LET’S MOVIE 277 propone ASCENSORE PER IL PATIBOLO e commenta IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI

LET’S MOVIE 277 propone ASCENSORE PER IL PATIBOLO e commenta IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI

ASCENSORE PER IL PATIBOLO
di Louis Malle
Francia, 1957, ‘92
Lunedì 4 / Monday 4
21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Fregoli Fellows,

In questi giorni, scavando sotto il film “Anomalisa” per scriverci sopra, e cercare di livellare il terreno su cui poggiano le mie giornate post-rientro, mi sono imbattuta in questa bizzarra sindrome di cui non avevo mai sentito parlare, la Sindrome di Fregoli. A  seguito di questo disturbo il paziente è convinto che le persone siano in realtà tutte lo stesso individuo, con diverse fattezze. E crede di riconoscere come amici persone estranee o che persone note abbiano alterato la loro fisionomia per non farsi riconoscere, sentendosi molto spesso minacciato da loro. Per chi non lo sapesse ― me first ― Leopoldo Fregoli era un famoso trasformista vissuto nella prima metà del ‘900.
Se guardo alla società post-post-industriale e iper-iper-standardizzante di oggi, in cui tutti vogliono essere disperatamente “diversi”, ma finiscono tutti per essere catastroficamente uguali, questa sindrome mi sembra funzionare bene come presagio patologico di oggi. Prendete Donald Duck Trump. Dicendo “le donne oops volevo dire i medici dovrebbero essere puniti se scelgono l’aborto”, crede di distinguersi, di spiccare tra la massa incolore dei suoi avversari di partito, e di essere diverso da quelli che bruciavano le donne sui roghi nel 1200 perché starnutivano accanto a un gatto nero. Invece il papero in questione è banalmente una replica di quei medievali. Che delusione sei, Donald, gli direi io, un semplice duck dejà-vu, Donald… Attaccarlo lo gasa, ma bisognerebbe sgonfiargli l’ego. Facendogli notare che è solo una copia di mille riassunti, forse non lo farebbe desistere dalla corsa alla Casa Bianca, ma almeno gli farebbe notare il canotto bucato che è.
Questo non c’entra nulla, ovviamente, con il Lez Muvi di martedì. Era solo un modo per ribadire quanto il cine c’insegni a guardare e guardarci attraverso delle lenti che non avevamo in mano e che non avremmo mai pensato di avere, prima di averle. Chi si sarebbe mai immaginato che da Leopoldo Fregoli io avessi un giorno farneticato un po’ su questi anni 2000 e su “Paperi in politica ai tempi del 2.0”?

Il Lez Muvi di martedì, all’attenta presenza della Vanilla e del WG Mat ― e alla penosa assenza del resto dei Moviers, impegnati in chissà quali faccende di Stato ― ha segnato il mio ritorno al cine in pieno jet lag. Il ritorno è andato benissimo, il jet lag un po’ meno, con quello sfarfallio diffuso in tutto il corpo che il lag produce e che ti fa credere di essere invaso all over da uno sciame di macaoni. Ci sono stati pertanto dei momenti in cui io chiedevo alla madama butterfly di turno di spostarsi dai miei occhi ed evitare, please, di distrarmi…

“Asphalte” sarebbe “Il condominio dei cuori infranti”, e capite già che il titolo italiano penalizza l’originale e costringe il film in una categoria che certo non gli appartiene: quella della commedia dalle tonalità rosa confetto… Non mi fermo a criticare solo la traduzione del titolo ― condannando il pressapochismo italiano ― ma anche la locandina. Il titolo rosa con il cuore disegnato al posto della O di “cuori”… Insomma, dico io, non è Moccia! Gli amori adolescenti, così come le delusioni sentimentali a cui associamo immediatamente l’espressione “cuori infranti” sono quanto di più distante possiate immaginare dal film.
E non è nemmeno l’ennesimo film sulle ennesime solitudine che scontatamente si trovano. I personaggi sono soli, this is true, ma non ne fanno un dramma, e non c’è nemmeno la drammatizzazione aggiunta dalla mano del regista. Se la solitudine c’è, è metafisica, e il film, nella rappresentazione della realtà che mette in scena, la restituisce in maniera puntuale. La periferia francese che viene rappresentata potrebbe essere qualsiasi periferia di qualsiasi stato. E i personaggi stessi, più che persone in carne ed ossa, sono ruoli. Non c’è ricerca alcuna di realismo: tutto è volutamente artificiale e artificioso. L’obbiettivo non è quello di stimolare l’empatia dello spettatore, quanto piuttosto quello di puntare al suo straniamento attraverso quadretti a loro volta stranianti. È un po’ la via battuta da Roy Anderson in “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” ― e qui sono certa partirà un coro di risate da parte degli Anti-Moviers 🙂 Ma ci torna in mente anche il plastico surrealismo di Kaurismaki e di Wes Anderson. È un cinema, quello di Betrichet, che persegue una forma, e io sono ben contenta ogni volta che incontro sulla mia strada registi che si impongono questo tipo di ricerca e che non si accontentano del “cosa” di una storia ― i fatti, gli eventi, il significato ― ma anche del “come” di una storia ― la struttura, l’involucro, il significante. Quindi, ridano pure gli Anti-Moviers. 🙂 🙂
Ma chi sono questi personaggi? Dunque, c’è un inquilino del primo piano di un condominio che si rifiuta di pagare la quota per istallare l’ascensore ― lui sta al primo, what’s the point? ― ma si vede beffare dalla cyclette: dopo aver pedalato per 100 km ―lo vedo solo io, il gusto del iperbolico favolistico qui? Probabilmente sì… ― l’inquilino è ridotto su una sedia a rotelle e si trova davanti alla necessità di usare l’ascensore, e di usarlo all’alba, per non farsi scoprire dagli altri inquilini… Il cyclettista infermo, finisce poi per innamorarsi di un’infermiera seria, abbastanza provata dalla vita.
Un’attrice sul viale del tramonto si trasferisce nell’appartamento di fronte a quello in cui abita un adolescente i cui genitori sono sempre assenti. Tra i due nascerà una complicità da buddies che sulle prime sembra improbabile, ma che poi, come si suol dire, ci sta tutta.
Un astronauta americano precipita sul tetto del palazzo e trova ospitalità presso un’inquilina, una nonna algerina che lo ospita come se fosse un figlio mentre la NASA si organizza per andare a riprenderlo.

Queste coppie di personaggi hanno tutti un qualcosa da risolvere, un sospeso con cui fare i conti: c’è chi, infermo, deve trovare il modo di uscire di casa e procurarsi da mangiare, e troverà una donna triste dietro la quale ci sarà tutta una storia da scoprire, ma prima di tutto c’è un sorriso da incoraggiare e fotografare. C’è chi è semplicemente rimasto chiuso fuori dalla porta, come l’attrice, e deve trovare il modo per rientrare, e non solo in casa ma anche nella recitazione. C’è chi è adolescente e si trascina tra casa-banlieu-scuola senza un vero perché ― un po’ come tutti gli adolescenti del mondo ― e lo trova, momentaneamente, nell’aiutare questa nuova vicina a risolvere i suoi piccoli grandi drammi. C’è chi cade giù dal cielo e deve tornare a casa e c’è chi forse spera che qualcosa cada giù dal cielo e la salvi dalle puntate di Beautiful e dai suoi manicaretti, come la nonna algerina.
È come se queste sei vite fossero tre coppie di pianeti storti che gravitano l’uno attorno all’altro e trovano, in questo strampalato, anti-logico sistema gravitazionale, il modo di rimanere a galla nello spazio dell’esistenza. L’uno legato all’altro, questi mondi umani, galleggianti in un’atmosfera di degrado urbano, riescono a sopravvivere, per questo o quel motivo, proprio grazie all’altro. Ed è evidente, non si tratta di problemi standard, non è questione di vita o di morte. Eppure, senza l’intervento dell’altro materializzatosi in quel preciso momento, la vita rimarrebbe incastrata in uno spazietto di piccoli intoppi senza senso contro cui il personaggio non smetterebbe mai di sbattere la testa. Grazie all’altro, un infermo riuscirà ad alzarsi in piedi e a percorrere qualche isolato per raggiungere la sua innamorata, una serratura si aprirà, un vuoto lasciato da un figlio sarà riempito da un uomo dello spazio.

C’è, in questo piccolo film, una gran bella pagina sul valore della solidarietà, ma una solidarietà 100% laica, scevra da qualsiasi risvolto etico. Credo che il regista abbia scelto di percorrere il registro sul filo dell’assurdo proprio per non finire giù per la china del catto-buonismo attraverso manifesti strillati di “aiutiamoci tutt’insieme” da pubblicità progresso. L’empatia che s’instaura tra i personaggi, proprio grazie alle situazioni fuori dalla norma di cui sono protagonisti, e grazie anche al fatto che non è strettamente necessaria, acquisisce ancora più valore e ribadisce il concetto che sopravvivere non basta. Il sorriso di una persona che ti piace è tanto importante e vitale quanto il pacchetto di patatine dal distributore automatico che ti metti in pancia. E sapete, per una volta mi piace che il film sia senza musica, e solo scandito da un rumore metallico che nessuno dei personaggi capisce cosa sia e da dove provenga. Tutti s’interrogano, noi c’interroghiamo. E alla fine, colpo di coda del regista, viene fuori che è lo sportello di un cassone che sbatte per il vento… Nulla più di uno sportello di metallo… Un bellissimo modo per notare il potenziale sovrannaturale in seno alla realtà…

E ora Fellows, indossiamo il vestito della festa, s’il vous plait. Ho in serbo per voi un paio di eventi che esigono un dress code “black tie and long dress”. Cominciamo qui con il film della settimana.

ASCENSORE PER IL PATIBOLO
di Louis Malle

Il Mastro ci propone il nuovo appuntamento nella rassegna “Il Cinema Ritrovato”: un classico dei classici in versione originale sottotitolata, restaurata e digitalizzata. Ora capite perché il dress code è di rigore.
Credo che “Ascensore per il patibolo” sia quanto di meglio le sale propongano al momento. E un po’ di cinema d’essai non farà certo Malle a nessuno ― si l’ho detta, avrei potuto tenerla per me, ma l’ho detta…

Rimanete in smoking e abito lungo anche mercoledì ― martedì potete pure infilare una tuta, ma mercoledì no, venite vestiti da pinguini e principesse perché andiamo a vedere questo: “HITCHCOCK – TRUFFAUT”, un documentario imperdibile sui due giganti del cinema moderno.
Quando c’è un’occasione così, Fellows, la si coglie al volo. Io sarò molto in ghingheri, siatelo anche voi… Dobbiamo rendere omaggio a questi due Signori del Cine…
Let’s make an event out of it! 😉

HITCHCOCK – TRUFFAUT
di Kent Jones
USA, 2015, ‘85
Mercoledì 6 / Wednesday 6
20:30 / 8:30 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Per maggiori dettagli, consultare il Maelstrom. 😉

Prima di dedicarvi al bricolage della domenica sera, vi obbligo ad accettare questi ringraziamenti e questi saluti, illusionisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Di seguito qualche info sul docu in programma: “Diversi cineasti discutono di come il libro di Francois Truffaut Il cinema secondo Hitchcock (1966) abbia influenzato il loro lavoro. La visione singolare di Hitchcock viene riproposta, nel film di Kent Jones, da alcuni tra i più grandi registi d’oggi: Martin Scorsese, David Fincher, Arnaud Desplechin, Kiyoshi Kurosawa, Wes Anderson, James Gray, Olivier Assayas, Richard Linklater, Peter Bogdanovich e Paul Schrader. La conversazione tra i due uomini cambiò profondamente la critica nei confronti dell’approccio del cinema di Hitchcock nel mondo, ma non solo. Da allora il concetto stesso di “cinema” cambiò per sempre”.
No, non possiamo perderlo, lo so, ve l’avevo detto… 😉

ASCENSORE PER IL PATIBOLO: Da un romanzo di Noel Calef: dopo aver ucciso il principale su istigazione della di lui moglie, rimane bloccato in ascensore. Brillante esordio di Malle con un film noir in cui più che l’azione, pur tesa come un cavo dell’energia elettrica, contano l’atmosfera (fotografia di H. Decae, stupenda colonna musicale jazz di Miles Davis) e l’analisi dei sentimenti. D’antologia la camminata di J. Moreau nella notte parigina. Premio Delluc 1957.

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1 Comment

  1. I really enjoy the blog post. Great. efadekeecdcdbbca

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