LET’S MOVIE 273 propne NOSFERATU e commenta THE HATEFUL EIGHT

LET’S MOVIE 273 propne NOSFERATU e commenta THE HATEFUL EIGHT

NOSFERATU
di Friedrich Wilhelm Murnau
Germania, ’95, 1921
Lunedì 15/ Monday 15
21:00 / 9:00 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

 

Madalina Moviers and Frank Fellows,

Sì lei, quella Venere d’una perfezione illegale che recitò in “Youth” di Sorrentino e venne giustamente definita “Dio” da Harvey Keitel nella scena della spa, e che in questi giorni spunta fuori in tutti i giornali perché spuntata sul palco di Sanremo.

E sì lui, Gehry, l’archistar di cui avrete senz’altro presente gli edifici: le sue onde d’acciaio cullano i cieli di tutto il mondo e le sue punte li svegliano di soprassalto. Il Guggenheim di Bilbao, la Walt Disney Concert Hall a Los Angeles, la Fondazione Louis Vuitton a Parigi, giusto per citarne tre. Su di lui spendo qualche parolina in più che sulla Venere illegale, ma solo perché non la conosco ― spero non se la prenda.
L’architettura di Gehry non è architettura: è scultura abitativa. Ha sempre ignorato il funzionalismo, assieme a tutti i sacramenti che gli hanno tirato addosso i funzionalisti. Lui non costruisce case per essere abitate, musei per essere visti. Li decostruisce, e fa un meta-discorso sull’architettura. Quando sei davanti a uno di quegli edifici, rimani abbagliato dalla forma, da quelle curve, da quelle case che sembrano riflesse dentro specchi deformanti e sul punto di cadere vedetevi un po’ il Ray and Maria Stata Center. Le sue opere aprono il mondo a un altro mondo, e chissene importa poi se la manutenzione dello stabile è un gran casino. Te ne freghi abbastanza anche di ciò che ospitano al loro interno, se la Cinemathèque Française o uno studentato o un centro commerciale di dubbia etica.
L’effetto Gehry, che poi è l’effetto delle curve di Madalina, è esattamente quello che mi ha fregato con l’ultimo film di Tarantino. Sono rimasta completamente assuefatta dalla forma. Dai suoi incastri perfetti, dagli accostamenti che richiamano non solo il suo cinema, ma i generi che ama sempre frequentare, come il western e il poliziesco anni ’70.
Sedotta dalle forme, ho abbandonato il contenuto. Per come costruisce le scene, per la precisione con cui tira su dal nulla una struttura narrativa e metanarrativa, Tarantino puo’ essere definito un architetto del cinema, e non fa dei film per essere banalmente consumati, così come l’architetto matto dell’Ontario non fa case per essere banalmente abitate. Entrambi fanno altro.
Ma prima di entrare in merito, voglio ringraziare i Moviers che hanno condivissuto l’evento con me, lunedì: il CandyMan, il WG Mat, il Pizzo, il Magnocarlo, e, perso nel mare di spettatori che affollava il Pornoroma, un nuovo Fellow, che siamo onorati di accogliere nella society lezmuviana. Si chiama Michele, ma ora il suo nome gli verrà strappato per sempre da queste mie mani ladymacbeth e rinchiuso PER SEMPRE nella cella del suo nomino: il Fellow Lumière ― mica brutta come cella però eh 😉 Dedico il Maelstrom a spiegarvi cosa fa con il cinema grazie al gruppo musicale dei Radio Days: siamo onorati, sì, di avere un esperto di cinema muto di questi livelli tra noi Muviani, che siam gente ruspante e senza formazione muta ― il mutismo non c’appartiene. Ma nel nostro piccolo cerchiamo di migliorarci: la cine-proposta della settimana proverà questo nostro impegno sapientino… 😉
Un pensiero anche alla Vaniglia, vittima di un pienone in realtà prevedibile: gli Odiosi Otto e i 5.50 euri sono una combinazione letale. Ma siamo certi che, da cinefila livello Advanced qual è, recupererà il film 😉

The Hateful Eight. E cominciamo dall’aggettivo, “hateful”. Odiosi, e pieni di odio, questi otto che finiscono all’Emporio di Minnie per ripararsi da una tempesta di neve. Senza una morale, senza un briciolo di umanità. Otto personaggi che puntano a soverchiarsi a vicenda per raggiungere il proprio scopo: intascare il gruzzolo ― “gruzzolo” dovevo dirlo, fa troppo Pekinpah ― delle taglie che pendono sulle teste dei criminali che devono scortare a Red Rock. Ci sono John il Boia, con la sua prigioniera Daisy Domergue, c’è il Maggiore Marquis Warren, un ex soldato nero nordista diventato anche lui un cacciatore di taglie con un paio di teste da portare a Red Rock. C’è Chris Mannix, il futuro nuovo sceriffo della cittadina.
Ad accoglierli all’Emporio, però non c’è Minnie, la gestora ―gestrice? ― ma ci sono il messicano Bob, il boia di Oswaldo Mobray, il mandriano Joe Gage e il vecchio generale sudista Sanford Smithers. Ed è strano che Minnie non ci sia… E infatti questo è il mistero su cui dovranno ragionare gli Otto Odiosi per capire quale stramaledetto trick si nasconda dietro la sua stramaledetta scomparsa ― sì anche “stramaledetto” dovevo dirlo, a un certo punto, capirete.
Già a un primo sguardo, vi risulta lampante che questi qua non sono altro che una sporca dozzina meno quattro. Sono i bastardi senza gloria di qualche anno fa, o le iene di qualche anno prima. Non ci passa molta differenza. E questo è uno dei punti da affrontare.
Lo sappiamo, no, che un’artista fa sempre la stessa opera. Ci mette salse diverse, ma la sostanza è più o meno sempre quella. Questo non è sinonimo di ripetitività: è il modo degli artisti di gestire, elaborare, sublimare e forse lasciar andare temporaneamente le proprie ossessioni.
Si ma gli artisti che si rinnovano ogni volta, mi contraddite voi, con una sicumera che parmi (parmi??) quasi brianzola. Quegli artisti, i versatili, in realtà sono molto bravi a cambiare la pelle ma se voi andate a investigare la carne, vedrete che quella è sempre la stessa. È questo, anche, che costituisce l’identità di un artista.
Allora che problemi ho con questo film di Tarantino? Il problema è che si autocita troppo, e con evidente compiacimento, e ripetendo degli espedienti già usati in passato. Rimaniamo per un secondo alla trama e non facciamo un discorso metacritico su questa questione.
Esempio micro. Il fratello di Daisy è nascosto nel seminterrato dell’emporio, e attende il momento propizio per uscir fuori e liberare la sorella. L’idea del nascondiglio in un interrato, così come l’inquadratura che cala dall’alto in basso denudando i due piani della casa e svelando la presenza del fratello nel piano interrato, le avevamo già viste in “Bastardi senza gloria”: la famiglia di Shoshanna si nasconde sotto il pavimento di casa per sfuggire ai nazisti. La fine che faranno sarà la stessa del fratello di Daisy…
Esempio macro. L’abitudine tarantiniana ― ormai è diventata un’abitudine― di rinchiudere in un luogo indoor stragi della peggior specie. Vedasi il teatro in cui viene appiccato il fuoco per arrostire i nazi sempre in Bastardi senza gloria, oppure il massacro nel ristorante giapponese in Kill Bill, oppure la sparatoria di Django a Candyland. E non vi cito le doppie pistole, gli scoppi di materiale organico, il taglio di arti, e l’esubero di sangue, che richiamo bene o male il ricettario completo tarantiniano, basato sugli spaghetti western di Sergio Leone e Corbucci e lo splatter dei B-movies anni ‘70. Se guardiamo poi i personaggi stessi, non ditemi che nel ruolo interpretato da Tim Roth non avete riconosciuto un po’ il personaggio di Christoph Waltz sempre in “Bastardi senza Gloria”…. Potremmo bollare tutto ciò con il “marchio di fabbrica” di Tarantino e chiudere la questione, ma io la lascio aperta, e lo assommo a quello che dicevo prima circa il “Madalina and Gehry effect”, cioè l’estasi davanti a un corpo esterno talmente ben costruito, talmente celeste nel modo in cui poggia a terra ― o, in questo caso, scorre su uno schermo ― con un’estetica così rifinita e meticolosa, che tutto il resto scende in secondo piano. Il contenitore ruba la scena al contenuto.
Quindi durante il film la mia attenzione era quasi completamente rivolta a notare l’impeccabilità con cui Tarantino gira e monta: l’inizio magistrale con l’occhio della cinepresa puntato su quel crocifisso da cui sbuca la diligenza laggiù, sullo sfondo, o la bufera che, in una scena, rincorre la diligenza; e poi i movimenti di macchina senza una sbavatura all’interno dell’emporio, gli stacchi e le riprese da più punti di vista, il teorema che sta scritto dietro l’impiego della luce nell’emporio, che non è un emporio e nemmeno un set cinematografico: è un palcoscenico teatrale. Sulla luce ci sarebbe da scrivere un pippone a parte, notandone quando e come si manifesta, i fasci luminosi che scendono, sapientemente artificiali dal tetto ―siamo in mezzo a una tempesta di neve, soprattutto di notte, non ci sono raggi solari che possano filtrare dal tetto― e come sia sapientemente artificialmente azzurra fuori dalle finestre, a riprova che quello che stiamo guardando non è la realtà: è una rappresentazione, una recita, che i personaggi sono chiamati a interpretare. Una recita con elementi volutamente inverosimili, non credibili: non è credibile che un nero avesse tanta libertà di parola intorno al 1870 come Marquis Warren, il personaggio interpretato da Samuel L. Jackson, così come non è credibile che all’epoca una nera, Minnie, gestisse un emporio (una donna? Nera? Are we kidding?!). E anche qui ci sarebbe un altro discorso moooolto lungo su come Tarantino chieda ai suoi personaggi d’interpretare una finzione: i quattro presenti nell’emporio accolgono gli altri quattro recitando una sceneggiata ― così come succedeva nel teatro (!) alla fine di “Bastardi senza Gloria”. Quindi vedete, potremmo svolgere un gran bel lavoro di speleologia tarantiniana e non usciremo più dai meandri della sua cinematografia. E infatti in tutto questo ti perdi, ti lasci trascinare da “A richiama B che rievoca C che riporta a D” in una concatenazione in cui finiamo tutte le lettere dell’alfabeto. Io, l’avete capito, ci vado a nozze e sarei disposta anche a inventarmi un nuovo alfabeto pur di concatenare senza fine, ma così ho perso quello che Tarantino voleva dirmi, sempre in metafora come fa sempre, attraverso questa storia. Ho dovuto ricostruirlo a posteriori. Ovvero cosa si nasconde dietro questi Odiosi Otto.
E proprio a questo proposito mi dico. La storia in sé dovrebbe conquistarmi tanto quanto le parole (ovvero la forma) che scegli per raccontarmela. Se al posto di “Maria ama Carlo” dico “Maria s’impossessa dell’anima di Carlo per piantarvi un seme rosso”, ovvero due modi diversissimi per dire la stessa cosa, e mantengo quel registro lì per tutto il film, richiedo allo spettatore un grande sforzo di concentrazione: nel film siamo ipnotizzati dalla forma di cui s’è detto, in più passiamo il tempo a districarci nei sempre pazzeschi dialoghi di Tarantino ― forse un po’ meno pazzeschi stavolta ― e nel mystery che lui ha architettato, ma così perdiamo di vista il cuore della metafora. Quegli odiosi otto non sono otto odiosi còlti da una tempesta in Wyoming nel post-guerra di Secessione. Sono tutt’un paese che si è appuntato sul petto la coccarda “Democrazia” con la mano destra, e che impugna un cannemozze con la sinistra. L’odio è materia viva negli Stati Uniti. Odio represso, sentito, subito, agito, fomentato, sedato, esaltato. Gli otto sono quelli che escono dai loro squallidi appartamenti della periferia di Tucson o di Detroit, entrano in un drugstore e ammazzano per un incasso da fame. Sono quelli che riempiono una sala di candidati ai Premi Oscar in cui non figura una sola faccia di colore, e dimostrano che la Guerra di Secessione non si è conclusa, è ancora in corso, solo che devasta altri campi. E Tarantino cosa può fare se non ricorrere a una violenza furibonda per raccontarci visivamente tutto questo? Ci meravigliamo di scoppi di vomito, laghi di sangue, crani esplosi e tocchi di materia grigia? Pensiamoci un istante, con la testa tarantina. Non sembra tutto invece molto logico?
Ci avesse ricamato sopra meno con l’inchiostro dell’autocompiacimento, l’avrei apprezzato di più. Ma del resto, se Sorrentino sorrentina, Tarantino tarantina: è una legge della linguistica virtuosistica. 🙂

È ovvio che questi otto basterds e l’infamia di cui si fanno portatori chiamano, per contrasto, la questione della giustizia. Il boia interpretato da Tim Roth a un certo punto dice: “L’assenza di passione è la vera essenza della giustizia”. Tarantino Quentin scrive questa battuta e la mette in bocca a un suo personaggio sapendo che verrà udita nel suo paese, e che batterà sul dente che duole: nel suo paese la legge del taglione è ancora praticata attraverso la pena di morte che vive, vegeta e trionfa istituzionalizzata ancora oggi. Cos’è la pena di morte se non “la presenza di passione nella giustizia”? Il ricercare non la correzione di un individuo che ha sbagliato, bensì l’occhio-per-occhio, la vendetta ai tempi del Far West, che non riporterà mai un assassinato in vita e che, s’è visto, non funziona da deterrente negli stati in cui vige?  In questo film Tarantino mostra questa e altre verità troppo scomode.
C’è una scena in cui un bianco ― figlio del generale sudista Smithers― è costretto a praticare un lavoretto di bocca (!) al personaggio interpretato da Samuel L. Jackson. Ora Fellows, quale paura ossessiona la mente dell’americano bianco medio più di quella di immaginare uno costretto a sottomettersi a un maschio nero e a praticargli un lavoretto di bocca, rivedendo in quell’uno, se stesso? Tarantino qui mostra l’in-mostrabile, ovvero il mostruoso. E vi chiedete come mai il film non sia piaciuto in America? Naturale che non sia piaciuto. Nella terra in cui il politically-correct è nato e protetto, tirare fuori le paure ancestrali dalle menti dei suoi connazionali e stuzzicare pensieri incorrect non è ammissibile. Specie se aggiungi del sarcasmo ― “non hai idea di cosa sia disposto a fare un uomo quando ha freddo”, gongola Jackson descrivendo la scena al padre del ragazzo costretto al lavoro di bocca… (e prima di gongolare, lo prepara con un “Tuo figlio si è trovato dalla parte sbagliata della pisotola”…quando Quentin se ne esce con queste battute all’odore di spaghetti western capisci quanti spaghetti western dev’essersi divorato nel corso della vita).
Quindi ho capito che se spogli il film dalla sua scintillante armatura ― ovvero dal suo armamentario formale― al suo interno trovi un corpo marcescente: il cadavere dell’etica americana. Tarantino, col suo sorrisetto da piccola canaglia mai cresciuta, ci invita a guardarlo. E dato che lui porta tutto all’estremo sempre, riesce a scardinare le censure dietro cui ci proteggiamo, e a sbatterci in faccia il tabù con un linguaggio visivo altrettanto estremo. E questo sì che mi piace, così come, in definitiva, il coraggio di uccidere la speranza ― uno dei film più spietati di Tarantino, questo.
Ho capito tutto questo non a fine spettacolo, ma covandomi il film in testa per tutta la settimana. Questo, per me, depone a favore dell’opera, ma è la mia opinione. Voi potete essere della scuola istantaneista e pensare che un film debba essere immediato, che debba dirci tutto e subito. Ed è una posizione legittima e più che comprensibile. Per come la vedo io, però, più un film mi rimane fra pensieri e viscere, più ha fatto bingo.
Adesso mi aspetta l’infame compito di scrivere al caro Quentin e spiegargli la mia opinione, dell’armatura scintillante con il corpo in putrefazione dentro ― questo gli piacerà ― e dell’autocompiacimento troppo spinto ― questo NON gli piacerà. E naturalmente glisserò su quanto Django Unchained mi avesse divertito di più…
Un fuc*ing dirty job m’aspetta, goddammit…

E ora, Fellows, vi confesso che l’idea era quella di proporvi un’altra storia scomoda per le Stars&Stripes, ovvero “L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo”. Poi però ho pensato che avere a disposizione il film che fra poco svelerò in versione originale, restaurata e sottotitolata, era un’occasione troppo unica per ignorarla

NOSFERATU
di Friedrich Wilhelm Murnau

Let’s Movie sostiene da sempre la Rassegna “Il cinema ritrovato”, all’interno della quale figura il film. Avrei potuto andarci da sola ― non avendolo mai visto, scandaloso Board ― ma decido di proporlo in Lez Muvi per promuovere la conoscenza dei classici, che si possono vedere, e pure rivedere: non è che vai al Pergamon una volta nella vita, giusto? Ci ritorni 🙂

Ora me ne fuggo via e vi lascio a quel colonialista di San Valentino, che ogni anno invade il 14 febbraio dei Moviers e impone loro il suo regime rosa confetto 😉
Riassunto inutile e saluti, stasera, formalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

I Radio Days, http://www.radiodays.tn.it/wp/, sono una di quelle realtà che s’industriano nel sottobosco della cultura di qualità, illuminandola con la loro inventiva. Rimusicare dal vivo film muti del primo ‘900 che altrimenti rimarrebbero chiusi dentro le cineteche e le menti ― e prima o poi l’oblio ― degli addetti ai lavori non è solo un gesto di archeologia cinematografica a beneficio divulgativo sociale, ma anche un modo di reinventare quei film rivestendoli di un abito sonoro di cui non potevano avvalersi quando furono realizzati.
Io vi regalo la loro rimusicazione di “Fantasmagorie”, un corto di Emile Cohl del 1908 che mi fece rimanere letteralmente a bocca aperta quando lo vidi a un evento by Radio Days. Dura poco più di un minuto, e vi invito ― no, obbligo 🙂 ― a guardarlo: lo considero come la nascita del cinema d’animazione, ed è davvero incredibile, ma proprio proprio incredibile, vedere cosa Cohl sia riuscito a inventarsi con un semplice filo bianco, nel 1908…
https://www.youtube.com/watch?v=jGrLeBreNws
Grazie Radio Days!
E voi Moviers, seguiteli, da bravi 😉

NOSFERATU: “Il film capitale del cinema muto”. Dal Dracula di Bram Stoker, la storia immortale di Nosferatu, il non-morto che semina la peste, assorbe e spegne le forze vitali, attenta all’equilibrio dell’universo, finché un sacrificio femminile fara sorgere l’alba sulla città liberata. “Sul piano formale, il film si allontana dall’espressionismo e lo trascende: prima d’ogni altra cosa per l’importanza che vi ha la Natura, per l’impressionante varieta di esterni reali che ne accrescono il romanticismo magico. Murnau s’abbandona totalmente al suo gusto della polifonia e del contrappunto, sul piano drammatico e cosmico. Nosferatu è prima di tutto un poema metafisico nel quale le forze della morte mostrano la vocazione – una vocazione inesorabile – ad attirare a sé, aspirare, assorbire le forze della vita, senza che nella descrizione di questa lotta intervenga alcun manicheismo moralista” (Jacques Lourcelles).

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1 Comment

  1. a mio parere questo di QT è il film con maggiore contenuto (e perché NON SONO GLI ALTRI SUOI A ESSERE RIPETITIVI NELLO SCHEMA – il maiuscolo non è voluto, mi è partito accidentalmente – : solo perché precedenti? ah, board, ti sei perso il link colle onde gravitazionali che piegano spazio e tempo, quando due buchi neri fanno a chi ce l’ha più grande!)
    Gesù (o Chi per lui) è morto sulla croce per noi, per liberarci, ma noi, oltre a scegliere Barabba, abbiamo subito surrogato la libertà con la speranza, molto più facile da gestire (ma a quale prezzo); l’incipit del film (grande Ennio Morricone!) è monumentale, per me.
    verità e giustizia sono trattate magistralmente: come affermare che il contenitore sovrasta il contenuto.
    mi tremano le ali e mi sanguina il naso: dissentire dal BOARD?!
    sono solo un “pezzo di legno”
    ciao

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