LET’S MOVIE 284 propone UN ULTIMO TANGO e commenta LA PAZZA GIOIA

LET’S MOVIE 284 propone UN ULTIMO TANGO e commenta LA PAZZA GIOIA

UN ULTIMO TANGO
di German Kral
Argentina-Germania 1 a 0 (!), 2016, ‘85
Martedì / Tuesday 24
21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

Fatemi il favore Fellows

di non lasciarvi ingannare dalla stampa, dagli applausi di un Festival, dalle lodi sperticate. Fatemelo voi perché io sono assolutamente incapace di farmelo da sola ― inetta provetta, per servirvi. Ogni manifestazione cinematografica, per quanto io la segua non in loco ma da remoto, mi mette addosso una tale scimmia ― non Cheeta di Tarzan, una primate figurata! ― una voglia psicotropa di vedere tutti i film acclamati durante la manifestazione che gestisco con non poca difficoltà. Film in concorso, fuori concorso, in sezioni parallele, collaterali, minori, maggiori, uguali o fratte. In special modo quando si parla di Cannes, perché Cannes sta al cinema come Edson Arantes do Nascimento per gli amici Pelé sta al calcio. C’è poco da dire. Se la Mostra del Cine di Venezia rimane più sulla qualità ― a volte tradotta in polpettoni per esperti malati― in Costa Azzurra riescono a mettere insieme industria e arte, blockbuster estremi ― anche assai truzzi, diciamocelo ― e mattoni indonesiani che manco i registi che li girano hanno il coraggio di rivedere. E poi retrospettive per intellettuali duri e puri, affiancati a dei red carpet che più che red carpet sono veri propri fashion shows ― a mio insindacabile giudizio, la signora Clooney portava il Versace giallo fané più spettacolare della storia dei Versace, e pazienza poi se non sapeva camminarci: Miss Factotum potrà pure NON saper fare qualcosa, giusto??
È questo, in definitiva, a rendere Cannes un Varenne, un vincente che vince sempre. Elementi discreti che convivono in un tutto finalmente armonico. E ditegli poco.
Per questo rizzo sempre le orecchie quando sento notizie dalla Croisette, e seguo quello che avviene day-by-day ― gli applausi applauditi, i fischi fischiati (con ghigno maleficient d’accompagnamento, siamo pur sempre meschina carne umana…) ma anche le reazioni che scatenano i film fuori dal kermesse. Tipo che se Variety scrive di un film “Personaggi e dialoghi sono la chiave del film che riesce a trovare equilibrio tra humour e realismo, risultando una delle poche recenti commedie italiane con serie possibilità di successo internazionale» e l’Hollywood Reporter “Un incontro tra due donne pieno di verità, con due attrici bravissime”― due testate “autorevoli” del panorama d’oltreoceano ― mentre in-house Le Monde parla di “un gran bazar di vita e di cinema”, uno si prepara a un certo tipo di spettacolo quando sta per affrontare “La pazza gioia”. Quei commenti lì non incidono sul giudizio ― il giudizio è sempre postumo e, per quanto mi riguarda, è un cavallopazzo, non si lascia domare da critiche altrui ― ma minano l’acoscienza. L’acoscienza ― copyright Fruner 🙂 ― è quel particolare stato di purezza ricettiva, grazie al quale sei disposto ad accogliere qualsiasi tipo di spettacolo, senza erigere muri di difesa e pregiudizi. Per quanto da gestire con prudenza nella vita di tutti i giorni (!), lo stato di acoscienza è fondamentale nella fruizione artistica. Con l’information flow che ci vediamo rovinare addosso da internet e dalla tv, mantenere quello stato di natura alla Candide è una vera impresa. Uno deve contare sulla propria capacità di dominare flow e foga. Quella in modo particolare, la foga, è la mia cavallapazza, e al momento, no, non riesco a domarla. Perdonerete, hopefully.

Un preambolo da mille e tante botte per introdurre “La pazza gioia”, la debacle lezmuviana dell’anno, la caduta più rovinosa ― perché quella meno prevista ― e soprattutto, il mistero più misterioso a cui assistiamo dopo le gambe ventenni di Sharon Stone.
Se accendete la radio, sfogliate/surfate un giornale o assistete a qualche special tv sul cine, non farete altro che sentire voci grondanti entusiasmo, vedrete una pioggia di stelle nei ratings dei siti specializzati e pollici all’insù e racconti di lacrime incontenibili per l’ultimo film di Virzì. L’unanimità non è mai stata così unanime. La reazione lezmuviana si è assestata sul fronte diametralmente opposto. A eccezione del duo bigusto sweet Vanilla&Chocolate ― clementi nei confronti del film― la More, l’Onassis JR e laModenella sono rimasti abbastanza provati dal film. Dire “stomacati” per descrivere me e il BB ― il politologo fra noi! ― sarebbe far torto alla verosimiglianza. Avete un aggettivo che vada oltre lo stomaco? Oltre il duodeno? Se l’avete, [email protected]. Please.

Quindi Lez Muvi si pone controcorrente rispetto al mainstream del responso generale al film, ed esercita un attrito valutativo che speriamo serva ad allargare un dibattito praticamente inesistente intorno alla pellicola  ― siccome noi lezmuviani siamo degli attaccabrighe, ci piace metter zizzania critica e gambizzare un po’ le standing ovation… Yes, we are bad guys, sometimes… 🙂

Nella demolizione che seguirà, cercherò di essere il più obbiettiva possibile, il meno sarcastica possibile ― no, be’, stai mentendo Board, Sì sto mentendo, mondo.
“La pazza gioia” mette in campo, anzi in gabbia no in villa, due matte, o quelle che la società ha bollato come tali: Beatrice, logorroica altolocata con la puzza sotto il naso e qualche battuta oggettivamente ben piazzata, e Donatella, madre depressa a cui hanno tolto il figlio per aver tentato il suicidio. Le due, diversissime, sono entrambe segnate: la prima da un’esistenza altoborghese assai insulsa, e la seconda, oltre che da un’innumerevole quantità di tatuaggi, dall’abbandono del padre e dalla separazione dal figlio. Come tutti i diversissimi dalla notte dei tempi ― e non citerò qui ancora l’elefante e la farfalla perché citare Zarrillo in due pipponi consecutivi potrebbe avere delle conseguenze penali ― stringono un rapporto tra l’amicale e il sororale che le salverà non tanto dar monno ‘nfame, quanto da loro stesse. Diciamo che diventano l’una l’àncora dell’altra all’interno della comunità di recupero per donne affette da disturbi mentali presso la quale sono ospitate/ricoverate/internate/rinchiuse ― your choice ― nella campagna toscana.
Ammetto che la storia in sé possa essere accattivante. Due donne che hanno superato l’orlo della crisi di nervi, che hanno dei trascorsi noiosi ― nel caso di Beatrice ― e penosi ― nel caso di Donatella ― sono obbiettivamente dei soggetti in cui un regista/sceneggiatore dotato (Virzì lo è, e anche Francesca Archibugi, con cui ha cooperato) potrebbe scavare e tirar fuori capolavori. Il fatto è che non si scava! Il film gratta appena la superficie della malattia mentale, della pazzia, delle implicazioni individuali e sociali che comporta. Inanella una sfilza di scenette tra il pazzerello e il lacrimoso, tra il reale e il surreale, ma non va giù. Rimane lì, al ground floor. Il tema della follia, per esempio, o del pregiudizio del mondo nei confronti dei malati mentali o dei soggetti borderline, è più negli occhi di chi vede che nella storia del film in sé. Beatrice è obbiettivamente affetta da isterismo e bipolarità ― o comunque balzi umorali alla Ben Johnson. Lo stesso dicasi per Donatella, affetta da depressione. Ma non trovo nel film un modo che tratti realmente la discriminazione che le due potrebbero subire, né trovo alcuna indagine su cosa sia essere borderline. Se vogliamo averne un saggio, dobbiamo andare a ripescarci un gran film del 2000, “Ragazze interrotte”, in cui Angelina Jolie ― che si portò a casa l’Oscar per miglior attrice ― e Winona Rider erano(più che interpretavano) una coppia di anime perse bandite dalla società e vittime del giudizio del mondo “sano”.
Capisco che Virzì non voleva sconfinare nel dramma ― come succede in “Ragazze interrotte” ― e che invece preferisca la deriva gioiosa. Ma mi sono chiesta: se togliamo alcune gags della Bruni Tedeschi ― di fatto brava ― dove sta la gioia, nella pazza gioia? Nella baraonda che si crea intorno alle due? Nel polverone che sollevano passando di situazione macchiettistica in situazione macchiettistica e a cui noi assistiamo? In questo caso la gioia è extra-testuale. È più nostra, nel vedere queste due pazze rimbalzare in giro per il mondo alla ricerca, in fondo, di un loro equilibrio, o banalmente della felicità. Non è loro. Faccio la puntigliosa su questo punto (!) perché sintetizza il maggior problema che ho avuto nei confronti del film. Mi sembra un film fatto platealmente per noi, per il pubblico, per piacerci. Donatella e Beatrice non sono due personaggi che prepotentemente entrano nelle nostre vite, chiedendo la nostra attenzione e rimanendo poi dentro di noi. Come Cé e Vittò in “Non essere cattivo” di Calligari. O come Thelma e Louise ― da cui “La pazza gioia” riprende lapalissianamente moltissimo. È un film di finzione ― piacione direi ― in cui tantissime scene sono lì apposta per far ridere o commuovere e naturalmente, per riuscire nell’intento, ricorrono spessissimo al cliché. Vedi l’ex marito riccone di Beatrice che non sa resistere al suo fascino anche se si è rifatto una vita con la nuova moglie; vedi il cameo della nuova moglie, altera e priva di compassione verso una donna malata (perché le nuove mogli sono sempre dipinte come delle diavolesse??); vedi l’avventura on-the-road in cui si lanciano le due ― e qui, dietro la Ramazzotti e la Bruni Tedeschi, non compare solo lo spettro di Gina Davis e Susan Sarandon, ma anche di Trintignan e Gassman in “Il sorpasso”; vedi l’attrazione che si sviluppa tra la psicologa e lo psicologo del Centro (li sgami fin dal primo fotogramma!); vedi il vagare allucinato di Donatella per le vie della Versilia ― luogo per altro battuto dal clacson della Lancia Aurelia del capolavoro di Dino Risi; vedi le “matte” del Centro che corrono nude per i campi come nella più classica delle rappresentazioni del matto che scappa dal manicomio con le chiappe al vento. Insomma, tutti questi luoghi comuni corrompono la genuinità dei personaggi e delle situazioni. Ed è proprio per questo che ho avuto forte la sensazione di trovarmi per 118 minuti davanti a un’opera di finzione, non dentro una storia. E il GPS dello spettatore incide un sacco nella valutazione di un film.

Non ho nemmeno trovato questi due personaggi buffi, né tragicomici. Per darvi un’idea di cosa intendo io per personaggi buffi e tragicomici…avete presente Billa e Bernie ― Margherita Buy e Carlo Verdone ― di “Maledetto il giorno che ti ho incontrato”? Ecco, quelli sono buffi e tragicomici. E sono anche due depressi cronici che tirano avanti a Serenil, quindi sono molto molto vicini al mondo squilibrato di Beatrice e Donatella. E facciamo un paragone fra i titoli. “Maledetto il giorno che ti ho incontrato” è una battuta che un frustratissimo Bernie lancia a un’istericissima Billa durante un litigio d’una tragicomicità unica nel suo genere. La battuta, poi diventata titolo, è testuale ― non extra, come avevamo detto per “La pazza gioia”. È diretta, non c’è manipolazione o revisione critica da parte di autori, sceneggiatori ― da parte di terzi esterni alla storia, insomma. Genuinità pura. Questo per dimostrarvi come dietro un titolo possa nascondersi molto materiale da pipponi 🙂

Ci sono poi delle cose che non tornano dal punto di vista proprio della verosimiglianza. Una su tutte: Donatella viene investita da uno scooter ― e l’urto in sé è molto verosimile, molto ohi ohi ― ma si alza come se niente fosse e continua a vagare. Assolutamente inutile se non a fini sporchi ― ovvero “voglio infilare a tutti i costi il cinema nel cinema” ― la scena in cui si gira un film nella casa di famiglia di Beatrice. Che peraltro porta all’ennesimo peccato d’inverosimiglianza… Ma vi pare che la produzione di un film metta alla guida di un Duetto d’epoca le prime due dichiaratamente sciroccate che passano? E adesso non ditemi, ma Board, è una psico-favola, questa!
E se da un lato, come dicevo, l’interpretazione e anche il personaggio di Beatrice mi convincono ― una nobile dalla battuta facile, inconsapevole e compulsiva che la Bruni Tedeschi recita in maniera molto credibile, molto elsamorante ― dall’altro il personaggio uccellino distruttivo, ombroso e svampito di Donatella ha quella componente svampita che caratterizza tutti i personaggi che la Ramazzotti usualmente impersona nei film del marito Virzì ― pensate a “Tutta la vita davanti”, a “La prima cosa bella”… E non fa nulla di nuovo o diverso, se non abitare un corpo nervoso e tirarsi costantemente una zazzera di capelli sugli occhi.

Un altro trucco già usato dal mago Virzì è abbinare al film un tema musicale sufficientemente noto e universalmente amato per rendere il film memorabile come una canzone ― la hit di Nicola di Bari, “La prima cosa bella”, aveva dato pure il titolo al film di Virzì… Nulla di male in questo, è nei suoi diritti di regista. Ma un po’ di originalità non avrebbe guastato…. “Senza fine” è la canzone che Donatella ascolta in loop nelle sue cuffiette e diventa il theme del film. Poi è ovvio che se la abbini a dei momenti emotivamente potenti, come l’incontro di Donatella con il padre da cui cerca di racimolare un po’ d’affetto ― nonostante lui l’abbia abbandonata da piccola ― oppure l’incontro di Donatella con il figlio Elia, sulla spiaggia, i genitori adottivi in lontananza, è ovvio che le lacrime scendano a fiumi e che il film risulti toccante e commovente e gimme-five-(kleenex). Insomma, sento puzza di ruffianeria qui… Sarà che io magari sono un po’ Algida ― con un Cuore di Panna, tuttavia 😉 ― e tendo a cercare altre, più originali fonti di coinvolgimento emotivo, ma sono convinta che non basti una canzone suggestiva e un ricongiungimento genitore-figlio a rendere un film, un film commovente… Bah, forse sono rimasta traumatizzata dalla morte della mamma di Bambi, come Tarantino…

E quindi sì, tanto “Il capitale umano” aveva brillato di raffinatezza esecutiva e innovazione stilistica, tanto “La pazza gioia” pasteggia a tarallucci e vino. La stessa sensazione aveva riguardato un altro suo film, “Tutti i santi giorni”. Ma possiamo dire, a difesa di Virzì, che la sua bilancia pende più dalla parte dei successi: penso a film esilaranti e riuscitissimi come “Ovosodo”, “My name is Tanino” (meraviglioso!), “Caterina va in città”, “N – Io e Napoleone” e i già citati “La prima cosa bella” e “Tutta la vita davanti”.
Ognuno sente il film come lo sente, su questo c’è poco da dire o fare. Ma che ci sia stato un entusiasmo così globale nei confronti di questo film, quando noi Moviers siamo rimasti così perplessi, questo mi risulta assai poco comprensibile e spererei che qualcuno illuminasse il mio buio…

Va be’ dai, adesso scurdammoce o’ passato… Questa settimana si balla ― quindi il Bridge non può svicolare 🙂

UN ULTIMO TANGO
di German Kral

Prodotto da Wim Wenders, pare che questo docu-musical ibrido sul tango sia una specie di riflessione filosofica sul tango. Io non vedo l’ora di vedermelo: quando il cine incontra la danza possiamo ritrovarci davanti a opere inaspettate e mind-blowing. Pensate a “Pina”, dello stesso Wenders…

Prima di lasciarvi gozzovigliare nella serata domenicana, vi sistemo il mercoledì sera con un appuntamento di cui trovate i dettagli nel Maelstrom.
E ora, riassunto loser, ringraziamenti winners e saluti, stasera, gratamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Visto che nelle vostre agende trovo questo antiestetico buco in area mercoledì 25, prendo un documentario a mo’ di filler e sistemo la situazione 🙂
Ho sentito dire che è un piccolo imperdibile capolavoro. LA MEMORIA DELL’ACQUA, di Patricio Guzmán, ’83. Naturalmente dal Mastro all’Astra, alle ore 18:30 e 21:00.
Se ci sarà un buco anche nella mia agenda, mi sottoporrò anch’io al trattamento e non perderò la proiezione delle 21:00… 😉

UN ULTIMO TANGO: La storia d’amore tra i due ballerini più famosi nella storia del tango, e la storia della loro passione per il tango. María Nieves Rego (81) e Juan Carlos Copes (84) si sono incontrati quando avevano quattordici e diciassette anni e hanno ballato insieme per quasi cinquant’anni. In tutto questo tempo hanno amato e odiato l’altro e hanno attraversato diverse separazioni dolorose, per poi tornare sempre insieme. Qui, Juan e María raccontano la loro storia ad un gruppo di giovani coreografi di Buenos Aires, che trasformano i momenti più belli e drammatici della vita della coppia in incredibili coreografie.

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