LET’S MOVIE 274 propone IL CASO SPOTLIGHT e commenta NOSFERATU

LET’S MOVIE 274 propone IL CASO SPOTLIGHT e commenta NOSFERATU

IL CASO SPOTLIGHT
di Tom McCarthy
USA 2016, ‘134
Martedì 23 / Tuesday 23
Ore 21:15 / 9:15 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

 

Fifa Fellows,

Quasi quasi mi piacerebbe dire che si tratta di quell’associazione del Football infestata di Blatte(r) e di quello che da sempre reputavamo le pétit prince del calcio mondiale, Monsieur Michel Platinì, con quell’accento finale lì che lo rendeva quasi un profumo ― Eau de Platinì ― o un ristorante stellato ― Chez Platinì. Certo non un un ammanicato… un villain, un voleur! Ma mi tocca archiviare lo scandalo calcistico (!) e dirvi che si tratta della paura. Quella che m’ha colto a “Nosferatu”. Una di quelle fanciullesche, che ti pigliano all’età di circa 13 anni, quando vuoi leggere a tutti i costi Edgar Allan Poe e saperne di più di questa Ligeia, o capire perché gli Usher avevano una casa che crollava, e a 13 anni sei combattuto tra la voglia di spingerti oltre, vedere con i tuoi occhi, fare il leone e il Riccardo Cuor di, oppure assecondare quell’istinto che ti dice, metti giù quel libro da brava, non lasciare che il sinistro s’impossessi di te, dai ― sostituite il cine al libro e l’esperienza è la medesima.
Ogni volta che mi sono trovata davanti a quel bivio, andare avanti o stoppare, sono sempre andata avanti. Ogni volta tranne in “Shining” ― si spegneva sempre il videoregistratore alla scena delle gemelle… Ma lì capirete, siamo a un livello in cui la paura sale di grado e da stato diventa Stato: Shining è il paese in cui la follia è osservata chirurgicamente nel suo progressivo sviluppo e finale trionfo: la paura diventa geografia. Una strada tortuosa in mezzo ai monti, stanze d’albergo, un labirinto nella neve…
Io che mi/vi perdo, ora, parlandovene…

Il capolavoro dei capolavori Nosferatu è stato visto con me dal WG Mat, dalla BB, dalla Lady Brown e dal Lumière, alla sua prima volta lezmuviana ― quale miglior volta, per uno che musica e rimusica corti in bianco&nero se non il capolavoro dei capolavori del cinema muto??
Trovare 4 Moviers lunedì che hanno preferito “Nosferatu” a Zoolander 2, sentire anche il sostegno di chi non poteva esserci, hanno smentito la scena che mi ero fatta in testa: io e Nosferatu in un tete-à-tete in cui lui avrebbe avuto (sovra)naturalmente la meglio… Non che non l’abbia avuta, eh, ma almeno c’erano i Muviani… 🙂
Per una volta mi abbandono un attimo al paratesto, e all’aneddotica leggendaria che ruota attorno a Nosferatu. Pare che il film sia arrivato a noi per puro miracolo. Il regista Murnau, che ha preso liberissima ispirazione dal romanzo “Dracula” di Bram Stoker, invece di citare la sua fonte, pensò bene di cambiare i nomi dei personaggi e di farla franca così. Non la fece, ovviamente. Subì un processo e il giudice ordinò la distruzione di tutte le copie del film. Murnau riuscì a salvarne una. UNA. A me tremano le meningi all’idea che su un supporto fisico ― per altro fragile come il cartiglio di una pellicola ― sia ricaduto il fardello di consegnare al futuro un capolavoro di simili proporzioni. Ma tant’è, ce l’ha fatta. Del resto Fievel era sbarcato in America dentro una bottiglia, no? 😉
L’altra leggenda che circonfonde il film di mistero ― come se ne avesse bisogno, circonfuso com’è di suo ― riguarda Max Schrenk, l’attore che interpretò Nosferatu. Il Lumière mi ha spifferato ― con mia massima esaltazione traduttologica ― che in tedesco “Max Schrenk” significa “Massimo Spavento”, e che si credeva non fosse mai esistito: sotto la veste nera e il cranio oblungo di Nosferatu, si sarebbe nascosto lo stesso regista… A noi giudicare… Il WG Mat, dal canto suo, c’informa che questo mistero è stato materia di un film, “L’ombra del vampiro” (2000) con John Malkovich. Vediamocelo.
Certo la coincidenza del nome, “Max Schrenk”, è quanto mai buffa ― se decidiamo di ignorarne la portata portentosamente inquietante…

“Nosferatu” non ha bisogno di riassunti. Prendete la storia di Dracula come punto di riferimento: Hutter, un agente immobiliare si reca in Transilvania per definire un affare con il Conte Olock (Dacula, fuor di copyright), che vuole lasciare il suo castello in Carpazia (così umido, l’inverno, si sa) e acquistare casa in città. In alcuni momenti il ricordo di Fracchia, ve lo confesso, ha preso il sopravvento, e ho rivisto Paolo Villaggio nel povero impiegato che finisce in pieno cupo regno transilvano… Questo mi ha aiutato a stemperare la tensione.
Hutter capisce subito che Olock non è un normale cliente interessato a investire nel mattone…. Ne finisce vittima, così come l’amata moglie, Ellen, rimasta a casa in sua attesa, ossessionata da funesti presagi. Olock nel frattempo lascia il castello, s’imbar(c)a alla volta della città con un codazzo di bare piene di terra e di topi, che diffondono la peste a bordo e sterminano l’equipaggio ― che ci volete fare, Nosferatu si divertiva così. Una volta in città Nosferatu trova la via per il collo di Ellen, che si sacrifica per l’umanità: lascia che Nosferatu si strafoghi, distraendolo così dall’arrivo dell’alba…
Guardando Nosferatu tu spettatore non hai paura solo del personaggio, del suo corpo ingobbito, delle dita puntute e unghiute ― le mani di Freddi Kruger ne sono l’evoluzione 80s ― della testa abnorme, dell’andatura che non ha nulla di elegante, nulla di nobile, ma sembra stentata, fin goffa, non hai paura solo di lui, hai paura di TUTOQUANTO. Degli altri personaggi, di cosa sono, cosa fanno, cosa potrà capitare loro. Sei uno stato di all’erta costante. Solo i grandi film del genere ti tengono così, per il coppino ― e qui ricito “Shining”, in cui non sei solo terrorizzato da Jack Torrence e dalla pazzia che si sta gradualmente impossessando di lui, ma anche dal peso occulto che senti gravare sopra l’Overlook Hotel. Sei come circondato dal pericolo: il cattivo in carne e ossa spande terrore di per sé e attorno a sé. E come ci riesce Murnau? Sia attraverso tecniche di enfatizzazione del sinistro e del macabro. Sia attraverso la contrapposizione. Nel primo caso abbiamo scene davvero lugubri, come quella del funerale: nelle strade deserte della città scivolano le bare con le vittime della peste. Formalmente l’inquadratura è molto accattivante e insolita: le bare, rette a spalle dai portatori, scendono in verticale giù per l’inquadratura, non sfilano orizzontalmente da destra a sinistra o viceversa. Piovono verso di noi, come se Murnau volesse farcele piovere in grembo, come se volesse dirci, guardate che non siete poi così distanti da tutto quello che sta accadendo qui…
Abbiamo anche battute ― centellinate, come muto vuole ― e assestate in maniera strategica, tipo un presago “nessuno sfugge al proprio destino”, buttata lì a 5 minuti dall’inizio… Nessuno vuole sentirsi dire “nessuno sfugge al proprio destino” ― men che meno un Hutter in procinto di partire per la Transilvania…
Nel secondo caso abbiamo una natura bucolica, quasi romantica: i giardini, i fiori, tante le scene outdoor con il vento “che scompiglia” gli alberi. Contrapporre a questa natura in fiore, una sovra-natura mortifera come quella traghettata da Nosferatu ribadisce l’idea che tutto è minacciato da questa presenza, da quest’ombra, che è ben più di un conte, di un conte Olock. È il male. Il nero, che scivola non visto nelle nostre vite e che porta il discorso su un piano metafisico. E metafisico è anche il carattere di alcune immagini. Il quartiere diroccato, per esempio. L’ombra di Nosferatu con in groppa una bara, una semplice porta aperta… Ditemi se a voi non ricordano, anche solo a sentirle descritte, certi quadri di De Chirico, con quelle pietre, quel silenzio lordo che grava su di loro… Oppure certe scene di Bergman ― il Posto delle fragole, per esempio, oppure Il settimo sigillo. E sapete, anche se l’oscuro e l’ombra sono i due compagni inseparabili di Nosferatu, personaggio e film, la singolarità di questo film, e di tanti film che smuovono paure profonde, è l’impiego della luce del giorno. Nei film che ho citato qui sopra il pauroso si manifesta sempre alla luce del sole, in pieno giorno. Se volete vedere una delle scene più horrorose della storia del cinema ― almeno per me, che non ho il coraggio di rovistare qui fra Lynch e Kubrik ― è il sogno del vecchio professore nel “Posto delle fragole”. Se avete 4 minuti, investiteli qui immediatamente https://www.youtube.com/watch?v=xbM4kltF57o
Tutto questo per dire che l’ombra di cui è portatore anche Nosferatu, si staglia ancor più nera di giorno, perché lui, il conte Olock rappresenta proprio il nero che cola nel bianco, il diabolico notturno nel placido diurno (anche se pensavate dominguez), l’occulto nel manifesto. E anche se il film è imbevuto di espressionismo e ospita i germogli del pensiero e delle espressioni avanguardiste del primo ‘900 ― abbiamo detto De Chirico, ma vorrei citare anche l’istallazione ambientale “Etant Donnés” di Marcel Duchamp, giusto per mettervi un po’ di curiosità 😉 ― nasconde al suo interno certe istanze di espressività romantica che riportano alla memoria non solo la letteratura gotica, ma la pittura di quell’epoca. Non ditemi che negli occhi sparati-sbarrati di Nosferatu non rivedete lo sguardo giallo del cavallo con cui Fuessli rese famoso il suo quadro “L’incubo”?
Un altro elemento su cui vale la pena riflettere è il tipo di Conte che Murnau ci propone. Un conte che non ha nulla di un conte. Non è classy, non è accattivante. Non è Tom Cruise de “Intervista con il Vampiro”. Non ha nemmeno il portamento di Gary Oldman, il Conte Vlad di Coppola. Guardiamolo bene, questo sgorbietto ingobbito: cammina come se il famoso paletto di frassino avesse visitato certo hinterland del suo corpo di cui è meglio non dire (!), ha un paio di incisivi platealmente posticci, che sono anni luce dai canini affilati e verosimili dei Draculi ― oddio l’hinterland nel plurale! ― che l’hanno succeduto. Murnau sa benissimo quello che sta facendo. Non cerca la verosimiglianza, non vuole un personaggio umano. Nosferatu è quanto di più lontano dall’umano uno possa immaginare: è esattamente il suo contrario. È il mortifero, colui che succhia il sangue, ruba la vita e porta la fine. Quello che striscia nel giorno degli uomini e semina la tenebra e la paura. Non è un “Conte Vlad”: è l’incontrollabile, l’imprevedibile, l’eversivo. Il diavolo della Tasmania (!) che porta scompiglio nei giardini all’inglese che abbelliscono, molto middleclassy, molti esterni del film. Nosferatu è quello che non ti aspetti ― e per questo l’impiegato fracchiano Hutter e tutte le vittime rimangono fregati: non ti aspetti nulla di tutto ciò. I presagi che costellano il cammino di Hutter o le visioni della moglie Ellen servono a costruire il clima “There-is-something-wrong-here”, ma non spiegano nulla su di lui, su Nosferatu, che rimane ― anche dopo la visione del film, anche dopo tutti questi anni ― un enigma.
Pertanto il discorso a cui apre Murnau è molto più profondo rispetto a una semplice storia di paura. Nosferatu rappresenta forze che noi non abbiamo la facoltà di controllare, ma che possono entrare nella nostra quotidianità e marchiarla ― due denti in un collo tenero… ― e sconvolgerla. Il film scandaglia proprio il mondo del possibile: guardate qui cosa PUO’ accadere in ogni momento, ci butta lì Murnau. E questo fa più paura di qualsiasi notte buia e tempestosa.
Per questo il regista aveva bisogno di caratteristiche che allontanassero quell’essere quanto più possibile dall’umano. Più che un corpo Nosferatu sembra Gregor Samsa in piena metamorfosi da Gregor a scarafaggio ― e by the way, il kafkiano mi sembra circonfondere tutta la pellicola ben più del mistero di cui si diceva sopra. Quindi in realtà, anche se Muranu è stato accusato di plagio, l’essere/nonessere che ha tirato fuori dal suo nero cilindro è lontanissimo dal protagonista descritto da Bram Stoker nel suo romanzo. Quindi, riguardo alla denuncia di plagio, posso dire con tutti i poteri conferitimi dalla Lezmuviana Chiesa, ego te absolvo, Friedrich 🙂

E ora, nosferati, apprestiamoci a un film di tutt’altra pasta

IL CASO SPOTLIGHT
di Tom McCarthy

Let’s switch. Dalle raffinatezze del 1928, passiamo alle barbarie del nostro tempo. Candidato a un milione di Oscar ― 6 fuor di lievito ― il film racconta l’indagine di un team di giornalisti del Boston Globe che portarono alla luce alcuni casi di pedofilia insabbiati dalla Chiesa americana (non quella Lezmuviana naturalmente) e che valse loro il Pulitzer nel 2003.
Proporre questo film per noi è necessario, soprattutto in questo momento, in cui la Chiesa, attraverso le vie infinite e traverse che percorre, ha sempre il modo di penetrare e condizionare la vita anche di coloro i quali la vivono senza credere che il divino dimori in un sarcofago di marmi e urne, tavole e parabole, sacramenti e comandamenti…

Prima di concludere, applaudiamo Gianfranco Rosi, che ieri ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino con “Fuocoammare” ― lo trovate in questi giorni dal Mastro 😉
Tanti complimenti, tanta gioia e una speranza: che non sia come “Sacro GRA”…

Nel Maelstrom sparpaglio quattro parole su un film verso il quale avevo una schiera di pregiudizi boardiani. Raccoglietele, ‘ste quattro parole, dai 😉
Poi il riassunto, che non serve perché vi ho già fatto spoiler sul film sopra ― anch’io percorro vie infinite quando si tratta di indebolire il potere dei riassunti…
Poi vi mando i miei saluti, stasera, agghiacciantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Martedì mi sono aggregata agli Anti-Moviers ― mi hanno gentilmente accettato fra le fila del dissenso 🙂 ― e s’è visto “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese.
Il film non mi ha detto nulla di non schon-gesehen (che vuol dire dejà-vu): gruppo di amici affiatati intorno a un tavolo, serata di segreti che si scoprono ― o rimangono coperti ― a dimostrazione di quante maschere indossiamo con gli altri, quante identità celiamo agli altri, quanto pesante sia la sporta dei non-detti che portiamo in giro, il sorriso sulle labbra…
C’è un’armonia rara fra gli attori, tutti bravi presi singolarmente e tutti bravi in gruppo. Le battute non sono mai scontate, il ritmo tiene sempre e il finale, be’ finalmente un finale che svolta… Certo, il cinema, specie degli ultimi anni, è pieno di tavole e tavolate di amici-nemici che si (s)coprono nel corso di una serata ― se li contate sono davvero una quantità imbarazzante… Ma Genovese ha fatto bene il suo dovere. Se volete tirarvi su il morale davanti alla bravura degli attori di casa nostra e tirarvelo giù per l’umanità che rappresentano, andate a vederlo.
In una DROP, “utile ma non indispensabile”.

IL CASO SPOTLIGHT: La storia del team di giornalisti investigativi del Boston Globe, soprannominato Spotlight, che nel 2002 ha sconvolto la città con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali, in un’inchiesta premiata col premio Pulitzer. Quando il neodirettore Marty Baron arriva da Miami per dirigere il Globe nell’estate del 2001, per prima cosa incarica il team Spotlight di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di trent’anni. Consapevoli dei rischi cui vanno incontro mettendosi contro un’istituzione com la Chiesa cattolica a Boston, il caporedattore del team Spotlight, Walter “Robby” Robinson, i cronisti Sacha Pfeiffer e Michael Rezendes e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll cominciano a indagare sul caso.

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