Posts made in marzo, 2016

LET’S MOVIE 276 propone IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI e commenta LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

LET’S MOVIE 276 propone IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI e commenta LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI
di Samuel Benchetrit
Francia 2016, ‘100
Martedì 29/Tuesday 29
21:30 / 9:30 pm
Astra/Dal Mastro

 

Maori Moviers,

Ecco, se c’è una cosa che della Nuova Zelanda non ho capito molto bene sono loro. Cioè li vedi ma non sembrano i Maori che millenni di immaginario collettivo hanno dipinto. Pochi tatuaggi, pochi occhi spiritati ed espressione da unni, così come vengono descritti ― vengono descritti così, assai bellicosi e molto Haka, se avete presente la danza degli Old Blacks. Ho chiesto a un neozelandese se la “questione Maori” sia ancora aperta, se siano integrati oppure sempre oggetto di discriminazione dalla maggioranza anglo-white. Laconicamente, il neozelandese mi ha risposto che non c’è nessuna questione maori, che non è come il razzismo negli USA ― lì sì, sono ancora impelagati con il colore della pelle, ha tenuto a precisare. Casomai si può parlare di “cultural discussion”…
“Cultural discussion” ― sei una pivella quanto a eufemismi, mi sono detta fra me e me, davanti a quel volo pindarico nei cieli della dialettica bianca. In verità il problema è forse più economico e legato ancora all’interpretazione di un vecchio trattato fra Maori e Regno d’Inghilterra: i primi pensano che la terra sia di loro proprietà, e i  secondi che pensano la stessa cosa… Le “solite schermaglie” tra coloni e colonizzati…

A ogni modo, Moviers, la Nuova Zelanda è la terra dei giganti, in cui i giganti, timidi, si mimetizzano per bene nel paesaggio, e tu non li vedi. Tu vedi solo il paesaggio, green&clean, come lo definiscono in loco. Il luogo dove, non a caso, hanno girato “Il Signore degli Anelli”, e secondo me senza far ricorso a effetti speciali di sorta. Lì è tutto un effetto speciale.! Le foreste di palme fittissime ― mastodontiche, carnose come certa ciccia di certe piante grasse, che qui naturalmente non sono grasse, ma obese. E altri alberi con un tronco tutto radici e insenature e cunicoli e ripari, quelli in cui vorresti nasconderti e non farti trovare mai più.
E il mare, che io ho già definito ad alcuni di voi, l’animale, o come dico io, l’animaRe… È stata una lotta in cui ho sempre praticamente avuto la peggio. Sempre. Le uniche volte in cui mi ha lasciato credere di potermi fidare, era tutto frutto della mia immaginazione, e lui, Lui, si faceva beffe di quel microbo di corpo estraneo italiano che cercava di farsi strada nel suo organismo blu. Durissima, all’inizio, sì, riuscire a farmi accettare… Poi piano piano capisci come funziona e lui ti concede un po’ pietà. Ma servono muscoli (tanti), e concentrazione (tanta), e sopravvivenza (una). Non puoi distrarti un attimo. E vorrei fare la silly di sempre e buttarla sul ridere, ma davvero non c’è niente da ridere con un tipo così suscettibile… C’è da avere paura. Vera. Poi quando regala un po’ di piatta, quando senti che il montare delle onde si prende due minuti di pausa e tu fili spedito, è un’esperienza che ti ripaga di tutta la fatica ― e della gran strizza. Tenete presente che è il mar dei surfisti, ed anche quelli sono uno spettacolo― e no, non per via dei fisici statuari, cosa andate a pensare! 🙂 Per via della danza che danzano sulla cresta dell’onda, e per via della pazienza con cui aspettano quell’onda. Li vedi uscire, a decine e decine, ragazzi, ragazze, vecchi, ragazzini. Armati di qualsiasi tipo di supporto, tavole da 2 metri, o boogie non più lunghe di metà gamba. Escono incontro a quell’animale, ci lottano un po’. Aspettano. E quando lei arriva, The Wave, si buttano, tra il matto e il macistico, e fanno tutto il possibile per starci in cima, and hold the surf… C’è un istante che potrebe durare secoli, in cui ti pare ci sia una mano tanto gigantesca (!) quanto invisibile che usa loro e la loro tavola come ago e filo per ricamare la cresta. Dura poco, ma che sartoria da haute couture!

A Muriwai Beach è tutto molto scandito dalla luce e dal buio, dai minuti che sgrani dall’orologio a seconda delle maree e del movimento del sole nel cielo. Le persone vivono molto l’outdoor, è vero, ma per rientrare poi indoor verso le 8 pm, e non muoversi più. Sono stata immersa in un cuore verde per quasi tre settimane, e quel verde, i suoi infiniti sfumati che non riuscirei mai a descrivervi qui se non cominciando un “50 Shades of GREEN” ― ma questo, dopo il GREY di E.L. James, non lo vuole nessuno ― quel verde lì, per la maggiore, è molto simile all’Irish green. Se avete visitato le coste a sud dell’Irlanda, sapete bene di che parlo. Quel colore che brilla anche quando ti diluvia addosso il diluvio universale, anche quando la nebbia è talmente fitta da renderlo un catarifrangente che t’illumina la via. Ecco, il verde neozelanda è più o meno così. Però declinatelo negli scuri della giungla fitta fitta, e negli oliva delle piante grasse grosse e nei pallidi di certa microboscaglia che costeggia le dune delle spiagge…
Auckland, se posso, è la parte incolore della Nuova Zelanda. Sarà che un paese così non concentra la sua forza nel metropolitano. Il suo dio, abbiamo detto, è altrove, negli elementi. L’ho vagata propositiva, nella speranza di trovare un centro che potesse fungere da cardine, e io da porta. O qualcosa che potesse somigliarci anche lontanamente. Me lo sarei fatta andare bene. You know, ci sono quelle città sprovviste di centro ― e non mi riferisco alla banale “piazza” all’italiana. Intendo il punto metaforico, la Stella Polare/Croce del Sud civica. Prendete l’immagine del compasso: Auckland non affonda l’ago da nessuna parte, non è àncorata a nessun tratto distintivo. È come se avesse quella gambina che traccia cerchi su cerchi, ma senza avere una colonna identitaria su cui poggiare. Succede molto spesso con le città del Nuovo Mondo. Ma per esempio se andate a Chicago, farete tutt’altro tipo di esperienza… E anche a Toronto, Montreal.
Ma se avete la fortuna di prendere un ferry e salpare alla volta di Waiheke Island, a 45 minuti dalla città, rieccovi, in pieno Borneo ― dove non sono mai stata, ma quella è l’idea che ho di lui. Vegetazione subtropicale, umidità potente, mare pulito ma un po’ da pirahana. Un posto da Conrad e Colonnello Kurz… Un posto che non scorderò.

E salvo assolutamente Devonport, un quartiere-isola che raggiungete sempre in ferry, a nord di Auckland. Lì si respira tutt’altra aria. È piena di quelle casette che fanno Nuova Inghilterra o Vecchia Europa, a seconda da che parte del mappamondo colonialista lo guardate. Ho passeggiato fotografando steccati color pastello e scandole in coordinato, prati perfetti e dondoli in veranda. Ho sbirciato dalle porte aparte per far passare la brezza dell’una. Solo sbirciato. Chissà quanti cadaveri sezionati in porzioni uguali e diverse riempiranno i freezer di quegli scantinati… Del resto nulla è quello che sembra. Devonport mi è piaciuta proprio per quello. Immaginare il sordido dietro il candido, dopo la prevedibilità di Auckland, mi ha galvanizzata tutta.
Se poi decidete di andarci, preparatevi un bel portafogli gonfio di dollari neozelandesi. È molto cara, non solo la città, ma tutta la Nuova Zelanda. In tutto. Dagli affitti al supermercato. Ma posso darvi delle dritte su certi shops vintage affatto male ― Tatty’s, per esempio… 😉

E i neozelandesi. Riservatezza e timidezza sono i tratti distintivi principali. Sono come i kiwi, i volatili che li rapprensentano, che esistono, ma nessuno li vede, dato che preferiscono disertare la luce del giorno e frequentare il cuore della notte. I kiwi ― gli umani ― sono esattamente così. Timidi fino allo schivo. Solitari ― me and my bike, me and my hiking boots, me and my board (inteso come tavola da surf, non io!). Lo sport è molto più di una religione ―e forse per questo la Nuova Zelanda non ha una religione, ne ha infinite e nessuna, e una su tutte, lo Sport. O meglio, l’attività fisica outdoor. In ogni forma e declinazione che vi passano per la mente. Voi credete che io sia una sportiva? Be’, per lo standard neozelandese sono una beginner! Ma proprio proprio matricola da primo anno alla festa d’iniziazione della confraternita Sigma Alpha… Vi risparmio il mio primo sabato mattina, trascinata a fare mountain-bike estremo a Woodhill, temibile percorso in mezzo al bosco concepito per i pazzi. Mi sono chiesta, per ogni singolo metro di sterrato pedalato ― in salita e in discesa ― se fosse quello il modo in cui le stelle avevano scritto “Dipartita Board, Woodhill, marzo 2016”…
Poi ovviamente ci sono le eccezioni ― le eccezioni, Dio le abbia in gloria, perchè hanno il potere di rovesciare tutto, di portare dello speziato persino dentro il blando apporto vitaminico di un Kiwi… E allora incontri Robin, un bagnino di 80 anni con 50 anni di servizio alle spalle, un ironman, un numero infinito di maratone e mezze maratone e triathlon all’attivo, che t’insegna come fare a non soccombere troppo platealmente al mare. E ti dice, let the wave slide over you… E tu lo guardi, e damn it, lui nuota con l’eleganza di un sirenetto, e tu, gosh, sei goffa come un nerd in un negozio di Victoria Secret, e ti fai accartocciare e gettare via come un compito da “gravemente insufficiente”. Lui, Robin, dopo una prima figlia avuta a 68 anni, decide di mettere al mondo due figli via inseminazione artificiale, alla tenera età di 73 e 75 anni ― quando la meccanica fa i capricci, la scienza ti salva…
E poi ti racconta dei suoi 14 mesi nell’Antartico, a catalogare pennuti vari.
Io: “What?!? 14 months??”
Lui: “Yeah, not that much”.

Ho scordato di dirvi che i neozelandesi sono per il profilo bassissimo. Se mostrate loro le ruote su cui la Santa Inquisizione torturava gli eretici, vi diranno, “Could have been worst…”. I neozelandesi sono anche per il “comfy”, che temo, ai miei occhi, sconfini nel trucido. E qui devo essere onesta. Anche in piena “city”, dove ti aspetteresti un po’ di forma, non vedi un bel portamento a pagarlo cash. Non vedi una ragazza che si ravvia i capelli in quel certo modo parigino che potrebbe stendere milioni di maschi, non vedi un ragazzo che cammina come se fosse Child Rowland ― non sapete chi è, ok, ma vi basterà sapere che per Robert Browning era un gran fico diretto a una torre scura… I neozelandesi camminano scalzi. Per la città. A tutte le età, dai 0 ai 90 anni. A me par di prendere le verruche anche solo posando a terra lo sguardo, figuriamoci i piedi, quindi li guardavo con della serissima riverenza. Questa è la “New Zealand way”… “Laid-back” si dice, se volete segnarvi il termine. Scarpe da ginnastica sotto il tailleur.
Però, come dicevo all’inizio, quella è la terra della Natura, e alla Natura non può fregar di meno di risvolti e passamanerie. In quel paese ci si va per sentirsi minuscoli e ascoltare gli scazzi del mare quando non ne può più e sbotta in una sequenza di lamentele senza fine, che noi prendiamo per onde, ma che in realtà sono certe sue patturnie. E ci vai semplicemente per capire che lo spazio può piegarti in due, oppure farti respirare come se avessi dei polmoni nuovi e potessi sentire dentro, anche solo per una frazione di secondo, tutto quel paesaggio che esiste fuori ― una sensazione che avvertite in determinati momenti, guardando certe scogliere, o certi tratti di spiaggia obbiettivamente troppo estesi, obbiettivamente troppo inspiegabili. E lì, in quegli istanti lì, decifri certi messaggi che il mondo esterno ti manda nella loro pristina incommensurabilità, li recepisci, ma non a livello cerebrale. Li senti sottopelle.

Il mio consiglio è: andateci prima dei 40, o dei 50, o dei 60, insomma, prima. È una terra che paghi col corpo, quindi, più è “fit” per esperire il luogo, più il fun sarà commisurato ― io c’ho rimesso un piede, a furia di correre a piedi nudi sulla battigia… Be prepared…
Ma fatemi tornare adesso all’ultimo Lez Muvi, “Lo chiamavano Jeeg Robot”, con una sequenza di Moviers molto più che binaria di presenti che mi ha fatto partire confusa e felice. La Vanilla, l’Onassis JR (come si firma ora), il Magnocarlo, il C.A.N.D.Y., laMore, il Bridge e il Pizzo pre-Japan. E tu Felix, c’eri o non c’eri? Questo è il dilemma, e la mia memoria a singhiozzo… 😉

E non avrebbe potuto esserci film più felice e affatto confuso prima della partenza. “Lo chiamavano Jeeg Robot” è una di quelle perle rare, no, rarissime, e non solo nel cinema “di casa nostra”, come piace dire a tanti, ma anche del cinema di casa “loro”, ovvero di tutti gli altri del mondo. L’originalità non ha bandiera.
In tanti hanno provato a definire il film, ma come sapete, io cerco di non rimanere impigliata nella maglia dei generi. Forse andranno bene per indirizzare il pubblico o stilare cataloghi o scrivere saggi nerd, ma nel nostro tempo, in cui i confini tra questo e quel genere sfumano l’uno nell’altro e creano nuove realtà e nuovi stili, possiamo anche proporre un nuovo modo di parlare criticamente di un film senza per questo andare a frugare lo scatolone impolverato delle etichette. Anche perché, se avete avuto la fortuna di vedere questo film, avete capito immediatamente che non è il solito film di un supereroe, né il solito action movie con il buono e il cattivo e la pupa. Questi elementi ci sono, tutti e tre, ma il movie sfugge allo scontato con lo stesso successo con cui ripara in un nuovo territorio, quello della sperimentazione spinta ― quella genuina, senza paura, che si butta nel vuoto come il Jeeg Robot, nell’ultima campale scena del film. “Lo chiamavano Jeeg Robot” ci piace da morire perché il Jeeg in questione è un eroe spuntato fuori da un balordo di periferia. Enzo Ceccotti è un tipo anonimo e un filo sgradevole ― come tanti, e non lo siamo anche noi, in fondo? Passa le giornate mangiando yogurt e gurdando porno. Non ha amici. Non gl’importa niente di nessuno. Poi un giorno, finisce ammollo nel Tevere, ed entra in contatto con una sostanza tossica che gli dona una forza straordinaria. L’aspetto che lo differenzia dai supereroi by Marvel è l’utilizzo che di questi super poteri intende fare: sradicare bancomat e comprarsi kg di yogurt e di dvd. Un supereroe per sé, non per gli altri. All’inizio.
Poi il caso e un tramaccio di droga finito male lo portano a conoscere Alessia, un personaggio a metà fra una Samantha, una ragazzina dei fumetti manga e una Jessica di “Viaggi di nozze”… Una specie di Alice nel paese delle Meraviglie, senza meravigliE, con molto meraviglioso negli occhi e molto, moltissimo accento coatto in bocca.
Agli occhi fanciulli di Alessia, Enzo non è la nullità di Torbellamonaca che vive di espedienti e spazzatura hard: è Hiroshi Shiba, ovvero, Jeeg Robot. Lì per lì, Enzo pensa che Alessia sia una mezza sciroccata ― come dargli torto del resto ― e piano piano le si affeziona. E poi piano pano si innamora. E anche qui, come dargli torto. Bambina e bomba sexy suo malgrado, Alessia è colei che porta dentro di sé l’innocenza, nonostante tutte le brutture che hanno fatto di tutto per fargliela perdere ― la morte della madre, l’omicidio del padre, lo squallore in cui è stata cresciuta. Alessia è l’innocenza che percola (oh mamma “percola”!) sul bordo dell’esperienza e che fa di tutto per fuggire alla sua presa. E dove può scappare se non nel mondo dei cartoni animati, in cui i supereroi sono super non tanto per i poteri o l’invincibilità, quanto piuttosto perché aiutano quelli che sono in difficoltà? Abbiamo detto di come Enzo, prima di conoscere Alessia, sia sostanzialmente un apatico, un indifferente al quale gli altri stanno indifferenti e che inizia e finisce in sé e per . Quando si rende conto di sentire qualcosa per lei, lì per lì non sa bene come reagire ― immaginatevi un po’ cosa può essersi detto, dentro di sé “io, ‘nnamorato, macché stamo a scherzà??― e risponde a questo scombussolamento interiore attraverso l’animalità, il puro istinto ― emblematica la scena nel camerino, forse la più violenta di tutto il film, per altro visivamente molto violento nell’insieme. Ed è proprio lì che Enzo comincia a diventare Jeeg. La sostanza tossica che ha bevuto nel Tevere non è che un pretesto, ma la vera mutazione avviene quando un orco incontra un fiore e se ne innamora, e allora diventa un po’ fiore anche lui… Il risultato è ben rappresentato dall’incidente in cui s’imbatte: un bambino intrappolato nella classica macchina che da un momento all’altro salterà in aria. Enzo se ne sarebbe infischiato; Jeeg no. Si getta e salva il bambino. E quando poi la principessa muore, e purtroppo non è resuscitabile né con un bacio, né con una magia da santo sepolcro (oggi è pur sempre Pasqua), Jeeg trova nella “lotta contro il male” ― condivisa con l’Uomo Tigre e Batman ― trova la vera ragione della sua esistenza. Se hai perso l’amore, dei tuoi ― come capitava a Bruce Wayne ― o della donna che ami ―come in questo caso ― cosa ti resta da fare se non vegliare sulla città e cercare di proteggerla dai Jocker che la minacciano? Nello specifico, dall’eccellente Luca Marinelli, nei panni de “Lo Zingaro”, un delinquente ossessionato dalla popolarità e dalla sua immagine. “Lo chiamavano Jeeg Robot” non sarebbe stato lo stesso film senza questo personaggio contrapposto a Jeeg, malato di sé stesso, eccessivo eppure ammaliante. Furbissimo, il regista Mainetti, ad adombrare il cattivo con questa nuova patologia del 21esimo secolo: la fama. La ricerca spasmodica del riconoscimento altrui, quasi come se la sua assenza precludesse qualsiasi esistenza. Lo Zingaro ne è vittima: reduce da una comparsata in Buona Domenica qualche anno prima, dove pensava di poter sfondare, ora passa le giornate a massacrare il prossimo e a cantare canzoni di Anna Oxa e Loredana Bertè, approdando all’ultima spiaggia di delirante narcisismo dentro il quale rivediamo tutta la selvaggina di tronisti, lelemori, costantini e xfattori fuoriusciti da quei programmini senza speranza della daily tv, quei macchinari diabolici che da dieci anni a questa parte alimentano sogni e aspettative ― vedi appunto lo Zingaro ― e fabbricano mostri. I nuovo mostri.

Ciò che rende speciale questo film è anche il setting. Siamo nella periferia più grigia e ‘nfame della capitale. Torbellamonaca, quella che aveva esplorato così bene Caligari in “Non essere cattivo” ― e anche Caligari, guarda caso, aveva scelto lui, Marinelli per interpretare uno dei due protagonisti. Un luogo che potrebbe ricordare Coney Island, in cui la bellezza va ricercata nelle crepe di un tessuto sociale e urbano visibilmente deturpato. Oppure va costruita, immaginata altrove, proprio come fa Alessia, quando trova la bellezza in un vestito da principessa, di quelli talmente acrilici che pigliano fuoco anche se li avvicinate anche solo con l’idea di un fiammifero.
Il film racconta e celebra il possibile, ovvero il fatto che lì, proprio lì, in un posto in cui non ti aspetteresti mai, tra centri commerciali, parcheggi con dentro risse, condomini bollenti d’estate e gelati d’inverno, non solo si aggira un supereroe ― confermato anche dai murales di sapore banksyano che istoriano il quartiere e la narrazione ― lì, proprio lì, Enzo Ceccotti ha cambiato destino. Il fate-switching è un argomento portante del film. A volte succedono cose imprevedibili nella nostra esistenza: possiamo finire in un Tevere e riempirci i polmoni di un liquido radiattivo, oppure possiamo uscire e innamorarci sul pianerottolo di casa. E allora tutto cambia. Anche bene e male, in una realtà così composita e complessa, sono colori sfumati. Enzo non era senza macchia, prima di diventare Jeeg. E anche da Jeeg, come abbiamo visto, può avere dei comportamenti “non appropriati”. Lo stesso vale per lo Zingaro. C’è una parte di te che prova pena per questo figlio che per padre ha il crimine organizzato e per madre la trash tv d’intrattenimento. Così come avevi pena per le vite passate dei nemici di Batman ― il Jocker, ma anche Scarface, per esempio.

Come se tutto ciò non bastasse, il film poggia su un supporto comico-ironico che ve lo fa amare sin dall’inizio ― si ride molto più di quanto si pensi. È come uno di quei cagnoni grossi che trovi per strada, con un occhio guercio e l’andatura scaNcagnata, a cui ti affezioni nel giro di un minuto. Quindi vedete, quando in un film troviamo tutto questo, una periferia metropolitana che luccica di lirismo, la comicità romana che non sconfina ner coatto fine a sé stesso, e quando ci sono il male da sconfiggere e i deboli da aiutare ― più che il bene da far trionfare ― be’, non possiamo resistere. Io personalmente spero che “Lo chiamavano Jeeg Robot” esca presto in dvd per correre a rivederlo. Se ci pensate, è azzeccato sin dal titolo, che ha qualcosa delle magie ―a me viene in mente Houdini ― ma che non può NON far pensare al Trinità di Sergio Leone, il suo non-eroe sgarruppato e donchisciottesco: se Jeeg è la versione 1990s urban-fantasy dell’hero, Trinità era la versione spaghetti-western di un centinaio d’anni prima. La cultura cinematografica di Mainetti non è quindi solo “manga” o cartone made-in-Japan, ma si pregia anche di numerose altre risonanze, che non si fermano al citazionismo puro ― come può fare un Tarantino ― ma infiltrano il terreno del film e fanno spuntare il nuovo.
Se non vi bastasse tutto questo, potete fare affidamento ai David di Donatallo: a quanto leggo ne ha portati a casa 6… Tutta la vita Jeeg Robot!

E ora Fellows, finalmente, torniamo finalmente in sala con…

IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI
di Samuel Benchetrit
Francia 2016, ‘100
Martedì 29/Tuesday 29
21:30 / 9:30 pm
Astra/Dal Mastro

Ho scelto una commedia non solo perché sono una ruffiana senza macchia e senza pudore, ma perché di questa, ne ho sentito parlare benebene… Mi raccomando tornatemi al cinema. Gli Anti-Moviers sono stati mooolto attivi durante la mia assenza… Vediamo di essere alla loro altezza. 🙂
E ora, Fellows ritrovati, vi lascio al Maelstrom con un paio di DROP mie ― ma che fine hanno fatto le DROPS vostre, che mi avevano accolto copiose nel post-Tasmania? 🙁 Tutte perse nei sette mari che dividono l’Italia dalla Nuova Zelanda?! Forse ora sono lì, ad abbellire i fondali, chissà…
Per stasera vi ringrazio anticipo: so che farete le ore piccole per finire questa mail, ma vedete, l’ho inviata a poche ore dal landing-back-home, con la forza che solo il jet lag può dare ― e che poi ti toglie ― e vi porgo dei saluti, postcolonialmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Prima di partire vi avevo accennato ad “Anomalisa” il film di animazione del genio schizzato Charlie Kaufaman…di quanto sperassi di vederlo in aereo. La sorte si è organizzata e ha fatto di meglio. 🙂 Unica proiezione mercoledì sera all’Academy, la sala cinematografica “artsy”, ovvero d’essai, di Auckland ― un cinema nel basement della Biblioteca Pubblica, molta puzza di chiuso, molta. Lasciatemi aprire una parentesi: delle tante non tantissime sale cinematografiche di Auckland (più piscine che teatri), l’Academy è quella meno cara. Ingresso regolare, 15,50 dollari, ingresso il Wednesday a 5 dollari ― per i braccini come noi. Mi si dice che per un 3D richiedano anche 35 dollari… Non una forma d’entertainment per tutti, il cine, quindi…
Anomalisa è un film difficile da vedere, eppure non vorresti finisse mai. È la storia di Micheal Stone, un esperto di Custom Service, che arriva a Cincinnati per parlare a una conferenza. Nella notte che trascorre in albergo prima dell’evento, Michael capisce mooolte cose di sé stesso, dell’amore, delle maschere che portiamo, della minaccia del conformismo e del valore dell’essere “anomali”, nonche’ dell’amare una Lisa, un altro simile a noi e diverso dagli altri.
Io l’ho letto come un canto al being different, e spero POTENTEMENTE che qualcuno ― tipo il Mastro ― lo porti a Trentoville. 😉

In aereo, invece, ho visto quest’altro filmettino niente male che vi consiglio per una seratina 100% inquitudine da social… S’intitola “Ratter”, dello sconosciuto Branden Kramer: una studentessa universitaria si trasferisce a New York e conduce una vita normale e tranquilla e felice ― il film è costruito bene, con tutta la prima parte impegnata nel dipingerti un quadro a fiorellini della sua esistenza. Eppure qualcuno trama nel buio, nello specifico, uno stalker, che riesce a intrufolarsi nella sua quotidianità viral, ovvero a entrare nel suo pc, nella sua posta, nei suoi social…tutto… Da virtuale, lo stalker, passerà al reale, in un finale da 10 e lode… Ah scordavo di dirvi la parte più importante: il nostro punto di vista è quello dell’occhio dello stalker: il cellulare in borsetta, il computer appoggiato sulle gambe, l’ipad sul tavolo… Segnatevelo 😉

IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI: Un palazzo di periferia in una anonima cittadina francese. Un ascensore in panne. Tre incontri improbabili. Sei personaggi insoliti. Il vecchio Sternkowitz e l’infermiera, l’attrice in pensione Jeanne, il giovane Charly, l’astronauta McKenzie e la signora Hamida. Dei solitari che si troveranno uniti da un grande sentimento di tenerezza, rispetto, compassione.

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