LET’S MOVIE 282 commenta OUT OF NATURE, BETWEEN SISTERS e I RACCONTI DELL’ORSO e propone LUI E’ TORNATO

LET’S MOVIE 282 commenta OUT OF NATURE, BETWEEN SISTERS e I RACCONTI DELL’ORSO e propone LUI E’ TORNATO

LUI È TORNATO
di David Wnednt
Germania, 2016, ‘116
Mercoledì 11 / Wednesday 11
Ore 21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Multiple-choice Moviers,

In questi dieci giorni di Trento Film Festival ne abbiamo viste di tutte le forme e i colori. Ormai lo sapete no, quando c’è il Festival, Trentoville non sembra nemmeno più Trentoville ― e ce ne vuole. Svolti un angolo e trovi climbers che si arrampicano sui muri dei palazzi e sui pali dei cartelli ― non scherzo, ho la Honorary Member Mic in speciale trasferta per testimone. 🙂 E poi le passeggiate nel parco alle 8 del mattino… Ecco magari quelle le ho solo immaginate, ma era pur bello, sapere che, alle 8 del mattino, i festivalieri si trovavano per passeggiare a piedi nudi nel parco, come tanti Robert Redford e Jane Fonda, e che il parco fosse il Gocciadoro/Goldendrop e non il Washington Square Park del Greenwich Village, è un dettaglio sul quale vedremo di non porre rilevanza in questa sede… E poi Fellows, finalmente le file fuori dai cinema! Ultimamente le file fuori dai cinema si vedono solo dal Mastro quando ospita registi e attori e VIPpaglia varia. Trovare la folla inserisce quell’elemento di alterità che sovverte un ordine fin troppo costituito nella città. Quando vedo i fasci di luce azzurra sparati in aria fuori dal Cinema Viktor Viktoria ― quell’azzurro truzzo fra la Hollywood city e l’Hollywood discoteca ― e la calca che aspetta di entrare, respiri l’aria tiepida del possibile.
L’aria è tiepida quando una cosa è possibile, mai notato?

A ogni modo, visto che ho accumulato altri due film meritevoli di pippone ovvero attenzione, ho pensato che una scelta multipla fosse il minimo che potessi architettare per voi, anche per non sfigurare davanti alle tante proposte del TFF.
Quindi oltre ad “Out of Nature”, il Lez Muvi della settimana, troverete di seguito delle riflessioni su altri due film che mi hanno assai steso.
E ora, banchi sgombri, cellulari spenti, scegliete l’opzione  A, B, o C che sentite più corretta per voi, e consegnate entro un’ora. 😉

A)
Cominciamo con il Lez Muvi ufficiale della settimana, “Out of Nature”, per il quale hanno risposto al richiamo della foresta ben sette Moviers! Ringraziamo quindi ilPequod, lo Spaccato, il Bridge, il Pizzo, la Vanilla, il Giusenzaccento e ultima ma perché merita un’errata corrige, la More, che era presente anche a “Le confessioni”, la settimana scorsa, ma che la mia arteriosclerosi incipiente ha impedito di essere inclusa nei ringraziamenti ― prima o poi si troverà la cura e debelleremo il male, ve lo prometto, siamo pur sempre Cavalieri dello Zodiaco. 🙂

Martin è un impiegato, un marito, un padre. Ha una casetta monofamigliare, una bici con cui va a lavorare, la passione per la corsa, colleghi che lo invitano al pub. Un uomo qualunque. E noi siamo in una posizione privilegiata: siamo in grado di sentire la sua mente macinare pensieri su pensieri, e di vedere le sue gambe bruciare chilometri di boschi su chilometri di boschi. Ed è proprio lì che lo incontriamo, fra i boschi.
Martin decide di trascorrere un weekend di trail-running in montagna. Inventa una balla con gli amici e a cui tira pacco, tira pacco alla moglie e al figlio, si carica lo zainetto da bravo trail-runner sulle spalle e parte. Noi spettatori ne seguiamo il percorso non solo perché lo vediamo inoltrarsi tra le verzure norvegesi, ma anche perché sentiamo il suo flusso di coscienza che porta a galla tutto quello che la sua mente pensa veramente. E fate ben attenzione a “veramente”: la verità, e il suo opposto, sono centrali in questo film. Martin mente in continuazione, a se stesso e agli altri. Vorrebbe andare a destra, ma poi va a sinistra. Dice una cosa, e in realtà pensa l’esatto opposto. Vorrebbe rimanere a casa a fare il padre modello, ma alla fine decide di andare in solitaria sui monti. Vorrebbe che i colleghi gli chiedessero di uscire, ma quando lo fanno, lui li bidona. Martin è il Millennial Man: l’eternamente indeciso, il costantemente in colpa: se fa A avrebbe dovuto fare B, e se fa B si è lasciato sfuggire C. Non si va bene e vorrebbe essere diverso, avere altro, ma non ha il coraggio e la determinazione per cambiare ― se stesso o qualcosa ― e quindi rimane incastrato nel suo status quo. È una nuova tipologia di tipo umano rispetto all’apatico dei due ultimi secoli scorsi: questo è l’accidioso irrequieto. Finge di sentirsi bene ovunque ma ovunque si sente fuori posto: non a caso la corsa è il “mezzo” preferito con cui sfugge al disagio che riscontra nella bolgia del sociale ― c’è molto Sartre qui, molto “L’inferno sono gli altri”.
Mentre Martin corre, ripercorre le situazioni che ha vissuto, le scelte che ha preso, le fantasie che lo ossessionano. E s’interroga ininterrottamente su di loro. Noi, grazie al voice-over, siamo testimoni privilegiati dentro il teatro della sua psiche: sul palco lui, e tutt’intorno la sua vita, a cui guarda metà attonito metà alienato.
Ora ditemi se non vi è mai capitato, almeno una volta, di chiedervi, “ma cosa sto facendo? Dovrei fare altro?” o di avvertire il martello dell’ “e se” picchiarvi in testa. E se avessi fatto questo? E se fossi andato lì? “E se” è l’assillo del Millennial Man. E se ― ! ― da un lato disprezziamo questo ometto che scappa da ogni responsabilità e da ogni situazione che implicherebbe un suo coinvolgimento diretto, dall’altro capiamo i suoi interrogativi. “Ma perché mi sento sempre in colpa?”, si chiede a un certo punto. “Non si può spegnere il cervello? Smettere di pensare?”. Il Millennial Man ― che comprende la Millennial Woman ― è braccato dal pensiero sterile. Cos’è il pensiero sterile? È quello da cui non sboccia alcunché e che conduce in nessun dove. Porta all’inazione ― gli intenti che muoiono nello stesso istante in cui nascono ― e al fenomeno, che Adele la cantante conosce bene, del chasing pavements: cazzeggiare senza combinare nulla che abbia un riscontro pratico. È un sognatore Martin, alla fin fine, un bambino cresciuto che non smette di fantasticare, ma le cui fantasie, tuttavia, hanno qualcosa di sinistro/spaventoso, fin patologico.

Il film è completo perché mostra entrambe le sponde verso cui la barchetta-in-mezzo-al-mare-Martin è attirata. Da un lato è intrappolato nella vita standardizzata del padre e marito modello ― vita che gli risulta intollerabile ― e dall’altro è attratto dalla solitudine, dall’estraniazione totale da una società che lo fa sentire sempre inferiore e sbagliato. Ma se decide di lasciarsi andare all’autismo, all’eremitaggio, il pericolo che corre è quello di rifiutare poi il contatto con gli altri. Di non saper più godere degli altri. Rappresentativa in questo senso la scena con la ragazza nella baita in cui si ferma per la notte. Martin non riesce a concludere un rapporto e preferisce, a lei, corpo vero in carne, curve e ossa, il freddo schermo di un cellulare con un porno dentro. Questa scena mi ha ricordato un altro Millennial Man: il protagonista di “Shame”, di Steve McQueen, incapace di vivere gli altri se non attraverso rapporti occasionali consumati con foga narcotica. Martin preferisce vivere tutto a livello virtuale, mentale ― persino il sesso! ― piuttosto che fisico, reale. Ecco quindi che immagina momenti di fuego con la moglie, pomeriggi con il figlio, uscite con gli amici, piuttosto che viverli veramente. E c’è anche una notevole componente di suprematismo nel suo rapporto con l’altro: Martin viene sempre prima di tutti. Prima della moglie, del figlio. Persino prima della felicità ― “perché” si chiede a un certo punto della sua corsa Martin, “perché non riesco a godermi tutto questo panorama?”

È raro veder battere, in un film, la via verso l’infelicità, così come la vediamo nel film di Giæver, il regista ― che peraltro ne è anche sceneggiatore e protagonista. E basterebbe così poco, in fondo, un paio di scarpe che galleggiano a pelo d’acqua, una canzone a palla nelle orecchie… Completamente scisso com’è, tra il tendere verso se stesso e verso la gabbia dorata che la società gli spalanca, Martin sbrocca, implode: prende a botte fuscelli d’albero, si scava una tomba nella terra e vi si seppellisce dentro ― il punto massimo dell’isolamento ― per poi tornare a rinfilare il ruolo del padre di famiglia, e continuare ― ne siamo sicuri ― a battere la via verso l’infelicità.

“Out of Nature” ―che by the way, significa “contro natura”, “fuori dall’ordinario”, così come potrebbe apparirci, solo apparirci, Martin ― non è un filmino qualunque. È stato selezionato al Toronto Film Festival e presentato con successo all’ultima Berlinale. Io spero vivamente che il Mastro lo porti in sala: se nell’’800 i lettori leggevano “L’uomo senza qualità” di Musil, e nel ‘900 s’interrogavano sull’apatia di Dino in “La noia”, noi spettatori Millennial andiamo a rivederci un po’ in Martin…

B)
Ma il mio TFF era cominciato nel migliore dei modi già sabato 30, con la prima in città di un film trentino già presentato e premiato all’estero. Parlo di “Between Sisters” di Manu Gerosa, il nostro Movier Infomanugerosa.com, che era in sala a raccogliere applausi e domande a fine proiezione. 🙂
Una premessa. Quando senti “Trentino” immagini subito monti e boschi e malghe. La preghiera che recito ogni volta che sento “regista trentino” è: “Oh God, ti prego fa che non canti monti e boschi e malghe ANCHE qui. E se proprio proprio lo deve fare, please, God, fa’ che lo faccia in maniera astrusa, bizzarra e fuori dalla norma”. Fortunatamente ill Trentino di Manu Gerosa entra soltanto nella cadenza delle due sorelle protagoniste, ma non nella fotografia e nei luoghi comuni. Posto il potenziale wunderbaaaar delle Dolomiti, io credo che il cinema dei registi trentini dovrebbe concentrarsi ― anche per un moto arditamente antitetico ― sugli interni, in senso letterale e lato. “Between Sisters” è un film interno, sia perché è quasi completamente girato indoor ― e le riprese outdoor sono più che altro in spiaggia a Sinigaglia, quindi fuori regione ― sia nel senso che esplora il rapporto interiore, intimo, tra due sorelle, Teresa e Ornella.
Non hanno 15 anni, le due sorelle. Non ne hanno nemmeno 30 o 40. Teresa ne ha tipo 86 e Ornella 21 in meno. E non sono due attrici uscite da un casting. E non sono nemmeno due attrici! Sono la madre (Ornella)  e la zia (Teresa) del regista, che interpretano se stesse.
C’è un segreto che Teresa custodisce dentro di sé da tanti anni e di cui Ornella non conosce i contorni, ma di cui ha sempre avvertito la presenza. Un fatto che ha inciso sul loro trascorso anagrafico, un fatto troppo doloroso da rivelare, e che Teresa ha preferito rinchiudere in zona non-detti… Il film è il lento cammino che porta Teresa dal silenzio alla voce, quando finalmente, un pomeriggio, riesce a sbloccarsi, ad articolare ciò che era stato fino ad allora inarticolabile. Manu osserva tutto da dietro la cinepresa. Naturalmente, essendo regista E figlio/nipote delle due donne, il legame che lo lega al film è doppio, e lo porta, in alcune scene ― e soprattutto in quella della confessione di Teresa ― a scavalcare la linea che separa girare e girato, passando di là dell’obbiettivo e diventando parte egli stesso del suo film. Questa infrazione aggiunge un sovra-livello molto interessante al film e lo sfila dal semplice ―pur dignitoso, ma semplice― emo-documentario su una vicenda famigliare dai risvolti toccanti. Quando Manu entra in quella scena, è come se infrangesse un canone, una barriera, e facendolo, porta tutti noi con sé. Mi spingo persino a dire che noi, negli istanti in cui il regista “va aldilà”, siamo un po’ lui. Per questo il film ci tocca autenticamente: noi, attraverso il corpo del regista, siamo dentro la scena e la vicenda.

Un altro elemento vincente del film è la spontanea predisposizione alla comicità delle due sorelle, Teresa in particolar modo, donna volitiva e cocciuta, una bisbetica indomita senza filtri né peli sulla lingua: insieme alla sorella, ci riservano dei momenti tra commedia dell’assurdo e cabaret che hanno riempito la sala di risate. Ed in effetti è così che posso definire, in parte, “Between Sisters”. Un cabaret emotivo, non tanto interessato a scoprire il segreto di cui dicevo sopra, quanto piuttosto lo spazio affettivo che si apre “tra sorelle”, e a indagare quel miscuglio di insofferenza, irritazione, tenerezza e affetto, che costituisce lo sfondo di questa specifica relazione sororale, rimandando al contempo a tante ― tutte?? ― le relazioni tra fratelli. La frustrazione di Ornella davanti alle bizze della sorella, la gelosia di Teresa nei confronti di Ornella, la ridarola che le coglie in un letto al mare, sono tutte situazioni che ci risultano familiari, nel senso di note, e che le avvicinano ancora di più a noi spettatori. E in un film in cui la parola è basilare, sia perché è molto parlato, sia perché l’atto di “dire” ― sentimenti, sensazioni e il famoso segreto ― è funzionale allo sviluppo del racconto, la parola porta il film alla sua conclusione: le due sorelle sedute su una panchina, le loro chiacchiere silenziate da un obbiettivo discreto, senza sonoro. Dopo il rumore, dopo il temporale, ecco la quiete. Manu si defila, allarga l’inquadratura sul paesaggio e le lasciamo lì, ad approfondirsi reciprocamente per tutto il tempo che la vita concederà ancora loro.

Sono stata contentissima di apprendere che “Between Sisters” sarà distribuito in Italia ― all’estero lo è già, naturalmente… E non perché il regista è trentino ― e no, non perché il regista è un Movier! ― ma perché è un film che suscita genuinamente l’empatia. Non c’è premeditazione, non c’è nemmeno un canovaccio: Manu ha selezionato tra più di 300 ore di girato, ma senza la presenza di un copione sotto mano. E il risultato c’è tutto: io dico sempre che quando esci dal cinema portandoti a casa i personaggi, il regista ha fatto bingo.
Infomanugerosa.com, let me tell you, hai fatto bingo! 🙂

C)
E infine, l’ultimo film che mi ha lasciato a bocca aperta ― ma anche a quelli del Torino Film Festival, che l’hanno presentato lo scorso novembre.
I racconti dell’orso” origina da un viaggio di 40 giorni dei due pischellissimi registi in Finlandia e Norvegia, dove hanno girato un numero imprecisato di ore, l’uno travestito da monaco con volto meccanico, l’altro infilato in una tutina d’un rosso saturo da “Favoloso Mondo di Amélie”. Poi attaccateci un anno e mezzo per il montaggio delle scene e una campagna di crowd-funding su Indiegogo.
Come descrivere “I racconti dell’orso”, se non una specie di post-Myiazaki fuori dall’animazione e dentro l’onirico? Immaginate una macchina in viaggio su piatte strade nordiche, con dentro una bambina che sogna. E dentro il sogno di questa bambina un omino rosso e un monaco con la faccia di latta e bulloni. L’omino rosso sfugge per una buona metà del film al monaco, che non smette d’inseguirlo. Fate conto che questi personaggi si trovano in un contesto naturale 100% Finlandia: laghi, fiordi, prati verdi, foreste. Immaginate quella tutina rossa ― quel rosso saturo ― e alle sue calcagna questa figura che sembra uscita dall’officina di Guerre Stellari. Sembrano quasi nemici. E invece è proprio l’opposto! Ma sapete no, come funzione a volte, l’amicizia. All’inizio si è timorosi, si fugge…
Ma poi ecco la svolta: i due trovano un orsacchiotto, con il petto squarciato ― una creatura in difficoltà. I due cominciano a occuparsi di lui, e il loro rapporto cambia. Cercando di aiutarlo e accudirlo, i due diventano inseparabili. Condividere l’amore verso un terzo elemento li unisce e conduce al finale che ha tutte le caratteristiche della favola. Ed è una favola “I racconti dell’orso”, certo che lo è. Ne ha tutte le componenti, così come i colori ― myiazakissimi, i colori, così come l’infinita tenerezza suscitata da tutti i personaggi che compaiono, a partire dai due protagonisti, così come le presenze “laterali”, come l’orso, o la bambina in macchina, e persino gli spaventapasseri che supplicano il dio Sole con preghiere tipo “fammi crescere i capelli”…

Ma oltre a rientrare nella tipologia del fantastico, questo film è, a tutti gli effetti, un mistero che sfugge a qualsiasi tipo di definizione. E qui il letting-go è fondamentale. Se non vi lasciate andare completamente, mollate ogni logica e aderite all’avventura che i due registi, Samuele Sestieri e Olmo Amato, vi propongono, il gioco non funziona, e voi rimarrete delusi, o semplicemente annoiati ― un paio di spettatori davanti di me sonnecchiavano, altri due se ne sono andati. Anche perché i due personaggi comunicano attraverso un linguaggio preverbale, un sistema libero di suoni meccanici e beepbeep che, come dicevano i due registi a fine proiezione, ricorda un po’ quello dei Looney Tunes, Willy e Bee Beep ― in effetti, il Monaco che insegue l’omino rosso e l’omino rosso che fugge, all’inzio, rimandano proprio alla relazione catch-me-if-you-can tra i due personaggi della Warner Bros. Questo linguaggio non-linguaggio rinvia anche a un modo esclusivo che lega indissolubilmente queste due figure, due compagni di vita diversissimi eppure affini ― e del resto, non è che ci mettiamo qui a questionare sul legame fra il gattone Totoro e la bambina Mei nel cartone di Myiazaki, o tra l’elefante e la farfalla di Zarrillo, giusto?? Lo accettiamo così come accettiamo i principi della fisica, l’acqua bolle a 100 gradi.

Certo, non è un film per tutti. Direi che è un film per chi è paziente ― dovete dargli una chance ― e bambino. E anche per chi riesce a immaginare un mondo deserto, in cui queste figure siano possibili, e che quel mondo esista veramente da qualche parte. Io, e già ve lo dissi, credo fermamente che quando noi usciamo da un cine, o finiamo un libro, quelle storie esistano e vadano avanti altrove. I sequel, se non dettati meramente dal botteghino, riflettono molto spesso il desiderio di un regista sognatore che vuole tornare in quel mondo e vedere a che punto sono i suoi personaggi.

Ci tengo pertanto a ringraziare il Fellow Fant(otum) per aver selezionato questo trittico. Ciascuno a suo modo centra tre famiglie di film che secondo me non dovrebbero mai mancare nella dieta cinematografica di noi Moviers. Riflessione, emozione, evasione.
E naturalmente il ringraziamento più grande va all’Anarcozumi, senza la quale nessun Film Festival vedrebbe la sua alba. Quest’anno la sua 10-giorni è stata testata da un piccolo anarco-nuotatore che sguazza da un lato all’altro della sua pancia facendo di lei la prima signora TFF con anarco-nuotatore incorporato! 🙂
E i due invitano noi tutti cine-patiti a un ultimo appuntamento imperdibile, LA NARRATRICE DI FILM, uno spettacolo che “incrocia il linguaggio del teatro con quello del cinema in un dialogo permanente tra realtà e fantasia” ― e se aveste bisogno di maggiori info, potete trovarle qui http://trentofestival.it/edizione-2016/programma/eventi/la-narratrice-di-film/
Spazio: Teatro Cuminetti
Tempo: stasera, domenica 8, ore: 21:00
Presenza: obbligatoria 🙂

Ed ora, appesi i ramponi (vostri) al chiodo, ci dirigiamo con non poco gusto verso il Lez Muvi di questa settimana. Un one-shot che il Mastro ci offre in esclusiva e che noi certo NON rifiuteremo…

LUI È TORNATO
di David Wnednt

In questi casi gli articoli titolano “Il film campione d’incassi che ha sconvolto la Germania”. Il “Lui” del titolo è proprio Lui, il Male. Il Baffetto se vogliamo schernirlo un po’.
Non credo di aver assistito a molte commedie/satire che abbiano Hitler come protagonista ― ora ci penso un po’ su…. Quindi l’occasione è ghiotta ― e unica, visto che il Mastro lo propone solo una volta.

Credo di avervi impegnato abbastanza con questo test a risposta multipla, oggi. Naturalmente la risposta corretta era scegliere A, B e C. Se ci avete preso, la promozione è tutta vostra 😉
Vi lascio quindi la serata libera a riprendervi dai bagordi festivalieri, non prima di avervi infilato al dito una mia DROP, giù nel Maelstrom…
Poi riassunto (ancora??) e saluti, scolasticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

“I am back, bastards”.
Con questo inizio tutto tarantiniano si apre “The Dressmaker”, un film della regista Jocelyn Moorhouse a cui avrei dato due lire, e solo per la presenza della gigantessa Kate Winslet ― gigantessa per stazza e talento. E invece, eccomi a ricredermi e ritoccare puntata e valuta.
Tilly è una sarta che ritorna, dopo 18 anni trascorsi in Europa, nel suo paesello natale nel profondo outback australiano: deve sistemare un sospeso del suo passato che ha inciso potentemente nella sua vita e che ancora le tormenta il presente.
In “The Dressmaker” c’è la storia d’amore, il dramma, la vendetta, e ceneri nel finale sulle quali può sbocciare un futuro nuovo nuovo. La Winslet è magnetica più che mai, così come i vestiti che porta e che cuce per tutte le donne, riempiendo il paesello di satin, taffeta, gabardine e tutte le stoffe molto Dior anni ’50 che vi vengono in mente. La dinamica è un po’ quella di “Chocolat”, con la mastra cioccolataia che portava il gusto ― e lo scompiglio ― nel paesello normanno. Se lì tutti finivano per ingozzarsi di cioccolato, qui Tilly riporta il bello e tutte finiscono per vestirsi di ruches e chiffon anche solo per attraversare la strada… Se volete un paio d’ore di contrasti ― vedere uno stiletto rosso Valentino in mezzo a un campo da rugby, è un gran bel contrasto ― e la riprova che la Winslet sta calcando le orme di Maryl Streep, quanto a versatilità e riuscita dei ruoli interpretati, concedetevi “The Dressmaker”. La deriva sentimentaleggiante che prende il film dopo la prima parte non impedirà che ve la spassiate, specie vedendo un comandante della polizia con la passione di paillettes e broccati color lampone…
Give it a try 😉

LUI E’ TORNATO: Estate. Giorni nostri. In una zona residenziale di Berlino Adolf Hitler si sveglia improvvisamente proprio nel luogo dove un tempo si trovava il suo bunker. Sono passati 70 anni dalla sua “scomparsa”. La guerra è finita, il suo partito non c’è più, la sua amata Eva non è lì per consolarlo e la società tedesca è completamente diversa da come la ricordava, tanto che anche i bambini che lo notano per primi si prendono gioco di lui. Lo riconosce però un reporter che lo filma e lo trova una perfetta imitazione dell’originale. Così, contro ogni probabilità, Adolf Hitler inizia una nuova carriera in televisione perché viene universalmente scambiato per un brillante comico, anche se lui è davvero chi sostiene di essere e le sue intenzioni non sono cambiate…

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