LET’S MOVIE 275 propone LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT e commenta IL CASO SPOTLIGHT

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LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT
di Gabriele Mainetti
Italia, 2016, ‘113
Lunedì 29 / Monday 29
22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Muriwai Moviers,

Non è che mi aspetti che voi conosciate la geografia mondiale, sia chiaro. Io stento a mettere certi capoluoghi di provincia nelle rispettive regioni ― Pistoia e Chieti suonano molto bene all’orecchio, ma collocarle in uno spazio preciso mi è sempre risultato assai difficoltoso. Non parliamo poi di certa porzione d’Europa dell’Est, o di certe zone fra gli Urali e Vladivostok che associo alla Transiberiana e a un poema di Cendrars che consiglio ai pazzi a leggere…ma vedete, sono già andata fuori tema…

Sapere tutto non si può, ma il fatto di partire alla volta della Nuova Zelanda per il mese di marzo, mi ha permesso già di scoprire che a 45 km da Auckland c’è questa spiaggia famosa per il suo color antracite contro cui s’infrange un mare grosso e turchese. Sì sto utilizzando la geografia per distrarvi dal nocciolo della questione. Che io parta di nuovo, a un mese e mezzo dalla Tasmania, lasciandovi qui, è un fatto che potrebbe valermi decenni di lavori forzati. E infatti per questo sto stendendo metri e metri di sciocchezze attorno a questo fatto. Punto a distrarvi, a stordirvi, sperando di riuscirci. 😉 A me è bastata l’idea di una spiaggia d’ebano contro onde celesti a distrarmi da tutto quello che un essere umano medio deve fare, a stordirmi, lasciandomi lì, con quella zuffa di colori ribelli da gestire ― nero e azzurro e le loro zuffe…
Qual è la ricaduta che questa partenza avrà su Lez Muvi? Be’, presto detto. Se Lez Muvi si prende un mese sabbatico, i Moviers hanno diritto a un mese di sabbatico. 🙂 Niente pippone da sporzionare e digerire durante la settimana. Niente appuntamento settimanale a cui precipitarsi e dove trovare sempre della confusione ― posti non prenotati, posti occupati, posti miracolosamente rimediati, posti in umido, posti al forno, posti fritti… 🙂 🙂 Un periodo dal 6 al 27 marzo in cui vi si chiede unicamente di far scivolare le vostre DROPS ―le vostre perle di cine-saggezza sui film che vedrete e vorrete condividere ― lungo la pancia del mondo, cosicché mi raggiungano in pieno emisfero australe. Io ne fermerò la discesa verso il nulla ― oltre la Nuova Zelanda, non mi risulta esserci più nulla, ma io sono pur sempre quella con delle gravi difficoltà a collocare Pistoia e Chieti sul territorio italiano, quindi di là dalla Nuova Zelanda potrebbe anche tripudiare tutt’un continente a mia insaputa.

Pertanto riaprirò il DROP BOX, lo scrigno in cui riporrò con cura le vostre perle di cine-saggezza, sperando che sia ricco come al ritorno dalla Tasmania. Non avete nessun altro obbligo se non quello di andare al cine e sintetizzare in una manciata di parole, la vostra opinione sui film visti in modo da fare un servizio alla comunità. Se non avessi proposto “La corrispondenza” a Lez Muvi e qualcuno avesse coniato una one-word DROP, tipo “Strazio”, ci saremo evitati due ore a combattere tra la vita e la morte… Non sottovalutate l’effetto devastante di un film brutto sull’organismo umano-lezmuviano. Un film brutto è come un sacchetto di nylon: impieghi 500 anni a smaltirlo.
Sì Fellows, con le DROP operate attivamente all’interno della cinecologia ― andiamo oltre le facili assonanze tra WWWF e Vagisil eh.

Sono lieta che l’ultimo pippone pre-partenza sia dedicato al “Caso Spotlight”. E non sapete che razza di lietezza (??) mi ha colto martedì sera quando ho visto il Big Beauty svettare in tutta la sua bigbeautyness davanti all’Astra. E dentro, accanto al bancone, come due che aspettano un biplano per Casablanca nel ‘40, la BB e il Felix. E a fine film, spunta come un bateau ivre la Whynot, con l’amica Marina ― del resto dove doveva spuntare il bateau ivre se non accanto a una presenza marina? 😉
E vogliamo parlare dell’Honorary Member Mic in sync da Vicenza, e senza nemmeno l’ora di fuso stavolta?? 🙂

Spotlight è il nome della squadra investigativa all’interno del Boston Globe che si occupa di far luce ― di qui il nome ― su casi e fatti di cui, per un motivo o per l’altro, per mano di questo o quell’altro, non si parla. In questo caso siamo nel 2001, quattro sono i giornalisti coinvolti, e l’inchiesta riguarda “alcuni” episodi di pedofilia ad opera di preti, strategicamente occultati da Santa Romana Chiesa, Filiale Massachusetts. Il film parte cauto, noi spettatori in simbiosi con questi quattro giornalisti: noi e loro non ci aspettiamo minimamente che “alcuni” episodi si trasformeranno in 78 vittime di abuso, così come non ci aspettiamo che dietro a questo atto di occultamento di cadaveri abbia operato la Chiesa con una lucidità, con un’impudenza e una criminosità di provenzana memoria.

Ed è proprio questo aspetto che Marty Baren, il nuovo direttore del giornale, tanto apparentemente algido quanto professionalmente capace, vuole portare a galla. Il sistema di gestire questi casi da parte della Chiesa, che semplicemente “trasferiva” i preti accusati di pedofilia, prevedeva loro un qualche periodo sabbatico e poi li riassegnava a una nuova parrocchia. Baren, e il regista McCarthy ― trovo ci sia una felice sovrapposizione fra direttore del giornale e delle riprese ― vogliono entrambi attirare la nostra attenzione sull’opera di fredda chirurgia svolta dalla Santa Sede per non far trapelare nulla. In questo disegno che ricorda i peggiori disegni della mafia di casa/cosa nostra, rientrano, oltre a sparizione di prove e cavilli legali per cui certi documenti non possono essere consultati e resi noti, anche vere e proprie intimidazioni da parte della lobby ecclesiastica bostoniana nei confronti sia delle vittime che del team Spotlight, soprattutto da parte del Cardinale Law, il vero Richelieu dietro a tutta questa storia. “Vero” perché così come tutta la vicenda è esistita, così lui esiste. Vive, vegeta e predica. Alla fine scopriamo anche dove, in questo momento. Guess where… A Santa Maria Maggiore, Città del Vaticano, 00120 Roma, dove svolge l’attività di Arciprete… Sì avete capito bene: dopo aver minacciato, intimidito, occultato, il Cardinale Richelaw è stato sollevato e trasferito, reiterando lo schema bostoniano, e continua a operare… Come si chiamano quelli che minacciano, intimidiscono, occultano e la passano liscia? Impuniti? Ecco sì, impuniti.. Ma certo questo nostro Papa brasiliano ci piace così tanto, è un comunicatore così eccezionale, sta facendo così tanta pulizia che Città del Vaticano è lustra come un pavimento lucidato da perpetua mano…
“Il caso Spotlight” non ci apre solo gli occhi su una faccenda abominevole capitata in una città 99,9% cattolica, ma ci fa riflettere sull’Istituzione tutta della Chiesa. Che la casa di Dio abbia sistematizzato e benedetto un pattern criminoso dovrebbe bastare a far fuggire file e file di fedeli dai banchi. Quando hai menzogne scritte nero su bianco dentro annuari, e faldoni di documenti. Quando hai numeri e cartacanta, l’emotività slitta in secondo piano. Sei indignato, e deluso, ma non piangi. Ho apprezzato sopra ogni cosa il modo assolutamente compassato assunto dal regista, che ha alimentato proprio la razionale indignazione alla pancia. “Il caso Spotlight” non è “Sleepers” ― gran film che ci piacque molto, intendiamoci, ma che puntava a ribaltarci lo stomaco e a farci piangere. Nel film di McCarthy non si lavora di flashback, di dettagli concreti che avrebbero portato il film a seguire la via emotiva, o morbosa. Il regista vuole colpire al cervello. Per questo omette l’armamentario del particolare ― molto spesso a rischio prurigine ― per tenere l’obbiettivo incollato alla metodica perversa sottesa alla gestione di questo caso da parte della Chiesa. Ho detto che il regista e il direttore del giornale sono molto simili perché il direttore aspetta pazientemente di giungere alla scoperta di questo sistema prima di pubblicare l’inchiesta. Non cede alla foga di uscire con la notizia, e nemmeno al rischio di vedersi soffiare la notizia dai rivali dell’Herald. Pazienta. Per sbatter il mostro in prima pagina, devi saper aspettare.

Come dicevo, un film compassato, o meglio, controllato, fatto di dialoghi fittissimi, ma non stordenti come quelli di “La grande scommessa”. Devi stare attento, ma il regista takes care of you, non vuole perderti. Quindi sviluppa l’indagine in modo che tu abbia chiari tutti gli elementi, e anche i personaggi. Delle vite private dei quattro membri del team Spotlight sappiamo poco o nulla ― parlano quasi esclusivamente del caso ― eppure ci piacciono, questi stacanovisti che non posano un secondo biro&notes. Ci piacciono tutti. Soprattutto il capo della squadra interpretato da Michael Keaton ― bravo come in Birdman ― e Mark Ruffalo, che spero non vinca l’Oscar solo perché l’Oscar per miglior attore stasera DEVE andare a Leonardo Di Caprio, altrimenti marciamo su Hollywood. Cos’ha Ruffalo di speciale? Essere diventato il personaggio. Metodo Stanislasky duro e puro. Immersione totale nel ruolo ― ricordate De Niro in “Toro scatenato”? Ecco. Ruffalo appare sempre tutto storto quando è seduto su una sedia o quando cammina per strada; ha un modo tutto suo di reggere il telefono fagocitandone la cornetta nell’incavo della spalla, come se non riuscisse a tenere a bada la foga di sentire cosa gli stanno per raccontare; salta di qua e di là per la città, sborsa 80 dollari per una manciata di fotocopie e non gli interessa di vivere in una catapecchia, pur di scoprire la verità e “dire le cose” ― non credo sia un caso che la redazione finale dell’inchiesta spetti proprio a lui.
Guardando questo film entri in contatto anche con il sacro fuoco del lavoro del giornalismo. Quello era il 2001 e la rete aveva ancora da impattare così massicciamente come oggi sul modo di fare informazione. Era ancora un giornalismo old school ― biro&notes alla mano, dicevamo ― e old school forse risulta anche la dedizione con cui questi quattro giornalisti si sono spesi nel loro lavoro. Chissà se oggi le inchieste vengono condotte con tanta voglia di arrivare alla verità, e non ai 5 minuti di gloria del giornalista letto e ascoltato da milioni di persone, la hype che questo produce su di lui… Mi riferisco alla necessità di raggiungere la verità: la verità come obbiettivo finale, non il numero di copie venduto, lo share conquistato. Che tipo di giornalismo abbiamo oggi? Che tipo di reazioni suscitano inchieste scomode di quel genere? In America l’indagine condotta dal team Spotlight è valsa al giornale il Premio Pulizer nel 2003. In Italia, a fine 2015, il Tribunale della Santa Sede chiama a giudizio Fittipaldi e Nuzzi per aver indagato sugli sperperi in seno alla Chiesa, e lo Stato Italiano non ha mosso un dito. What?, soprassalto io sulla sedia degli anni 2000, giornalisti davanti ai giudici del Papa? E cos’è, la Santa Inquisizione? Io do spesso addosso all’America, lo sapete. Ma ogni tanto dovrei guardarmi sotto l’ombelico e fare i conti con quello che questa nostra terra matrigna ci propone.
Rientro a nuoto dal mare aperto di considerazione a cui vorrei dar sfogo qui per notare un ultimo punto a favore del film. “Il caso Spotlight” contiene un’inchiesta parallela all’inchiesta principale. All’inizio veniamo a conoscenza del fatto che già a inizio anni ’90 il Boston Globe aveva ricevuto un paio di segnalazioni su quanto stava capitando nelle sacrestie di un paio di parrocchie. Il giornale ricevette anche la soffiata da parte dell’allora avvocato del Cardinale Law. E non fece niente. Lo spettatore s’interroga per buona parte del film: sul tavolo di quale giornalista saranno arrivate le segnalazioni? Chi ha insabbiato la notizia all’interno del giornale, acconsentendo, più o meno volontariamente, al piano della Chiesa? Alla fine lo scopriamo, assieme al personaggio stesso, ed è un colpo di scena riuscitissimo ― non te l’aspetteresti, proprio LUI. E quando il nostro dito indice è lì lì per farsi Colt e puntarlo ― tu quoque! How dared you?!― in men che non si dica siamo pronti ad abbassarlo: non si può condannare la fallibilità umana. Siamo fallibili, il Direttore lo dice al personaggio: non possiamo ipotizzare marciume dietro ogni storia, non possiamo avviare inchieste per ogni singola segnalazione.
Quest’indagine parallela non costituisce un semplice plusvalore nell’economia del film: è una componente a mio avviso vitale, che ribadisce l’aspetto umano di questi uomini che, a uno sguardo frettoloso, potrebbero risultare come una squadra di super eroi. Il regista tiene a farci capire che no, non sono i Fantastici Quattro. Sono essere umani, con i loro errori sulle spalle, con i loro matrimoni naufragati, e con un’evidente ossessione per il lavoro.

Gran colpo di coda del regista, che decide di raccontare tutta la verità nient’altro che la verità ― vista la tanta carne al fuoco, avrebbe potuto tacere questo aspetto. Così facendo, oltre a onorare la verità tutta la verità nient’altro che la verità, mette il film al riparo dalle possibili accuse di rappresentazione superomistica del Team ― scampato pericolo di avanti-miei-prodi, di forze del bene che agiscono contro le forze del male. Nulla di tutto ciò.
Consiglio a tutti, Moviers e Anti, di recuperare il film. Anche perché è un miracolo ― e qui c’è uno zampino divino forse ― che sia sbarcato in Italia e che la Santa Sede non abbia messo i baculi (baculi??) fra le ruote. NON perdetelo…
E ora Fellows, un film che attendevamo sin dalla Festa del Cinema di Roma

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT
di Gabriele Mainetti

Anche questo film, mi viene da dire, non perdiamocelo. È un fantasy non-fantasy, descritto come una delle rivelazioni dell’anno. Non so voi, ma quando una cosa è e contemporaneamente non è, a me parte un trip amletico in cui devo assolutamente imbarcarmi.
Ricordo inoltre che il film aveva raccolto applausi e bocche aperte alla Festa del Cine. Io mi ero fatta la noticina mentale di non lasciarlo scappare ai Moviers.
Imbarchiamoci 😉

Nota di servizio: essendo il film previsto per un Lunedì a 5.50 Euri, cercate di arrivare un po’ prima, verso le 9:46 pm, così siamo sicuri di trovare posto tra i braccini degli spettatori del lunedì 😉
Allora, ricapitolando, in mia assenza, cine, cine e ancora cine. DROPS, DROPS e ancora DROPS ― [email protected] 🙂
Ve ne anticipo due mie nel Maelstrom di oggi.

Io cercherò di infilare in quest’ultima settimana “The Room” (in uscita giovedì), e se voi riuscite a trovare una sala in cui proiettino “Anomalisa”, del genio Charlie Kaufmann, please please please andate a vederlo. Io prego di trovarlo in aereo.
Io cerco di sopravvivere laggiù e tornare più Hulk, anzi più Haka, che mai. Ci rivediamo ad aprile per vedere i risultati… 😉

E stanotte Fellows, mentre io e la Honorary Member Mic saremmo in sync davanti alla tv, mandate tutti un pensiero a Leonardo Di Caprio, cosicché una valanga di buoni auspici lezmuviani arrivi dalle parti del Kodak Theatre, 6801 Hollywood Boulevard, e gli faccia vincere ‘sto benedetto Oscar. M’importa solo quello. E anche magari una statuetta sulla fiducia al citato Anomalisa o, all’evenienza, al ghibliniano “Quando c’era Marnie”… 😉

E ora il Maelstrom, il riassunto per mia gentil concessione e dei saluti, oceanicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

 

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi due DROPS by The Board:

Se siete rimasti fulminati da Eddie Redmayne in “La teoria del tutto” e dalla sua straordinaria interpretazione nel ruolo di Stephen Hawking, non vi lasciate ingannare dal mélo patinato pettinato di “The Danish Girl”… Troverete i suoi ammiccamenti eccessivi e fastidiosi e rimpiangerete i panni del genio sfortunato che frugò nei buchi neri.
Investite i soldi in Spotlight… 😉

Nell’ultimo Lez Muvi avevamo salutato la vittoria di “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi al Festival di Berlino con queste parole: “Tanti complimenti, tanta gioia e una speranza: che non sia come “Sacro GRA”…”
È come “Sacro GRA”.

🙁

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT: Enzo Ceccotti entra in contatto con una sostanza radioattiva. a causa di un incidente scopre di avere un forza sovra umana. Ombroso, introverso e chiuso in se stesso, Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia, convinta che lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’acciaio.

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