Posts made in aprile, 2016

LET’S MOVIE 280 – propone LE CONFESSIONI, commenta IL LIBRO DELLA GIUNGLA e avverte: TRENTO FILM FESTIVAL APPROACHING…

LET’S MOVIE 280 – propone LE CONFESSIONI, commenta IL LIBRO DELLA GIUNGLA e avverte: TRENTO FILM FESTIVAL APPROACHING…

LE CONFESSIONI
di Roberto Andò
Italia, 2016, ‘120
Lunedì/Monday 25
Ore 21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro

 

Fast Phrases Fellows,

Ma sentite l’ultima in fatto di apprendimento delle lingue… A sentire questi qua, che si fanno chiamare “Multilinguisti Fenomenali” ― non sto facendo dell’umorismo, come di mio solito ― c’è questo metodo tipo “7 kg in 7 giorni” al contrario, che aumenterebbedi 5 volte la capacità mnemonica del cervello, attiverebbe in modo simultaneo l’emisfero destro e sinistro e ti permetterebbe di memorizzare una quantità di vocaboli che al CLM te la sognavi**. Dopo aver fatto tappa dal chiropratico e dallo shiatsuka (!), già c’immagino tutti ad andare dal nostro Multilinguista Fenomenale di fiducia e, in un paio di giorni, mandare a mente i 20 volumi dell’OED ― Oxford English Dictionary, per chi non sapesse, la Bibbia se volete votarvi alla lingua inglese. Tutto questo mi sa di Vanna Marchi hi-tech, e noi dobbiamo guardarci dalle infinite facce che la ciarlataneria assume, sia che essa impieghi sali scaccia-malocchio oppure metodi magici per imparare le lingue a velocità supersonica.
La questione, in fatto d’apprendimento, è lì: la velocità. Ebbene, io vorrei per una volta fare un elogio al tempo. Non perduto: a quello ci pensò Proust con quei sette romanzi che forse solo lui avrà letto in tutta la sua ricerca ― perdonami Marcel, nelle tue frasi che durano un quarto d’ora cadauna c’è la storia della letteratura moderna e io sono una bestia ingrata, je le sais bien… Intendo il tempo che serve. Un trucco per imparare una lingua è associare le parole nuove a dei ricordi. Al vissuto. Certo è difficile da realizzare in classe, ma se costruisci un mini aneddoto, una micro storia attorno a una parola nuova, lei ti si fissa nella mente, e da lì difficilmente la schiodi. Ma, again, serve il tempo che serve. Rome wasn’t built in a day, dicevano i… Morcheeba 🙂 Ma oggi abbiamo un problema con l’edilizia temporale. Tutto deve essere fast, tutto right here right now. Conta solo raggiungere la meta ―il puntomio! di quando giocavi a nascondino ― e il piacere del mentre va a farsi benedire. Qualche santone ― ma poteva pure essere un Coelho qualsiasi― diceva che non conta la destinazione, ma il viaggio. Ecco, allora oggi lo dedichiamo al mentre. 🙂

E lo dedichiamo anche al “Libro della Giungla” un film “per tutta la famiglia” ― ma se avete bambini particolarmente sensibili, insomma, stateci attenti: io e il WG Mat abbiamo perso un paio d’anni di vita quando la paurosissima tigre Shere Khan sbuca dal nulla e si avventa su Bagheera. Ma poi è anche vero che i bambini d’oggi sono dei temerari dannunziani e siamo quasi più noi adulti della Angst Generation a trasalire… Sì, eravamo io e il WG all’ultimo Lez Muvi ― il Bridge e l’Onassis JR si erano portati avanti coi lavori ancora la settimana scorsa. 😉 Gli altri Fellows erano probabilmente in qualche riunione di Stato, comunque spero che recuperino il film. Uno ci sta volentieri, 90 minuti, dentro una favola, dico io.

E la storia la conoscete tutti, no? Il cucciolo d’uomo perso nella foresta che viene allevato dai lupi, vive tranquillo e beato tra la fauna forestale senza nessuna guardia a cui render conto, fin quando arriva lei, ehm lui, Shere Khan, la tigre, anzi Tigre, più Shylock e meno Ghandi di tutte le giungle mondiali messe insieme ― esageriamo che alla favola piace. Lei dice, no Mowgli, questa è casa mia e qui comando io, nella più classica delle dittature, da Gigliola Cinquetti in avanti (!).
Certo, cerchiamo anche di capirla, questa tigre, di vedere cosa c’è dietro all’astio non represso ma certamente pregresso nei confronti dell’uomo. Grazie a un flashback, astutamente ed efficacemente offertoci tramite l’occhio seduttore della serpentessa Kaa, scopriamo che la cicatrice sul muso della tigre e l’occhio sinistro accecato sono il risultato dello scontro che ebbe contro l’uomo ― nello specifico, il padre di Mowgli ― e contro “il fiore rosso” ― nello specifico, il fuoco, la fiamma di una torcia. Shere Khan rimane scottato, fisicamente e metaforicamente, dalla presenza dell’uomo nella foresta: non c’è da stupirsi che Mowgli rappresenti una minaccia, un pericolo. Sbarazzarsi di lui è l’unico modo per proteggere se stesso e gli animali, e sanificare una situazione corrotta: gli uomini stanno con gli uomini, gli animali con gli animali ― Mowgli ha da smammà. È anche l’unico modo per mantenere un ordine costituito intatto che prevede la compartimentizzazione delle specie: lupi coi lupi, elefanti con elefanti, orsi Baloo con adorabili creaturine varie. Mowgli è l’anomalia in una macchina che ha sempre funzionato sin dalla notte dei tempi, perlomeno nel mindset di Shere Khan. Quando il capolupo Akela decide, per il bene di Mowgli che sì, è arrivato per lui il momento di tornare fra la sua gente, comincia la vera storia, che poi altri non è se non un viaggio che il bambino intraprende per trovare il suo posto nel mondo. Ora che la scrittura ha oliato le ruote al mio pensiero e l’ha fatto scivolare qui, capisco che Il Libro della Giungla è un classicissimo romanzo di formazione. Da piccola, quando vidi il cartone della Disney, non avevo mai sentito parlare di Bildungsroman. Ma questo è. E come in ogni Bildungsroman che si rispetti, da Pinocchio in poi, il protagonista è affiancato da figure che ora lo consigliano ― la pantera Bagheera ― ora lo fanno divertire ― l’orso Baloo ― e ora lo ammaliano/tentano ― la serpentessa Kaa. Poi abbiamo lo scontro finale con l’antagonista ― Shere Khan ― e l’instaurazione di un nuovo ordine, l’avvio di un nuovo inizio: l’immagine di Mowgli in groppa agli elefanti, e non più fra i lupi, segna il passaggio a questa nuova fase.
La myse-en-scène di questo “Libro della Giungla” di Faverau mi ha convinto: gli animali sono stati realizzati basandosi sul movimento di quelli veri, ed è davvero impressionante, il livello di verosimiglianza e il senso immersivo che riescono a restituire allo spettatore. Lo stesso dicasi per la foresta, rigogliosa e folta ― neozelandese direi. Ti pare di esserci dentro, di respirarla, sentirla palpitare. E azzeccatissimo Mowgli, che se ne va bel bello per la foresta con quell’andatura dinoccolata, quel fare un po’ “pluck”, aggettivo che derivo da “pluckiness”, quell’atteggiamento tra incoscienza, spericolatezza e sprezzo del pericolo che contraddistingueva l’atteggiamento imperialista del colono che si trasferiva nel paese colonizzato ― e l’attore indiano che interpreta questo Mowgli lo rende benissimo.
E qui dovrei aprire una gran parentesi, Fellows… Rudyard Kipling, l’autore del “Libro della Giungla” (1894) aveva vissuto i primi sei anni della sua vita in India, per poi tornare a Londra e per poi girare il mondo, successivamente. Quando si cita Kipling a un qualsiasi studioso di formazione post-colonialista, questi storce il naso e pensa “that dirty colonialist”, per via delle tante esternazioni filo-imperialistiche dello scrittore, sia in contesto prosa che poesia. Per farvi capire, Rudyard era il tipo che scriveva liriche come “Il fardello dell’uomo bianco”, in cui cantava la necessità da parte dei bianchi di civilizzare i neri e le genti dell’Impero… Se andiamo oltre la pelle d’oca che questi versi fanno spuntare spero sulle braccia di tutti, vedremo che Kipling in realtà è sempre stato combattuto fra i suoi due nuclei identitari: da un lato quello del master&commander colonizzatore e dall’altro quella dell’Altro (inglese) in un paese straniero (India). E’ uno un po’ scisso, KKK Kipling, che ci volete fare? Certo se decidiamo di guardare al “Libro della Giungla” da quel tipo di prospettiva, Mowgli diventa l’estraneo (=l’inglese), che entra in un sistema regolato dalle proprie leggi (=la giungla=il paese colonizzato) e riesce ad intrufolarsi e a cambiare l’ordine delle cose e a dare il via a una nuova fase della storia (la colonia). La scena finale di Mowgli in groppa agli elefanti, è assai rappresentativa in questo.
“Per la prima volta ho visto un bambino senza un popolo riunire tutta la giungla”, rintocca Bagheera. Trovo ci sia qualcosa di messianico in queste parole, e nella storia stessa di Mowgli, il bimbo che sopravvive e unisce tutte le specie del mondo e apre a una nuova era ― non sono i profeti che fanno queste cose? E, parentesi-nella-parentesi, voi non pensate ci sia anche qualcosa di prometeico in Mowgli? In fondo ruba il fuoco agli uomini ― “il fiore rosso”, che sublime metafora, Rudyard, anche se sei un po’ KKK, ti riconosco questa grandissima metafora ― e lo porta alla sua “gente”… Does it make any sense to you?

Fortunatamente questo film è fatto talmente bene, che ti fa dimenticare le letture che ti ripropongono gli scheletri dell’armadio di Kipling oppure delle interpretazioni filo-cristiane che spero non abbiano fatto un uso strumentale del libro ―ma l’avranno fatto sicuramente. E c’è un gran senso del movimento, dall’inizio alla fine: è un live e total action movie. La scena iniziale, che ti trascina nella storia ― credo la mia preferita, e ti trascina nel vero senso della parola― è la corsa a rottadicollo di Bagheera e Mowgli su per gli alberi, giù per le valli, lungo i sentieri ma quasi sempre off-road in cui la pantera ha la meglio sul ragazzino. Ti viene voglia di essere , di essere Mowgli o Bagheera, di volare per il verde come fanno loro. Credo che uno degli scopi primi delle favole e del fantasy sia proprio quello del drag&drop dello spettatore, la capacità di prenderti e mollarti in un ambiente in cui vorresti assolutamente trovarti ― o NON trovarti. Questa mobilità caratterizza tutto il film, non solo l’inizio, riducendo al minimo i momenti statici, e conferendo loro, per contrasto, ancora più risalto: la scena in cui Mowgli è avvinto nelle spire di Kaa, e fisicamente immobile, avvia un flashback che ci riporta indietro nel passato di Mowgli e che ci spiega l’origine dell’odio della tigre nei confronti del bambino e dell’uomo.
E poi le inquadrature sono attentissime. Se fate attenzione, Shere Khan è sempre ripresa leggermente dal basso verso l’alto: il muso risulta grande, poderoso, sembra quasi sbucare fuori dallo schermo (e non l’abbiamo visto in 3D). Mette davvero un gran strizza.

“Il libro della Giungla” sta anni luce rispetto ad altri fantasy che vengono sfornati per riempire le casse ai botteghini e svuotare la testa agli spettatori ― “Il Cacciatore e la regina di ghiaccio” ne è un triste esempio, come dissi la settimana scorsa. Quindi invito tutti a guardarvelo, se volete passare un po’ di tempo nella foresta, beandovi pure di un doppiaggio da gara che include nomi tipo Sir Servillo, Neri Marcoré, Giovanna Mezzogiorno, e se volete stanare anche rimandi cine-letterari assai sofisticati. Il tempio in cui vive King Louis, lo scimpanzé che si vuole impossessare del fuoco, non vi ricorda forse le strutture indigene che incontriamo in “Cuore di Tenebra”, e, nello specifico, la dimora in cui vive il colonnello Kurtz? A me l’hanno ricordato di brutto, ma io ho una passione per il film di Coppola, e una cauta fascinazione per il libro di Conrad…

E ora, Fellows, torniamo nell’urbe e scopriamo il film della settimana

LE CONFESSIONI
di Roberto Andò
 

Roberto Andò ha firmato, un paio d’anni fa, un gran bel film, “Viva la libertà” ― e, suggerisce dalla regia il Candyandy, anche “Sotto falso nome” 😉
In più come posso rinunciare a Sir Servillo, protagonista del film?
Non posso. E infatti lo propongo.

E ora prendete carta e penna o smartphone o whatever per segnarvi tutti questi appuntamenti che ho preso per voi…

Il Mastro ha ripescato dalla programmazione dicembrina “Ave Cesare!”, il film dei fratelli Coen, ma ci ha pure aggiunto la lingua originale sottotitolata ― Mastro, meriteresti un Magnificat! Quindi, se siete in quei paraggi, mercoledì 27, alle ore 21:00, mi trovate di sicuro 🙂

Come ogni anno, rieccomi a prendere in mano le trombe e a farle squillare per lanciare il TRENTO FILM FESTIVAL, quest’anno arrivato alla 64esima Edizione! http://trentofestival.it/
La nostra Anarcozumi è ovviamente in fibrillazione e ci invita tutti a un brindisi martedì 26 alle ore 18:30 al Social Store, Via Calepina 10, per inaugurare il Social Festival ― un nuovo spazio condiviso in cui, a partire dal 28 aprile ogni giorno alle 12.00 sarà possibile incontrare i registi dei film della giornata.
Maggiori info nel Movie Maelstrom, insieme al nostro Fellow Fant(abulous)!

Non mancherò per nulla al mondo ―e nemmeno voi, spero― a “BETWEEN SISTERS” il primo lungometraggio del regista e Movier, Manu Gerosa, da anni fedelissimo lettore lezmuviano, che lancerà il suo film in anteprima sabato 30 aprile, al Multisala Smelly Modena, ore 21:15.
Andiamo a dimostrargli tutto il nostro supporto, affetto, incoraggiamento e tutte quelle cose in cui noi Moviers eccelliamo ― potete anche infilare la divisa da hooligan per tifare meglio, se l’avete a portata di mano 😉

E ora Moviers, scappo incontro all’Egitto, dopo aver parlato così a lungo, ho sviluppato una secchezza delle fauci che solo il Nilo potrà placare. E durante il viaggio diluvierà una pioggia viola che non avrà mai fine: il Principe brillerà in eterno…https://www.youtube.com/watch?v=F8BMm6Jn6oU

Quindi, per voi, Maelstrom colonizzato dal TFF, ringraziamenti, e saluti, lessicalmente cinematografici,

Let’s Movie
The Board

**Se siete Tommasi e non ci credete, vedetevi un po’
http://sciencejournalitalia.com/articoli/formula-di-multilinguisti-fenomenali/?utm_source=4w&utm_medium=cpc&utm_campaign=it-4w-cpc-ron-2016-04-16&utm_content=08GoogleGlassWoman

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Martedì non ci sarà solo la nostra Anarcozumi, sovrana del TFF, ma anche il nostroFellow Fant(abuloso), Sergio Fant, il sovrano del Festival, il responsabile del programma cinematografico che guiderà noi del pubblico alla scoperta della selezione ufficiale del Festival e dispenserà “consigli per orientarsi tra generi e temi, concorso e sezioni speciali, anteprime nazionali e produzioni locali, individuando i film imperdibili e le sorprese da scoprire, per costruire il proprio festival ideale”.
Il programma completo lo trovate qui http://trentofestival.it/edizione-2016/programma/film/, per i consigli, gli special tips, venite al Social Store martedì alle 18:30 😉
Vi aspettiamo!

LE CONFESSIONI: Siamo in Germania, in un albergo di lusso dove sta per riunirsi un G8 dei ministri dell’economia pronto ad adottare una manovra segreta che avrà conseguenze molto pesanti per alcuni paesi. Con gli uomini di governo, ci sono anche il direttore del Fondo Monetario Internazionale, Daniel Roché, e tre ospiti: una celebre scrittrice di libri per bambini, una rock star,e un monaco italiano, Roberto Salus. Accade però un fatto tragico e inatteso e la riunione deve essere sospesa…….

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LET’S MOVIE 279 – propone IL LIBRO DELLA GIUNGLA e commenta URGE e VELOCE COME IL VENTO

LET’S MOVIE 279 – propone IL LIBRO DELLA GIUNGLA e commenta URGE e VELOCE COME IL VENTO

IL LIBRO DELLA GIUNGLA
di Jon Favreau
USA, 2016, ‘89
Lunedì 18 / Monday 18
21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Mossack Fonseca Moviers Fellows,

Guardo a questa faccenda dei Panama Papers più con l’orecchio del poeta che con le mani lunghe dei maghi della finanza, di cui, ne è riprova questo fatto, è pieno il mondo, non solo la nostra Italia. Panama Papers suona un gran bene, con quell’allitterazione in PA lì davanti, con quella sensazione linguistica che non si stia parlando tanto di uno scandalo fiscale globale quanto piuttosto dell’ultimo romanzo a puntate di Dickens: “….e dopo i Pickwick Papers, escono postumi, ritrovati in un vecchio baule della vecchia soffitta della vecchia dimora del buon vecchio Charles, i “Panama Papers”… E invece no, niente letteratura purtroppo, niente archeologia, è la versione 2016 di Wikileaks e Vatileaks e tutto quello che leaks, filtra, assai putrido, dalle crepe di un sistema molto ben architettato. Il brutto è che non c’è nulla di nuovo: se la finanza dev’essere creativa, che sia creativa, non ripetitiva, perbacco! Le società off-shore esistono sin dell’epoca delle Signorie (!) e i paradisi fiscali sono talmente frequentati che sembra di stare a Rimini in agosto. Certo, per quella forma di empatia che contraddistingue il mio essere, provo una profonda vergogna ogni volta che trovo Cameron per la tv o sui giornali, e mi sforzo di capire come possa davvero sperare che il nobile popolo d’Inghilterra smetta di protestare davanti alla sua monofamigliare in Downing Street, dopo affermazioni tipo “L’off-shore fondata da mio padre a Panama? Be’ ma perché il fondo aveva senso se era in un paese con i dollari”… Certo David, degli scellini kenyoti non ve ne facevate un granché, come darti torto?
Ecco solo, per dire che in tutta la faccenda non trovo nulla di speciale se non nel nome dell’inchiesta giudiziaria ― “The Panama Papers”… ne faranno senz’altro un film…

Per fortuna abbiamo le maratone cinematografiche a cui guardare con soddisfazione! L’iniziativa Biathlon è stata un gran successo, con due biatleti vincitori ex aequo, il Bridge e il Pizzo, che hanno visto entrambi i film proposti e tagliato il traguardo dell’una di notte, sulle note di “Momenti di gloria” ― ho soffocato lacrime di commozione solo perché sono il Board e devo tenere un contegno, ma dentro ero sciolta come un Lindor e grata che nessuno dei due fosse stramazzato durante la maratona.

Monoatleta a “Urge”, la More, e monoatleti a “Veloce come il vento”, l’Onassis Jr, il WG Mat, l’Andy-heT-ydnaC. Ecco magari il Biathlon non è esperienza affrontabile proprio tutte le settimane TUTTE, ma una volta ogni tanto, in corrispondenza di eventi speciali, tipo Cinema Days, lunedI da braccini o il prossimo Trento Film Festival ― l’amico alle porte 🙂 ― potremmo anche ripeterla. Il fun toccato lunedì sarà registrato negli annali lezmuviani.

Dunque su “Urge”, lo spettacolo teatrale di Bergonzoni da cui è stato tratto questo film, se non fossi così sconsiderata come sono, mi appellerei al quinto emendamento, e mi rifiuterei di scrivere anche solo una parola su quello che abbiamo visto. Bergonzoni sfugge alle definizioni e ai paragoni. Per la pirotecnia linguistica, mi verrebbe da citare Eco ― avete mai letto “La mamma” poesia con una sola vocale? Leggete leggete, vi riporto il link nel Maelstrom… Per la guittoneria, Fo. Per certi calembour di sofistica eleganza, e controllata spericolatezza, Palazzeschi o Gozzano, o il Joyce di “Finnegan’s Wake”. Per la sensibilità sociale qualche poeta incompreso, tipo Majacovski, o Van Gogh ― cos’era Vincent, se non un poeta incompreso? Bergonzoni è tutto questo insieme e incredibilmente se stesso. Unico e irripetibile, e per questo dovrebbe essere ibernato, infilato in una camera iperbarica e spedito ai posteri, con la promessa che lo scongelino e cucinino solo in occasioni veramente speciali, essendo uno dei piatti più raffinati che il palato del passato abbia mai gustato.

Ciò che spiazza, di Bergonzoni, è il pedaggio contradditorio che ti chiede. Da un lato devi affidarti a lui completamente. Ti devi lasciar andare, devi abbandonare completamente le leggi della causa ed effetto della realtà. Ti devi lasciar trascinare in un mondo in cui parola chiama parola che chiama racconto che chiama sragionamento. Tutto parte da lì, da quella piccola unità linguistica di cui Bergonzoni sfrutta i doppi, tripli, quadrupli significati e su cui costruisce trame di sogni, film, epiche assurde, ma che dietro nascondono sempre un significato tutt’altro che assurdo, logicissimo, profondo, sempre rivolto all’esaltazione della bellezza, dell’arte, dell’ingegno, dell’umanità. Definire con “giochi di parole” i nuclei capillari di (non)senso a cui Bergonzoni dà vita svilirebbe ciò che fa. Se si accontentasse dell’aspetto ludico potrebbe fermarsi a dire che “A Brno le vocali si annoiano” ― e per me già questo basterebbe ― o “Se pianti una donna, ricresce da un’altra parte”.  Ma lui ragiona poi sulla ricerca del “Granché” o sul “Voto di vastità”… “, e ogni singola battuta che lancia cela un doppiofondo di profonda capienza etica. “Io sono per la chirurgia etica, per rifarsi il senno”. “Nessun dogma è l’opera che preferisco”…. Capite anche voi che c’è qualcosa oltre il gusto del divertissement linguistico. E lui stesso, professa questa politica dell’andar oltre “…vedere cosa si può fare col salto in oltre, col salto in altro”, dove l’altro è l’altro da noi, “mettersi nei panni di… La chiamo decibellezza: far suonare altre vite”…
Ma dicevamo, del pedaggio… è contradditorio perché ti devi affidare completamente alla sua super-ragione, e al contempo non può distrarti un attimo. Devi stare concentrato, le antenne drittissime. Se perdi il filo che lui tesse non-stop, non è che non lo ritrovi più ― lui ti aiuta a ritrovarlo senza che tu te ne accorga ― ma nel frattempo ti perdi lui, la meccanica della sua intelligenza. Ed è uno spreco, un gran peccato ― abbiamo già detto della primizia che rappresenta. Quindi l’attenzione è fondamentale… Anche delle anfetamine, se le avete a portata di mano… 🙂

E per come ve l’ho messa io, sembra tutto molto serio e colto, ma in realtà “Urge” è uno spasso continuo, come un bungee-jumping in cui non smetti di rimbalzare per due ore, sperimentando un’infinità di altezze a bassezze, citazioni dal piccolissimo quotidiano fino al grandissimo filosofico. Ed esci dalla sala frastornato, tutto sottosopra… Il cervello appena uscito dall’oblò di una lavatrice. Pulito e scosso e spremuto e mondo e lindo.
Io mi chiedo come sia possibile che Bergonzoni non sia ancora stato insignito del Cavalierato della Repubblica, o di qualche forma di riconoscimento da parte dello Stato, o dell’Accademia dei Lincei ― visto che la Crusca si perde dietro ai “petalosi”… ― o perlomeno da qualche Board… Potrei insignirlo io, in effetti! Se mi dovessero chiedere “per cosa vai fiera del tuo paese”, io potrei tranquillamente rispondere “Be’, innanzitutto per Bergonzoni. E poi per quella comedie humaine che si ritrova in certe piazze, l’estate, e che è irripetibile. E Balzac si metta pure l’animo in pace”.
La commedia umana italiana e Bergonzoni. Irripetibili.

Ora potete immaginare come siamo arrivati al secondo spettacolo il Bridge, il Pizzo e io, dopo una centrifuga simile… Fortuna che la sorte ci ha sorriso. La seconda parte del Biathlon, “Veloce come il vento”, è stata una rivelazione a livelli di, se non proprio proprio pari a, “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Entrambi i film partono da un genere ― il fantasy per Jeeg e gli speed movies per “Veloce come il vento” ― e ci tirano fuori qualcosa di assolutamente nuovo. Non inventano nulla, ma propongono degli abbinamenti inaspettati: l’energumeno Enzo Ceccotti (Jeeg) alla sua piccola heidi Alessia, le gare di GT a una storia famigliare complicata e struggente… Associazioni in libertà, era il programma dei Futuristi. Associazioni in libertà è il programma di questa nuova ondata di registi italiani che comprendono Gabriele Mannino e Matteo Rovere e che infilano un successo dietro l’altro.

Profonda Emilia Romagna, in un tempo che sono i giorni nostri per via dell’Ipad e degli smart-phone, ma che potrebbero essere anche gli anni ’70. Il casolare in campagna della famiglia De Martino è la copia sputata della casa di Franco e Ciccio in “Amarcord”. La famiglia De Martino ha subito tante perdite: la madre, scappata in Canada, il padre, appena morto, la figlia Giulia, pilota 17enne che corre su una Porsche le gare GT per non perdere il casolare, il fratello minore Nico, che ha perso il sorriso (e vorrei vedere dopo tutte ‘ste magagne) e il fratellastro maggiore Loris, ex pilota GT anche lui, anima e corpo persi appresso ai suoi demoni, alla droga, il bere… Losing and losers… Messa così suona come una tragedia. E invece è tutto fuorché tragico, questo piccolo grande amore di film. Pulsa di vita, dall’inizio alla fine, anche nelle imperfezioni ― lo rendono ancora più umano. Soprattutto nelle figure dei due fratelli protagonisti, Giulia e Loris. Soprattutto in Loris, il personaggio che fa parte di quei personaggi che diventano persone, come è capitato con certi grandi della cinematografia ― tipo Lebowski ― che escono dalla pellicola ed entrano nel nostro immaginario e nel nostro parlato. Loris De Martino, tossico, sboccato, ironico, buffo, impossibile e politicamente meravigliosamente scorretto: apostrofare il fratellino dall’aspetto nerd e dal sorriso desaparecido “menomato” o “allegria”, porta entrambi i personaggi nell’autenticità più autentica: ditemi voi quale fratello, nella vita vera, usa la correttezza politica??! Il mio Big no di certo, e di questo lo ringrazio 😉 Ho amato Loris da subito, sin da quella prima scena: lui fuori dalla roulotte mentre cerca di convincere la fidanzata tossica, accucciata sul tetto della roulotte, a scendere giù ― come faceva Franco con Ciccio in “Amarcord”, a m’arcord giusto?! Due tossici alla deriva in un mare di grano emiliano.

Accorsi ha superato se stesso, o meglio, ha superato i ruoli da urlante ragazzone mucciniano o neo-bourgeois di ozpetekiana gaytudine che l’hanno portato al successo dopo i due gusti che erano megl-che-uan della pubblicità. In realtà Accorsi ha impersonato altri ruoli interessanti ― “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, “Santa Maradona”, “L’amore ritrovato”… Ma io lo apprezzo quando scende per strada e si sporca, come nel caso di Loris e, prima di lui, dell’operaio Marco Battaglia di “Provincia meccanica” (2005). Ha un talento naturale per fare il gigione, ma quando gli viene data l’opportunità di esplorare ruoli in cui può smettere il sorridente faccione Maxibon, Accorsi è in grado di stupirci, come in questo caso ― e anche nel caso in cui vestiva i difficili panni di Dino Campana in “Un viaggio chiamato amore”.
Apparentemente Loris è loser. La sua vita è caduta dalle stelle dei campionati GT e ha fatto crack ― e di crack lui si fa, guardate un po’ che circolo… Giulia, la sorella sembra il suo opposto. Responsabile, determinata, cresce il fratellino, studia, partecipa ai campionati con una quantità imbarazzanti di cavalli Porsche sotto il sedere. Ma non ce la può fare da sola. Ha bisogno che qualcuno le indichi la strada ― suggestiva la metafora del co-pilota che ti suggerisce, via microfono e cuffia, come muoverti e cosa sia meglio fare mentre tu sei in pista…. Un angelo custode a distanza: tossico, nel caso di Loris…ma nessuno è perfetto.
Trovo che il film sia riuscito perché mantiene un equilibrio solidissimo fra action ed emotion, dall’inizio alla fine. C’è la parte che fa impazzire i teenager e gli appassionati di motori: gare e sorpassi e inseguimenti al cardiopalma: considerate che il film non ha i mezzi di “Fast&Furious” o di “Rush”, eppure li batte, vaca boia se li batte ― direbbe Loris, con quel suo intercalare dal profondo bovino bolognese che mi fa ridere anche adesso, mentre lo scrivo e ripeto a voce alta. La parte adrenalinica ha il suo apogeo nella corsa clandestina finale, fra i sassi di Matera, in cui il furbo regista, grazie a un escamotage, ci fa credere che un muro si frapponga tra Loris e la vita…ma poi invece, in un cimitero poco lontano…

E poi c’è tutta la parte in cui le sottilissime trame che compongono un tessuto famigliare ― pur logoro e slabbrato come nel caso della famiglia De Martino ― vengono sciolte, una ad una, con pazienza certosina, da una sceneggiatura molto attenta. Loris è un balordo, certo. Ma non è SOLO un balordo. Oltre al cilum c’è di più. Ed è chiaramente visibile, il suo combattimento interiore. Lui vorrebbe aiutare Giulia e Nico, ma non ce la fa. Non cambia. Va avanti a farsi anche quando vive con loro. Non c’è la classica via alla redenzione battuta attraverso la disintossicazione. Loris è e rimane un drogato fino alla fine ― e oltre, intuiamo. Eppure questo non gli impedisce di esprimere affetto e cura e premura ― a modo TUTTO SUO, beninteso ― nei confronti della sua famiglia. Non c’è un percorso moralizzante, niente catarsi, pentimento, rehab. Niente ― un po’ come in Trainspotting.  Solo umanità da vendere ― e preferiamo di gran lunga la seconda alle prime. Amy Whinehouse era forse meno meritevole, quanto a talento e personalità, perché era una tossica? Certo che no. Lo stesso vale per Loris.
Giulia sente, credo a livello puramente animale, questo affetto del fratello maggiore nei loro confronti, e riesce a scioglierne la forma contorta e goffa con cui lui glielo offre Giulia capisce, in fondo, che l’infrazione di una piscina comunale per far sguazzare in acqua Nico e i suoi amici, non è una banale infrazione: è una cavolata dietro cui c’è altro. Andiamo oltre, diceva Bergonzoni… Quella scena, quella in cui Loris, Nico e i ragazzini nuotano in piscina, è una delle più toccanti, tenere, buffe di tutto il film, e lui, il film, fa del toccante, del tenero e del buffo, tre registri cui aderire. “Veloce come il vento” c’insegna che anche un “relitto della società” ― come potrebbe essere considerato superficialmente Loris ― ha un sacco da insegnare, sia alla sorella ― “devi rischiare, anticipare e rischiare” ― che a noi pubblico. Credo di aver imparato più vita vissuta in due ore di Loris che in tanti film che promettono grandi filosofeggiamenti attraverso ore e ore di correttezza politica…
E a proposito di correttezza politica. Il film sfida un tabù: il tabù è il dileggio del bambino. Non so se avete presente, ma nella società contemporanea ― e nei film contemporanei ― i bambini sono un luogo intoccabile. Scherzarli, ridere di loro e su di loro, è passibile di denuncia. Ma quante volte, tra fratelli, il fratello maggiore prende in giro il minore? Quante volte il fratello minore finisce per adorare il maggiore, nonostante le prese in giro, le zuffe? Infinite volte. Mi viene quasi da dire che funziona più o meno sempre così. Allora perché così pochi film lo raccontano? Mi chiedo se la correttezza politica non finisca per diventare la censura della democrazia e per manipolare il vero…

Tanto bravo e convincente Accorsi ― con quello sguardo stralunato, il corpo sudaticcio e macilento, l’espressione smarrita di chi sembra starti ad ascoltare ma in realtà cammina in un mondo sottosopra tutto suo ― quanto la giovanissima attrice che interpreta Giulia, Matilda de Angelis, tosta e tenera anche lei, per via della giovane età ma anche delle botte che la vita le ha riservato. Complimenti anche ai dettagli “in testa” ai personaggi. I capelli radi e unti di Loris, quel codino che lo spinge nei profondi anni ’90, e che al contempo costruisce il disgusto che un soggetto come lui suscita a livello collettivo, e la fascia rasata e tinta di blu che corre da orecchio a orecchio di Giulia distinguendola da tutte e da tutti, sono entrambe marchi distintivi che possono rendere memorabile un personaggio ― chi si scorda i capelli arancio fluorescente di “Lola corre”? Quelli blu elettrico della ragazza di Adèle in “La vita di Adèle”?

Questo è un elogio ha un film piccolo che speriamo abbia un successo grande. Intanto di questi giorni la notizia che sarà esportato all’estero 😉

Ed ora Fellows, dopo la prima edizione del Biathlon ― ce ne saranno altre 😉 ― torniamo alla disciplina singola con…

IL LIBRO DELLA GIUNGLA
di Jon Favreau

Io, fosse per me, tornerei a trovare Loris ― e non sono l’unica, visto il seguito che ha avuto fra i Moviers 🙂 ― ma c’è questo live-action che ci riporta all’infanzia, quando Il Libro della Giungla era quello, un libro by Kipling, o un cartone by Disney, e ritrovarlo è un modo per sbirciare un po’ in quel passato lì… Oggi sembra sia qualcos’altro, ma di estremamente bello. Visto che “Il cacciatore e la regina di ghiaccio” è il peggior film della settimana ― salviamo SOLO la vergognosa bellezza di Charlize Theron sempre in versione J’adore Dior ― io vi consiglio di preferire the jungle, the mighty jungle, per questo lunedì 🙂

Okay, mi pare sia tutto per oggi… Vi prego solo di non scordare il Maelstrom, e di evitare il riassunto. E di accettare questi ringraziamenti, e questi saluti, evasivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, eccovi qui l’ode in A che Eco scrisse alla mamma
http://www.centriantiviolenza.eu/comunicazionedigenere/%E2%80%9Cla-mamma%E2%80%9D-di-umberto-eco-poesia-con-una-sola-vocale/

Qui invece, http://www.filosofico.net/battute2.html, trovate un altro divertissement tratto dal suo “Secondo Diario Minimo”… Eco si diverte a immaginare come risponderebbero filosofi e altri sommi interlocutori alla sua domanda “come va?”. Tipo, Icaro: “Uno schianto”, D’Annunzio: “Va che è un piacere”… Non ve lo perdete, è uno spasso 🙂

IL LIBRO DELLA GIUNGLA: La storia, nata originariamente dalla fantasia dello scrittore inglese Rudyard Kipling, narra le vicende di Mowgli, un giovane cucciolo di uomo cresciuto da una famiglia di lupi e costretto a lasciare la giungla quando la temibile tigre Shere Khan, segnata dalle cicatrici dell’uomo, giura di eliminarlo per evitare che diventi una minaccia. Mentre abbandona la sua unica casa, Mowgli s’imbarca in un avvincente viaggio alla scoperta di se stesso, guidato dalla pantera Bagheera e dallo spensierato orso Baloo.

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LET’S MOVIE 278 propone URGE e VELOCE COME IL VENTO e commenta ASCENSORE PER IL PATIBOLO

LET’S MOVIE 278 propone URGE e VELOCE COME IL VENTO e commenta ASCENSORE PER IL PATIBOLO

URGE
di Alessandro Bergonzoni
Italia, 2014, ‘101
Lunedì 11 / Monday 11
20:15 / 8:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

VELOCE COME IL VENTO
di Matteo Rovere
Italia, 2016, ‘118
Lunedì 11 / Monday 11
22:30 / 10:30 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

 

Franzen Fellows,

In questi giorni sono rientrata in contatto con lui, il Jonathan internazionale, il santo padre delle Correzioni, un romanzo che dovrebbe far sfigurare ogni libro di ogni libreria di ogni soggiorno di ogni casa del mondo. Sono rientrata in contatto con lui perché si parla molto del suo ultimo capolavoro, Purity― da cui, rumours has it, sarà tratto un film con Daniel Craig come protagonista, peccato che la protagonista sia una lei… I giornali sono pieni di articoli sull’autore e sul suo pensiero che definisco tentacolare giacché arriva a toccare e abbracciare e stritolare argomenti e questioni extra letterarie, relative alla società e al mondo che viviamo. Tra i molti punti che tocca nei suoi libri, saggi, interviste, mi piace da impazzire il modo estremamente colt(o) con cui spara a zero sui social media e sulla democrazia digitale. Jonathan ― o il Tredicesimo Apostolo ― definisce Facebook “La fiera della vanità”… “Diventare amico di una persona su Facebook significa semplicemente includerla nella nostra personale sala degli specchi adulatori. Un luogo virtuale pieno di “vanitose proiezioni di sé”. Ebbene sì, siamo anime gemelle… 🙂
Lo sapete, io inveisco sempre come un’ossessa contro Facebook&Twitter, e non spaccherei ulteriori decibel reiterando il concetto over and over. Ma poi vedete lui traccia una linea fra tecnologia e oblio, e se ne esce fuori con questa spietata verità: “Non avrete ricordi delle ore trascorse a confrontare le applicazioni dell’iPhone o a leggere i feed di Twitter o a personalizzare la vostra pagina Facebook; quelle ore scompariranno dalla vostra vita”. E io non posso tacervela, questa spietata verità: mi fa tremare le gambe. La domanda sottesa a questa affermazione è: quante ore buttiamo via cazzeggiando con i gingilli che la tecnologia c’infila in tasca?
E non possiamo non assentire con lui sulla “digital democracy”, che definisce “un incubo. Non servono più politici o esperti: basta dare alla gente libero mercato, informazioni non mediate via Internet e strumenti per comunicare, e magicamente nascerà una società perfetta. Ecco, il risultato è Donald Trump” ― trovate tutto qui http://www.lastampa.it/2016/03/27/cultura/democrazia-digitale-un-incubo-nbn0Acaxr5tOTNsyC91HuI/pagina.html.
Capirete, anche alla luce del mio post della settimana scorsa, che quando ho letto tutto ciò, ho sentito un sommovimento sommuovermi dall’interno ― Donald Duck Trump grava su di noi come il più funesto dei presagi.
Ho piacere di citare questo super scrittore e le sue parole perché è uno dei pochi americani in grado di alzare la voce contro un coro yankee pro-Jobs, pro-incubatori, pro-startuppari, pro-tutta-la-vita-Silicon Valley a cui noi italiani ci siamo uniti, scimmiottando entusiasmi per dei modelli la cui efficacia va bene per loro, popolo business sin dall’approdo del Mayflower, ma MAGARI non per noi. Non dovremmo forse smetterla di guardare sempre da quella parte e credere che tutto quello che viene fatto, cotto e mangiato sia importabile, introiettabile e digeribile qui, come il più Kentucky Fried Chicken dei pasti? Quando smetteremo il mito americano? Pensiamoci un attimo. Nel Rinascimento, quando l’America non era che un silos da cui attingevamo patate e pomodori, l’Italia ha vissuto la sua Età dell’Oro. Non dico che dobbiamo guardarci l’ombelico e vivere da autarchici, come Moretti tanti anni fa. Dico solo di ritrovare quello che abbiamo. Invece di riempirci la testa e la bocca di nuovi inglesismi, facciamo bene quello che sappiamo fare… Siamo una terra di bellezza. Ma ci vuole tanto a ricavarci dell’indotto? Ma lo vogliamo indurre o no??

E adesso mi ricompongo un attimo e dalle stelle&strisce passo alla ghigliottina, il posto in cui possono infilare il capo tutti quelli che si sono persi “Ascensore per il patibolo” martedì! Hanno furbescamente scampato un simil destino la Vanilla, il Lumière e ilPizzo. Poi abbiamo ballato sul cadavere dell’aristocrazia in Place de la République ― questo lo puntualizzo per correttezza storiografica. 🙂

Cosa vuoi dirgli, a Louis Malle, dopo aver girato un film così? Che a distanza di 60 anni t’inchioda alla poltrona fino all’ultimo fotogramma, quel viso miracoloso che fu di Jeanne Moreau, che sembra rimpiangere, in quel fotogramma finale, tutta la vita che avrebbe potuto avere e che non avrà…
Il film è un noir con un antefatto dalle geometrie molto classiche. Il triangolo. Julien è innamorato di Florence, la moglie del suo capo ― pure un business villain visto che produce armi. I due vogliono sbarazzarsi del marito di lei inscenando il più classico dei suicidi. Sono follemente innamorati, Florence e Julien. E pregherei voi tutti di inserire nel vostro scrigno segreto dove riponete tutte le scene più pazzesche della cinematografia, l’incipit di questo film. Un primo piano sul viso dei due amanti, al telefono, mentre definiscono i dettagli dell’omicidio-suicidio del terzo incomodo e mentre (s)ragionano sull’amore. E sembrano quasi farlo, l’amore, da un capo all’altro del telefono, tanto è palpabile l’erotismo, e animalesca la voglia di annullare i “piccoli” ostacoli coniugali e finalmente unirsi ― nessun marito osi dividere ciò che Eros ha unito, parafraso, blasfema. Siamo talmente “fra” di loro, noi spettatori, talmente vicini, che sembra quasi di perdere l’equilibrio, come quando ti trovi a un millimetro da una vetrata e la schivi per un pelo.
Il piano procede alla perfezione: Julien uccide il marito, sistema tutto, ma mannaggia, dimentica una corda su un cornicione ― quella che gli ha permesso di entrare nell’ufficio del boss. Allora torna indietro per recuperarla, ma mannaggia, poi decide di prendere l’ascensore e ci rimane bloccato dentro. Ma non è finita qui: un bullo da strada e la sua squinzia gli rubano la macchina che aveva lasciato sul ciglio della strada mentre saliva a prendere la corda. E questi due combineranno dei guai peggio delle simpatiche canaglie senza simpatia ― tipo che uccidono una coppia tedesca, e poi cercano di suicidarsi, senza riuscirci. Nel frattempo Florence vaga per Parigi alla ricerca dell’amante che crede l’abbia abbandonata. Finalmente il mattino arriva, la corrente viene riattivata, Julien può finalmente uscire dall’ascensore, ma si ritrova con la polizia alle calcagna…
No, ovviamente il finale non è un happy-ending ― come potrebbe? È pur sempre un noir FRANCESE questo… Ma non conta tanto quello. Conta il modo quasi hitchcockiano ―anzi, senza quasi ― in cui Malle costruisce la suspense. Riuscirà Julien a cavarsela? Questa domanda ci accompagna fino alla fine, e guardate, non è facile mantenere la tensione per 100 minuti. E aldilà della trama in sé, qui siamo davanti a un’opera che mette sul tavolo Eros e Thanatos e li fa convivere in spazi opposti: Julien incastrato in un luogo chiuso e Florence che erra, in uno stato di allucinata disperazione, per una Parigi fredda, vaga, ostile. Siamo in piena tragedia classica, qui. Lo struggimento di Didone in attesa del suo Enea. UIisse ostacolato da sirene e Polifemi che gli impediscono di raggiungere Itaca e Penelope…. E il regista è proprio un genio-del-Malle ― sì, anche questa dovevo dirla ― un sadico di primo pelo giacché decide di separare gli amanti subito dopo quell’indimenticabile telefonata iniziale, di condannarli, loro così eroticamente accesi, alla separazione ― all’astinenza, mi riprenderebbe Starobinski ― e alla solitudine, per farli congiungere poi solo nel dramma finale. Malle, lo stupendo sadico Malle, decide di assegnare parecchio tempo scenico all’altra coppia del film, i due inetti, Bonnie&Clyde senza il fascino e l’arguzia di Bonnie&Clyde, un bullo e una pupa che sono il negativo di Florence e Julien. Questi sempliciotti di periferia, che badano solo alle “cose” ― la macchina di grossa cilindrata di Julien e lo champagne dei tedeschi che si scolano― non sono nemmeno in grado di suicidarsi, come se l’estremo atto, per loro, sempliciotti, non finisca per essere che un atto mancato. L’amore folle scorta il gesto eroico: un amore dozzinale non merita la nobiltà che la morte conferisce.
Credo si potrebbe anche fare un discorso metacinematografico ― perdonate ma aver visto il documentario “Hitchcock – Truffaut” mercoledì mi ha fatto ripensare al fatto che con la Nouvelle Vague, il cinema finalmente acquisisce coscienza di sé come forma d’arte. E qui la risoluzione del film è affidata a una macchina fotografica ― e non sarà mica un caso, dai. Come se l’apparecchio custodisse la Verità. E la macchina fotografica non è forse la madre della macchina da presa? Malle ci sta forse dicendo che nella macchina da presa ― nel cinema ― risiede la Verità? Io credo di sì, ma voi siete liberissimi di sfogliare tutti i Cahiérs du Cinema tutti e formulare una vostra teoria 🙂

Grazie al nostro Lumière, il nostro rimusicatore di film muti nonché sommo esperto di qualunque tipo di “quality music” ― musica di spessore ― di tutti i tempi nonché detentore della Biografia definitiva di Miles Davis scritta da Ian Carr, ci ha svelato molte curiosità relative alla colonna sonora di Miles, che è il secondo motivo per cui NON perdere il film ed evitarvi la ghigliottina ― il primo è la flaneuse Jeanne Moreau, la mina vagante in cerca della miccia perduta fra le vie parigine… quanto paradigma, in un unico personaggio…
Pensate, Miles Davis e i suoi musicisti improvvisarono la musica davanti alle immagini mute del film, e finirono il lavoro nel giro di una sola notte di registrazione, “dieci brani realizzati fra la mezzanotte e il mattino”. Il risultato ha qualcosa di diabolicamente celestiale. La tromba di Miles, che accompagna, ora lamentosa, ora sinistra, ora bisbetica ora calda come un caffè, Florence per le vie di Parigi, regala un piano in più al film. Come se la musica ampliasse il mood contradditorio del film, imperniato attorno al contrasto ― prima dicevamo di Eros e Thanatos, desiderio e morte…
Il Lumière ha gentilmente passato a noi Moviers presenti alcuni stralci tratti dallaBiografia Definitiva ― e ora ditemi se questo non è essere quality Moviers, Moviers di spessore! Cito da Miles: “Visto che si trattava di un omicidio e doveva essere un film di suspense, usai questo vecchio, scuro, cupo edificio per farci suonare i miei musicisti. Pensavo che avrebbe dato una giusta atmosfera alla musica, e lo fece”. Dare un’atmosfera alla musica…come se il vecchio, scuro, cupo edificio tirasse fuori dagli strumenti lo scuro e il cupo che avrebbe ammiccato allo scuro e cupo della trama…
Se vi interessano quelle quattro pagine in cui Miles parla della sua esperienza con “Ascensore per il patibolo”, fatemi un fischio, e ve le mando via mail 🙂 ―[email protected].
Sapete no, c’è un fissa fra cinefili: se di un film dici che ti piace la colonna sonora, non c’è altro che merita di essere nominato… In questo caso, la colonna sonora è un pezzo di storia dell’arte. È come andare al Louvre, vedere Delacroix….

Questa settimana è stata molto ricca, cinematograficulturalmente. Non solo il capolavoro di Malle, ma anche il documentario “Hitchcock – Truffaut”, condiviso con degli esperti d’eccezione: il WG Mat, la Vanilla e il Village. Non posso andare nello specifico anche di questo film ― un pippone più fb-filippica in apertura possono bastare. Ma se avete qualche pur vago interesse nel cinema, cercatevi questo documentario. Decidendo di volare a Los Angeles, intervistare Hitchcock e scriverci un libro, “Il cinema secondo Hitchcock”, che è come un Vangelo per chi si vòta al cinema, Truffaut ha compiuto un gesto d’importanza capitale: ha conferito credibilità al cine hitchcockiano attraverso la letteratura. Di più: ha fatto letteratura del cine hitchcockiano, che fino a quel momento, il 1962, era considerato puro entertainment. Truffaut vede oltre quello che vedono i suoi contemporanei. Capisce che oltre la pancia e la strizza c’è di più. Mi piacerebbe avere più spazio per ragionare sopra i tanti spunti che ho appuntato… Tipo sapete cosa diceva Hitch, sul cine? “Il cinema è mettere insieme due o tre pezzi di pellicola per creare un’idea”. E poi aggiunge: “Fantasy is real”. Il cinema crea idee ―quindi possibilità astratte, immaginarie ― ma che esistono.
Io mi sento molto meglio, quando mi si ricorda che tutto quello che esce dalle mani di un artista, sia esso un pittore, un regista, uno scrittore, un musicista vive e vegeta tanto quanto la realtà che esiste là fuori dalla nostra finestra. Diffidate da quelli che ghettizzano la fantasia, che la considerano una sorta di piterpanica Isola Che Non C’è, e la relegano in un non ben precisato luogo fuori dalla realtà. La fantasia è qui. Se così non fosse, Lez Muvi non esisterebbe. Io non esisterei.
Fantasy is real.
E poi ― vi prego di segnarvelo ― Hitch non voleva dare nessun messaggio. Hitch, col suo cine, vuole creare “un’emozione di massa”. Attraverso la dilatazione del tempo. Questo è il cine, per Hitchcock, definito dai critici “teorico dello spazio”, la dilatazione del tempo.
Se penso che per me la scrittura è ricavare spazio nel tempo, mi sento molto pappa e ciccia con Alfred…

Dunque vorrei tanto cercare di spiegarvi la spasmodica voglia di andare a ripescare tutto-Truffaut e tutto-Hitchcock che questo documentario ha innescato in me, ma devo proporvi un esperimento che ho in mente per lunedì. Lunedì, cari Fellows, per la sconfinata gioia del Mastro ― che dall’alto della sua bontà, perdonerà questa mia ironia ― lunedì si aprono i Cinema Days, la fiera del bianco del cinema in cui tutti i film proposti in sala sono offerti a 3 euri. Per spingere il bestiame a riempire le sale cinematografiche…
Il Mastro ci propone un gran pezzo da 90, e noi non possiamo certo perdercelo. Ma al contempo vi lancio il film Lez Muvi della settimana allo Smelly: una pellicola a cui concedo il beneficio del dubbio. Quindi se un tempo c’era il mercoledì da leoni, Lez Muvi oggi propone il lunedì da braccini con un BIATHLON!
Partiamo con

URGE
di Alessandro Bergonzoni

Bergonzoni, l’intelligenza in forma di folletto, ha fatto del suo spettacolo teatrale, un film. Dando il modo a chi non ha potuto andare a vederlo a teatro, di recuperarlo al cine. Siccome lo spettacolo è uno dei suoi migliori, il film non sarà da meno.
Appena finisce, intorno alle 10:00 pm, noi ci fiondiamo allo Smelly e concludiamo il BIATHLON con

VELOCE COME IL VENTO
di Matteo Rovere

Il Biathlon è abbastanza folle, me ne rendo conto. Ma voi potete anche optare per un solo film ― “Veloce come il vento”, vi ripeto, è il Lez Muvi della settimana. Certo il Biathlon prescriverebbe entrambe le discipline, ma per voi chiuderei un occhio… Siete pur sempre i miei Moviers 🙂
Inoltre tutto è molto in balia della quantità di bestiame che si accalcherà intorno al botteghino, attirato dal richiamo dei 3 Euri, e se riusciremo a vedere uno, due, entrambi i film o nessuno…
Quindi vedete di arrivare dal Mastro o allo Smelly con un po’ di anticipo per assicurarvi il posto 😉

So che ho abusato molto del vostro tempo oggi. Ma sono pur sempre il vostro Board 🙂
Quindi ora non dovete fare altro che lanciare un’occhiata al Maelstrom, accettare questi ringraziamenti e questi saluti, puramente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dunque ricordate i Pugaciov sulla Luna, il loro ultimo album, “Freestanding”, di cui vi avevo parlato in qualche Maelstrom fa? Be’ ragazzi, sta andando alla grande, tanto che lunedì l’Adige ha pubblicato una bellissima intervista al nostro Riccardo ― voce, basso, batteria e soprattutto Movier Pugaciov 🙂 ― che ha così definito il loro obbiettivo “la ricerca ostinata di uno stato di grazia contro le avversità”… Riccardo, e glielo dico qui ora, ha intercettato uno dei miei progetti di vita: la ricerca ostinata di uno stato di grazia contro le avversità…
Ascoltateli, seguiteli!

Un’altra band che ci sentiamo di promuovere, per l’originalità dei contorni transtemporali che hanno scelto di assumere, collocandosi in un futuro sbocciato sulle macerie del passato, sono i Future By Fax, un progetto che, cito: “sintetizza un suono elettronico abbinando vecchi macchinari analogici a nuove e sofisticate tecnologie provenienti dal futuro”. Il cantante, Herz, che per me è e rimarrà sempre il Doc da Nomansland, mi ha mandato il singolo “Sopra di voi”.
Vi consiglio di vederlo, oltreché ascoltarlo https://www.youtube.com/watch?v=Vk7RWuY3Pyc La location è da urlo… E pensate che i Future By Fax hanno anche musicato “Lunga Attesa” un testo dei Marlene Kunz, nientepopodimenoche…
Per saperne di più http://www.futurebyfax.com/  😉

URGE: Tratto dall’omonimo successo teatrale di Bergonzoni, il film è la ripresa del monologo con cui l’attore-autore bolognese si scaglia, artisticamente e civilmente, contro le vacuità e le metastasi culturali della società di massa.

VELOCE COME IL VENTO: La passione per i motori scorre da sempre nelle vene di Giulia De Martino. Viene da una famiglia che da generazioni sforna campioni di corse automobilistiche. Anche lei è un pilota, un talento eccezionale che a soli diciassette anni partecipa al Campionato GT, sotto la guida del padre Mario. Ma un giorno tutto cambia e Giulia si trova a dover affrontare da sola la pista e la vita. A complicare la situazione il ritorno inaspettato del fratello Loris, ex pilota ormai totalmente inaffidabile, ma dotato di uno straordinario sesto senso per la guida. Saranno obbligati a lavorare insieme, in un susseguirsi di adrenalina ed emozioni che gli farà scoprire quanto sia difficile e importante provare ad essere una famiglia.

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LET’S MOVIE 277 propone ASCENSORE PER IL PATIBOLO e commenta IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI

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ASCENSORE PER IL PATIBOLO
di Louis Malle
Francia, 1957, ‘92
Lunedì 4 / Monday 4
21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Fregoli Fellows,

In questi giorni, scavando sotto il film “Anomalisa” per scriverci sopra, e cercare di livellare il terreno su cui poggiano le mie giornate post-rientro, mi sono imbattuta in questa bizzarra sindrome di cui non avevo mai sentito parlare, la Sindrome di Fregoli. A  seguito di questo disturbo il paziente è convinto che le persone siano in realtà tutte lo stesso individuo, con diverse fattezze. E crede di riconoscere come amici persone estranee o che persone note abbiano alterato la loro fisionomia per non farsi riconoscere, sentendosi molto spesso minacciato da loro. Per chi non lo sapesse ― me first ― Leopoldo Fregoli era un famoso trasformista vissuto nella prima metà del ‘900.
Se guardo alla società post-post-industriale e iper-iper-standardizzante di oggi, in cui tutti vogliono essere disperatamente “diversi”, ma finiscono tutti per essere catastroficamente uguali, questa sindrome mi sembra funzionare bene come presagio patologico di oggi. Prendete Donald Duck Trump. Dicendo “le donne oops volevo dire i medici dovrebbero essere puniti se scelgono l’aborto”, crede di distinguersi, di spiccare tra la massa incolore dei suoi avversari di partito, e di essere diverso da quelli che bruciavano le donne sui roghi nel 1200 perché starnutivano accanto a un gatto nero. Invece il papero in questione è banalmente una replica di quei medievali. Che delusione sei, Donald, gli direi io, un semplice duck dejà-vu, Donald… Attaccarlo lo gasa, ma bisognerebbe sgonfiargli l’ego. Facendogli notare che è solo una copia di mille riassunti, forse non lo farebbe desistere dalla corsa alla Casa Bianca, ma almeno gli farebbe notare il canotto bucato che è.
Questo non c’entra nulla, ovviamente, con il Lez Muvi di martedì. Era solo un modo per ribadire quanto il cine c’insegni a guardare e guardarci attraverso delle lenti che non avevamo in mano e che non avremmo mai pensato di avere, prima di averle. Chi si sarebbe mai immaginato che da Leopoldo Fregoli io avessi un giorno farneticato un po’ su questi anni 2000 e su “Paperi in politica ai tempi del 2.0”?

Il Lez Muvi di martedì, all’attenta presenza della Vanilla e del WG Mat ― e alla penosa assenza del resto dei Moviers, impegnati in chissà quali faccende di Stato ― ha segnato il mio ritorno al cine in pieno jet lag. Il ritorno è andato benissimo, il jet lag un po’ meno, con quello sfarfallio diffuso in tutto il corpo che il lag produce e che ti fa credere di essere invaso all over da uno sciame di macaoni. Ci sono stati pertanto dei momenti in cui io chiedevo alla madama butterfly di turno di spostarsi dai miei occhi ed evitare, please, di distrarmi…

“Asphalte” sarebbe “Il condominio dei cuori infranti”, e capite già che il titolo italiano penalizza l’originale e costringe il film in una categoria che certo non gli appartiene: quella della commedia dalle tonalità rosa confetto… Non mi fermo a criticare solo la traduzione del titolo ― condannando il pressapochismo italiano ― ma anche la locandina. Il titolo rosa con il cuore disegnato al posto della O di “cuori”… Insomma, dico io, non è Moccia! Gli amori adolescenti, così come le delusioni sentimentali a cui associamo immediatamente l’espressione “cuori infranti” sono quanto di più distante possiate immaginare dal film.
E non è nemmeno l’ennesimo film sulle ennesime solitudine che scontatamente si trovano. I personaggi sono soli, this is true, ma non ne fanno un dramma, e non c’è nemmeno la drammatizzazione aggiunta dalla mano del regista. Se la solitudine c’è, è metafisica, e il film, nella rappresentazione della realtà che mette in scena, la restituisce in maniera puntuale. La periferia francese che viene rappresentata potrebbe essere qualsiasi periferia di qualsiasi stato. E i personaggi stessi, più che persone in carne ed ossa, sono ruoli. Non c’è ricerca alcuna di realismo: tutto è volutamente artificiale e artificioso. L’obbiettivo non è quello di stimolare l’empatia dello spettatore, quanto piuttosto quello di puntare al suo straniamento attraverso quadretti a loro volta stranianti. È un po’ la via battuta da Roy Anderson in “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” ― e qui sono certa partirà un coro di risate da parte degli Anti-Moviers 🙂 Ma ci torna in mente anche il plastico surrealismo di Kaurismaki e di Wes Anderson. È un cinema, quello di Betrichet, che persegue una forma, e io sono ben contenta ogni volta che incontro sulla mia strada registi che si impongono questo tipo di ricerca e che non si accontentano del “cosa” di una storia ― i fatti, gli eventi, il significato ― ma anche del “come” di una storia ― la struttura, l’involucro, il significante. Quindi, ridano pure gli Anti-Moviers. 🙂 🙂
Ma chi sono questi personaggi? Dunque, c’è un inquilino del primo piano di un condominio che si rifiuta di pagare la quota per istallare l’ascensore ― lui sta al primo, what’s the point? ― ma si vede beffare dalla cyclette: dopo aver pedalato per 100 km ―lo vedo solo io, il gusto del iperbolico favolistico qui? Probabilmente sì… ― l’inquilino è ridotto su una sedia a rotelle e si trova davanti alla necessità di usare l’ascensore, e di usarlo all’alba, per non farsi scoprire dagli altri inquilini… Il cyclettista infermo, finisce poi per innamorarsi di un’infermiera seria, abbastanza provata dalla vita.
Un’attrice sul viale del tramonto si trasferisce nell’appartamento di fronte a quello in cui abita un adolescente i cui genitori sono sempre assenti. Tra i due nascerà una complicità da buddies che sulle prime sembra improbabile, ma che poi, come si suol dire, ci sta tutta.
Un astronauta americano precipita sul tetto del palazzo e trova ospitalità presso un’inquilina, una nonna algerina che lo ospita come se fosse un figlio mentre la NASA si organizza per andare a riprenderlo.

Queste coppie di personaggi hanno tutti un qualcosa da risolvere, un sospeso con cui fare i conti: c’è chi, infermo, deve trovare il modo di uscire di casa e procurarsi da mangiare, e troverà una donna triste dietro la quale ci sarà tutta una storia da scoprire, ma prima di tutto c’è un sorriso da incoraggiare e fotografare. C’è chi è semplicemente rimasto chiuso fuori dalla porta, come l’attrice, e deve trovare il modo per rientrare, e non solo in casa ma anche nella recitazione. C’è chi è adolescente e si trascina tra casa-banlieu-scuola senza un vero perché ― un po’ come tutti gli adolescenti del mondo ― e lo trova, momentaneamente, nell’aiutare questa nuova vicina a risolvere i suoi piccoli grandi drammi. C’è chi cade giù dal cielo e deve tornare a casa e c’è chi forse spera che qualcosa cada giù dal cielo e la salvi dalle puntate di Beautiful e dai suoi manicaretti, come la nonna algerina.
È come se queste sei vite fossero tre coppie di pianeti storti che gravitano l’uno attorno all’altro e trovano, in questo strampalato, anti-logico sistema gravitazionale, il modo di rimanere a galla nello spazio dell’esistenza. L’uno legato all’altro, questi mondi umani, galleggianti in un’atmosfera di degrado urbano, riescono a sopravvivere, per questo o quel motivo, proprio grazie all’altro. Ed è evidente, non si tratta di problemi standard, non è questione di vita o di morte. Eppure, senza l’intervento dell’altro materializzatosi in quel preciso momento, la vita rimarrebbe incastrata in uno spazietto di piccoli intoppi senza senso contro cui il personaggio non smetterebbe mai di sbattere la testa. Grazie all’altro, un infermo riuscirà ad alzarsi in piedi e a percorrere qualche isolato per raggiungere la sua innamorata, una serratura si aprirà, un vuoto lasciato da un figlio sarà riempito da un uomo dello spazio.

C’è, in questo piccolo film, una gran bella pagina sul valore della solidarietà, ma una solidarietà 100% laica, scevra da qualsiasi risvolto etico. Credo che il regista abbia scelto di percorrere il registro sul filo dell’assurdo proprio per non finire giù per la china del catto-buonismo attraverso manifesti strillati di “aiutiamoci tutt’insieme” da pubblicità progresso. L’empatia che s’instaura tra i personaggi, proprio grazie alle situazioni fuori dalla norma di cui sono protagonisti, e grazie anche al fatto che non è strettamente necessaria, acquisisce ancora più valore e ribadisce il concetto che sopravvivere non basta. Il sorriso di una persona che ti piace è tanto importante e vitale quanto il pacchetto di patatine dal distributore automatico che ti metti in pancia. E sapete, per una volta mi piace che il film sia senza musica, e solo scandito da un rumore metallico che nessuno dei personaggi capisce cosa sia e da dove provenga. Tutti s’interrogano, noi c’interroghiamo. E alla fine, colpo di coda del regista, viene fuori che è lo sportello di un cassone che sbatte per il vento… Nulla più di uno sportello di metallo… Un bellissimo modo per notare il potenziale sovrannaturale in seno alla realtà…

E ora Fellows, indossiamo il vestito della festa, s’il vous plait. Ho in serbo per voi un paio di eventi che esigono un dress code “black tie and long dress”. Cominciamo qui con il film della settimana.

ASCENSORE PER IL PATIBOLO
di Louis Malle

Il Mastro ci propone il nuovo appuntamento nella rassegna “Il Cinema Ritrovato”: un classico dei classici in versione originale sottotitolata, restaurata e digitalizzata. Ora capite perché il dress code è di rigore.
Credo che “Ascensore per il patibolo” sia quanto di meglio le sale propongano al momento. E un po’ di cinema d’essai non farà certo Malle a nessuno ― si l’ho detta, avrei potuto tenerla per me, ma l’ho detta…

Rimanete in smoking e abito lungo anche mercoledì ― martedì potete pure infilare una tuta, ma mercoledì no, venite vestiti da pinguini e principesse perché andiamo a vedere questo: “HITCHCOCK – TRUFFAUT”, un documentario imperdibile sui due giganti del cinema moderno.
Quando c’è un’occasione così, Fellows, la si coglie al volo. Io sarò molto in ghingheri, siatelo anche voi… Dobbiamo rendere omaggio a questi due Signori del Cine…
Let’s make an event out of it! 😉

HITCHCOCK – TRUFFAUT
di Kent Jones
USA, 2015, ‘85
Mercoledì 6 / Wednesday 6
20:30 / 8:30 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Per maggiori dettagli, consultare il Maelstrom. 😉

Prima di dedicarvi al bricolage della domenica sera, vi obbligo ad accettare questi ringraziamenti e questi saluti, illusionisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Di seguito qualche info sul docu in programma: “Diversi cineasti discutono di come il libro di Francois Truffaut Il cinema secondo Hitchcock (1966) abbia influenzato il loro lavoro. La visione singolare di Hitchcock viene riproposta, nel film di Kent Jones, da alcuni tra i più grandi registi d’oggi: Martin Scorsese, David Fincher, Arnaud Desplechin, Kiyoshi Kurosawa, Wes Anderson, James Gray, Olivier Assayas, Richard Linklater, Peter Bogdanovich e Paul Schrader. La conversazione tra i due uomini cambiò profondamente la critica nei confronti dell’approccio del cinema di Hitchcock nel mondo, ma non solo. Da allora il concetto stesso di “cinema” cambiò per sempre”.
No, non possiamo perderlo, lo so, ve l’avevo detto… 😉

ASCENSORE PER IL PATIBOLO: Da un romanzo di Noel Calef: dopo aver ucciso il principale su istigazione della di lui moglie, rimane bloccato in ascensore. Brillante esordio di Malle con un film noir in cui più che l’azione, pur tesa come un cavo dell’energia elettrica, contano l’atmosfera (fotografia di H. Decae, stupenda colonna musicale jazz di Miles Davis) e l’analisi dei sentimenti. D’antologia la camminata di J. Moreau nella notte parigina. Premio Delluc 1957.

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