuti dall’inizio… Nessuno vuole sentirsi dire “nessuno sfugge al proprio destino” ― men che meno un Hutter in procinto di partire per la Transilvania…
Nel secondo caso abbiamo una natura bucolica, quasi romantica: i giardini, i fiori, tante le scene outdoor con il vento “che scompiglia” gli alberi. Contrapporre a questa natura in fiore, una sovra-natura mortifera come quella traghettata da Nosferatu ribadisce l’idea che tutto è minacciato da questa presenza, da quest’ombra, che è ben più di un conte, di un conte Olock. È il male. Il nero, che scivola non visto nelle nostre vite e che porta il discorso su un piano metafisico. E metafisico è anche il carattere di alcune immagini. Il quartiere diroccato, per esempio. L’ombra di Nosferatu con in groppa una bara, una semplice porta aperta… Ditemi se a voi non ricordano, anche solo a sentirle descritte, certi quadri di De Chirico, con quelle pietre, quel silenzio lordo che grava su di loro… Oppure certe scene di Bergman ― il Posto delle fragole, per esempio, oppure Il settimo sigillo. E sapete, anche se l’oscuro e l’ombra sono i due compagni inseparabili di Nosferatu, personaggio e film, la singolarità di questo film, e di tanti film che smuovono paure profonde, è l’impiego della luce del giorno. Nei film che ho citato qui sopra il pauroso si manifesta sempre alla luce del sole, in pieno giorno. Se volete vedere una delle scene più horrorose della storia del cinema ― almeno per me, che non ho il coraggio di rovistare qui fra Lynch e Kubrik ― è il sogno del vecchio professore nel “Posto delle fragole”. Se avete 4 minuti, investiteli qui immediatamente https://www.youtube.com/watch?v=xbM4kltF57o
Tutto questo per dire che l’ombra di cui è portatore anche Nosferatu, si staglia ancor più nera di giorno, perché lui, il conte Olock rappresenta proprio il nero che cola nel bianco, il diabolico notturno nel placido diurno (anche se pensavate dominguez), l’occulto nel manifesto. E anche se il film è imbevuto di espressionismo e ospita i germogli del pensiero e delle espressioni avanguardiste del primo ‘900 ― abbiamo detto De Chirico, ma vorrei citare anche l’istallazione ambientale “Etant Donnés” di Marcel Duchamp, giusto per mettervi un po’ di curiosità 😉 ― nasconde al suo interno certe istanze di espressività romantica che riportano alla memoria non solo la letteratura gotica, ma la pittura di quell’epoca. Non ditemi che negli occhi sparati-sbarrati di Nosferatu non rivedete lo sguardo giallo del cavallo con cui Fuessli rese famoso il suo quadro “L’incubo”?
Un altro elemento su cui vale la pena riflettere è il tipo di Conte che Murnau ci propone. Un conte che non ha nulla di un conte. Non è classy, non è accattivante. Non è Tom Cruise de “Intervista con il Vampiro”. Non ha nemmeno il portamento di Gary Oldman, il Conte Vlad di Coppola. Guardiamolo bene, questo sgorbietto ingobbito: cammina come se il famoso paletto di frassino avesse visitato certo hinterland del suo corpo di cui è meglio non dire (!), ha un paio di incisivi platealmente posticci, che sono anni luce dai canini affilati e verosimili dei Draculi ― oddio l’hinterland nel plurale! ― che l’hanno succeduto. Murnau sa benissimo quello che sta facendo. Non cerca la verosimiglianza, non vuole un personaggio umano. Nosferatu è quanto di più lontano dall’umano uno possa immaginare: è esattamente il suo contrario. È il mortifero, colui che succhia il sangue, ruba la vita e porta la fine. Quello che striscia nel giorno degli uomini e semina la tenebra e la paura. Non è un “Conte Vlad”: è l’incontrollabile, l’imprevedibile, l’eversivo. Il diavolo della Tasmania (!) che porta scompiglio nei giardini all’inglese che abbelliscono, molto middleclassy, molti esterni del film. Nosferatu è quello che non ti aspetti ― e per questo l’impiegato fracchiano Hutter e tutte le vittime rimangono fregati: non ti aspetti nulla di tutto ciò. I presagi che costellano il cammino di Hutter o le visioni della moglie Ellen servono a costruire il clima “There-is-something-wrong-here”, ma non spiegano nulla su di lui, su Nosferatu, che rimane ― anche dopo la visione del film, anche dopo tutti questi anni ― un enigma.
Pertanto il discorso a cui apre Murnau è molto più profondo rispetto a una semplice storia di paura. Nosferatu rappresenta forze che noi non abbiamo la facoltà di controllare, ma che possono entrare nella nostra quotidianità e marchiarla ― due denti in un collo tenero… ― e sconvolgerla. Il film scandaglia proprio il mondo del possibile: guardate qui cosa PUO’ accadere in ogni momento, ci butta lì Murnau. E questo fa più paura di qualsiasi notte buia e tempestosa.
Per questo il regista aveva bisogno di caratteristiche che allontanassero quell’essere quanto più possibile dall’umano. Più che un corpo Nosferatu sembra Gregor Samsa in piena metamorfosi da Gregor a scarafaggio ― e by the way, il kafkiano mi sembra circonfondere tutta la pellicola ben più del mistero di cui si diceva sopra. Quindi in realtà, anche se Muranu è stato accusato di plagio, l’essere/nonessere che ha tirato fuori dal suo nero cilindro è lontanissimo dal protagonista descritto da Bram Stoker nel suo romanzo. Quindi, riguardo alla denuncia di plagio, posso dire con tutti i poteri conferitimi dalla Lezmuviana Chiesa, ego te absolvo, Friedrich 🙂

E ora, nosferati, apprestiamoci a un film di tutt’altra pasta

IL CASO SPOTLIGHT
di Tom McCarthy

Let’s switch. Dalle raffinatezze del 1928, passiamo alle barbarie del nostro tempo. Candidato a un milione di Oscar ― 6 fuor di lievito ― il film racconta l’indagine di un team di giornalisti del Boston Globe che portarono alla luce alcuni casi di pedofilia insabbiati dalla Chiesa americana (non quella Lezmuviana naturalmente) e che valse loro il Pulitzer nel 2003.
Proporre questo film per noi è necessario, soprattutto in questo momento, in cui la Chiesa, attraverso le vie infinite e traverse che percorre, ha sempre il modo di penetrare e condizionare la vita anche di coloro i quali la vivono senza credere che il divino dimori in un sarcofago di marmi e urne, tavole e parabole, sacramenti e comandamenti…

Prima di concludere, applaudiamo Gianfranco Rosi, che ieri ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino con “Fuocoammare” ― lo trovate in questi giorni dal Mastro 😉
Tanti complimenti, tanta gioia e una speranza: che non sia come “Sacro GRA”…

Nel Maelstrom sparpaglio quattro parole su un film verso il quale avevo una schiera di pregiudizi boardiani. Raccoglietele, ‘ste quattro parole, dai 😉
Poi il riassunto, che non serve perché vi ho già fatto spoiler sul film sopra ― anch’io percorro vie infinite quando si tratta di indebolire il potere dei riassunti…
Poi vi mando i miei saluti, stasera, agghiacciantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Martedì mi sono aggregata agli Anti-Moviers ― mi hanno gentilmente accettato fra le fila del dissenso 🙂 ― e s’è visto “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese.
Il film non mi ha detto nulla di non schon-gesehen (che vuol dire dejà-vu): gruppo di amici affiatati intorno a un tavolo, serata di segreti che si scoprono ― o rimangono coperti ― a dimostrazione di quante maschere indossiamo con gli altri, quante identità celiamo agli altri, quanto pesante sia la sporta dei non-detti che portiamo in giro, il sorriso sulle labbra…
C’è un’armonia rara fra gli attori, tutti bravi presi singolarmente e tutti bravi in gruppo. Le battute non sono mai scontate, il ritmo tiene sempre e il finale, be’ finalmente un finale che svolta… Certo, il cinema, specie degli ultimi anni, è pieno di tavole e tavolate di amici-nemici che si (s)coprono nel corso di una serata ― se li contate sono davvero una quantità imbarazzante… Ma Genovese ha fatto bene il suo dovere. Se volete tirarvi su il morale davanti alla bravura degli attori di casa nostra e tirarvelo giù per l’umanità che rappresentano, andate a vederlo.
In una DROP, “utile ma non indispensabile”.

IL CASO SPOTLIGHT: La storia del team di giornalisti investigativi del Boston Globe, soprannominato Spotlight, che nel 2002 ha sconvolto la città con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali, in un’inchiesta premiata col premio Pulitzer. Quando il neodirettore Marty Baron arriva da Miami per dirigere il Globe nell’estate del 2001, per prima cosa incarica il team Spotlight di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di trent’anni. Consapevoli dei rischi cui vanno incontro mettendosi contro un’istituzione com la Chiesa cattolica a Boston, il caporedattore del team Spotlight, Walter “Robby” Robinson, i cronisti Sacha Pfeiffer e Michael Rezendes e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll cominciano a indagare sul caso.

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LET’S MOVIE 273 propne NOSFERATU e commenta THE HATEFUL EIGHT

LET’S MOVIE 273 propne NOSFERATU e commenta THE HATEFUL EIGHT

NOSFERATU
di Friedrich Wilhelm Murnau
Germania, ’95, 1921
Lunedì 15/ Monday 15
21:00 / 9:00 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

 

Madalina Moviers and Frank Fellows,

Sì lei, quella Venere d’una perfezione illegale che recitò in “Youth” di Sorrentino e venne giustamente definita “Dio” da Harvey Keitel nella scena della spa, e che in questi giorni spunta fuori in tutti i giornali perché spuntata sul palco di Sanremo.

E sì lui, Gehry, l’archistar di cui avrete senz’altro presente gli edifici: le sue onde d’acciaio cullano i cieli di tutto il mondo e le sue punte li svegliano di soprassalto. Il Guggenheim di Bilbao, la Walt Disney Concert Hall a Los Angeles, la Fondazione Louis Vuitton a Parigi, giusto per citarne tre. Su di lui spendo qualche parolina in più che sulla Venere illegale, ma solo perché non la conosco ― spero non se la prenda.
L’architettura di Gehry non è architettura: è scultura abitativa. Ha sempre ignorato il funzionalismo, assieme a tutti i sacramenti che gli hanno tirato addosso i funzionalisti. Lui non costruisce case per essere abitate, musei per essere visti. Li decostruisce, e fa un meta-discorso sull’architettura. Quando sei davanti a uno di quegli edifici, rimani abbagliato dalla forma, da quelle curve, da quelle case che sembrano riflesse dentro specchi deformanti e sul punto di cadere vedetevi un po’ il Ray and Maria Stata Center. Le sue opere aprono il mondo a un altro mondo, e chissene importa poi se la manutenzione dello stabile è un gran casino. Te ne freghi abbastanza anche di ciò che ospitano al loro interno, se la Cinemathèque Française o uno studentato o un centro commerciale di dubbia etica.
L’effetto Gehry, che poi è l’effetto delle curve di Madalina, è esattamente quello che mi ha fregato con l’ultimo film di Tarantino. Sono rimasta completamente assuefatta dalla forma. Dai suoi incastri perfetti, dagli accostamenti che richiamano non solo il suo cinema, ma i generi che ama sempre frequentare, come il western e il poliziesco anni ’70.
Sedotta dalle forme, ho abbandonato il contenuto. Per come costruisce le scene, per la precisione con cui tira su dal nulla una struttura narrativa e metanarrativa, Tarantino puo’ essere definito un architetto del cinema, e non fa dei film per essere banalmente consumati, così come l’architetto matto dell’Ontario non fa case per essere banalmente abitate. Entrambi fanno altro.
Ma prima di entrare in merito, voglio ringraziare i Moviers che hanno condivissuto l’evento con me, lunedì: il CandyMan, il WG Mat, il Pizzo, il Magnocarlo, e, perso nel mare di spettatori che affollava il Pornoroma, un nuovo Fellow, che siamo onorati di accogliere nella society lezmuviana. Si chiama Michele, ma ora il suo nome gli verrà strappato per sempre da queste mie mani ladymacbeth e rinchiuso PER SEMPRE nella cella del suo nomino: il Fellow Lumière ― mica brutta come cella però eh 😉 Dedico il Maelstrom a spiegarvi cosa fa con il cinema grazie al gruppo musicale dei Radio Days: siamo onorati, sì, di avere un esperto di cinema muto di questi livelli tra noi Muviani, che siam gente ruspante e senza formazione muta ― il mutismo non c’appartiene. Ma nel nostro piccolo cerchiamo di migliorarci: la cine-proposta della settimana proverà questo nostro impegno sapientino… 😉
Un pensiero anche alla Vaniglia, vittima di un pienone in realtà prevedibile: gli Odiosi Otto e i 5.50 euri sono una combinazione letale. Ma siamo certi che, da cinefila livello Advanced qual è, recupererà il film 😉

The Hateful Eight. E cominciamo dall’aggettivo, “hateful”. Odiosi, e pieni di odio, questi otto che finiscono all’Emporio di Minnie per ripararsi da una tempesta di neve. Senza una morale, senza un briciolo di umanità. Otto personaggi che puntano a soverchiarsi a vicenda per raggiungere il proprio scopo: intascare il gruzzolo ― “gruzzolo” dovevo dirlo, fa troppo Pekinpah ― delle taglie che pendono sulle teste dei criminali che devono scortare a Red Rock. Ci sono John il Boia, con la sua prigioniera Daisy Domergue, c’è il Maggiore Marquis Warren, un ex soldato nero nordista diventato anche lui un cacciatore di taglie con un paio di teste da portare a Red Rock. C’è Chris Mannix, il futuro nuovo sceriffo della cittadina.
Ad accoglierli all’Emporio, però non c’è Minnie, la gestora ―gestrice? ― ma ci sono il messicano Bob, il boia di Oswaldo Mobray, il mandriano Joe Gage e il vecchio generale sudista Sanford Smithers. Ed è strano che Minnie non ci sia… E infatti questo è il mistero su cui dovranno ragionare gli Otto Odiosi per capire quale stramaledetto trick si nasconda dietro la sua stramaledetta scomparsa ― sì anche “stramaledetto” dovevo dirlo, a un certo punto, capirete.
Già a un primo sguardo, vi risulta lampante che questi qua non sono altro che una sporca dozzina meno quattro. Sono i bastardi senza gloria di qualche anno fa, o le iene di qualche anno prima. Non ci passa molta differenza. E questo è uno dei punti da affrontare.
Lo sappiamo, no, che un’artista fa sempre la stessa opera. Ci mette salse diverse, ma la sostanza è più o meno sempre quella. Questo non è sinonimo di ripetitività: è il modo degli artisti di gestire, elaborare, sublimare e forse lasciar andare temporaneamente le proprie ossessioni.
Si ma gli artisti che si rinnovano ogni volta, mi contraddite voi, con una sicumera che parmi (parmi??) quasi brianzola. Quegli artisti, i versatili, in realtà sono molto bravi a cambiare la pelle ma se voi andate a investigare la carne, vedrete che quella è sempre la stessa. È questo, anche, che costituisce l’identità di un artista.
Allora che problemi ho con questo film di Tarantino? Il problema è che si autocita troppo, e con evidente compiacimento, e ripetendo degli espedienti già usati in passato. Rimaniamo per un secondo alla trama e non facciamo un discorso metacritico su questa questione.
Esempio micro. Il fratello di Daisy è nascosto nel seminterrato dell’emporio, e attende il momento propizio per uscir fuori e liberare la sorella. L’idea del nascondiglio in un interrato, così come l’inquadratura che cala dall’alto in basso denudando i due piani della casa e svelando la presenza del fratello nel piano interrato, le avevamo già viste in “Bastardi senza gloria”: la famiglia di Shoshanna si nasconde sotto il pavimento di casa per sfuggire ai nazisti. La fine che faranno sarà la stessa del fratello di Daisy…
Esempio macro. L’abitudine tarantiniana ― ormai è diventata un’abitudine― di rinchiudere in un luogo indoor stragi della peggior specie. Vedasi il teatro in cui viene appiccato il fuoco per arrostire i nazi sempre in Bastardi senza gloria, oppure il massacro nel ristorante giapponese in Kill Bill, oppure la sparatoria di Django a Candyland. E non vi cito le doppie pistole, gli scoppi di materiale organico, il taglio di arti, e l’esubero di sangue, che richiamo bene o male il ricettario completo tarantiniano, basato sugli spaghetti western di Sergio Leone e Corbucci e lo splatter dei B-movies anni ‘70. Se guardiamo poi i personaggi stessi, non ditemi che nel ruolo interpretato da Tim Roth non avete riconosciuto un po’ il personaggio di Christoph Waltz sempre in “Bastardi senza Gloria”…. Potremmo bollare tutto ciò con il “marchio di fabbrica” di Tarantino e chiudere la questione, ma io la lascio aperta, e lo assommo a quello che dicevo prima circa il “Madalina and Gehry effect”, cioè l’estasi davanti a un corpo esterno talmente ben costruito, talmente celeste nel modo in cui poggia a terra ― o, in questo caso, scorre su uno schermo ― con un’estetica così rifinita e meticolosa, che tutto il resto scende in secondo piano. Il contenitore ruba la scena al contenuto.
Quindi durante il film la mia attenzione era quasi completamente rivolta a notare l’impeccabilità con cui Tarantino gira e monta: l’inizio magistrale con l’occhio della cinepresa puntato su quel crocifisso da cui sbuca la diligenza laggiù, sullo sfondo, o la bufera che, in una scena, rincorre la diligenza; e poi i movimenti di macchina senza una sbavatura all’interno dell’emporio, gli stacchi e le riprese da più punti di vista, il teorema che sta scritto dietro l’impiego della luce nell’emporio, che non è un emporio e nemmeno un set cinematografico: è un palcoscenico teatrale. Sulla luce ci sarebbe da scrivere un pippone a parte, notandone quando e come si manifesta, i fasci luminosi che scendono, sapientemente artificiali dal tetto ―siamo in mezzo a una tempesta di neve, soprattutto di notte, non ci sono raggi solari che possano filtrare dal tetto― e come sia sapientemente artificialmente azzurra fuori dalle finestre, a riprova che quello che stiamo guardando non è la realtà: è una rappresentazione, una recita, che i personaggi sono chiamati a interpretare. Una recita con elementi volutamente inverosimili, non credibili: non è credibile che un nero avesse tanta libertà di parola intorno al 1870 come Marquis Warren, il personaggio interpretato da Samuel L. Jackson, così come non è credibile che all’epoca una nera, Minnie, gestisse un emporio (una donna? Nera? Are we kidding?!). E anche qui ci sarebbe un altro discorso moooolto lungo su come Tarantino chieda ai suoi personaggi d’interpretare una finzione: i quattro presenti nell’emporio accolgono gli altri quattro recitando una sceneggiata ― così come succedeva nel teatro (!) alla fine di “Bastardi senza Gloria”. Quindi vedete, potremmo svolgere un gran bel lavoro di speleologia tarantiniana e non usciremo più dai meandri della sua cinematografia. E infatti in tutto questo ti perdi, ti lasci trascinare da “A richiama B che rievoca C che riporta a D” in una concatenazione in cui finiamo tutte le lettere dell’alfabeto. Io, l’avete capito, ci vado a nozze e sarei disposta anche a inventarmi un nuovo alfabeto pur di concatenare senza fine, ma così ho perso quello che Tarantino voleva dirmi, sempre in metafora come fa sempre, attraverso questa storia. Ho dovuto ricostruirlo a posteriori. Ovvero cosa si nasconde dietro questi Odiosi Otto.
E proprio a questo proposito mi dico. La storia in sé dovrebbe conquistarmi tanto quanto le parole (ovvero la forma) che scegli per raccontarmela. Se al posto di “Maria ama Carlo” dico “Maria s’impossessa dell’anima di Carlo per piantarvi un seme rosso”, ovvero due modi diversissimi per dire la stessa cosa, e mantengo quel registro lì per tutto il film, richiedo allo spettatore un grande sforzo di concentrazione: nel film siamo ipnotizzati dalla forma di cui s’è detto, in più passiamo il tempo a districarci nei sempre pazzeschi dialoghi di Tarantino ― forse un po’ meno pazzeschi stavolta ― e nel mystery che lui ha architettato, ma così perdiamo di vista il cuore della metafora. Quegli odiosi otto non sono otto odiosi còlti da una tempesta in Wyoming nel post-guerra di Secessione. Sono tutt’un paese che si è appuntato sul petto la coccarda “Democrazia” con la mano destra, e che impugna un cannemozze con la sinistra. L’odio è materia viva negli Stati Uniti. Odio represso, sentito, subito, agito, fomentato, sedato, esaltato. Gli otto sono quelli che escono dai loro squallidi appartamenti della periferia di Tucson o di Detroit, entrano in un drugstore e ammazzano per un incasso da fame. Sono quelli che riempiono una sala di candidati ai Premi Oscar in cui non figura una sola faccia di colore, e dimostrano che la Guerra di Secessione non si è conclusa, è ancora in corso, solo che devasta altri campi. E Tarantino cosa può fare se non ricorrere a una violenza furibonda per raccontarci visivamente tutto questo? Ci meravigliamo di scoppi di vomito, laghi di sangue, crani esplosi e tocchi di materia grigia? Pensiamoci un istante, con la testa tarantina. Non sembra tutto invece molto logico?
Ci avesse ricamato sopra meno con l’inchiostro dell’autocompiacimento, l’avrei apprezzato di più. Ma del resto, se Sorrentino sorrentina, Tarantino tarantina: è una legge della linguistica virtuosistica. 🙂

È ovvio che questi otto basterds e l’infamia di cui si fanno portatori chiamano, per contrasto, la questione della giustizia. Il boia interpretato da Tim Roth a un certo punto dice: “L’assenza di passione è la vera essenza della giustizia”. Tarantino Quentin scrive questa battuta e la mette in bocca a un suo personaggio sapendo che verrà udita nel suo paese, e che batterà sul dente che duole: nel suo paese la legge del taglione è ancora praticata attraverso la pena di morte che vive, vegeta e trionfa istituzionalizzata ancora oggi. Cos’è la pena di morte se non “la presenza di passione nella giustizia”? Il ricercare non la correzione di un individuo che ha sbagliato, bensì l’occhio-per-occhio, la vendetta ai tempi del Far West, che non riporterà mai un assassinato in vita e che, s’è visto, non funziona da deterrente negli stati in cui vige?  In questo film Tarantino mostra questa e altre verità troppo scomode.
C’è una scena in cui un bianco ― figlio del generale sudista Smithers― è costretto a praticare un lavoretto di bocca (!) al personaggio interpretato da Samuel L. Jackson. Ora Fellows, quale paura ossessiona la mente dell’americano bianco medio più di quella di immaginare uno costretto a sottomettersi a un maschio nero e a praticargli un lavoretto di bocca, rivedendo in quell’uno, se stesso? Tarantino qui mostra l’in-mostrabile, ovvero il mostruoso. E vi chiedete come mai il film non sia piaciuto in America? Naturale che non sia piaciuto. Nella terra in cui il politically-correct è nato e protetto, tirare fuori le paure ancestrali dalle menti dei suoi connazionali e stuzzicare pensieri incorrect non è ammissibile. Specie se aggiungi del sarcasmo ― “non hai idea di cosa sia disposto a fare un uomo quando ha freddo”, gongola Jackson descrivendo la scena al padre del ragazzo costretto al lavoro di bocca… (e prima di gongolare, lo prepara con un “Tuo figlio si è trovato dalla parte sbagliata della pisotola”…quando Quentin se ne esce con queste battute all’odore di spaghetti western capisci quanti spaghetti western dev’essersi divorato nel corso della vita).
Quindi ho capito che se spogli il film dalla sua scintillante armatura ― ovvero dal suo armamentario formale― al suo interno trovi un corpo marcescente: il cadavere dell’etica americana. Tarantino, col suo sorrisetto da piccola canaglia mai cresciuta, ci invita a guardarlo. E dato che lui porta tutto all’estremo sempre, riesce a scardinare le censure dietro cui ci proteggiamo, e a sbatterci in faccia il tabù con un linguaggio visivo altrettanto estremo. E questo sì che mi piace, così come, in definitiva, il coraggio di uccidere la speranza ― uno dei film più spietati di Tarantino, questo.
Ho capito tutto questo non a fine spettacolo, ma covandomi il film in testa per tutta la settimana. Questo, per me, depone a favore dell’opera, ma è la mia opinione. Voi potete essere della scuola istantaneista e pensare che un film debba essere immediato, che debba dirci tutto e subito. Ed è una posizione legittima e più che comprensibile. Per come la vedo io, però, più un film mi rimane fra pensieri e viscere, più ha fatto bingo.
Adesso mi aspetta l’infame compito di scrivere al caro Quentin e spiegargli la mia opinione, dell’armatura scintillante con il corpo in putrefazione dentro ― questo gli piacerà ― e dell’autocompiacimento troppo spinto ― questo NON gli piacerà. E naturalmente glisserò su quanto Django Unchained mi avesse divertito di più…
Un fuc*ing dirty job m’aspetta, goddammit…

E ora, Fellows, vi confesso che l’idea era quella di proporvi un’altra storia scomoda per le Stars&Stripes, ovvero “L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo”. Poi però ho pensato che avere a disposizione il film che fra poco svelerò in versione originale, restaurata e sottotitolata, era un’occasione troppo unica per ignorarla

NOSFERATU
di Friedrich Wilhelm Murnau

Let’s Movie sostiene da sempre la Rassegna “Il cinema ritrovato”, all’interno della quale figura il film. Avrei potuto andarci da sola ― non avendolo mai visto, scandaloso Board ― ma decido di proporlo in Lez Muvi per promuovere la conoscenza dei classici, che si possono vedere, e pure rivedere: non è che vai al Pergamon una volta nella vita, giusto? Ci ritorni 🙂

Ora me ne fuggo via e vi lascio a quel colonialista di San Valentino, che ogni anno invade il 14 febbraio dei Moviers e impone loro il suo regime rosa confetto 😉
Riassunto inutile e saluti, stasera, formalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

I Radio Days, http://www.radiodays.tn.it/wp/, sono una di quelle realtà che s’industriano nel sottobosco della cultura di qualità, illuminandola con la loro inventiva. Rimusicare dal vivo film muti del primo ‘900 che altrimenti rimarrebbero chiusi dentro le cineteche e le menti ― e prima o poi l’oblio ― degli addetti ai lavori non è solo un gesto di archeologia cinematografica a beneficio divulgativo sociale, ma anche un modo di reinventare quei film rivestendoli di un abito sonoro di cui non potevano avvalersi quando furono realizzati.
Io vi regalo la loro rimusicazione di “Fantasmagorie”, un corto di Emile Cohl del 1908 che mi fece rimanere letteralmente a bocca aperta quando lo vidi a un evento by Radio Days. Dura poco più di un minuto, e vi invito ― no, obbligo 🙂 ― a guardarlo: lo considero come la nascita del cinema d’animazione, ed è davvero incredibile, ma proprio proprio incredibile, vedere cosa Cohl sia riuscito a inventarsi con un semplice filo bianco, nel 1908…
https://www.youtube.com/watch?v=jGrLeBreNws
Grazie Radio Days!
E voi Moviers, seguiteli, da bravi 😉

NOSFERATU: “Il film capitale del cinema muto”. Dal Dracula di Bram Stoker, la storia immortale di Nosferatu, il non-morto che semina la peste, assorbe e spegne le forze vitali, attenta all’equilibrio dell’universo, finché un sacrificio femminile fara sorgere l’alba sulla città liberata. “Sul piano formale, il film si allontana dall’espressionismo e lo trascende: prima d’ogni altra cosa per l’importanza che vi ha la Natura, per l’impressionante varieta di esterni reali che ne accrescono il romanticismo magico. Murnau s’abbandona totalmente al suo gusto della polifonia e del contrappunto, sul piano drammatico e cosmico. Nosferatu è prima di tutto un poema metafisico nel quale le forze della morte mostrano la vocazione – una vocazione inesorabile – ad attirare a sé, aspirare, assorbire le forze della vita, senza che nella descrizione di questa lotta intervenga alcun manicheismo moralista” (Jacques Lourcelles).

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LET’S MOVIE 272 – commenta LA CORRISPONDENZA e propone THE HATEFUL EIGHT

LET’S MOVIE 272 – commenta LA CORRISPONDENZA e propone THE HATEFUL EIGHT

THE HATEFUL EIGHT
di Quentin Tarantino
USA, 2016, ‘167
Lunedì 8 / Monday 8
Ore 21:00 / 9 pm
Cinema Nuovo Roma / Il Pornoroma

 

Magnati Moviers,

Non nel senso di pappati o cenati, nel senso di tycoon, tipo Trump ― oddio, Trump…pensavo che George Dabliu fosse stato il punto più basso che l’abbiezione Repubblicana potesse raggiungere, invece mi ricredo e prendo atto delle loro illimitate risorse.
Ma veniamo al tycoon. Qualche giorno fa un dirigente della Microsoft ha fatto retromarcia con il suo yacht da 92 metri in un’isola delle Cayman, spianando qualcosa come 14.000 metri quadrati di barriera corallina. Il sensazionalismo sta tutto nelle cifre. Come si possano possedere 92 metri d’imbarcazione ― praticamente una pista di Bolt galleggiante ― e radere al suolo 14.000 metri di reef ha qualcosa di favolistico: solo nelle favole le cifre possono raggiungere quelle vette iperboliche. Ma la nostra realtà supera persino La Fontaine.
Io porterei Mister Microsoft a Norimberga e tirerei fuori la Giuria del 1948 perché diamine ― diamine? ― 14.000 metri di barriera corallina spianati dal Signorino che gioca a fare il Capitano sono un danno al patrimonio della Terra ― non dell’Umanità, che ne occupa il suolo in maniera cialtrona. È la Terra che ci ha rimesso, che ha subito il danno, NON i futuri turisti che non troveranno più quello spettacolo nel loro snorkeling quotidiano.
E di danni, Fellows, parliamo stasera. Perché l’ammontare di quelli subiti da noi tre Moviers, Landythecandyland, il Vezzo e io, ovvero la Trinità lezmuviana presente in sala a “La corrispondenza”, è tale da richiamare, in termini iconografici, il reef distrutto. La butto come sempre sul drammatico, ma voi non eravate in sala ― fortunatamente per voi ― e quindi, a meno che non abbia avuto la sventura di guardare il film in altri giorni, non sa cosa sia stato.
“116 minuti di agonia”, “due ore rubate al sonno”, “meglio Checco Zalone” (da uno che l’ha detestato). Questi sono stati i commenti a caldo della Trinità lezmuviana ― lasciatemi ringraziare di cuore i miei due Fellows per aver stoicamente resistito fino alla fine e non aver lasciato la sala al secondo minuto. E a freddo, una settimana dopo, quei commenti sono rimasti tali e quali.
Il film di Tornatore è un danno a noi che l’abbiamo subito, ma è un danno anche al cinema, al suo cinema. Purtroppo il punto più basso ― ma anche qui come per Trump, potrei ricredermi in futuro: il peggio è un pozzo senza fondo, meglio misurare i superlativi…
Comunque non vorrei massacrarlo troppo (della clemenza, Board!): per una volta cercherò di mantenermi entro le 50.000 parole 🙂

La trama è presto detta: Ed è un famoso e facoltoso e pomposo studioso di astrofisica, con famiglia al seguito. Amy una studentessa universitaria della stessa materia che si mantiene agli studi lavorando nel cinema come stunt-woman ― una volta davi ripetizioni o facevi le 150 ore… Ed e Amy sono innamorati in un modo adolescenziale ― forse lo siamo tutti, in certe fasi dell’innamoramento ― ma certo non ai livelli di questi qui.
Qui si viene a creare uno strano fenomeno per cui, alla profusione di dialoghi in cui miele e zucchero scorrono a fiumi e slavine, corrisponde una totale assenza di compartecipazione da parte del pubblico. E questo perché non c’è ombra di autenticità nei loro scambi da fotoromanzo latinoamericano. I dialoghi sono finti, baroccheggiano ammuffiti e sbarrano la strada all’empatia: lo spettatore non entra mai dentro la storia della coppia perché non può credere che due innamorati, per quanto visceralmente innamorati, si esprimano in quel modo. E se è pur vero che tutti gli innamorati del mondo e della letteratura si parlano sempre addosso, e parlano sempre di se stessi come due pianeti di un universo a due ― pensate a Romeo e Giulietta― la realtà è che il bravo regista, se non vuole perdersi lo spettatore dopo il primo minuto, deve selezionare i momenti, soprattutto arginare i dialoghi monologanti che qui invece sovrabbondano. Ed è proprio l’esubero di parola zuccherosa, sentimentalista ed enfatica che caria tutto il film. Sin dalle primissime battute capisci l’antifona, subodori l’artificio e sei preso da una voglia primordiale di Iron Maiden a palla mentre vagheggi di farti tatuare HELL IS MY HOME sul bicipite.

Ma questo è niente. Tornatore ― che qui appare evidentemente in tutto il suo autolesionismo ― s’inoltra nella zona pericolosissima dell’“amore dopo la morte”, territorio che è meglio non frequentare se non vuoi finire in quelle sabbie mélo mobili in cui certo pubblico, ahimè femminile, ama sprofondare, associandolo molto probabilmente ai fanghi d’alga Guam e ai loro effetti benefici sul girocoscia.
E Tornatore ci finisce proprio di brutto. Ed muore, anche se la parola “morte” non è mai pronunciata ― censura del cuore ― e la sua “scomparsa” sposta il film nel mondo del favoloso, dell’improbabile, ostacolando ancora di più il patto di verosimiglianza che lo spettatore firma all’inizio di ogni film con il regista ― io entro in questa finzione credendola reale. Peraltro la dimensione fantastica, o letteraria, è ricercata anche in altri elementi, come per esempio il paesino di “Borgoventoso” ― e ditemi se non vi sembra un nome preso dal dizionario di Fantaghirò ― che sorge in mezzo a un lago, e con personaggi artificiali come la lycra: il traghettatore che traghetta Amy dalla terraferma all’isola, dovrebbe essere il toccato del paese ―nel senso di toccato da una visione altra, una specie di visionario ― ma che in realtà appare come un citrullo dagli occhi a palla che credo sia il ruolo più improbabile del film.
Ed “scompare” ma naturalmente non lascia Amy: ha organizzato un piano per cui biglietti, messaggi su CD, regali, email la raggiungano in determinati momenti della sua vita grazie all’aiuto di amici, conoscenti, FedEx e simili che li consegnano alla ragazza secondo uno scadenziario prestabilito. Alla ragazza però viene concessa facoltà di scelta: se sente questa sua presenza troppo invasiva può dire “basta”. E come può essere, curioserete voi? Eh, ma scrivendo un’email, no?? Tipo un “Unsubscribe” che ti libera dalla persecuzione del morto-non-morto ― tipo quello che non dovete mai fare MAI con Lez Muvi. 🙂 E grazie a un fantomatico programma ideato dal pomposo studioso, i messaggi, i regali, i pensieri smetteranno di essere recapitati.
Ora, capisca il signor Tornatore, che questo dà il colpo di grazia alla verosimiglianza. E ci porta a guardare gli eventi dall’alto in basso, una prospettiva, questa, tragicamente irreversibile: dall’oltretomba del non-credibile non si torna indietro. E questa sì che è una morte.
A parte gli evidenti problemi legati alla sceneggiatura, “La corrispondenza” è minata da un altro grosso guaio che la riguarda dall’inizio alla fine: l’eccesso di semplificazione. Il film mira a portare in scena “grandi temi” come l’amore, la morte, l’immortalità ma pigia le conclusioni cui arriva dentro uno schemino da terza elementare. E con delle simbologie da seconda. Due esempi. Così come Amy ha ucciso accidentalmente il padre in un incidente stradale, così cerca la morte sul set di ogni film in qualità di stunt-woman, mettendo in pericolo la sua vita per espiare il suo senso di colpa. Così come le stelle muoiono ma noi godiamo ancora della loro bellezza e della loro presenza milioni di anni dopo, così l’ammmmore può continuare anche quando il tuo amato non è più in vita.
E su quest’ultimo punto Tornatore infila dei pezzi da 90 di banalità vu-dejà-vu-et-re-vu che tirano in ballo persino la metempsicosi ― cioè, la metempsicosi! ― ovvero la trasmigrazione dell’anima da un corpo all’altro. Un paio di cani fissano Amy come se non fossero dei normali animali, ma un Ed infuso in corpo canino. Una foglia si attacca alla finestra di Amy come se non fosse solo una foglia, ma un Ed infuso in foglia ― praticamente un tè, un lui (umorismo lessicale :-)). Un uccello vola accanto al treno su cui viaggia Amy e non è un uccello, ma un Ed infuso in ali di volatile ― ormai avete capito il meccanismo trasmigratorio, giusto?
Ecco, volevamo dire a Tornatore che sì, l’abbiamo capito, il meccanismo trasmigratorio.

E quanto allo stile. Non mi è del tutto chiaro se certi oggetti scenici, tipo appunto quell’uccello o quella foglia, oppure certi cieli da cartellone pubblicitario Alpitour 1990, siano stati usati volutamente in maniera posticcia ― il pennuto ricorda certi pennuti usati da Hitchcock nel suo capolavoro. Visto che mi rifiuto di credere che un cineasta esperto come Tornatore non abbia i mezzi per migliorare la verosimiglianza, deduco che l’effetto artificioso sia proprio voluto. Ma me ne sfugge il senso. Perché sovraccaricare un film già sufficientemente sovrabbondante di parole, sentimenti, sole-cuore-amore, anche con l’extra-baggage della finzione cinematografica? Perché ammazzare così l’impalpabile che invece il regista poteva preferire, perché aggiungere lipidi su lipidi, lapidi su lapidi?
L’idea dell’assenza-presenza di Ed poteva essere interessante, ma si usura a tal punto durante il corso del film, da diventare routine. Ci aspettiamo tutto quello che stiamo per vedere. Tanto che, a ogni corriere che accorre, a ogni busta bordeaux che spunta in mano a un amico o in qualche angolo prevedibilissimo, tu rolli gli occhi al cielo e soffochi in uno sbuffo di romanesca frustrazione un estenuato “‘Nantra??”. Ci aspettiamo persino l’ultimo “straziante” soliloquio di Ed che volge le spalle alla videocamera per risparmiare all’amata il suo volto “sfigurato dal male”… E ci aspettiamo naturalmente il finale con “la vita va avanti”, e Amy che si accorge dell’amico nerd, e chissà, forse gli darà una possibilità… Mentre di lassù rilucon le stelle ― che ovviamente non sono stelle ma Ed infuso in ― e paiono benedire il futuro di Amy…
…La Trinità lezmuviana ricoverata per ipoglicemia.

Come promesso non volevo superare le 50.000 parole per stroncare il film. Voglio credere che Tornatore sia andato a farsi un giro e presto tornerà fra noi e magari ci restituirà la magia, senza glucosio, di “Nuovo Cinema Paradiso” o “L’uomo delle stelle”.

E dopo questi giorni cinematograficamente schizofrenici tra diabete e digiuno, ora, Moviers la sentite questa musica pulp e western e giappo che ci fa fare tap-tap con il piede e bop-bop con la testa? Io la sento forte e chiara. È una musica che ti fa andare in pista per un ballo a cui non sai resistere… un ballo che si chiama Tarantino!

THE HATEFUL EIGHT
di Quentin Tarantino

Oh quentin ti ho aspettato, caro Quentin! La lettera che ti scrissi un paio d’anni fa, riversando lodi e lodi su Django Unchained non sarà nulla rispetto a quella che ti scriverò SE ― e capitolizzo SE ― The Hateful Eight sfiorerà quei livelli.

Come vedete, Moviers, sono già invasata e le aspettative purtroppo sono già a mille ― aspettative a mille uguale cadute con un impact factor a duemila 🙁 Ciononostante non vedo l’ora di tarantinare domani: un film di questo regista è sempre un evento da condiviVere… un evento in cui è il cinema che recita.
Quindi preparatevi a questi “Odiosi Otto” ― e chissà poi se saranno imparentati con quella sporca dozzina…

Invito caldamente i Moviers d’istanza a Bologna e a Roma ad andare a vedere il film in 70 mm, loro che possono. Soltanto tre sale in tutta Italia lo proiettano così come Tarantino l’ha girato: lo Studio 5 a Cinecittà, il Lumière a Bologna e l’Arcadia a Melzo.
Non abbiamo nessun Fellow a Melzo al momento ―Melzo??― ma se passate da quelle parti, ovunque esse siano…

Nel Movie Maelstrom oggi trovate tutta la magia di Lez Muvi. Perderlo sarebbe come perdere lo show del Grande Houdini. 😉
E il riassunto, stavolta, visto che è il film di Quentin e non vi dirà nulla del film, potete anche leggerlo…
Grazie, Fellows, di tutto, e saluti, stasera, abbientemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vediamo se mi avete letto attentamente la settimana scorsa… Elencandovi i film di cui ho goduto in volo al rientro dalla Tasmania, vi ho citato “Banksy Does New York”, raccomandandolo caldamente a tutti i Bankysiani.
Ecco, se venerdì 12 febbraio alle 8:45 pm siete al MART, presso l’Auditorium Melotti, potete vederlo. 🙂
http://www.crushsite.it/it/cinema/2016/rassegna-settearti-auditorium-melotti-banksy-does-new-york.html

Alla luce di questo ennesimo evento, i poteri strabilianti di Lez Muvi sono ormai sotto gli occhi di tutti: nominiamo un film et voilà, il film si materializza!

Houdinismi a parte per un istante, quante probabilità c’erano che io vedessi il documentario lassù per aria tra tutti quelli a disposizione (un numero infinito, Emirates Airlines tutta la vita), che ve lo nominassi la settimana scorsa, e che il MART lo proiettasse questa settimana??
Mentre il CICAP parla di “semplice coincidenza”, e i matematici ragionano in termini stocastici, io continuo a far sobbollire polvere di stelle e ali di batman nel calderone lezmuviano…

THE HATEFUL EIGHT: Qualche anno dopo la fine della guerra civile, una diligenza è costretta a fermarsi nel cuore del Wyoming a causa di una tempesta di neve. Il cacciatore di taglie John Ruth e la sua prigioniera Daisy Domergue sono attesi nella città di Red Rock dove Ruth, noto da quelle parti come “Il Boia”, porterà la donna dinanzi alla giustizia, riscuotendo una taglia di 10.000 dollari. Lungo la strada incrociano due uomini che si uniscono a loro. Ma la tempesta infuria ed i quattro saranno costretti a fermarsi per cercare rifugio presso un emporio dove ad accoglierli troveranno altri quattro sconosciuti. Gli otto viaggiatori bloccati dalla neve si rendono presto conto che, forse qualcuno non è chi dice di essere e che, probabilmente, non sarà facile per nessuno raggiungere Red Rock…

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