LET’S MOVIE 279 – propone IL LIBRO DELLA GIUNGLA e commenta URGE e VELOCE COME IL VENTO

LET’S MOVIE 279 – propone IL LIBRO DELLA GIUNGLA e commenta URGE e VELOCE COME IL VENTO

IL LIBRO DELLA GIUNGLA
di Jon Favreau
USA, 2016, ‘89
Lunedì 18 / Monday 18
21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Mossack Fonseca Moviers Fellows,

Guardo a questa faccenda dei Panama Papers più con l’orecchio del poeta che con le mani lunghe dei maghi della finanza, di cui, ne è riprova questo fatto, è pieno il mondo, non solo la nostra Italia. Panama Papers suona un gran bene, con quell’allitterazione in PA lì davanti, con quella sensazione linguistica che non si stia parlando tanto di uno scandalo fiscale globale quanto piuttosto dell’ultimo romanzo a puntate di Dickens: “….e dopo i Pickwick Papers, escono postumi, ritrovati in un vecchio baule della vecchia soffitta della vecchia dimora del buon vecchio Charles, i “Panama Papers”… E invece no, niente letteratura purtroppo, niente archeologia, è la versione 2016 di Wikileaks e Vatileaks e tutto quello che leaks, filtra, assai putrido, dalle crepe di un sistema molto ben architettato. Il brutto è che non c’è nulla di nuovo: se la finanza dev’essere creativa, che sia creativa, non ripetitiva, perbacco! Le società off-shore esistono sin dell’epoca delle Signorie (!) e i paradisi fiscali sono talmente frequentati che sembra di stare a Rimini in agosto. Certo, per quella forma di empatia che contraddistingue il mio essere, provo una profonda vergogna ogni volta che trovo Cameron per la tv o sui giornali, e mi sforzo di capire come possa davvero sperare che il nobile popolo d’Inghilterra smetta di protestare davanti alla sua monofamigliare in Downing Street, dopo affermazioni tipo “L’off-shore fondata da mio padre a Panama? Be’ ma perché il fondo aveva senso se era in un paese con i dollari”… Certo David, degli scellini kenyoti non ve ne facevate un granché, come darti torto?
Ecco solo, per dire che in tutta la faccenda non trovo nulla di speciale se non nel nome dell’inchiesta giudiziaria ― “The Panama Papers”… ne faranno senz’altro un film…

Per fortuna abbiamo le maratone cinematografiche a cui guardare con soddisfazione! L’iniziativa Biathlon è stata un gran successo, con due biatleti vincitori ex aequo, il Bridge e il Pizzo, che hanno visto entrambi i film proposti e tagliato il traguardo dell’una di notte, sulle note di “Momenti di gloria” ― ho soffocato lacrime di commozione solo perché sono il Board e devo tenere un contegno, ma dentro ero sciolta come un Lindor e grata che nessuno dei due fosse stramazzato durante la maratona.

Monoatleta a “Urge”, la More, e monoatleti a “Veloce come il vento”, l’Onassis Jr, il WG Mat, l’Andy-heT-ydnaC. Ecco magari il Biathlon non è esperienza affrontabile proprio tutte le settimane TUTTE, ma una volta ogni tanto, in corrispondenza di eventi speciali, tipo Cinema Days, lunedI da braccini o il prossimo Trento Film Festival ― l’amico alle porte 🙂 ― potremmo anche ripeterla. Il fun toccato lunedì sarà registrato negli annali lezmuviani.

Dunque su “Urge”, lo spettacolo teatrale di Bergonzoni da cui è stato tratto questo film, se non fossi così sconsiderata come sono, mi appellerei al quinto emendamento, e mi rifiuterei di scrivere anche solo una parola su quello che abbiamo visto. Bergonzoni sfugge alle definizioni e ai paragoni. Per la pirotecnia linguistica, mi verrebbe da citare Eco ― avete mai letto “La mamma” poesia con una sola vocale? Leggete leggete, vi riporto il link nel Maelstrom… Per la guittoneria, Fo. Per certi calembour di sofistica eleganza, e controllata spericolatezza, Palazzeschi o Gozzano, o il Joyce di “Finnegan’s Wake”. Per la sensibilità sociale qualche poeta incompreso, tipo Majacovski, o Van Gogh ― cos’era Vincent, se non un poeta incompreso? Bergonzoni è tutto questo insieme e incredibilmente se stesso. Unico e irripetibile, e per questo dovrebbe essere ibernato, infilato in una camera iperbarica e spedito ai posteri, con la promessa che lo scongelino e cucinino solo in occasioni veramente speciali, essendo uno dei piatti più raffinati che il palato del passato abbia mai gustato.

Ciò che spiazza, di Bergonzoni, è il pedaggio contradditorio che ti chiede. Da un lato devi affidarti a lui completamente. Ti devi lasciar andare, devi abbandonare completamente le leggi della causa ed effetto della realtà. Ti devi lasciar trascinare in un mondo in cui parola chiama parola che chiama racconto che chiama sragionamento. Tutto parte da lì, da quella piccola unità linguistica di cui Bergonzoni sfrutta i doppi, tripli, quadrupli significati e su cui costruisce trame di sogni, film, epiche assurde, ma che dietro nascondono sempre un significato tutt’altro che assurdo, logicissimo, profondo, sempre rivolto all’esaltazione della bellezza, dell’arte, dell’ingegno, dell’umanità. Definire con “giochi di parole” i nuclei capillari di (non)senso a cui Bergonzoni dà vita svilirebbe ciò che fa. Se si accontentasse dell’aspetto ludico potrebbe fermarsi a dire che “A Brno le vocali si annoiano” ― e per me già questo basterebbe ― o “Se pianti una donna, ricresce da un’altra parte”.  Ma lui ragiona poi sulla ricerca del “Granché” o sul “Voto di vastità”… “, e ogni singola battuta che lancia cela un doppiofondo di profonda capienza etica. “Io sono per la chirurgia etica, per rifarsi il senno”. “Nessun dogma è l’opera che preferisco”…. Capite anche voi che c’è qualcosa oltre il gusto del divertissement linguistico. E lui stesso, professa questa politica dell’andar oltre “…vedere cosa si può fare col salto in oltre, col salto in altro”, dove l’altro è l’altro da noi, “mettersi nei panni di… La chiamo decibellezza: far suonare altre vite”…
Ma dicevamo, del pedaggio… è contradditorio perché ti devi affidare completamente alla sua super-ragione, e al contempo non può distrarti un attimo. Devi stare concentrato, le antenne drittissime. Se perdi il filo che lui tesse non-stop, non è che non lo ritrovi più ― lui ti aiuta a ritrovarlo senza che tu te ne accorga ― ma nel frattempo ti perdi lui, la meccanica della sua intelligenza. Ed è uno spreco, un gran peccato ― abbiamo già detto della primizia che rappresenta. Quindi l’attenzione è fondamentale… Anche delle anfetamine, se le avete a portata di mano… 🙂

E per come ve l’ho messa io, sembra tutto molto serio e colto, ma in realtà “Urge” è uno spasso continuo, come un bungee-jumping in cui non smetti di rimbalzare per due ore, sperimentando un’infinità di altezze a bassezze, citazioni dal piccolissimo quotidiano fino al grandissimo filosofico. Ed esci dalla sala frastornato, tutto sottosopra… Il cervello appena uscito dall’oblò di una lavatrice. Pulito e scosso e spremuto e mondo e lindo.
Io mi chiedo come sia possibile che Bergonzoni non sia ancora stato insignito del Cavalierato della Repubblica, o di qualche forma di riconoscimento da parte dello Stato, o dell’Accademia dei Lincei ― visto che la Crusca si perde dietro ai “petalosi”… ― o perlomeno da qualche Board… Potrei insignirlo io, in effetti! Se mi dovessero chiedere “per cosa vai fiera del tuo paese”, io potrei tranquillamente rispondere “Be’, innanzitutto per Bergonzoni. E poi per quella comedie humaine che si ritrova in certe piazze, l’estate, e che è irripetibile. E Balzac si metta pure l’animo in pace”.
La commedia umana italiana e Bergonzoni. Irripetibili.

Ora potete immaginare come siamo arrivati al secondo spettacolo il Bridge, il Pizzo e io, dopo una centrifuga simile… Fortuna che la sorte ci ha sorriso. La seconda parte del Biathlon, “Veloce come il vento”, è stata una rivelazione a livelli di, se non proprio proprio pari a, “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Entrambi i film partono da un genere ― il fantasy per Jeeg e gli speed movies per “Veloce come il vento” ― e ci tirano fuori qualcosa di assolutamente nuovo. Non inventano nulla, ma propongono degli abbinamenti inaspettati: l’energumeno Enzo Ceccotti (Jeeg) alla sua piccola heidi Alessia, le gare di GT a una storia famigliare complicata e struggente… Associazioni in libertà, era il programma dei Futuristi. Associazioni in libertà è il programma di questa nuova ondata di registi italiani che comprendono Gabriele Mannino e Matteo Rovere e che infilano un successo dietro l’altro.

Profonda Emilia Romagna, in un tempo che sono i giorni nostri per via dell’Ipad e degli smart-phone, ma che potrebbero essere anche gli anni ’70. Il casolare in campagna della famiglia De Martino è la copia sputata della casa di Franco e Ciccio in “Amarcord”. La famiglia De Martino ha subito tante perdite: la madre, scappata in Canada, il padre, appena morto, la figlia Giulia, pilota 17enne che corre su una Porsche le gare GT per non perdere il casolare, il fratello minore Nico, che ha perso il sorriso (e vorrei vedere dopo tutte ‘ste magagne) e il fratellastro maggiore Loris, ex pilota GT anche lui, anima e corpo persi appresso ai suoi demoni, alla droga, il bere… Losing and losers… Messa così suona come una tragedia. E invece è tutto fuorché tragico, questo piccolo grande amore di film. Pulsa di vita, dall’inizio alla fine, anche nelle imperfezioni ― lo rendono ancora più umano. Soprattutto nelle figure dei due fratelli protagonisti, Giulia e Loris. Soprattutto in Loris, il personaggio che fa parte di quei personaggi che diventano persone, come è capitato con certi grandi della cinematografia ― tipo Lebowski ― che escono dalla pellicola ed entrano nel nostro immaginario e nel nostro parlato. Loris De Martino, tossico, sboccato, ironico, buffo, impossibile e politicamente meravigliosamente scorretto: apostrofare il fratellino dall’aspetto nerd e dal sorriso desaparecido “menomato” o “allegria”, porta entrambi i personaggi nell’autenticità più autentica: ditemi voi quale fratello, nella vita vera, usa la correttezza politica??! Il mio Big no di certo, e di questo lo ringrazio 😉 Ho amato Loris da subito, sin da quella prima scena: lui fuori dalla roulotte mentre cerca di convincere la fidanzata tossica, accucciata sul tetto della roulotte, a scendere giù ― come faceva Franco con Ciccio in “Amarcord”, a m’arcord giusto?! Due tossici alla deriva in un mare di grano emiliano.

Accorsi ha superato se stesso, o meglio, ha superato i ruoli da urlante ragazzone mucciniano o neo-bourgeois di ozpetekiana gaytudine che l’hanno portato al successo dopo i due gusti che erano megl-che-uan della pubblicità. In realtà Accorsi ha impersonato altri ruoli interessanti ― “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, “Santa Maradona”, “L’amore ritrovato”… Ma io lo apprezzo quando scende per strada e si sporca, come nel caso di Loris e, prima di lui, dell’operaio Marco Battaglia di “Provincia meccanica” (2005). Ha un talento naturale per fare il gigione, ma quando gli viene data l’opportunità di esplorare ruoli in cui può smettere il sorridente faccione Maxibon, Accorsi è in grado di stupirci, come in questo caso ― e anche nel caso in cui vestiva i difficili panni di Dino Campana in “Un viaggio chiamato amore”.
Apparentemente Loris è loser. La sua vita è caduta dalle stelle dei campionati GT e ha fatto crack ― e di crack lui si fa, guardate un po’ che circolo… Giulia, la sorella sembra il suo opposto. Responsabile, determinata, cresce il fratellino, studia, partecipa ai campionati con una quantità imbarazzanti di cavalli Porsche sotto il sedere. Ma non ce la può fare da sola. Ha bisogno che qualcuno le indichi la strada ― suggestiva la metafora del co-pilota che ti suggerisce, via microfono e cuffia, come muoverti e cosa sia meglio fare mentre tu sei in pista…. Un angelo custode a distanza: tossico, nel caso di Loris…ma nessuno è perfetto.
Trovo che il film sia riuscito perché mantiene un equilibrio solidissimo fra action ed emotion, dall’inizio alla fine. C’è la parte che fa impazzire i teenager e gli appassionati di motori: gare e sorpassi e inseguimenti al cardiopalma: considerate che il film non ha i mezzi di “Fast&Furious” o di “Rush”, eppure li batte, vaca boia se li batte ― direbbe Loris, con quel suo intercalare dal profondo bovino bolognese che mi fa ridere anche adesso, mentre lo scrivo e ripeto a voce alta. La parte adrenalinica ha il suo apogeo nella corsa clandestina finale, fra i sassi di Matera, in cui il furbo regista, grazie a un escamotage, ci fa credere che un muro si frapponga tra Loris e la vita…ma poi invece, in un cimitero poco lontano…

E poi c’è tutta la parte in cui le sottilissime trame che compongono un tessuto famigliare ― pur logoro e slabbrato come nel caso della famiglia De Martino ― vengono sciolte, una ad una, con pazienza certosina, da una sceneggiatura molto attenta. Loris è un balordo, certo. Ma non è SOLO un balordo. Oltre al cilum c’è di più. Ed è chiaramente visibile, il suo combattimento interiore. Lui vorrebbe aiutare Giulia e Nico, ma non ce la fa. Non cambia. Va avanti a farsi anche quando vive con loro. Non c’è la classica via alla redenzione battuta attraverso la disintossicazione. Loris è e rimane un drogato fino alla fine ― e oltre, intuiamo. Eppure questo non gli impedisce di esprimere affetto e cura e premura ― a modo TUTTO SUO, beninteso ― nei confronti della sua famiglia. Non c’è un percorso moralizzante, niente catarsi, pentimento, rehab. Niente ― un po’ come in Trainspotting.  Solo umanità da vendere ― e preferiamo di gran lunga la seconda alle prime. Amy Whinehouse era forse meno meritevole, quanto a talento e personalità, perché era una tossica? Certo che no. Lo stesso vale per Loris.
Giulia sente, credo a livello puramente animale, questo affetto del fratello maggiore nei loro confronti, e riesce a scioglierne la forma contorta e goffa con cui lui glielo offre Giulia capisce, in fondo, che l’infrazione di una piscina comunale per far sguazzare in acqua Nico e i suoi amici, non è una banale infrazione: è una cavolata dietro cui c’è altro. Andiamo oltre, diceva Bergonzoni… Quella scena, quella in cui Loris, Nico e i ragazzini nuotano in piscina, è una delle più toccanti, tenere, buffe di tutto il film, e lui, il film, fa del toccante, del tenero e del buffo, tre registri cui aderire. “Veloce come il vento” c’insegna che anche un “relitto della società” ― come potrebbe essere considerato superficialmente Loris ― ha un sacco da insegnare, sia alla sorella ― “devi rischiare, anticipare e rischiare” ― che a noi pubblico. Credo di aver imparato più vita vissuta in due ore di Loris che in tanti film che promettono grandi filosofeggiamenti attraverso ore e ore di correttezza politica…
E a proposito di correttezza politica. Il film sfida un tabù: il tabù è il dileggio del bambino. Non so se avete presente, ma nella società contemporanea ― e nei film contemporanei ― i bambini sono un luogo intoccabile. Scherzarli, ridere di loro e su di loro, è passibile di denuncia. Ma quante volte, tra fratelli, il fratello maggiore prende in giro il minore? Quante volte il fratello minore finisce per adorare il maggiore, nonostante le prese in giro, le zuffe? Infinite volte. Mi viene quasi da dire che funziona più o meno sempre così. Allora perché così pochi film lo raccontano? Mi chiedo se la correttezza politica non finisca per diventare la censura della democrazia e per manipolare il vero…

Tanto bravo e convincente Accorsi ― con quello sguardo stralunato, il corpo sudaticcio e macilento, l’espressione smarrita di chi sembra starti ad ascoltare ma in realtà cammina in un mondo sottosopra tutto suo ― quanto la giovanissima attrice che interpreta Giulia, Matilda de Angelis, tosta e tenera anche lei, per via della giovane età ma anche delle botte che la vita le ha riservato. Complimenti anche ai dettagli “in testa” ai personaggi. I capelli radi e unti di Loris, quel codino che lo spinge nei profondi anni ’90, e che al contempo costruisce il disgusto che un soggetto come lui suscita a livello collettivo, e la fascia rasata e tinta di blu che corre da orecchio a orecchio di Giulia distinguendola da tutte e da tutti, sono entrambe marchi distintivi che possono rendere memorabile un personaggio ― chi si scorda i capelli arancio fluorescente di “Lola corre”? Quelli blu elettrico della ragazza di Adèle in “La vita di Adèle”?

Questo è un elogio ha un film piccolo che speriamo abbia un successo grande. Intanto di questi giorni la notizia che sarà esportato all’estero 😉

Ed ora Fellows, dopo la prima edizione del Biathlon ― ce ne saranno altre 😉 ― torniamo alla disciplina singola con…

IL LIBRO DELLA GIUNGLA
di Jon Favreau

Io, fosse per me, tornerei a trovare Loris ― e non sono l’unica, visto il seguito che ha avuto fra i Moviers 🙂 ― ma c’è questo live-action che ci riporta all’infanzia, quando Il Libro della Giungla era quello, un libro by Kipling, o un cartone by Disney, e ritrovarlo è un modo per sbirciare un po’ in quel passato lì… Oggi sembra sia qualcos’altro, ma di estremamente bello. Visto che “Il cacciatore e la regina di ghiaccio” è il peggior film della settimana ― salviamo SOLO la vergognosa bellezza di Charlize Theron sempre in versione J’adore Dior ― io vi consiglio di preferire the jungle, the mighty jungle, per questo lunedì 🙂

Okay, mi pare sia tutto per oggi… Vi prego solo di non scordare il Maelstrom, e di evitare il riassunto. E di accettare questi ringraziamenti, e questi saluti, evasivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, eccovi qui l’ode in A che Eco scrisse alla mamma
http://www.centriantiviolenza.eu/comunicazionedigenere/%E2%80%9Cla-mamma%E2%80%9D-di-umberto-eco-poesia-con-una-sola-vocale/

Qui invece, http://www.filosofico.net/battute2.html, trovate un altro divertissement tratto dal suo “Secondo Diario Minimo”… Eco si diverte a immaginare come risponderebbero filosofi e altri sommi interlocutori alla sua domanda “come va?”. Tipo, Icaro: “Uno schianto”, D’Annunzio: “Va che è un piacere”… Non ve lo perdete, è uno spasso 🙂

IL LIBRO DELLA GIUNGLA: La storia, nata originariamente dalla fantasia dello scrittore inglese Rudyard Kipling, narra le vicende di Mowgli, un giovane cucciolo di uomo cresciuto da una famiglia di lupi e costretto a lasciare la giungla quando la temibile tigre Shere Khan, segnata dalle cicatrici dell’uomo, giura di eliminarlo per evitare che diventi una minaccia. Mentre abbandona la sua unica casa, Mowgli s’imbarca in un avvincente viaggio alla scoperta di se stesso, guidato dalla pantera Bagheera e dallo spensierato orso Baloo.

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