Posts made in maggio, 2016

LET’S MOVIE 285 – commenta UN ULTIMO TANGO e propone JULIETA e S IS FOR STANLEY

LET’S MOVIE 285 – commenta UN ULTIMO TANGO e propone JULIETA e S IS FOR STANLEY

JULIETA
di Pedro Almodovar
Spagna, 2016, ‘96
Martedì / Tuesday 31
Ore 21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

S IS FOR STANLEY
di Alex Infascelli
Italia 2016, ‘78
Lunedì / Monday 30
Ore 21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro dei Mastri
Ingresso per braccini Euro 5 😉

 

Frohe und Freie Fellows!

E per 31.000 voti Norbert perse la cappa! E noi l’abbiamo scampata bella… Ve l’immaginate un Hofer a capo dell’Austria? Io non è che lo conosca personalmente, ma non avrei dormito sonni tranquilli pensando che a un tiro di schioppo dall’Area Zuffo, un leader ultranazionalista potesse confabulare chissà quali mosse di estrema destra ― mmm come possiamo spazzar via turchi e musulmani dall’heiliges Land Österreich, si sarebbe chiesto Norbert, sgranocchiando Kartoffeln… È pur sempre uno che si lascia lusingare dal passato nazista, tanto da dichiarare ―sentite questa― che l’8 maggio, giorno della resa del Terzo Reich, “non è un stato un giorno di allegria”… Un tipo da slogan by Salvini, del genere “Austria agli austriaci!” ― ma se quei due dovessero incontrarsi, farebbero a gara a chi grida di più? A chi ce l’ha più lungo? Lo slogan, maliziosi che siete…!
Insomma, uno come Norbert, è meglio esserselo risparmiato, a prescindere da quanto sia capace l’avversario che gli ha soffiato la presidenza. Anche perché adesso i nostri sonni saranno comunque disturbati fino a novembre da una pannocchia in testa a una mina vagante alta un metro e novanta…Sapete di chi sto parlando, dai… Se guardate verso le stelle e strisce occidentali lo vedrete svettare, un Big Mac in una mano, il sedere di una Play-mate nell’altra, le tasche piene di se stesso… L’avrete sentito: la nomination di Donald Duck Trump alla corsa alle presidenziali per i repubblicani è ufficiale. Ora lo scontro è tra lui e Lady Clinton. Per quanto lei non ci faccia impazzire ― crediamo eccella anch’ella nell’arte distorta del tramaccio ― pensare DD Trump a capo del paese più influente del mondo ridimensiona di un bel po’ Norbert e i suoi giochetti al sapor di Sauerkraut. Donald non fa paura per quello che è ― un miliardario con del mais in zucca (dentro e fuori) ― ma per quello che può fare con le teste bacate di tanti americani bacati. Potrebbe essere che le teste sane che ci avevano stupito nel 2009 eleggendo un presidente nero, ce le siamo giocate tutte, e che adesso ci tocchi smaltire gli scarti, i bacati, gli esaltati. Quelli che credono nel programma in 6 punti di DD Trump, che ho dispiacere di riportarvi sotto, in tutto il suo orrore: 1. Ridurre le tasse ai professionisti e alle imprese al 15%; costruire un grande muro al confine tra Usa e Messico contro l’immigrazione; espellere 11 milioni di migranti illegali (e tenere sotto controllo i musulmani); andare d’accordo con Putin e dire basta alle bufale sul riscaldamento globale.
Ecco. Quindi vediamo di gioire un po’ di Frohlichkeit und Freiheit dopo le presidenziali austriache, adesso che possiamo… Bleak days are still to come ― ve lo dico in inglese che fa meno apocalisse, per quanto…

Ho molto gioito anche martedì, insieme ai miei Moviers e al film “Un ultimo tango”. Eravamo tre tanguere improvvisate, la Vanilla, la More ed io, per un unico tanguero, ilPizzo, ballerino vero vero, con una 12-mesi di tango sul curriculum e molti km di salsa nelle gambe. 🙂 E guardate, al contrario di quanto state pensando, tre improvvisate e un professionista fanno una gran bella compagnia, di ballo e non 🙂

Non è un documentario “normale”, “Un ultimo tango” di Kral. Di quelli che ti spiegano il tango dalla A alla Z, che ti fanno la cronistoria partendo dalle origini arrivando ai giorni nostri. Niente tecnicismi, numeri e schemi di passi, matematica e geometria. È la storia di una coppia, quella raccontata qui. Di un amore tra il tanguero e la tanguera più famosi al mondo ― Maria Nieves e Juan Carlos Copes ― e del loro amore per il tango. Ah tranquilli Moviers, nemmeno io li conoscevo prima di vedere il film…
L’opera non è un semplice omaggio a due fuoriclasse della danza. È il racconto di un rapporto fra un uomo e una donna, che prima di ogni altra cosa comunicano attraverso il tango, poi piano piano passano alle parole, poi all’amore, poi alle liti e infine alla separazione, prima privata poi anche professionale. È la parabola di una vita di un uomo e una donna dotati di cuore caldo e testa calda ― due galli non possono stare in un pollaio così come due primedonne non possono stare in una coppia… Maria e Juan sono questo. Animi forti, prevaricatori, irrimediabilmente ossessionati dal tango.
Il documentario ha un suo sviluppo circolare: si apre con una splendida inquadratura dall’alto su Buenos Aires, che ci porta dritto dritto nel cuore della città, culla del tango sin dalla fine dell’800. Nell’ultima scena poi, la cinepresa fa retromarcia e ci riporta fuori dalla metropoli, ci lascia alle nostre vita, con questa storia in più in tasca. Mi piace quando un film vanta overture ed epilogo visivi: è un modo per incorniciare il contenuto, per fissarlo tra due immagini che lo rinserrano, in questo caso, in un luogo geografico: la patria d’elezione di questo ballo.
Maria e Juan raccontano di come tutto ebbe inizio. Più Maria, in realtà, Juan compare molto meno rispetto a lei, e non so bene se lo sbilanciamento sia frutto di una scelta ragionata oppure di una particolare empatia del regista nei confronti della carismatica 80enne Maria, o se magari Juan si sia rifiutato di concedersi di più alla cinepresa. La coppia ripercorre praticamente un secolo di storia. In primo piano ci sono sempre loro due e le loro vicissitudini, ma a loro due che (si) raccontano, il regista alterna la ricostruzione coreografica della loro storia, con degli attori-ballerini che li interpretano nell’arco della loro vita e con cui i due tangueri dialogano ― per capirci, Maria e Juan bambini, Maria e Juan giovani, Maria e Juan adulti― oltre a immagini di repertorio, discorsi sul tango con insegnanti di danza e tangueri famosi, nonché discussioni sulla messa in scena del film stesso. Questa combinazione di elementi diversi movimenta il documentario che, proprio per questa eterogeneità compositiva, non risulta mai noioso né tantomeno didattico. Possiamo dire che del documentario conserva la storia vera e l’intento; del film, l’andamento e lo sviluppo teleologico; del teatro, la spettacolarizzazione di un ballo che diventa intrattenimento per gli altri quando i palchi sono calcati da professionisti che fanno del tango ― loro ragione di vita ― il loro lavoro.
È un mondo lontanissimo, nello spazio e nel tempo, quello che ci raccontano Maria e Juan. Periferia di Buenos Aires, anni ’40. Maria bambina ha per bambola una bottiglia di selz con un fazzoletto per vestito, e per compagno di danza uno scopettone. A 12 anni accompagna la sorella in una milonga del quartiere e lì vede Juan. Boom. Sintonia a prima vista. Mariposas en el estomago. Cominciano a ballare, a massacrarsi i piedi l’un l’altra ― così si fa, all’inizio. Ma poi volano, i due. E di lì a qualche anno convolano, anche, a nozze, se non proprio giuste, desideratissime, in quel momento.
Ma essere coppia sul palco ed essere coppia nella vita privata non è la stessa cosa e una delle due finisce, giocoforza, per scoppiare. Ed è quella privata. Maria e Juan si separano. Lui si sposa con un’altra. Eppure “il tango è più importante”, e i due, nonostante l’attrito e il rancore, continuano a ballare insieme, per anni, senza praticamente parlarsi, né guardarsi negli occhi. Si esibiscono in tutto il mondo e diventando i re indiscussi di questo ballo. Pensate, senza rivolgersi una parola, aldilà delle pagine che scrivono con i loro corpi.
Una volta smesse le esibizioni si ritroveranno un’ultima volta, al Tour trionfale di “Tango Argentino” del 1997, davanti a un pubblico che riconosce in loro la più grande coppia di tangueri del mondo.
Il docu-film ― quasi più film che docu ― ti tiene avvinto tutto il tempo. Avvinto proprio. Alle gambe di queste tanguere stratosferiche, ai loro ricami folli tra quelle del partner e lo spazio circostante. Le avete mai guardate bene? Io rimango senza parole ogni volta. Mi sembra davvero di vedere la mano di un Dio che sceglie una milonga per esibire la sua bravura sartoriale cucendo lo spazio fra i corpi di due esseri viventi. E poi trovo che la storia struggente e anche distruttiva tra i due abbia trovato nel tango un correlativo oggettivo molto efficace. La passione che li ha travolti a vent’anni, che si è combinata all’ “amor tremendo por el tango”, si è poi trasformata in una forza distruttiva, come confessa Maria nel suo racconto, facendola penare molto e lasciandole delle ferite visibili ancora oggi ― non mi riferisco ad alcunché di fisico, ma il disincanto che ha sviluppato dopo la fine dell’amore con Juan non è certo ferita da poco.
Il tango non è semplicemente una danza sensuale. È molto più complesso, composito. C’è tristezza, nei suoi passi. Una profonda malinconia, nel modo in cui i due ballerini combattono sul campo, tentando di avvicinarsi dopo essersi allontanati, di trovare un compromesso, di ricadere nella passione, per poi riallontanarsi ancora e riprendersi. Borges diceva che il tango è “pensiero triste messo in musica”. Per me è la scrittura verticale di un rapporto d’amore, con tutti i drammi e gioie che un rapporto comporta ― tutto lì, in tre minuti d’esibizione. E tutto è espresso con la forza motrice del corpo, che traduce in movimento un vissuto. Per questo la componente euforica e gioiosa si accompagna sempre a quella più triste e nostalgica. Il tango è Eros che flirta con Thanatos, la spinta creatrice del desiderio che si scontra con la sua metà distruttrice. Non è un caso che il rapporto tra i due tangueri più bravi del mondo abbia seguito questo sviluppo e sia finito come è finito. I due corpi hanno vissuto il dionisiaco della loro passione reciproca e nei confronti di questo ballo, e ne sono rimasti segnati. Se ci pensate, non poteva che finire così, la loro storia…
Nel finale del documentario viene fuori tutta l’amarezza di Maria. “L’amore è menzogna”, recrimina la tanguera. E noi sappiamo che sì, magari un po’ è così, ma che per la maggior parte l’amore è SENSO, e qui mi avvalgo della doppia valenza che ci regala l’italiano. Senso vuol dire sentire, ma vuol dire anche intento, intenzione ―significato. Il tango in sé è la ricerca di un equilibrio fra due forze che cercano di capire se quello che si stanno contendendo sulla pista da ballo sia uno scontro, un duello, o un incontro amoroso. E se Juan si è rifatto una vita con una donna che ama, Maria ha imparato a coabitare con la solitudine. Onestamente non so se questo, ovvero la capacità di vivere serenamente in solitaria, sia un traguardo o una specie di premio di consolazione per lei. A 80 anni suonati, Maria mantiene immutata in bocca quell’amarezza che aveva conosciuto nel momento del divorzio da Juan: non solo non l’ha più lasciata, ma si è inasprita ― oddio come può l’amarezza inasprirsi??! Confusione gustativa! ― e la porta a esternazioni un filo patetiche tipo “L’uomo, bisogna usarlo e poi gettarlo via”… Difficile immaginare che l’uomo a cui fa riferimento, dicesse di lei, appena conosciuta, “Capii di aver incontrato il mio Stradivari”…
Il documentario però è fin troppo breve per i miei gusti! Scorre via talmente bene, tra ricostruzioni, filmati d’epoca, interventi dei due ballerini e momenti introspettivi di Maria, che alla fine li avresti proprio voluti, una decina di minuti in più… Ovviamente grande peso hanno anche le scene ballate. In cima a un grattacielo, oppure sul tavolo di una milonga ― la cosiddetta “Milonga de la mesa”, il tango danzato in pochi centimetri su un tavolino, che Maria e Juan si sono inventati ― oppure le coreografie eseguite dai ballerini che interpretano loro due da giovani, in mezzo a una strada notturna, le luci gialle che indorano la pista da ballo urbana, loro due, tangueri certo, ma con un pizzico di Gene Kelly e Cyd Charisse e di “Cantando sotto la pioggia”…  Lo spettatore li segue rapito, balla egli stesso con loro, empaticamente se non fisicamente, ed esce dalla sala rigenerato, ammaliato, chiedendosi se non sia arrivata l’ora di accostarsi a questo ballo che è molto di più di un ballo…

Se siete interessati all’arte coreutica in generale ― che vi piaccia pogare sui Nirvana o molleggiarvi sul funky ― recuperatevi questo lavoro. Con gli infiniti mezzi che la multimedialità ci fornisce, sono certa che non avrete problemi a trovarlo… 😉

E questa settimana rimaniamo molto emotional con l’ultimo di Pedro

JULIETA
di Pedro Almodovar

Lo propongo martedì perché lunedì il Mastro dei Mastri mi ha fatto una sorpresa delle sorprese, facendo arrivare a Trentoville un’opera che mai avrei pensato avrebbe solcato questo mare di montagne da cui siamo circondati. Si tratta di un one-shot straordinario, lunedì sera, materia per intenditori, cinefili estremi, e so che fra di voi ce ne sono molti più di quelli dichiarati agli agenti del Censimento.

S IS FOR STANLEY
di Alex Infascelli

“S is for Stanley” racconta l’amicizia tra Sir Stanley Kubrik ed Emilio d’Alessandro, il suo autista e factotum personale. Ho in testa il film dall’ultima Festa del Cine di Roma, dove venne presentato con successo. E il mese scorso si è pure aggiudicato il David di Donatello come miglior documentario di lungometraggio.
Io muoio di curiosità ― che il factotum di Kubrik fosse italiano è già curioso di per sé, non trovate? Immaginate sentir raccontare il Maestro dalla sua prospettiva…
E poi ve lo confesso. Caso vuole che abbia visto tutti i film di Infascelli ― Almost Blue, H2Odio e Il siero della vanità ―e che li abbia trovati tutti, nelle loro diverse stranezze, meritevoli di attenzione.
Quindi… ma potete perdervelo, Moviers?? Un’unica data, e a quel prezzo speciale per di più?
Guardate, sono disposta anche a trattare su Almodovar: se non sapete quale dei due scegliere, fate bye-bye alla Julieta e strizzate l’occhio a Sir Stanley… 😉

E ora, negoziatori Fellows, sbirciate un po’ nel Maelstrom. Il Presidente mi ha mandato un contro-commento a “La pazza gioia” che non posso proprio fare a meno di proporvi. Mostra l’altra metà del cielo, ovvero quella che ha apprezzato il film di Virzì ― mentre io, forse ricorderete, l’ho leggermente attaccato… Dar spazio al contradditorio fa parte delle mie priorità da Board, che espleto ― si può dire “espleto” a quest’ora?? ― con molto piacere. Anche questo, non perdetelo 😉

E prima di salutarvi, il Felix si è premurato che ricordassi in questa sede un gigante del teatro italiano, passato a un’altra vita ― speriamo migliore ― tre giorni fa. Giorgio Albertazzi.
Io concordo con il nostro Fellow felino e lo ricordo qui.

E adesso la campana è davvero suonata ― grazie Hemingway ― e voi potete correre liberi dove più vi piace… L’importante è che evitiate i riassunti e che veniate al cine domani e dopodomani… Per questo vi mando dei ringraziamenti anticipati e dei saluti, austrungaricamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi il contro-commento del nostro Presidente 🙂

Premetto che mi ero accostato a questo film con una certa diffidenza perché avevo letto il tuo commento non proprio lusinghiero e poi ero andato a cercare su Internet senza trovarvi dei grandi elogi. Però mi sono dovuto in parte ricredere: è vero, il film affronta una tematica molto difficile che è quella della pazzia o comunque del disagio psichico se vogliamo essere politically correct.
Il nostro bel paese dal ‘78 quando Basaglia chiude i manicomi, si trova a combattere con il fantasma di queste tematiche che secondo me Virzì tratta anche abbastanza bene  senza indugiare troppo verso risvolti patetici o cadendo nel superficialmente nel comico; le due attrici secondo me sono bravissime e di là del fatto che il film è un gigantesco spot della Fiat perché le due scappano con una Fiat riscappano con una vecchia spider Fiat e girano a certo punto su una Jeep Fiat e vabbè, però secondo me quello che salva il film, alla fine, sono due aspetti; il primo la fotografia ed il colore: sembra di vedere una gigantesca mostra degli Impressionisti o di quadri naif, ci sono dei colori vivissimi. Per contrasto mi sono chiesto come sarebbe stato lo stesso film girato in Francia o non so in Russia …senza questi colori senza questi contrasti e questi paesaggi perderebbe sicuramente la metà! Bravo Virzì.
Poi il secondo aspetto che salva il film è il finale, che è una finale di speranza forse e le malelingue potrebbero dire che è un po’ scontato perché ce l’happy ending conclusivo però bisogna ammettere che la filosofia giusta è proprio questa, due pazzerelle assieme fanno una persona normale, la integrano, e anzi la superano per intelligenza per sensibilità e per storie complesse che molti di noi spesso dall’esterno non riescono a decriptare, quindi anche qui, bravo Virzì, anche se forse non era il solito a cui ci aveva abituati.

JULIETA: Julieta, una professoressa di cinquantacinque anni, cerca di spiegare, scrivendo, a sua figlia Antia tutto ciò che ha messo a tacere nel corso degli ultimi trent’anni, dal momento cioè del suo concepimento. Al termine della scrittura non sa però dove inviare la sua confessione. Sua figlia l’ha lasciata appena diciottenne, e negli ultimi dodici anni Julieta non ha più avuto sue notizie. L’ha cercata con tutti i mezzi in suo potere, ma la ricerca conferma che Antia è ormai una perfetta sconosciuta.

S IS FOR STANLEY: racconta la storia di Emilio D’Alessandro, autista personale di Stanley Kubrick. D’Alessandro conobbe fortuitamente Kubrick a Londra nel 1971, che lo volle come suo autista e con cui instaurò un legame di amicizia profondissimo coronato nel 1999 con una serie di omaggi che il cineasta gli fece nel suo ultimo film, “Eyes Wide Shut”: lo fece recitare in un cameo, diede il suo nome al bar in cui va Tom Cruise, “assunse” la moglie e la figlia Marisa come comparse. Un’amicizia che ha attraversato trent’anni di vita, costruito meticolosamente quattro capolavori della storia del cinema e unito due persone, apparentemente opposte che hanno trovato lontano da casa il proprio compagno di viaggio ideale.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 284 propone UN ULTIMO TANGO e commenta LA PAZZA GIOIA

LET’S MOVIE 284 propone UN ULTIMO TANGO e commenta LA PAZZA GIOIA

UN ULTIMO TANGO
di German Kral
Argentina-Germania 1 a 0 (!), 2016, ‘85
Martedì / Tuesday 24
21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

Fatemi il favore Fellows

di non lasciarvi ingannare dalla stampa, dagli applausi di un Festival, dalle lodi sperticate. Fatemelo voi perché io sono assolutamente incapace di farmelo da sola ― inetta provetta, per servirvi. Ogni manifestazione cinematografica, per quanto io la segua non in loco ma da remoto, mi mette addosso una tale scimmia ― non Cheeta di Tarzan, una primate figurata! ― una voglia psicotropa di vedere tutti i film acclamati durante la manifestazione che gestisco con non poca difficoltà. Film in concorso, fuori concorso, in sezioni parallele, collaterali, minori, maggiori, uguali o fratte. In special modo quando si parla di Cannes, perché Cannes sta al cinema come Edson Arantes do Nascimento per gli amici Pelé sta al calcio. C’è poco da dire. Se la Mostra del Cine di Venezia rimane più sulla qualità ― a volte tradotta in polpettoni per esperti malati― in Costa Azzurra riescono a mettere insieme industria e arte, blockbuster estremi ― anche assai truzzi, diciamocelo ― e mattoni indonesiani che manco i registi che li girano hanno il coraggio di rivedere. E poi retrospettive per intellettuali duri e puri, affiancati a dei red carpet che più che red carpet sono veri propri fashion shows ― a mio insindacabile giudizio, la signora Clooney portava il Versace giallo fané più spettacolare della storia dei Versace, e pazienza poi se non sapeva camminarci: Miss Factotum potrà pure NON saper fare qualcosa, giusto??
È questo, in definitiva, a rendere Cannes un Varenne, un vincente che vince sempre. Elementi discreti che convivono in un tutto finalmente armonico. E ditegli poco.
Per questo rizzo sempre le orecchie quando sento notizie dalla Croisette, e seguo quello che avviene day-by-day ― gli applausi applauditi, i fischi fischiati (con ghigno maleficient d’accompagnamento, siamo pur sempre meschina carne umana…) ma anche le reazioni che scatenano i film fuori dal kermesse. Tipo che se Variety scrive di un film “Personaggi e dialoghi sono la chiave del film che riesce a trovare equilibrio tra humour e realismo, risultando una delle poche recenti commedie italiane con serie possibilità di successo internazionale» e l’Hollywood Reporter “Un incontro tra due donne pieno di verità, con due attrici bravissime”― due testate “autorevoli” del panorama d’oltreoceano ― mentre in-house Le Monde parla di “un gran bazar di vita e di cinema”, uno si prepara a un certo tipo di spettacolo quando sta per affrontare “La pazza gioia”. Quei commenti lì non incidono sul giudizio ― il giudizio è sempre postumo e, per quanto mi riguarda, è un cavallopazzo, non si lascia domare da critiche altrui ― ma minano l’acoscienza. L’acoscienza ― copyright Fruner 🙂 ― è quel particolare stato di purezza ricettiva, grazie al quale sei disposto ad accogliere qualsiasi tipo di spettacolo, senza erigere muri di difesa e pregiudizi. Per quanto da gestire con prudenza nella vita di tutti i giorni (!), lo stato di acoscienza è fondamentale nella fruizione artistica. Con l’information flow che ci vediamo rovinare addosso da internet e dalla tv, mantenere quello stato di natura alla Candide è una vera impresa. Uno deve contare sulla propria capacità di dominare flow e foga. Quella in modo particolare, la foga, è la mia cavallapazza, e al momento, no, non riesco a domarla. Perdonerete, hopefully.

Un preambolo da mille e tante botte per introdurre “La pazza gioia”, la debacle lezmuviana dell’anno, la caduta più rovinosa ― perché quella meno prevista ― e soprattutto, il mistero più misterioso a cui assistiamo dopo le gambe ventenni di Sharon Stone.
Se accendete la radio, sfogliate/surfate un giornale o assistete a qualche special tv sul cine, non farete altro che sentire voci grondanti entusiasmo, vedrete una pioggia di stelle nei ratings dei siti specializzati e pollici all’insù e racconti di lacrime incontenibili per l’ultimo film di Virzì. L’unanimità non è mai stata così unanime. La reazione lezmuviana si è assestata sul fronte diametralmente opposto. A eccezione del duo bigusto sweet Vanilla&Chocolate ― clementi nei confronti del film― la More, l’Onassis JR e laModenella sono rimasti abbastanza provati dal film. Dire “stomacati” per descrivere me e il BB ― il politologo fra noi! ― sarebbe far torto alla verosimiglianza. Avete un aggettivo che vada oltre lo stomaco? Oltre il duodeno? Se l’avete, [email protected]. Please.

Quindi Lez Muvi si pone controcorrente rispetto al mainstream del responso generale al film, ed esercita un attrito valutativo che speriamo serva ad allargare un dibattito praticamente inesistente intorno alla pellicola  ― siccome noi lezmuviani siamo degli attaccabrighe, ci piace metter zizzania critica e gambizzare un po’ le standing ovation… Yes, we are bad guys, sometimes… 🙂

Nella demolizione che seguirà, cercherò di essere il più obbiettiva possibile, il meno sarcastica possibile ― no, be’, stai mentendo Board, Sì sto mentendo, mondo.
“La pazza gioia” mette in campo, anzi in gabbia no in villa, due matte, o quelle che la società ha bollato come tali: Beatrice, logorroica altolocata con la puzza sotto il naso e qualche battuta oggettivamente ben piazzata, e Donatella, madre depressa a cui hanno tolto il figlio per aver tentato il suicidio. Le due, diversissime, sono entrambe segnate: la prima da un’esistenza altoborghese assai insulsa, e la seconda, oltre che da un’innumerevole quantità di tatuaggi, dall’abbandono del padre e dalla separazione dal figlio. Come tutti i diversissimi dalla notte dei tempi ― e non citerò qui ancora l’elefante e la farfalla perché citare Zarrillo in due pipponi consecutivi potrebbe avere delle conseguenze penali ― stringono un rapporto tra l’amicale e il sororale che le salverà non tanto dar monno ‘nfame, quanto da loro stesse. Diciamo che diventano l’una l’àncora dell’altra all’interno della comunità di recupero per donne affette da disturbi mentali presso la quale sono ospitate/ricoverate/internate/rinchiuse ― your choice ― nella campagna toscana.
Ammetto che la storia in sé possa essere accattivante. Due donne che hanno superato l’orlo della crisi di nervi, che hanno dei trascorsi noiosi ― nel caso di Beatrice ― e penosi ― nel caso di Donatella ― sono obbiettivamente dei soggetti in cui un regista/sceneggiatore dotato (Virzì lo è, e anche Francesca Archibugi, con cui ha cooperato) potrebbe scavare e tirar fuori capolavori. Il fatto è che non si scava! Il film gratta appena la superficie della malattia mentale, della pazzia, delle implicazioni individuali e sociali che comporta. Inanella una sfilza di scenette tra il pazzerello e il lacrimoso, tra il reale e il surreale, ma non va giù. Rimane lì, al ground floor. Il tema della follia, per esempio, o del pregiudizio del mondo nei confronti dei malati mentali o dei soggetti borderline, è più negli occhi di chi vede che nella storia del film in sé. Beatrice è obbiettivamente affetta da isterismo e bipolarità ― o comunque balzi umorali alla Ben Johnson. Lo stesso dicasi per Donatella, affetta da depressione. Ma non trovo nel film un modo che tratti realmente la discriminazione che le due potrebbero subire, né trovo alcuna indagine su cosa sia essere borderline. Se vogliamo averne un saggio, dobbiamo andare a ripescarci un gran film del 2000, “Ragazze interrotte”, in cui Angelina Jolie ― che si portò a casa l’Oscar per miglior attrice ― e Winona Rider erano(più che interpretavano) una coppia di anime perse bandite dalla società e vittime del giudizio del mondo “sano”.
Capisco che Virzì non voleva sconfinare nel dramma ― come succede in “Ragazze interrotte” ― e che invece preferisca la deriva gioiosa. Ma mi sono chiesta: se togliamo alcune gags della Bruni Tedeschi ― di fatto brava ― dove sta la gioia, nella pazza gioia? Nella baraonda che si crea intorno alle due? Nel polverone che sollevano passando di situazione macchiettistica in situazione macchiettistica e a cui noi assistiamo? In questo caso la gioia è extra-testuale. È più nostra, nel vedere queste due pazze rimbalzare in giro per il mondo alla ricerca, in fondo, di un loro equilibrio, o banalmente della felicità. Non è loro. Faccio la puntigliosa su questo punto (!) perché sintetizza il maggior problema che ho avuto nei confronti del film. Mi sembra un film fatto platealmente per noi, per il pubblico, per piacerci. Donatella e Beatrice non sono due personaggi che prepotentemente entrano nelle nostre vite, chiedendo la nostra attenzione e rimanendo poi dentro di noi. Come Cé e Vittò in “Non essere cattivo” di Calligari. O come Thelma e Louise ― da cui “La pazza gioia” riprende lapalissianamente moltissimo. È un film di finzione ― piacione direi ― in cui tantissime scene sono lì apposta per far ridere o commuovere e naturalmente, per riuscire nell’intento, ricorrono spessissimo al cliché. Vedi l’ex marito riccone di Beatrice che non sa resistere al suo fascino anche se si è rifatto una vita con la nuova moglie; vedi il cameo della nuova moglie, altera e priva di compassione verso una donna malata (perché le nuove mogli sono sempre dipinte come delle diavolesse??); vedi l’avventura on-the-road in cui si lanciano le due ― e qui, dietro la Ramazzotti e la Bruni Tedeschi, non compare solo lo spettro di Gina Davis e Susan Sarandon, ma anche di Trintignan e Gassman in “Il sorpasso”; vedi l’attrazione che si sviluppa tra la psicologa e lo psicologo del Centro (li sgami fin dal primo fotogramma!); vedi il vagare allucinato di Donatella per le vie della Versilia ― luogo per altro battuto dal clacson della Lancia Aurelia del capolavoro di Dino Risi; vedi le “matte” del Centro che corrono nude per i campi come nella più classica delle rappresentazioni del matto che scappa dal manicomio con le chiappe al vento. Insomma, tutti questi luoghi comuni corrompono la genuinità dei personaggi e delle situazioni. Ed è proprio per questo che ho avuto forte la sensazione di trovarmi per 118 minuti davanti a un’opera di finzione, non dentro una storia. E il GPS dello spettatore incide un sacco nella valutazione di un film.

Non ho nemmeno trovato questi due personaggi buffi, né tragicomici. Per darvi un’idea di cosa intendo io per personaggi buffi e tragicomici…avete presente Billa e Bernie ― Margherita Buy e Carlo Verdone ― di “Maledetto il giorno che ti ho incontrato”? Ecco, quelli sono buffi e tragicomici. E sono anche due depressi cronici che tirano avanti a Serenil, quindi sono molto molto vicini al mondo squilibrato di Beatrice e Donatella. E facciamo un paragone fra i titoli. “Maledetto il giorno che ti ho incontrato” è una battuta che un frustratissimo Bernie lancia a un’istericissima Billa durante un litigio d’una tragicomicità unica nel suo genere. La battuta, poi diventata titolo, è testuale ― non extra, come avevamo detto per “La pazza gioia”. È diretta, non c’è manipolazione o revisione critica da parte di autori, sceneggiatori ― da parte di terzi esterni alla storia, insomma. Genuinità pura. Questo per dimostrarvi come dietro un titolo possa nascondersi molto materiale da pipponi 🙂

Ci sono poi delle cose che non tornano dal punto di vista proprio della verosimiglianza. Una su tutte: Donatella viene investita da uno scooter ― e l’urto in sé è molto verosimile, molto ohi ohi ― ma si alza come se niente fosse e continua a vagare. Assolutamente inutile se non a fini sporchi ― ovvero “voglio infilare a tutti i costi il cinema nel cinema” ― la scena in cui si gira un film nella casa di famiglia di Beatrice. Che peraltro porta all’ennesimo peccato d’inverosimiglianza… Ma vi pare che la produzione di un film metta alla guida di un Duetto d’epoca le prime due dichiaratamente sciroccate che passano? E adesso non ditemi, ma Board, è una psico-favola, questa!
E se da un lato, come dicevo, l’interpretazione e anche il personaggio di Beatrice mi convincono ― una nobile dalla battuta facile, inconsapevole e compulsiva che la Bruni Tedeschi recita in maniera molto credibile, molto elsamorante ― dall’altro il personaggio uccellino distruttivo, ombroso e svampito di Donatella ha quella componente svampita che caratterizza tutti i personaggi che la Ramazzotti usualmente impersona nei film del marito Virzì ― pensate a “Tutta la vita davanti”, a “La prima cosa bella”… E non fa nulla di nuovo o diverso, se non abitare un corpo nervoso e tirarsi costantemente una zazzera di capelli sugli occhi.

Un altro trucco già usato dal mago Virzì è abbinare al film un tema musicale sufficientemente noto e universalmente amato per rendere il film memorabile come una canzone ― la hit di Nicola di Bari, “La prima cosa bella”, aveva dato pure il titolo al film di Virzì… Nulla di male in questo, è nei suoi diritti di regista. Ma un po’ di originalità non avrebbe guastato…. “Senza fine” è la canzone che Donatella ascolta in loop nelle sue cuffiette e diventa il theme del film. Poi è ovvio che se la abbini a dei momenti emotivamente potenti, come l’incontro di Donatella con il padre da cui cerca di racimolare un po’ d’affetto ― nonostante lui l’abbia abbandonata da piccola ― oppure l’incontro di Donatella con il figlio Elia, sulla spiaggia, i genitori adottivi in lontananza, è ovvio che le lacrime scendano a fiumi e che il film risulti toccante e commovente e gimme-five-(kleenex). Insomma, sento puzza di ruffianeria qui… Sarà che io magari sono un po’ Algida ― con un Cuore di Panna, tuttavia 😉 ― e tendo a cercare altre, più originali fonti di coinvolgimento emotivo, ma sono convinta che non basti una canzone suggestiva e un ricongiungimento genitore-figlio a rendere un film, un film commovente… Bah, forse sono rimasta traumatizzata dalla morte della mamma di Bambi, come Tarantino…

E quindi sì, tanto “Il capitale umano” aveva brillato di raffinatezza esecutiva e innovazione stilistica, tanto “La pazza gioia” pasteggia a tarallucci e vino. La stessa sensazione aveva riguardato un altro suo film, “Tutti i santi giorni”. Ma possiamo dire, a difesa di Virzì, che la sua bilancia pende più dalla parte dei successi: penso a film esilaranti e riuscitissimi come “Ovosodo”, “My name is Tanino” (meraviglioso!), “Caterina va in città”, “N – Io e Napoleone” e i già citati “La prima cosa bella” e “Tutta la vita davanti”.
Ognuno sente il film come lo sente, su questo c’è poco da dire o fare. Ma che ci sia stato un entusiasmo così globale nei confronti di questo film, quando noi Moviers siamo rimasti così perplessi, questo mi risulta assai poco comprensibile e spererei che qualcuno illuminasse il mio buio…

Va be’ dai, adesso scurdammoce o’ passato… Questa settimana si balla ― quindi il Bridge non può svicolare 🙂

UN ULTIMO TANGO
di German Kral

Prodotto da Wim Wenders, pare che questo docu-musical ibrido sul tango sia una specie di riflessione filosofica sul tango. Io non vedo l’ora di vedermelo: quando il cine incontra la danza possiamo ritrovarci davanti a opere inaspettate e mind-blowing. Pensate a “Pina”, dello stesso Wenders…

Prima di lasciarvi gozzovigliare nella serata domenicana, vi sistemo il mercoledì sera con un appuntamento di cui trovate i dettagli nel Maelstrom.
E ora, riassunto loser, ringraziamenti winners e saluti, stasera, gratamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Visto che nelle vostre agende trovo questo antiestetico buco in area mercoledì 25, prendo un documentario a mo’ di filler e sistemo la situazione 🙂
Ho sentito dire che è un piccolo imperdibile capolavoro. LA MEMORIA DELL’ACQUA, di Patricio Guzmán, ’83. Naturalmente dal Mastro all’Astra, alle ore 18:30 e 21:00.
Se ci sarà un buco anche nella mia agenda, mi sottoporrò anch’io al trattamento e non perderò la proiezione delle 21:00… 😉

UN ULTIMO TANGO: La storia d’amore tra i due ballerini più famosi nella storia del tango, e la storia della loro passione per il tango. María Nieves Rego (81) e Juan Carlos Copes (84) si sono incontrati quando avevano quattordici e diciassette anni e hanno ballato insieme per quasi cinquant’anni. In tutto questo tempo hanno amato e odiato l’altro e hanno attraversato diverse separazioni dolorose, per poi tornare sempre insieme. Qui, Juan e María raccontano la loro storia ad un gruppo di giovani coreografi di Buenos Aires, che trasformano i momenti più belli e drammatici della vita della coppia in incredibili coreografie.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 283 propone LA PAZZA GIOIA e commenta LUI E’ TORNATO

LET’S MOVIE 283 propone LA PAZZA GIOIA e commenta LUI E’ TORNATO

LA PAZZA GIOIA
di Paolo Virzì
Italia, 2016, ‘118
Martedì 17/Tuesday 17
21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

 

Further Future Fellows,

Sono quasi certa che non ne abbiate sentito parlare ― ma potrei anche sbagliarmi e prendere uno di quei granchi colossal, tipo dimenticare le Nike ai piedi dei centurioni in Ben Hur. Un paio di settimane fa, nel bel mezzo del nulla del Nevada, si è tenuto questo festival che ha radunato 5000 tra imprenditori della Silicon valley ― i brianzoli della California ― e VIP vari. È un evento molto esclusivo, sfacciatamente posh, in cui i partecipanti arrivano in roulotte super-chic, parlano di “futuro” fra centrifughe salutiste, trattamenti spa, sauna, party sfrenati e servizi super lusso. Si vestono in stile steampunk, cioè combinano elementi ottocenteschi a cyber look futuristici. Se guardate le foto dell’evento, vi sembrerà di stare dentro a uno di quei film ambientati tipo nel 3018, in cui i personaggi sono regolari cittadini del 3018 eppure mantengono dei cimeli del passato per ricordarsi di un triassico perduto. L’evento punta a mettere insieme la crème de la crème delle menti “innovative” degli Stati Uniti e farsi venire delle “idee per il futuro”.
Posto che tutti siamo liberi di fare quello che ci pare e se 5000 anime vogliono vestirsi da Sherlock Holmes coi bulloni al posto dei bottoni, noi certo non lo impediremo. La perplessità che mi rimane riguarda più che altro l’elitismo ― etilismo, anche ―sotteso all’evento.  “Qui plasmiamo il futuro con le uniche persone che possono farlo”, ha dichiarato il tizio che si è inventato questa Woodstock 2.0. Come se il futuro fosse di loro competenza, e loro, divini, potessero “plasmarlo”… Non so, Fellows, voi non ci vedete qualcosa di terribilmente superato, o che dovrebbe essere superato? Qualcosa di smaccatamente classista, e massonico? Le intuizione originano dal singolo ― genio, pazzo o genio pazzo. E questi eventi incubatori mi sembrano più che altro dei rave per hipster a cui piace ― piace un sacco ― far parte di un nuovo gotha che crede di tenere fra le mani il destino del mondo… Attenzione perché fra 10 o 12 anni, anche l’Italia avrà il suo Further Future Festival ― dobbiamo sempre calcolare il decennio di fuso tra quello che succede aldilà dell’Atlantico e l’Italia…

Anyway… Passiamo a qualcosa di ben più gudurioso per le papille gustative del vostro Board. Mercoledì sì è verificato quello che auspicherei per ogni settimana: l’invasione degli ultra Moviers! Persino il Mastro non credeva ai suoi occhi, davanti a tanta calca lezmuviana… Per primi nomino tre Fellows presenti anche la settimana scorsa ad “Out of Nature”: tre povere vittime dell’arteriosclerosi di cui drammaticamente vi accennai. Li maiuscolizzo pure, nel basso tentativo di guadagnarmi il loro perdono. La CHOCOLATE, lo STRAWBERRY FIELD e il MCDUCK. A loro si affiancano, in tutta la loro molteplicità, l’Onassis JR, il Felix, il Ca[n]dy, la Vanilla, la Modenella e, squillino le trombe, laMilanie de Monaco ― dopo tanti anni monegaschi, finalmente tra noi plebe al cine! 🙂

Le domande che innervano “Lui è tornato” sono varie. E se tornasse? Se, per qualche strana magia del destino, Adolf Hitler, altrimenti noto come Quando il Male incontra il Peggio e si trasforma in Pessimo, ripiombasse sulla terra in piena contemporaneità, cosa direbbe? Cosa farebbe? E noi, come ci comporteremmo? Il regista Wnendt ― per fortuna c’è una “E” fra quella selva di consonanti altrimenti nessuno si avventurerebbe a pronunciare il suo nome― è partito dall’omonimo romanzo di Timur Vermes e ha portato sul grande schermo il personaggio più tabù della storia. Hitler è un territorio sul quale camminare è, tutt’ora, pericolosissimo. Prenderlo e costruirvi attorno una satira, una satira che è su di lui ma molto anche su di NOI, popolino alimentato dal tubo catodico e drogato di www, è un gesto di encomiabile coraggio che andrebbe riconosciuto anche a livello istituzionale, non solo nazionalpopolare (!) ― il film è stato il più visto in Germania nel 2015, superando addirittura il blockbuster “Inside Out”. Un qualche premio, ci starebbe tutto.
Dicevamo, Hitler, LUI, quello vero, non uno che si finge lui, ritorna fra noi. Tutti nel film credono si tratti di uno finto, un attore molto bravo cresciuto a pane e Stanivslavsky system e calato nelle profondità di un ruolo da interpretare, o uno di quegli squilibrati che si credono la reincarnazione di un personaggio storico. E come tale lo trattano. Ma lui, badate bene, è proprio LUI. Adolf, in tutto il suo fuhrore dittatoriale ― per inciso, il fatto che il titolo di Fuhrer sia vagamente assonante con un certo cognome di un certo Board, e che voi facciate tutti parte dell’amabile dittatura lezmuviana sono delle pure coincidenze e non hanno nulla a che fare con il Nazionalsocialismo eh, sia chiaro… 🙂
Torniamo all’inizio del film, a Hitler piovuto nel presente dal passato. Da bravo go-getter qual è, cosa fa? Prende dimestichezza con il 21esimo secolo, e lo piega al suo famigerato Hitler-pensiero per riconquistare il mondo ― i tempi cambiano ma le mire del Fuhrer restano. Affiancato da Sawatzki, un giornalista free-lance che l’ha scovato e che è il suo esatto contrario ― un mammone tenerone che dorme con la borsa dell’acqua calda sulla pancia ― Hitler comincia a girare per la Germania, a parlare con la gente, a camminare tra il suo Volk, ja. Noi lo seguiamo passo passo giacché il regista ― quel dritto del regista ― ha deciso di stargli addosso costantemente con la cinepresa come se Hitler fosse il protagonista di un documentario, una specie di politico/inviato speciale sul campo che tasta il polso e il malcontento della popolazione. E grazie a questo escamotage, noi vediamo come reagiscono le persone che il Fuhrer redivivo approccia.
Che le reazioni delle persone siano vere o ricreate cinematograficamente poco importa ― in ogni caso, secondo me sono pura fiction. A Wnendt non interessa la verità scenica, interessa sguinzagliare dentro di noi un inquietante dubbio. Hitler raccoglierebbe consensi se camminasse tra la folla di oggi, se scendesse nelle periferie, se prestasse orecchio al popolo che si lamenta di oggi? La risposta, inquietantissima più del dubbio stesso, è sì. Sì, oggi un personaggio che parla come Hitler, che propone ideali duri e puri ― contro qualunquismi e correttezza politica e politica temporeggiatrice ― spopolerebbe fra la gente, stanca com’é di vedersi “invadere casa” da stranieri e sentirsi “derubata” del proprio spazio e dei propri diritti. Spopolerebbe anche perché la multimedialità social di oggi gli costruirebbe attorno un personaggio che potrebbe rendercelo “vicino”, simpatico, esattamente come viene mostrato nel film: Hitler mentre gioca a bowling, Hitler apicoltore, Hitler che familiarizza con un mouse. Questo, ovviamente, ci riporta alla memoria filmati degli anni ’30 e ’40, in cui il Fuhrer era immortalato mentre si dilettava fra le montagne della Carinzia dall’Intimo (!) del suo chalet, oppure mentre “scherzava” con i super-atleti della sua Hitler-Jugend. Ci riporta alla mente anche il suo Italian buddy Benito ― il mio immaginario, a quelle immagini, affianca tutta una serie di fotogrammi del Duce contadino, del Duce boxeur, del Duce operaio…
La reazione della collettività è esattamente quello di 80 anni fa. Folle e folle di persone affascinate, di più, ipnotizzate dal modo di fare del dittatore, dal suo carisma, dalla sua semplice presenza fra loro.
Il film pertanto costruisce l’Ascesa del Fuhrer, Parte Seconda. Così come nel ’33, oggi, nel 2014, il Fuhrer s’imporrebbe alla società. Nel ’33 era passato per la Notti dei Lunghi Coltelli e per una propaganda di dimensioni epiche. Oggi il suo “atto violento” si riduce comicamente-irriverentemente all’uccisione di un cane (!) e attraverso l’appropriazione dei nostri mezzi: televisione e internet. E la cosa paurosa è che le persone finirebbero per subire il suo ascendente esattamente come era successo in passato. Sotto questo punto di vista il film è devastante: ti sbatte in faccia, con la potenza dell’ironia ― c’è qualcosa più potente?? ― questa amara verita’.
E Il monito di Primo Levi, “È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo”, si fa sempre più insistente durante l’evoluzione del film: Hitler raccoglie via via consensi, followers, laik, selfie, conquista il mondo dell’editoria scrivendo il Sequel del Mein Kampf, e conquista pure il mondo del cinema, diventando il protagonista di un film sulla sua vita. E qui i patititi dell’heavy meta (!) e della finzione-nella-finzione ― tipo me ― vanno in visibilio. A un certo punto il film che stiamo vedendo si con-fonde al film su Hitler che stanno girando tanto da disorientarci, da farci perdere un po’ l’equilibrio. La finzione che si sovrappone alla finzione propone una realtà da cui lo spettatore non può distogliere lo sguardo: Hitler potrebbe riconquistarci. Hitler, o Quando il Male incontra il Peggio e si trasforma in Pessimo, rivive oggi nelle sparate xenofobe travestite di “buonsenso” di certi leader di destra, nei muri che si progettano lungo i confini, nelle porte chiuse davanti alla faccia di certi immigrati. In una delle scene finali, Hitler ci fa scivolare in testa una verità che risuona oscura, e che ci portiamo a casa dopo il film: “In fondo siete tutti come me: non ci si può liberare di me, sono una parte di tutti voi. Queste parole escono dalla sua bocca dopo che Sawatzki, nel finale del film-nel-film, gli ha piantato una pallottola in faccia: Hitler non muore. Mai. Hitler è “una parte di noi” ― è il lato oscuro della Forza, per dirla con Yoda. Ogni volta che si parla di muri, di recinzioni, di “respinto”, di “raus”, Hitler parla. Ma il film, in tutto questo, è orribilmente comico ― è orribile ridere del Fuhrer perché orribile riconoscere che un figuro tale possa suscitarci il riso, ovvero della simpatica ― e ci sono delle scene davvero memorabili, come per esempio Hitler che rimira ed esalta la bellezza di un paesaggio montano per poi inquinarlo, lasciando cadere un bicchierone vuoto. Oppure la scena macabra e comicissima dell’uccisione del cane, e la reazione, altrettanto macabra e comicissima dei media e dell’opinione pubblica. Uccidere un cane è inaccettabile! Finché si tratta di far fuori qualche milione di ebrei fuori onda, bene, ma un cane, in diretta tv, eh no, questo no, è inaccettabile… Wnednt ci prende in giro come raramente siamo stati presi in giro. Oltre ai nostri timori, ci sbatte in faccia anche ciò che siamo diventati. Non facciamo che ingozzarci di junk-tv, di programmi di cucina in tutte le salse e reality piegati alla (il)logica del “più trash più success”, e tutta questa spazzatura ci getta in uno stato di narcosi del pensiero nella quale non distinguiamo nemmeno più la minaccia deldéjà-vecu, anzi, la prendiamo per “cool”, la tempestiamo di laik, e la diffondiamo, postando foto che sono obbrobri e twittando massime che sono minime. Alla fine siamo artefici della nostra stessa sventura, siamo noi, società, che permettiamo a un Hitler Parte II ― o a chi per lui ― di tornare alla carica dopo averne provato gli orrori nelle Parte I. Questo è un messaggio forte, e anche doloroso ― a maggior ragione se pensiamo a quanto ci piace considerarci avanzati, a quanto godiamo nello sbandierare le nostre “democrazie” moderne. Così come dolorose sono le scene finali, in cui Hitler e la sua nuova Eva Braun e compagna di avventure, sfilano per la città su una Mercedes vintage, salutando il popolo come due sovrani appena insediati, e immagini del nostro passato recentissimo ― direi praticamente presente ― scorrono davanti ai nostri occhi. E mentre la tenebra dilaga là fuori, nella cella bianchissima di un manicomio, il povero Sawatzki finirà i suoi giorni, l’abbraccio della camicia di forza come unica consolazione. L’unico che ha capito come stanno veramente le cose, finisce internato, come sempre succede nei regimi totalitaristi.
Il passato non è mai passato, e non è mai stato così vicino a essere presente come oggi, ci dice il film.

Ripensando a questo, alla perpetrazione dello schema, mi è tornato alla mente un altro bellissimo film che vi consiglio, “L’onda” di Dennis Gansel (2008): per spiegare il radicamento della dittatura, un professore di liceo coinvolge i suoi studenti in un esperimento di dittatura in aula. Poco a poco gli studenti ci prendono gusto e l’esperimento sconfina fuori dalla classe con esiti nefasti… “L’onda”, così come “Lui è tornato”, mostrano quanto sia incredibilmente facile rimanere avvinti dal carisma di una personalità leader, capace di premere i tasti giusti con le masse, ricorrendo molto spesso a uno schema tanto semplice quanto efficace: prima si fa leva sul malcontento generale, poi si rafforza una sensazione di appartenenza a un gruppo coeso (noi contro il resto del mondo), poi si aizza lo spirito di rivolta nei confronti dello stato delle cose e si alimenta quel senso di orgoglio nazionale che taluni paesi mostrano di avere in forma più spiccata di altri ― ecco, per esempio, l’orgoglio del popolo italiano io lo vedo più come una specie di soddisfazione del proprio made-in-Italy (arte, moda, cucina, Sophia Loren) che un vero e proprio pride… Siamo troppo ironici per essere patriotici.

Credo che scavallata le fin du siècle, i cineasti dovrebbero prendere maggiormente in considerazione la satira spietata come quella adottata da Wnednt. Vedo, invece, altri trend profilarsi all’orizzonte… Quelli buonisti, quelli scontati con i loro filmetti scontati, dalla morale scritta in fronte a ogni fotogramma, dove entri in sala e poi esci e non solo sei la stessa identica persona che era entrata due ore prima, ma pure terribilmente annoiata, e ti vedi bene dal ridare un’altra possibilità a quel regista, la prossima volta… Mi sto riferendo, nello specifico, a “Where to invade next”, l’ultimo documentario di Michael Moore, nel quale l’Italia non solo è dipinta con la solita stereotipia ― la Vespa in piazza con i tavolini fuori e gli italiani pummarola ‘n coppa che si godono la vita ― ma anche come il paradiso del lavoro, e della tutela del lavoratore (!!). Alla luce della parzialità con cui Moore tratta il nostro paese ― e presumo, anche gli altri nel documentario, come Francia, Slovenia e Norvegia ― rimetto in discussione i suoi lavori precedenti e faccio opera di revisionismo storico.
Film come “Lui è tornato” ti tolgono il terreno da sotto i piedi e lo sostituiscono con qualcosa d’ignoto che ti costringe a interrogarti sia su quello che lo schermo ti presenta, sia sulle tue stesse reazioni. Quando ridiamo davanti alla comicità involontaria di Hitler, come ci sentiamo? Trovare Hitler Adolf divertente, come ci fa sentire?
Scoccia che il film sia rimasto nelle sale così poco, e che non sia stato preceduto dal battage pubblicitario che avrebbe meritato. Me ne domando la ragione… Forse la disponibilità su Netflix ha rovinato l’effetto bomba. È un peccato: questo film, è, a tutti gli effetti una bomba cinematografica di rara potenza, e non solo lo inserisco nella top-ten dei film di questi ultimi opachi tempi, ma mi auguro che acquisti, nel tempo, magari grazie al passaparola, sempre maggiori estimatori ― non “followers”, estimatori!

E ora Fellows prendiamo tutti un bel TGV e ci trasferiamo in massa a Cannes! Quest’anno i cugini non ci hanno voluto in concorso, ma ci hanno concesso ― bontà loro ― la sezione della Quinzaine des Realisateurs, che, guardate, è il non plus ultra per un regista: vai lì, non hai l’ansia di vincere o perdere e il tuo film viene visto e fatto circolare. Meglio di così… 😉
E proprio in quella sezione, troviamo

LA PAZZA GIOIA
di Paolo Virzì

Vediamo se Virzì riesce a bissare il successo di “Il capitale umano” di due anni fa. “La pazza gioia” sembra essere un film profondamente diverso ― o meglio, “Il capitale umano” è stato un film profondamente diverso rispetto alla produzione virziniana, quindi “La pazza gioia” potrebbe essere un “back to the origins” o qualcosa di completamente nuovo.
Non mi mancate, Moviers eh, non mi mancate. Ormai mi sono abituata ad avere folle di Fellows ai film, e spererei di mantenere quest’andamento da NASDAQ almeno fino alla fine della stagione ― uno si deve porre degli obbiettivi irraggiungibili ogni tanto… 🙂

E ora Fellows vi lascio liberi di scorrazzare nella vostra domenica sera, vi spalanco un Maelstrom nel caso in cui vogliate farvi ispirare, vi ringrazio della pazienza e vi mando dei saluti, avveniristicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Guardate cosa si è inventato questo innamorato di Brescia per chiedere in moglie la sua bella… C’entra il cine… http://video.repubblica.it/edizione/milano/brescia-la-proposta-di-matrimonio-arriva-al-cinema-il-loro-amore-sul-grande-schermo/239203/239116
Be unconventional, Moviers! 😉

LA PAZZA GIOIA: Beatrice Morandini Valdirana è una chiacchierona istrionica, sedicente contessa e a suo dire in intimità coi potenti della Terra. Donatella Morelli è una giovane donna tatuata, fragile e silenziosa, che custodisce un doloroso segreto. Sono tutte e due ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, entrambi classificate come socialmente pericolose. Il film racconta la loro imprevedibile amicizia, che porterà ad una fuga strampalata e toccante, alla ricerca di un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 282 commenta OUT OF NATURE, BETWEEN SISTERS e I RACCONTI DELL’ORSO e propone LUI E’ TORNATO

LET’S MOVIE 282 commenta OUT OF NATURE, BETWEEN SISTERS e I RACCONTI DELL’ORSO e propone LUI E’ TORNATO

LUI È TORNATO
di David Wnednt
Germania, 2016, ‘116
Mercoledì 11 / Wednesday 11
Ore 21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Multiple-choice Moviers,

In questi dieci giorni di Trento Film Festival ne abbiamo viste di tutte le forme e i colori. Ormai lo sapete no, quando c’è il Festival, Trentoville non sembra nemmeno più Trentoville ― e ce ne vuole. Svolti un angolo e trovi climbers che si arrampicano sui muri dei palazzi e sui pali dei cartelli ― non scherzo, ho la Honorary Member Mic in speciale trasferta per testimone. 🙂 E poi le passeggiate nel parco alle 8 del mattino… Ecco magari quelle le ho solo immaginate, ma era pur bello, sapere che, alle 8 del mattino, i festivalieri si trovavano per passeggiare a piedi nudi nel parco, come tanti Robert Redford e Jane Fonda, e che il parco fosse il Gocciadoro/Goldendrop e non il Washington Square Park del Greenwich Village, è un dettaglio sul quale vedremo di non porre rilevanza in questa sede… E poi Fellows, finalmente le file fuori dai cinema! Ultimamente le file fuori dai cinema si vedono solo dal Mastro quando ospita registi e attori e VIPpaglia varia. Trovare la folla inserisce quell’elemento di alterità che sovverte un ordine fin troppo costituito nella città. Quando vedo i fasci di luce azzurra sparati in aria fuori dal Cinema Viktor Viktoria ― quell’azzurro truzzo fra la Hollywood city e l’Hollywood discoteca ― e la calca che aspetta di entrare, respiri l’aria tiepida del possibile.
L’aria è tiepida quando una cosa è possibile, mai notato?

A ogni modo, visto che ho accumulato altri due film meritevoli di pippone ovvero attenzione, ho pensato che una scelta multipla fosse il minimo che potessi architettare per voi, anche per non sfigurare davanti alle tante proposte del TFF.
Quindi oltre ad “Out of Nature”, il Lez Muvi della settimana, troverete di seguito delle riflessioni su altri due film che mi hanno assai steso.
E ora, banchi sgombri, cellulari spenti, scegliete l’opzione  A, B, o C che sentite più corretta per voi, e consegnate entro un’ora. 😉

A)
Cominciamo con il Lez Muvi ufficiale della settimana, “Out of Nature”, per il quale hanno risposto al richiamo della foresta ben sette Moviers! Ringraziamo quindi ilPequod, lo Spaccato, il Bridge, il Pizzo, la Vanilla, il Giusenzaccento e ultima ma perché merita un’errata corrige, la More, che era presente anche a “Le confessioni”, la settimana scorsa, ma che la mia arteriosclerosi incipiente ha impedito di essere inclusa nei ringraziamenti ― prima o poi si troverà la cura e debelleremo il male, ve lo prometto, siamo pur sempre Cavalieri dello Zodiaco. 🙂

Martin è un impiegato, un marito, un padre. Ha una casetta monofamigliare, una bici con cui va a lavorare, la passione per la corsa, colleghi che lo invitano al pub. Un uomo qualunque. E noi siamo in una posizione privilegiata: siamo in grado di sentire la sua mente macinare pensieri su pensieri, e di vedere le sue gambe bruciare chilometri di boschi su chilometri di boschi. Ed è proprio lì che lo incontriamo, fra i boschi.
Martin decide di trascorrere un weekend di trail-running in montagna. Inventa una balla con gli amici e a cui tira pacco, tira pacco alla moglie e al figlio, si carica lo zainetto da bravo trail-runner sulle spalle e parte. Noi spettatori ne seguiamo il percorso non solo perché lo vediamo inoltrarsi tra le verzure norvegesi, ma anche perché sentiamo il suo flusso di coscienza che porta a galla tutto quello che la sua mente pensa veramente. E fate ben attenzione a “veramente”: la verità, e il suo opposto, sono centrali in questo film. Martin mente in continuazione, a se stesso e agli altri. Vorrebbe andare a destra, ma poi va a sinistra. Dice una cosa, e in realtà pensa l’esatto opposto. Vorrebbe rimanere a casa a fare il padre modello, ma alla fine decide di andare in solitaria sui monti. Vorrebbe che i colleghi gli chiedessero di uscire, ma quando lo fanno, lui li bidona. Martin è il Millennial Man: l’eternamente indeciso, il costantemente in colpa: se fa A avrebbe dovuto fare B, e se fa B si è lasciato sfuggire C. Non si va bene e vorrebbe essere diverso, avere altro, ma non ha il coraggio e la determinazione per cambiare ― se stesso o qualcosa ― e quindi rimane incastrato nel suo status quo. È una nuova tipologia di tipo umano rispetto all’apatico dei due ultimi secoli scorsi: questo è l’accidioso irrequieto. Finge di sentirsi bene ovunque ma ovunque si sente fuori posto: non a caso la corsa è il “mezzo” preferito con cui sfugge al disagio che riscontra nella bolgia del sociale ― c’è molto Sartre qui, molto “L’inferno sono gli altri”.
Mentre Martin corre, ripercorre le situazioni che ha vissuto, le scelte che ha preso, le fantasie che lo ossessionano. E s’interroga ininterrottamente su di loro. Noi, grazie al voice-over, siamo testimoni privilegiati dentro il teatro della sua psiche: sul palco lui, e tutt’intorno la sua vita, a cui guarda metà attonito metà alienato.
Ora ditemi se non vi è mai capitato, almeno una volta, di chiedervi, “ma cosa sto facendo? Dovrei fare altro?” o di avvertire il martello dell’ “e se” picchiarvi in testa. E se avessi fatto questo? E se fossi andato lì? “E se” è l’assillo del Millennial Man. E se ― ! ― da un lato disprezziamo questo ometto che scappa da ogni responsabilità e da ogni situazione che implicherebbe un suo coinvolgimento diretto, dall’altro capiamo i suoi interrogativi. “Ma perché mi sento sempre in colpa?”, si chiede a un certo punto. “Non si può spegnere il cervello? Smettere di pensare?”. Il Millennial Man ― che comprende la Millennial Woman ― è braccato dal pensiero sterile. Cos’è il pensiero sterile? È quello da cui non sboccia alcunché e che conduce in nessun dove. Porta all’inazione ― gli intenti che muoiono nello stesso istante in cui nascono ― e al fenomeno, che Adele la cantante conosce bene, del chasing pavements: cazzeggiare senza combinare nulla che abbia un riscontro pratico. È un sognatore Martin, alla fin fine, un bambino cresciuto che non smette di fantasticare, ma le cui fantasie, tuttavia, hanno qualcosa di sinistro/spaventoso, fin patologico.

Il film è completo perché mostra entrambe le sponde verso cui la barchetta-in-mezzo-al-mare-Martin è attirata. Da un lato è intrappolato nella vita standardizzata del padre e marito modello ― vita che gli risulta intollerabile ― e dall’altro è attratto dalla solitudine, dall’estraniazione totale da una società che lo fa sentire sempre inferiore e sbagliato. Ma se decide di lasciarsi andare all’autismo, all’eremitaggio, il pericolo che corre è quello di rifiutare poi il contatto con gli altri. Di non saper più godere degli altri. Rappresentativa in questo senso la scena con la ragazza nella baita in cui si ferma per la notte. Martin non riesce a concludere un rapporto e preferisce, a lei, corpo vero in carne, curve e ossa, il freddo schermo di un cellulare con un porno dentro. Questa scena mi ha ricordato un altro Millennial Man: il protagonista di “Shame”, di Steve McQueen, incapace di vivere gli altri se non attraverso rapporti occasionali consumati con foga narcotica. Martin preferisce vivere tutto a livello virtuale, mentale ― persino il sesso! ― piuttosto che fisico, reale. Ecco quindi che immagina momenti di fuego con la moglie, pomeriggi con il figlio, uscite con gli amici, piuttosto che viverli veramente. E c’è anche una notevole componente di suprematismo nel suo rapporto con l’altro: Martin viene sempre prima di tutti. Prima della moglie, del figlio. Persino prima della felicità ― “perché” si chiede a un certo punto della sua corsa Martin, “perché non riesco a godermi tutto questo panorama?”

È raro veder battere, in un film, la via verso l’infelicità, così come la vediamo nel film di Giæver, il regista ― che peraltro ne è anche sceneggiatore e protagonista. E basterebbe così poco, in fondo, un paio di scarpe che galleggiano a pelo d’acqua, una canzone a palla nelle orecchie… Completamente scisso com’è, tra il tendere verso se stesso e verso la gabbia dorata che la società gli spalanca, Martin sbrocca, implode: prende a botte fuscelli d’albero, si scava una tomba nella terra e vi si seppellisce dentro ― il punto massimo dell’isolamento ― per poi tornare a rinfilare il ruolo del padre di famiglia, e continuare ― ne siamo sicuri ― a battere la via verso l’infelicità.

“Out of Nature” ―che by the way, significa “contro natura”, “fuori dall’ordinario”, così come potrebbe apparirci, solo apparirci, Martin ― non è un filmino qualunque. È stato selezionato al Toronto Film Festival e presentato con successo all’ultima Berlinale. Io spero vivamente che il Mastro lo porti in sala: se nell’’800 i lettori leggevano “L’uomo senza qualità” di Musil, e nel ‘900 s’interrogavano sull’apatia di Dino in “La noia”, noi spettatori Millennial andiamo a rivederci un po’ in Martin…

B)
Ma il mio TFF era cominciato nel migliore dei modi già sabato 30, con la prima in città di un film trentino già presentato e premiato all’estero. Parlo di “Between Sisters” di Manu Gerosa, il nostro Movier Infomanugerosa.com, che era in sala a raccogliere applausi e domande a fine proiezione. 🙂
Una premessa. Quando senti “Trentino” immagini subito monti e boschi e malghe. La preghiera che recito ogni volta che sento “regista trentino” è: “Oh God, ti prego fa che non canti monti e boschi e malghe ANCHE qui. E se proprio proprio lo deve fare, please, God, fa’ che lo faccia in maniera astrusa, bizzarra e fuori dalla norma”. Fortunatamente ill Trentino di Manu Gerosa entra soltanto nella cadenza delle due sorelle protagoniste, ma non nella fotografia e nei luoghi comuni. Posto il potenziale wunderbaaaar delle Dolomiti, io credo che il cinema dei registi trentini dovrebbe concentrarsi ― anche per un moto arditamente antitetico ― sugli interni, in senso letterale e lato. “Between Sisters” è un film interno, sia perché è quasi completamente girato indoor ― e le riprese outdoor sono più che altro in spiaggia a Sinigaglia, quindi fuori regione ― sia nel senso che esplora il rapporto interiore, intimo, tra due sorelle, Teresa e Ornella.
Non hanno 15 anni, le due sorelle. Non ne hanno nemmeno 30 o 40. Teresa ne ha tipo 86 e Ornella 21 in meno. E non sono due attrici uscite da un casting. E non sono nemmeno due attrici! Sono la madre (Ornella)  e la zia (Teresa) del regista, che interpretano se stesse.
C’è un segreto che Teresa custodisce dentro di sé da tanti anni e di cui Ornella non conosce i contorni, ma di cui ha sempre avvertito la presenza. Un fatto che ha inciso sul loro trascorso anagrafico, un fatto troppo doloroso da rivelare, e che Teresa ha preferito rinchiudere in zona non-detti… Il film è il lento cammino che porta Teresa dal silenzio alla voce, quando finalmente, un pomeriggio, riesce a sbloccarsi, ad articolare ciò che era stato fino ad allora inarticolabile. Manu osserva tutto da dietro la cinepresa. Naturalmente, essendo regista E figlio/nipote delle due donne, il legame che lo lega al film è doppio, e lo porta, in alcune scene ― e soprattutto in quella della confessione di Teresa ― a scavalcare la linea che separa girare e girato, passando di là dell’obbiettivo e diventando parte egli stesso del suo film. Questa infrazione aggiunge un sovra-livello molto interessante al film e lo sfila dal semplice ―pur dignitoso, ma semplice― emo-documentario su una vicenda famigliare dai risvolti toccanti. Quando Manu entra in quella scena, è come se infrangesse un canone, una barriera, e facendolo, porta tutti noi con sé. Mi spingo persino a dire che noi, negli istanti in cui il regista “va aldilà”, siamo un po’ lui. Per questo il film ci tocca autenticamente: noi, attraverso il corpo del regista, siamo dentro la scena e la vicenda.

Un altro elemento vincente del film è la spontanea predisposizione alla comicità delle due sorelle, Teresa in particolar modo, donna volitiva e cocciuta, una bisbetica indomita senza filtri né peli sulla lingua: insieme alla sorella, ci riservano dei momenti tra commedia dell’assurdo e cabaret che hanno riempito la sala di risate. Ed in effetti è così che posso definire, in parte, “Between Sisters”. Un cabaret emotivo, non tanto interessato a scoprire il segreto di cui dicevo sopra, quanto piuttosto lo spazio affettivo che si apre “tra sorelle”, e a indagare quel miscuglio di insofferenza, irritazione, tenerezza e affetto, che costituisce lo sfondo di questa specifica relazione sororale, rimandando al contempo a tante ― tutte?? ― le relazioni tra fratelli. La frustrazione di Ornella davanti alle bizze della sorella, la gelosia di Teresa nei confronti di Ornella, la ridarola che le coglie in un letto al mare, sono tutte situazioni che ci risultano familiari, nel senso di note, e che le avvicinano ancora di più a noi spettatori. E in un film in cui la parola è basilare, sia perché è molto parlato, sia perché l’atto di “dire” ― sentimenti, sensazioni e il famoso segreto ― è funzionale allo sviluppo del racconto, la parola porta il film alla sua conclusione: le due sorelle sedute su una panchina, le loro chiacchiere silenziate da un obbiettivo discreto, senza sonoro. Dopo il rumore, dopo il temporale, ecco la quiete. Manu si defila, allarga l’inquadratura sul paesaggio e le lasciamo lì, ad approfondirsi reciprocamente per tutto il tempo che la vita concederà ancora loro.

Sono stata contentissima di apprendere che “Between Sisters” sarà distribuito in Italia ― all’estero lo è già, naturalmente… E non perché il regista è trentino ― e no, non perché il regista è un Movier! ― ma perché è un film che suscita genuinamente l’empatia. Non c’è premeditazione, non c’è nemmeno un canovaccio: Manu ha selezionato tra più di 300 ore di girato, ma senza la presenza di un copione sotto mano. E il risultato c’è tutto: io dico sempre che quando esci dal cinema portandoti a casa i personaggi, il regista ha fatto bingo.
Infomanugerosa.com, let me tell you, hai fatto bingo! 🙂

C)
E infine, l’ultimo film che mi ha lasciato a bocca aperta ― ma anche a quelli del Torino Film Festival, che l’hanno presentato lo scorso novembre.
I racconti dell’orso” origina da un viaggio di 40 giorni dei due pischellissimi registi in Finlandia e Norvegia, dove hanno girato un numero imprecisato di ore, l’uno travestito da monaco con volto meccanico, l’altro infilato in una tutina d’un rosso saturo da “Favoloso Mondo di Amélie”. Poi attaccateci un anno e mezzo per il montaggio delle scene e una campagna di crowd-funding su Indiegogo.
Come descrivere “I racconti dell’orso”, se non una specie di post-Myiazaki fuori dall’animazione e dentro l’onirico? Immaginate una macchina in viaggio su piatte strade nordiche, con dentro una bambina che sogna. E dentro il sogno di questa bambina un omino rosso e un monaco con la faccia di latta e bulloni. L’omino rosso sfugge per una buona metà del film al monaco, che non smette d’inseguirlo. Fate conto che questi personaggi si trovano in un contesto naturale 100% Finlandia: laghi, fiordi, prati verdi, foreste. Immaginate quella tutina rossa ― quel rosso saturo ― e alle sue calcagna questa figura che sembra uscita dall’officina di Guerre Stellari. Sembrano quasi nemici. E invece è proprio l’opposto! Ma sapete no, come funzione a volte, l’amicizia. All’inizio si è timorosi, si fugge…
Ma poi ecco la svolta: i due trovano un orsacchiotto, con il petto squarciato ― una creatura in difficoltà. I due cominciano a occuparsi di lui, e il loro rapporto cambia. Cercando di aiutarlo e accudirlo, i due diventano inseparabili. Condividere l’amore verso un terzo elemento li unisce e conduce al finale che ha tutte le caratteristiche della favola. Ed è una favola “I racconti dell’orso”, certo che lo è. Ne ha tutte le componenti, così come i colori ― myiazakissimi, i colori, così come l’infinita tenerezza suscitata da tutti i personaggi che compaiono, a partire dai due protagonisti, così come le presenze “laterali”, come l’orso, o la bambina in macchina, e persino gli spaventapasseri che supplicano il dio Sole con preghiere tipo “fammi crescere i capelli”…

Ma oltre a rientrare nella tipologia del fantastico, questo film è, a tutti gli effetti, un mistero che sfugge a qualsiasi tipo di definizione. E qui il letting-go è fondamentale. Se non vi lasciate andare completamente, mollate ogni logica e aderite all’avventura che i due registi, Samuele Sestieri e Olmo Amato, vi propongono, il gioco non funziona, e voi rimarrete delusi, o semplicemente annoiati ― un paio di spettatori davanti di me sonnecchiavano, altri due se ne sono andati. Anche perché i due personaggi comunicano attraverso un linguaggio preverbale, un sistema libero di suoni meccanici e beepbeep che, come dicevano i due registi a fine proiezione, ricorda un po’ quello dei Looney Tunes, Willy e Bee Beep ― in effetti, il Monaco che insegue l’omino rosso e l’omino rosso che fugge, all’inzio, rimandano proprio alla relazione catch-me-if-you-can tra i due personaggi della Warner Bros. Questo linguaggio non-linguaggio rinvia anche a un modo esclusivo che lega indissolubilmente queste due figure, due compagni di vita diversissimi eppure affini ― e del resto, non è che ci mettiamo qui a questionare sul legame fra il gattone Totoro e la bambina Mei nel cartone di Myiazaki, o tra l’elefante e la farfalla di Zarrillo, giusto?? Lo accettiamo così come accettiamo i principi della fisica, l’acqua bolle a 100 gradi.

Certo, non è un film per tutti. Direi che è un film per chi è paziente ― dovete dargli una chance ― e bambino. E anche per chi riesce a immaginare un mondo deserto, in cui queste figure siano possibili, e che quel mondo esista veramente da qualche parte. Io, e già ve lo dissi, credo fermamente che quando noi usciamo da un cine, o finiamo un libro, quelle storie esistano e vadano avanti altrove. I sequel, se non dettati meramente dal botteghino, riflettono molto spesso il desiderio di un regista sognatore che vuole tornare in quel mondo e vedere a che punto sono i suoi personaggi.

Ci tengo pertanto a ringraziare il Fellow Fant(otum) per aver selezionato questo trittico. Ciascuno a suo modo centra tre famiglie di film che secondo me non dovrebbero mai mancare nella dieta cinematografica di noi Moviers. Riflessione, emozione, evasione.
E naturalmente il ringraziamento più grande va all’Anarcozumi, senza la quale nessun Film Festival vedrebbe la sua alba. Quest’anno la sua 10-giorni è stata testata da un piccolo anarco-nuotatore che sguazza da un lato all’altro della sua pancia facendo di lei la prima signora TFF con anarco-nuotatore incorporato! 🙂
E i due invitano noi tutti cine-patiti a un ultimo appuntamento imperdibile, LA NARRATRICE DI FILM, uno spettacolo che “incrocia il linguaggio del teatro con quello del cinema in un dialogo permanente tra realtà e fantasia” ― e se aveste bisogno di maggiori info, potete trovarle qui http://trentofestival.it/edizione-2016/programma/eventi/la-narratrice-di-film/
Spazio: Teatro Cuminetti
Tempo: stasera, domenica 8, ore: 21:00
Presenza: obbligatoria 🙂

Ed ora, appesi i ramponi (vostri) al chiodo, ci dirigiamo con non poco gusto verso il Lez Muvi di questa settimana. Un one-shot che il Mastro ci offre in esclusiva e che noi certo NON rifiuteremo…

LUI È TORNATO
di David Wnednt

In questi casi gli articoli titolano “Il film campione d’incassi che ha sconvolto la Germania”. Il “Lui” del titolo è proprio Lui, il Male. Il Baffetto se vogliamo schernirlo un po’.
Non credo di aver assistito a molte commedie/satire che abbiano Hitler come protagonista ― ora ci penso un po’ su…. Quindi l’occasione è ghiotta ― e unica, visto che il Mastro lo propone solo una volta.

Credo di avervi impegnato abbastanza con questo test a risposta multipla, oggi. Naturalmente la risposta corretta era scegliere A, B e C. Se ci avete preso, la promozione è tutta vostra 😉
Vi lascio quindi la serata libera a riprendervi dai bagordi festivalieri, non prima di avervi infilato al dito una mia DROP, giù nel Maelstrom…
Poi riassunto (ancora??) e saluti, scolasticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

“I am back, bastards”.
Con questo inizio tutto tarantiniano si apre “The Dressmaker”, un film della regista Jocelyn Moorhouse a cui avrei dato due lire, e solo per la presenza della gigantessa Kate Winslet ― gigantessa per stazza e talento. E invece, eccomi a ricredermi e ritoccare puntata e valuta.
Tilly è una sarta che ritorna, dopo 18 anni trascorsi in Europa, nel suo paesello natale nel profondo outback australiano: deve sistemare un sospeso del suo passato che ha inciso potentemente nella sua vita e che ancora le tormenta il presente.
In “The Dressmaker” c’è la storia d’amore, il dramma, la vendetta, e ceneri nel finale sulle quali può sbocciare un futuro nuovo nuovo. La Winslet è magnetica più che mai, così come i vestiti che porta e che cuce per tutte le donne, riempiendo il paesello di satin, taffeta, gabardine e tutte le stoffe molto Dior anni ’50 che vi vengono in mente. La dinamica è un po’ quella di “Chocolat”, con la mastra cioccolataia che portava il gusto ― e lo scompiglio ― nel paesello normanno. Se lì tutti finivano per ingozzarsi di cioccolato, qui Tilly riporta il bello e tutte finiscono per vestirsi di ruches e chiffon anche solo per attraversare la strada… Se volete un paio d’ore di contrasti ― vedere uno stiletto rosso Valentino in mezzo a un campo da rugby, è un gran bel contrasto ― e la riprova che la Winslet sta calcando le orme di Maryl Streep, quanto a versatilità e riuscita dei ruoli interpretati, concedetevi “The Dressmaker”. La deriva sentimentaleggiante che prende il film dopo la prima parte non impedirà che ve la spassiate, specie vedendo un comandante della polizia con la passione di paillettes e broccati color lampone…
Give it a try 😉

LUI E’ TORNATO: Estate. Giorni nostri. In una zona residenziale di Berlino Adolf Hitler si sveglia improvvisamente proprio nel luogo dove un tempo si trovava il suo bunker. Sono passati 70 anni dalla sua “scomparsa”. La guerra è finita, il suo partito non c’è più, la sua amata Eva non è lì per consolarlo e la società tedesca è completamente diversa da come la ricordava, tanto che anche i bambini che lo notano per primi si prendono gioco di lui. Lo riconosce però un reporter che lo filma e lo trova una perfetta imitazione dell’originale. Così, contro ogni probabilità, Adolf Hitler inizia una nuova carriera in televisione perché viene universalmente scambiato per un brillante comico, anche se lui è davvero chi sostiene di essere e le sue intenzioni non sono cambiate…

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 281 propone OUT OF NATURE (TFF) e commenta LE CONFESSIONI

LET’S MOVIE 281 propone OUT OF NATURE (TFF) e commenta LE CONFESSIONI

OUT OF NATURE
di Ole Giaever
Norvegia, 2014, ‘80
Lunedì 2/ Monday 2
21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

 

 

Mi metto Moviers

a fare il punto della situazione:

  • L’Austria si alza un bel mattino e, dopo la colazione a base di wurstel e kappuccino, e soprattutto dopo la vittoria al primo turno delle presidenziali di un tale (Hofer) che a me ricorda un altro tale (Heider) che a me ricorda altri baffetti (Hitler) ― e le assonanze vorranno pur dir qualcosa ― Heimat Osterreich, dicevamo, decide di srotolare 250 metri di rete metallica lungo il confine del Brennero. La rete non sarebbe sola sola. Gli austriaci, che fanno le cose per bene, l’accompagnano da tutt’una fila di agenti della Gendarmerie pronti a perquisirci i bauli per vedere se ci nascondiamo dentro un siriano. Inoltre gli austriaci, che fanno le cose super bene, vorrebbero portarsi avanti ed effettuare i primi controlli sui treni diretti in Austria a Fortezza, località che, fino a prova contraria, è Italia tanto quanto Castellammare di Stabia.
  • A febbraio, ben prima che Vienna facesse la voce così grossa, la Svizzera si era svegliata ― dormiva il suo sonno di neutrale bellezza sin da, sin da… sin da ― e, insieme alla sorella di letto Danimarca, aveva deciso di chiedere 1000 franchi ai rifugiati per concedere loro il permesso di entrare sul sacro suolo elvetico. Questo perché la disponibilità finanziaria dei profughi è cosa nota, e cosa saranno mai, 1000 franchi.
  • Copenaghen, prim’ancora di Vienna e Brema, aveva messo le sue belle mani burrose avanti, con un’iniziativa che, non avesse quel retrogusto intimidatorio, brillerebbe per efficacia preventiva. Nel settembre del 2015 la Danimarca compra una pagina dei maggiori giornali libanese e fa pubblicare un annuncio tipo “Non venite nel nostro Paese perché abbiamo dimezzato gli aiuti a profughi ed immigrati. Questo per sconsigliare i profughi siriani a includere la Sirenetta fra le loro bellezze turistiche da visitare nel prossimo futuro.
  • Quattro giorni fa Londra respinge 3000 bambini profughi rimasti soli nei centri di accoglienza di Calais, di là della Manica. Tanto comunque fin che tutto succede “di là della Manica”, it is none of our business, come amano dire loro, ricorrendo ad altre più forbite espressioni, che io, povera penna lezmuviana, non sono in grado di ripetere.
  • Londra again, a giugno non preparerà pinne, fucile ed occhiali in vista dell’estate imminente ― che in ogni caso loro non conoscono, visto quel simpatico meteo che si ritrovano ― ma sparpaglierà seggi in tutto il Regno di Sua Maestà, dove i sudditi si recheranno per decidere se “rimanere” in Europa, oppure uscire dall’Unione. “Rimanere” è virgolettato perché non mi risultano ancora chiare, a oggi, le modalità con cui il Regno Unito sia in Europa. A ogni modo, vincesse il “Sì, vogliamo uscire dall’UE”, avremmo bisogno di un visto anche per farci un weekend tra Kensigton Gardens e Portobello, e Notting Hill rimarrebbe soltanto un film.

Alla luce di quanto sopra, scusate, una domanda. A quando la reintroduzione dello ius prime noctis?

Una volta a scuola t’insegnavano che la Storia va avanti ― che tutto va avanti, si chiamava progresso. Ma se ripenso a questi punti dolenti quissopra, vedo che la Storia ha inchiodato sulla via per il futuro ― Renzi permetterà che mi appropri un po’ di “futuro” visto che ce l’ha sempre in bocca lui. In qualunque modo decidiamo di guardare alla situazione attuale, la Storia ha fatto inversione di marcia e sta tornando da dove era venuta, scordandosi tutto il percorso accidentato che ha fatto per arrivare dove è arrivata. Qualcuno starà riflettendo sull’amnesia che l’ha colpita? Cosa si fa quando la Storia perde la memoria? Fili metallici? File di gendarmi? File di “Respinto”? File di provvedimenti già provati e già bocciati?
File di fallimenti.
Poi qualcuno mi spiegherà anche dov’è l’Europa. Se tutti gli Stati membri fanno quello che vogliono ― se vale tutto ― allora dove s’è cacciata lei, l’Europa? È morta? È mai esistita? È un luogo dell’immaginazione che abbiamo alimentato a sogni e Inni alla Gioia? Dobbiamo lottare per lei, oppure fare tutti-contro-tutti e vinca-il-più-forte? Politica del maschio alfa?
Ius prime noctis??

Cerco d’ignorare l’amarezza che la cronaca dal mondo mi riserva e mi avvio volentieri verso “Le confessioni”. Dunque immaginatevi un albergo in qualche non ben precisata zona tedesca, accanto a un lago, una struttura molto molto sorrentiniana ― bianco in esubero, piscine e spa, quella sensazione da 400 Euro a notte colazione esclusa. Il luogo è teatro di un summit del G8, presieduto da Daniel Roché, Direttore del Fondo Monetario Internazionale. Ma è un G8 assai anomalo, questo, e con esso il suo Direttore, che ha invitato, oltre agli 8, anche una famosa scrittrice di libri per bambini, un cantante rock e un monaco, Roberto Salus, il nostro incommensurabile Sir Servillo. Roché chiede a Salus di ascoltare la sua confessione, e subito dopo viene trovato morto, soffocato con un sacchetto di nylon in testa. Durante questa confessione, il monaco apprende un terribile segreto di cui noi del pubblico non siamo mai messi al corrente, ma che è lasciato intendere essere una manovra politica che andrà a impattare irreversibilmente e tragicamente sul mondo.
A questo punto gli 8 ministri devono capire se si sia trattato di suicidio, di omicidio, e in quest’ultimo caso, chi l’avrebbe commesso e perché. Poi naturalmente devono decidere quale versione imbastire e comunicare al pubblico. Ah e devono pure decidere se si debba andare avanti con la Manovra che si sarebbe dovuta approvare nel corso del summit ― quella impattante sul mondo, sì.
Come vedete, all’ordine del giorno, questi ministri hanno un sacco di punti da prendere in considerazione. I sospetti ricadono subito su Salus: l’ultimo che ha parlato con Roché prima della sua morte. E guarda caso il sacchetto con cui Roché si è soffocato, apparteneva proprio a Salus…
Il film è un po’ detective-story, un po’ dramma economico-politico, un po’ “Nome della Rosa”, un po’ “Youth”. E partiamo un po’ da questa nota dolente che risuona sin dal momento in cui vedi il trailer. Ovvero la bella dose di sorrentinate che sorrentinano nel film: le atmosfere rarefatte, le nuotate riprese dall’alto ― rigorosamente a rana, perché a stile fa più Giochi Senza Frontiere e a Sorrentino quelle sportivate lì non piacciono, lo sappiamo ― l’inaspettato, o quegli elementi che portano disordine all’interno di un’ambientazione estremamente ordinata, come per esempio un cane impazzito che ruota attorno a un tavolo ― a me ha ricordato lo skateboard che fende il salone di Montecitorio in “Il divo” ― oppure il mimo/statua che Salus incontra fuori dall’aeroporto, o ancora il finale al sapore aviario… L’hotel, abbiamo detto, somiglia moltissimo a quello in cui soggiornavano i protagonisti di “Youth” e anche certe inquadrature insistite, certo virtuosismo-barra-manierismo con cui ormai abbiamo imparato a convivere sin da quando Sorrentino è diventato Sorrentino. Mi riferisco anche a quel certo respiro di metafisica indolenza che si respira nei suoi film, e che qui è riproposto in alcune scene. In “Viva la libertà”, film del 2012, che ci aveva conquistato per la sua inventiva e la sua originalità, Andò non aveva ecceduto in questo senso ― forse è proprio vero che a volte, i registi, perdono la (cine)presa… A ogni modo, se superiamo la confezione e diamo uno sguardo al contenuto, vedremo che il film ha il suo potenziale. Il mondo ci risulta gestito da questo manipolo di potenti che, una volta perso il loro capo supremo e punto di riferimento, si ritrovano ciascuno a rapportarsi con: 1. questa grande e oscura Manovra che dovrebbero attuare; 2. con la propria coscienza, che avevano un po’ messo a tacere per obbedire alle leggi dell’economia e al volere del Fondo Monetario; 3. con la presenza del monaco, che è obbiettivamente una presenza anomala all’interno di un G8.
Venendo meno la presenza del puppet-master Roché i personaggi possono ritrovare da un lato la libertà di pensiero e azione (vedi la ministra svizzera), e dall’altro acquisiscono il dubbio. Salus, dopo aver raccolto la confessione di Roché, diventa un confessionale ambulante cui si rivolgono tutti questi potenti per riferire le loro posizioni in merito alla “grande manovra”; uno di questi è il ministro italiano, interpretato da Pierfrancesco Favino, un’interpretazione che non gli varrà certo alcun riconoscimento né, speriamo, alcun ricordo da parte degli spettatori…
Quindi possiamo dire che “Le confessioni” è un film che parte dall’agire dell’economia politica per arrivare alla riflessione etica. Salus, monaco sui generis ― un passato da matematico e un presente da rinomato autore di libri fra filosofia e religione e fumatore di spinelli ― rappresenta un luogo più che una figura ecclesiastica. Un luogo silenzioso, che centellina domande più che restituire risposte e che li mette davanti alla (a)moralità delle loro scelte.

Mentre scrivo mi sto rendendo conto che tutti i miei pensieri positivi per questo film sono rivolti a lui, Salus, ovvero Sir Servillo, e che tutto il resto mi porta da lui, all’ennesimo sperticato elogio che merita e che va ad aggiungersi a tutti quelli che gli ho fatto nel corso degli anni. Sono arrivata persino ad augurarmi ― viaggiando sul filo della perversione ― che per una volta reciti male, che non sia nel personaggio, che canni clamorosamente un film. Mostrando così la sua fallacia umana. Invece no. God Servillo, a oggi, è infallibile. E qui ne abbiamo la riprova. Ha una manciata di battute in tutto, quindi il suo ruolo sta nel modo in cui riempie lo spazio. Servillo/Salus è un luogo ― come abbiamo detto, il confessionale ambulante in cui i personaggi si specchiano per vedere se stessi ― un luogo che riempie lo spazio. E Servillo è eccelso. Non ha bisogno di dire nulla: basta che sia, che ci sia. Parla anche senza parlare, anche senza movimento, stando immobile. Non so se si tratti di postura, di un senso innato del tempo, un’abilità che gli permette di mantenere sempre l’armonia del personaggio con se stesso e con la scena che lo circonda. E guardate, Servillo è come il De Niro pre-idiozie che si è messo a girare. Un movimento impercettibile di una ruga ― non parlo nemmeno di uno sguardo, partirebbe un pippone a parte per quello ― il minimo sollevarsi della bocca, il modo che ha d’intrecciare le mani, o semplicemente di stare in piedi. Basta tutto quello.
E a questo proposito mi torna in mente la domanda che Robin mi ha posto a fine film, dal bancone dell’Astra. “E’ tutto lui, il film?”. Lì per lì ho farfugliato qualcosa perché obbiettivamente c’è del buono nel film ― sul non-tanto-buono arrivo fra poco ― ma in realtà, ripensandoci, la presenza di Servillo è vitale. Senza di lui, o con qualcuno di meno scenicamente potente ― non potenziale, potente ― forse “Le confessioni” cadrebbe. Così, con lui, il film regge. Sei come ipnotizzato da questa tunica bianca che scivola, leggera e autorevole allo stesso tempo, per i corridoi dell’hotel, da ministro a ministro. Di più, ne sei assuefatto. La vorresti vedere sempre: vorresti vederla spuntare ovunque, in tutto il film, tantoché le scene in cui non c’è, ti manca. Lo spettatore ― non solo un Board in perpetua adorazione per Servillo ― sente che quel personaggio è, in qualche modo, il portatore del giusto, o comunque, del dubbio. E, come un cagnolino, lo segue ― come il rotweiler alla fine del film, per altro…
Se la figura di Salus/Servillo calamita personaggi e spettatori, ed è immediatamente decodificata dallo spettatore, il senso degli altri due outsiders rispetto alla truppa ministeriale, ovvero la scrittrice e la rock star, rimangono poco chiari. Cosa ci fanno, in un G8, una scrittrice di libri per bambini e una rockstar? La scrittrice, possiamo spiegarcela: funge da spalla del monaco ―anche lei, come tutti, è fatalmente attratta da questa figura/incarnazione etica, e vuole aiutarla a tutti i costi. La rockstar, bah, quella non me la spiego moplto…

Altri due dubbi che mi rimangono sono sul non-detto e sul finale. Il film ti tiene incollato tutto il tempo ― e questa è buona cosa, fratelli Fellows. Tanto che sembra davvero una detective-story. Non solo vuoi sapere chi ha ucciso Roché o se si è suicidato, ma vuoi saperne di più di questa manovrona misteriosa che, in una scena, fa vacillare persino l’equilibratissimo Salus. Moriamo dalla voglia di scoprire di che si tratta. E invece, nisba. Tutto rimane non-detto. Naturalmente è una strategia del regista: non conta tanto il contenuto della manovra, quanto la concreta possibilità che quella situazione avvenga. Il rischio è che il film rimanga troppo nel territorio dell’indefinito e del vago e che i personaggi, i cui dialoghi parlano un po’ a moniti, rimangano troppo distanti e cartacei e poco credibili, anche come metafore. Per farvi un esempio di monito… “Date e vi sarà dato e con la stessa misura con cui misurerete sarete misurati”.
Amen, rispondo io.

E nel finale ti rendi conto che la risoluzione dei misteri non è al centro del film, e tu che ti sei illuso tutto il film che lo fosse, rimani con un palmo di naso…Insomma è il tipico film che ti lascia a bocca asciutta… Ma come, vi chiedete, ho rincorso per due ore una lepre, e ora viene fuori che non c’era nessuna lepre?!
Non è una bella sensazione… E tuttavia, io mi sento di dire, andate a vederlo!
Una tunica bianca val ben una messa… 😉

Questa settimana, come sapete, ha preso il via ― e col botto! ― il Trento Film Festival, e noi pieghiamo il capo e preghiamo, ehm proponiamo,

OUT OF NATURE
di Ole Giaever
Norvegia, 2014, ‘80
Lunedì 1/ Monday 1
21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Il Fellow Fant(astique), ce lo consiglia come film comico e irresistibile. Possiamo noi perderci un film comico irresistibile?!
No way. 🙂

E poi per giovedì un horror targato Trentino Film Commission

GHOST MOUNTAINEER
di Urmas Liiv
Estonia-Italia, 2015, ‘103
Giovedì 5 / Thursday 5
21:15 / 9:15 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Martedì scorso la More e la Vanilla sono passate ligissime al Social Store, e ci siamo rimesse tutte e tre alla sapienza del Fellow Fant(asmagorique), che ci ha consigliato dei film adatti alle nostre papille gustative. Ne faccio seguire alcuni che potrebbero piacere anche alle vostre. Prendete nota e venite al cine, dai…
In parentesi una drop di saggezza che sintetizza il film ― nota di servizio: se non diversamente indicato, i film sono proiettati allo Smelly Modena:

I RACCONTI DELL’ORSO (assurdo e mattomattomatto), stasera, domenica 1, 9:30 pm al Viktor Viktoria
NON SI PUO’ VIVERE SENZA UNA GIACCHETTA LILLA, (femministimo tuttavita) martedì 2, 9:30 pm e per correttezza segnalo BEHEMOTH (paccone minerario cinese ― “paccone” é farina del mio sacco :-)), vincitore del Green Drop Award alla Mostra del Cine di Venezia 2015, 7 pm
LA MONTAGNE MAGIQUE (animazione), mercoledì 4, 7 pm e BETWEEN SISTERS, 9:30 pm (ASSOLUTAMENTE DA VEDERE, parola di Board che l’ha già visto ;-))
ZONE BLANCHE (pericolo radiazioni) e EXTRAORDINARY PEOPLE (funny), giovedì 5, 7:15 pm
EXODUS / ESTABLISHING EDEN / BERG / MOUNTAIN FIRE PERSONNEL(sperimentale), venerdì 6, 9:30 pm e LA MONTAGNA SACRA (crazy) di Jodorowsky (the craziest ever), ore 11 pm, versione restaurata in 35 mm
IL SOLENGO (chi é chi non è tipo Sarchiapone), sabato 7, 5:15 pm e I NOSTRI PRIMI PASSI in anteprima dopo la premiazione, 9 pm al Viktor Viktoria

Come ogni anno vi consiglio di procurarvi i biglietti in anticipo specie per le programmazioni serali ― specie con questo tempo da interni…
Vi consiglio inoltre di consultare il programma, http://trentofestival.it/edizione-2016/programma/film/: nonostante il nome, il Trento Film Festival NON è solo cine, e non è solo montagna!
Ci sono una moltitudine di eventi paralleli in giro per la città non-città ― convegni, letture, incontri, passeggiate a piedi nudi nel parco, serate musicali, presentazione di libri, mostre, premi ricchi e cotillon ― quindi date un’occhiata come si deve alla programmazione e infilatene quanti più possibile nella vostra settimana. Per una volta che c’è offerta, non lesineremo mica sulla domanda?!

Ecco Fellows, mi sembra di aver finito. Ma son sempre piena di dubbi io, quindi potrebbe anche essere che abbia scordato un botto di cose e che mi penta non appena manderò questa Newsletter.
A ogni modo, siccome c’era tanta carne al fuoco oggi, ho pensato di alleggerirvi la chiusa con una canzone nel Maelstrom. 😉
And try to be festival these coming days, will you?!? 🙂

Tante grazie e tanti saluti, questo pomeriggio pre-cineimmersion, diligentemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Quella che seguirà, Moviers, è la canzone che mi strumbellas in testa in questi giorni e non vuole andarsene da lì, come le pistole e gli spiriti del suo testo. Loro, gli Strumbellas (un nome un verbo), una band Indie-rock e alternative-country canadese ― non ho la più squallida idea di cosa sia l’alternative-country, ma non puntiamo sempre il dito contro la mia ignoranza ― sono già sulla cresta dell’onda da un po’ negli USA e in giro per il mondo… Qui li stiamo ascoltando da un mesetto.
Perché mi piace “Spirits”? Per l’interruzione geniale al ventesimo secondo, dove tu rimani appeso lì e quell’istante è lungo ere geologiche e ti fa capire che il tempo non esiste. E poi perché chi non ha pistole e spiriti piantati in testa?
Ah voi no??
🙂
Se poi l’ascoltate mentre correte, correte il rischio di battere qualsiasi record, e con largo anticipo su Rio 2016.
Non sarà il pezzo del millennio, ma ne segna comunque una parte…
https://www.youtube.com/watch?v=F9kXstb9FF4

OUT OF NATURE: Ossessionato dal sentirsi fuori posto in ogni circostanza, Martin decide di partire in solitaria per un trekking in mezzo alla natura norvegese, sperando di riuscire a dare una svolta alla sua vita che sembra ormai rifiutargli qualsiasi sorpresa o soddisfazione. Ma questo suo desiderio di evasione e di libertà si trova presto a dover fare i conti con la voce invadente che abita nella sua mente e che incessantemente continua a tormentarlo proponendogli innumerevoli variazioni sui vari casi della sua vita e riflessioni che difficilmente potrebbero esprimere senza suscitare imbarazzo o sconcerto. Il ritorno alla normalità sarà tutt’altro che semplice.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More