LET’S MOVIE 272 – commenta LA CORRISPONDENZA e propone THE HATEFUL EIGHT

LET’S MOVIE 272 – commenta LA CORRISPONDENZA e propone THE HATEFUL EIGHT

THE HATEFUL EIGHT
di Quentin Tarantino
USA, 2016, ‘167
Lunedì 8 / Monday 8
Ore 21:00 / 9 pm
Cinema Nuovo Roma / Il Pornoroma

 

Magnati Moviers,

Non nel senso di pappati o cenati, nel senso di tycoon, tipo Trump ― oddio, Trump…pensavo che George Dabliu fosse stato il punto più basso che l’abbiezione Repubblicana potesse raggiungere, invece mi ricredo e prendo atto delle loro illimitate risorse.
Ma veniamo al tycoon. Qualche giorno fa un dirigente della Microsoft ha fatto retromarcia con il suo yacht da 92 metri in un’isola delle Cayman, spianando qualcosa come 14.000 metri quadrati di barriera corallina. Il sensazionalismo sta tutto nelle cifre. Come si possano possedere 92 metri d’imbarcazione ― praticamente una pista di Bolt galleggiante ― e radere al suolo 14.000 metri di reef ha qualcosa di favolistico: solo nelle favole le cifre possono raggiungere quelle vette iperboliche. Ma la nostra realtà supera persino La Fontaine.
Io porterei Mister Microsoft a Norimberga e tirerei fuori la Giuria del 1948 perché diamine ― diamine? ― 14.000 metri di barriera corallina spianati dal Signorino che gioca a fare il Capitano sono un danno al patrimonio della Terra ― non dell’Umanità, che ne occupa il suolo in maniera cialtrona. È la Terra che ci ha rimesso, che ha subito il danno, NON i futuri turisti che non troveranno più quello spettacolo nel loro snorkeling quotidiano.
E di danni, Fellows, parliamo stasera. Perché l’ammontare di quelli subiti da noi tre Moviers, Landythecandyland, il Vezzo e io, ovvero la Trinità lezmuviana presente in sala a “La corrispondenza”, è tale da richiamare, in termini iconografici, il reef distrutto. La butto come sempre sul drammatico, ma voi non eravate in sala ― fortunatamente per voi ― e quindi, a meno che non abbia avuto la sventura di guardare il film in altri giorni, non sa cosa sia stato.
“116 minuti di agonia”, “due ore rubate al sonno”, “meglio Checco Zalone” (da uno che l’ha detestato). Questi sono stati i commenti a caldo della Trinità lezmuviana ― lasciatemi ringraziare di cuore i miei due Fellows per aver stoicamente resistito fino alla fine e non aver lasciato la sala al secondo minuto. E a freddo, una settimana dopo, quei commenti sono rimasti tali e quali.
Il film di Tornatore è un danno a noi che l’abbiamo subito, ma è un danno anche al cinema, al suo cinema. Purtroppo il punto più basso ― ma anche qui come per Trump, potrei ricredermi in futuro: il peggio è un pozzo senza fondo, meglio misurare i superlativi…
Comunque non vorrei massacrarlo troppo (della clemenza, Board!): per una volta cercherò di mantenermi entro le 50.000 parole 🙂

La trama è presto detta: Ed è un famoso e facoltoso e pomposo studioso di astrofisica, con famiglia al seguito. Amy una studentessa universitaria della stessa materia che si mantiene agli studi lavorando nel cinema come stunt-woman ― una volta davi ripetizioni o facevi le 150 ore… Ed e Amy sono innamorati in un modo adolescenziale ― forse lo siamo tutti, in certe fasi dell’innamoramento ― ma certo non ai livelli di questi qui.
Qui si viene a creare uno strano fenomeno per cui, alla profusione di dialoghi in cui miele e zucchero scorrono a fiumi e slavine, corrisponde una totale assenza di compartecipazione da parte del pubblico. E questo perché non c’è ombra di autenticità nei loro scambi da fotoromanzo latinoamericano. I dialoghi sono finti, baroccheggiano ammuffiti e sbarrano la strada all’empatia: lo spettatore non entra mai dentro la storia della coppia perché non può credere che due innamorati, per quanto visceralmente innamorati, si esprimano in quel modo. E se è pur vero che tutti gli innamorati del mondo e della letteratura si parlano sempre addosso, e parlano sempre di se stessi come due pianeti di un universo a due ― pensate a Romeo e Giulietta― la realtà è che il bravo regista, se non vuole perdersi lo spettatore dopo il primo minuto, deve selezionare i momenti, soprattutto arginare i dialoghi monologanti che qui invece sovrabbondano. Ed è proprio l’esubero di parola zuccherosa, sentimentalista ed enfatica che caria tutto il film. Sin dalle primissime battute capisci l’antifona, subodori l’artificio e sei preso da una voglia primordiale di Iron Maiden a palla mentre vagheggi di farti tatuare HELL IS MY HOME sul bicipite.

Ma questo è niente. Tornatore ― che qui appare evidentemente in tutto il suo autolesionismo ― s’inoltra nella zona pericolosissima dell’“amore dopo la morte”, territorio che è meglio non frequentare se non vuoi finire in quelle sabbie mélo mobili in cui certo pubblico, ahimè femminile, ama sprofondare, associandolo molto probabilmente ai fanghi d’alga Guam e ai loro effetti benefici sul girocoscia.
E Tornatore ci finisce proprio di brutto. Ed muore, anche se la parola “morte” non è mai pronunciata ― censura del cuore ― e la sua “scomparsa” sposta il film nel mondo del favoloso, dell’improbabile, ostacolando ancora di più il patto di verosimiglianza che lo spettatore firma all’inizio di ogni film con il regista ― io entro in questa finzione credendola reale. Peraltro la dimensione fantastica, o letteraria, è ricercata anche in altri elementi, come per esempio il paesino di “Borgoventoso” ― e ditemi se non vi sembra un nome preso dal dizionario di Fantaghirò ― che sorge in mezzo a un lago, e con personaggi artificiali come la lycra: il traghettatore che traghetta Amy dalla terraferma all’isola, dovrebbe essere il toccato del paese ―nel senso di toccato da una visione altra, una specie di visionario ― ma che in realtà appare come un citrullo dagli occhi a palla che credo sia il ruolo più improbabile del film.
Ed “scompare” ma naturalmente non lascia Amy: ha organizzato un piano per cui biglietti, messaggi su CD, regali, email la raggiungano in determinati momenti della sua vita grazie all’aiuto di amici, conoscenti, FedEx e simili che li consegnano alla ragazza secondo uno scadenziario prestabilito. Alla ragazza però viene concessa facoltà di scelta: se sente questa sua presenza troppo invasiva può dire “basta”. E come può essere, curioserete voi? Eh, ma scrivendo un’email, no?? Tipo un “Unsubscribe” che ti libera dalla persecuzione del morto-non-morto ― tipo quello che non dovete mai fare MAI con Lez Muvi. 🙂 E grazie a un fantomatico programma ideato dal pomposo studioso, i messaggi, i regali, i pensieri smetteranno di essere recapitati.
Ora, capisca il signor Tornatore, che questo dà il colpo di grazia alla verosimiglianza. E ci porta a guardare gli eventi dall’alto in basso, una prospettiva, questa, tragicamente irreversibile: dall’oltretomba del non-credibile non si torna indietro. E questa sì che è una morte.
A parte gli evidenti problemi legati alla sceneggiatura, “La corrispondenza” è minata da un altro grosso guaio che la riguarda dall’inizio alla fine: l’eccesso di semplificazione. Il film mira a portare in scena “grandi temi” come l’amore, la morte, l’immortalità ma pigia le conclusioni cui arriva dentro uno schemino da terza elementare. E con delle simbologie da seconda. Due esempi. Così come Amy ha ucciso accidentalmente il padre in un incidente stradale, così cerca la morte sul set di ogni film in qualità di stunt-woman, mettendo in pericolo la sua vita per espiare il suo senso di colpa. Così come le stelle muoiono ma noi godiamo ancora della loro bellezza e della loro presenza milioni di anni dopo, così l’ammmmore può continuare anche quando il tuo amato non è più in vita.
E su quest’ultimo punto Tornatore infila dei pezzi da 90 di banalità vu-dejà-vu-et-re-vu che tirano in ballo persino la metempsicosi ― cioè, la metempsicosi! ― ovvero la trasmigrazione dell’anima da un corpo all’altro. Un paio di cani fissano Amy come se non fossero dei normali animali, ma un Ed infuso in corpo canino. Una foglia si attacca alla finestra di Amy come se non fosse solo una foglia, ma un Ed infuso in foglia ― praticamente un tè, un lui (umorismo lessicale :-)). Un uccello vola accanto al treno su cui viaggia Amy e non è un uccello, ma un Ed infuso in ali di volatile ― ormai avete capito il meccanismo trasmigratorio, giusto?
Ecco, volevamo dire a Tornatore che sì, l’abbiamo capito, il meccanismo trasmigratorio.

E quanto allo stile. Non mi è del tutto chiaro se certi oggetti scenici, tipo appunto quell’uccello o quella foglia, oppure certi cieli da cartellone pubblicitario Alpitour 1990, siano stati usati volutamente in maniera posticcia ― il pennuto ricorda certi pennuti usati da Hitchcock nel suo capolavoro. Visto che mi rifiuto di credere che un cineasta esperto come Tornatore non abbia i mezzi per migliorare la verosimiglianza, deduco che l’effetto artificioso sia proprio voluto. Ma me ne sfugge il senso. Perché sovraccaricare un film già sufficientemente sovrabbondante di parole, sentimenti, sole-cuore-amore, anche con l’extra-baggage della finzione cinematografica? Perché ammazzare così l’impalpabile che invece il regista poteva preferire, perché aggiungere lipidi su lipidi, lapidi su lapidi?
L’idea dell’assenza-presenza di Ed poteva essere interessante, ma si usura a tal punto durante il corso del film, da diventare routine. Ci aspettiamo tutto quello che stiamo per vedere. Tanto che, a ogni corriere che accorre, a ogni busta bordeaux che spunta in mano a un amico o in qualche angolo prevedibilissimo, tu rolli gli occhi al cielo e soffochi in uno sbuffo di romanesca frustrazione un estenuato “‘Nantra??”. Ci aspettiamo persino l’ultimo “straziante” soliloquio di Ed che volge le spalle alla videocamera per risparmiare all’amata il suo volto “sfigurato dal male”… E ci aspettiamo naturalmente il finale con “la vita va avanti”, e Amy che si accorge dell’amico nerd, e chissà, forse gli darà una possibilità… Mentre di lassù rilucon le stelle ― che ovviamente non sono stelle ma Ed infuso in ― e paiono benedire il futuro di Amy…
…La Trinità lezmuviana ricoverata per ipoglicemia.

Come promesso non volevo superare le 50.000 parole per stroncare il film. Voglio credere che Tornatore sia andato a farsi un giro e presto tornerà fra noi e magari ci restituirà la magia, senza glucosio, di “Nuovo Cinema Paradiso” o “L’uomo delle stelle”.

E dopo questi giorni cinematograficamente schizofrenici tra diabete e digiuno, ora, Moviers la sentite questa musica pulp e western e giappo che ci fa fare tap-tap con il piede e bop-bop con la testa? Io la sento forte e chiara. È una musica che ti fa andare in pista per un ballo a cui non sai resistere… un ballo che si chiama Tarantino!

THE HATEFUL EIGHT
di Quentin Tarantino

Oh quentin ti ho aspettato, caro Quentin! La lettera che ti scrissi un paio d’anni fa, riversando lodi e lodi su Django Unchained non sarà nulla rispetto a quella che ti scriverò SE ― e capitolizzo SE ― The Hateful Eight sfiorerà quei livelli.

Come vedete, Moviers, sono già invasata e le aspettative purtroppo sono già a mille ― aspettative a mille uguale cadute con un impact factor a duemila 🙁 Ciononostante non vedo l’ora di tarantinare domani: un film di questo regista è sempre un evento da condiviVere… un evento in cui è il cinema che recita.
Quindi preparatevi a questi “Odiosi Otto” ― e chissà poi se saranno imparentati con quella sporca dozzina…

Invito caldamente i Moviers d’istanza a Bologna e a Roma ad andare a vedere il film in 70 mm, loro che possono. Soltanto tre sale in tutta Italia lo proiettano così come Tarantino l’ha girato: lo Studio 5 a Cinecittà, il Lumière a Bologna e l’Arcadia a Melzo.
Non abbiamo nessun Fellow a Melzo al momento ―Melzo??― ma se passate da quelle parti, ovunque esse siano…

Nel Movie Maelstrom oggi trovate tutta la magia di Lez Muvi. Perderlo sarebbe come perdere lo show del Grande Houdini. 😉
E il riassunto, stavolta, visto che è il film di Quentin e non vi dirà nulla del film, potete anche leggerlo…
Grazie, Fellows, di tutto, e saluti, stasera, abbientemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vediamo se mi avete letto attentamente la settimana scorsa… Elencandovi i film di cui ho goduto in volo al rientro dalla Tasmania, vi ho citato “Banksy Does New York”, raccomandandolo caldamente a tutti i Bankysiani.
Ecco, se venerdì 12 febbraio alle 8:45 pm siete al MART, presso l’Auditorium Melotti, potete vederlo. 🙂
http://www.crushsite.it/it/cinema/2016/rassegna-settearti-auditorium-melotti-banksy-does-new-york.html

Alla luce di questo ennesimo evento, i poteri strabilianti di Lez Muvi sono ormai sotto gli occhi di tutti: nominiamo un film et voilà, il film si materializza!

Houdinismi a parte per un istante, quante probabilità c’erano che io vedessi il documentario lassù per aria tra tutti quelli a disposizione (un numero infinito, Emirates Airlines tutta la vita), che ve lo nominassi la settimana scorsa, e che il MART lo proiettasse questa settimana??
Mentre il CICAP parla di “semplice coincidenza”, e i matematici ragionano in termini stocastici, io continuo a far sobbollire polvere di stelle e ali di batman nel calderone lezmuviano…

THE HATEFUL EIGHT: Qualche anno dopo la fine della guerra civile, una diligenza è costretta a fermarsi nel cuore del Wyoming a causa di una tempesta di neve. Il cacciatore di taglie John Ruth e la sua prigioniera Daisy Domergue sono attesi nella città di Red Rock dove Ruth, noto da quelle parti come “Il Boia”, porterà la donna dinanzi alla giustizia, riscuotendo una taglia di 10.000 dollari. Lungo la strada incrociano due uomini che si uniscono a loro. Ma la tempesta infuria ed i quattro saranno costretti a fermarsi per cercare rifugio presso un emporio dove ad accoglierli troveranno altri quattro sconosciuti. Gli otto viaggiatori bloccati dalla neve si rendono presto conto che, forse qualcuno non è chi dice di essere e che, probabilmente, non sarà facile per nessuno raggiungere Red Rock…

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
LET'S MOVIE 272 - commenta LA CORRISPONDENZA e propone THE HATEFUL EIGHT, 9.0 out of 10 based on 1 rating

1 Comment

  1. CurtisBero |

    jrapmte

    Current score: 0
    GD Star Rating
    loading...
    GD Star Rating
    loading...

Leave a Reply