Posts made in giugno, 2016

LET’S MOVIE 289 – propone SEGRETI DI FAMIGLIA e commenta NICE GUYS

LET’S MOVIE 289 – propone SEGRETI DI FAMIGLIA e commenta NICE GUYS

SEGRETI DI FAMIGLIA
di Joachim Trier
Danimarca, 2016, ‘109
Martedì / Tuesday 28
21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Magazzino 26 Moviers,

La settimana scorsa vi ho salutato accennando a una sorpresa che vi avrei svelato oggi ― suspense first, mi ricorda Hitchcock, suspense first…
Ebbene lunedì 20 giugno è stato inaugurato Magazzino 26, www.magazzino26.it! E no, non è un’ex fabbrica trasformata in uno store super cool, come usa molto in questo nostro tempo di riqualificazioni, ma un luogo virtuale oltremodo speciale: un magazine online pieno di “Magazzinieri” pronti a scrivere di moda, arte, fotografia, musica, estetica, wellness, lifestyle e cinema.
Tutto è partito dal nostro Fellow Fuzz, al secolo Andrea Chemelli ― fotografo di chiara fama dopo essere stato modello di ultimo grido ― e dallo stilista Nicola Luccherini, che non hanno saputo zittire un tarlo e realizzare un nobile progetto: costruire uno spazio in cui disquisire di bellezza.
Poteva il vostro Board rifiutare l’invito d’infilare la salopette da Magazziniera e non scrivere di cinema?? Certo che no! E nel mio angolo di Magazzino 26, che si chiamerà ilFrullato ― il Lato della Fru 🙂 ― scriverò soprattutto di quello, di cine, ma con un occhio rivolto alla moda, e con licenza di trascendere, servendo ai lettori i frutti delle mie ricerche miscelati come mi verrà da miscelarli. Ma c’è molto molto altro! Magazzino 26 è un luogo in cui la bellezza è interrogata in tutte le sue innumerevoli sfaccettature. Quindi Moviers, vi prego, cliccatelo e frequentatelo più che potete. 🙂 Questa settimana il topic è il black&white, e il mio pezzo riguarda un film di cui avevo accennato anche nel Maelstrom, “The Dressmaker”… http://www.magazzino26.it/bianco-e-nero-basta-cosi-art-music-show/ 🙂

Prima di passare al cine, fatemi dire. Brexit fiat est. Lo dico in biblico: la notizia sembra fuoriuscire dal Vecchio Testamento. Una bomba nel grembo dell’Europa. E ora io vorrei scambiare quattro parole con Zygmunt Baumann, il pensatore della “modernità liquida” ed esporgli il mio pensiero. Perché se da un lato è vero che viviamo in una società virtuale in cui tutto si muove a velocità spaventose, in cui le distanze non esistono più e siamo tutti vicinissimi ― fai un click e acquisti un Commodor 64 su eBay, ti affitti un flat nel cuore del Quartiere Latino a Parigi via AirBNB oppure ti compri un rene da un cingalese che ha a disposizione ben due reni… ― in cui tutto è interconnesso, se da un lato abbiamo la liquidità, dall’altro la realtà di certi fatti politici si dimostra sempre più rigida. Nella realtà abbiamo muri ― sognati e progettati ― abbiamo 17 milioni di Britannici che vogliono starsene per conto loro, e tanti altri francesi e salviniani che la pensano allo stesso modo. Allora no, non possiamo più parlare di modernità liquida, adesso, dopo questi ultimi accadimenti. Dobbiamo piuttosto ragionare sull’irrigidimento, sulla sclerotizzazione di sacche di società ― delle maxi sacche, maxi come tutto il Regno Unito ― che aderiscono e si battono, anche solo attraverso una X su una scheda referendaria, per l’isolazionismo. Allora cosa succede se il nostro mondo virtuale va da una parte ― progredisce, si innova e rinnova in continuazione, come il www ci dimostra ― e il nostro mondo reale va dalla parte diametralmente opposta, tornando su passi camminati anni e anni fa? Zygmunt, dimmi, tu che vivi a Leeds, cheffai adesso? Chiedi la residenza? Ti espelleranno e tu dovrai tornartene, armi e bagagli, a Poznan?
Il leader dell’UKIP Farage chiede che il 23 giugno sia dichiarato festa nazionale dell’Indipendenza. “Festa Nazionale dell’Indipendenza” come suona alle vostre orecchie? A me suona molto Risorgimento…
E linguisticamente, come sarà questa nuova Europa senza Regno Unito? L’inglese smetterà di essere l’effettiva lingua ufficiale dell’Unione, dal momento che il suo stato corrispondente è venuto a mancare? L’italiano comincerà a valere qualcosina anche a Bruxelles?

Io non so voialtri come la pensiate, ma venerdì, dopo la notte in bianco a seguire lo spoglio e la debacle in tempo reale, io mi sono ritrovata in pieno millennio scorso, e ho cercato a tastoni l’interruttore della luce nel buio che mi circondava, per poi realizzare che l’elettricità doveva ancora essere inventata.
Poi però, tra ieri e oggi vedo che 16 milioni di inglesi non vogliono starsene con le mani in mano, e si mettono a raccogliere firme, a inventarsi la richiesta di una legge che preveda la possibilità di un secondo referendum se nel primo l’affluenza è inferiore al 75% e il risultato sotto il 60% di voti ― politica creativa, già :-). E la Scozia dice, va be’, sai che c’è?, Siamo pronti a bloccare la Brexit in Parlamento e se ci gira, pure a indirci un Referendum made-in-Scotland per uscire dal Regno Unito, tiè…
E poi vedo un cartello nel cuore di Londra con scritto “I want to be with eYou!”. E allora penso che magari stiamo per assistere a qualcosa a cui non abbiamo mai assistito prima e nemmeno ni sappiamo cosa sia. Ed è tutto molto exciting, tanto che mi viene in mente Bob con la sua The Times they are a-changing ―https://www.youtube.com/watch?v=e7qQ6_RV4VQ
Quindi let us stay tuned and see!

Ma veniamo a “The Nice Guys”, che è meglio…
Sono molto felice di aver avuto con me la Babi Bobulova e l’Onassis JR: è un film da vedere in compagnia, questo, perché si ride, ma si ride in quel modo un po’ silly&dizzy in cui ridi per certe commedie assurde che ci piacciono tanto ― e davvero, non mi aspettavo tanto. Addirittura temevo del machismo travestito da buddy-movie che certi polizieschi a puntate ci hanno proposto a cavallo fra ani ’70 e ’80. Pensate a Starsky&Hutch, oppure i Chips oppure Miami Vice oppure Bo&Luke in Hazard. Il duo di dritti che fanno coppia fissa, che risolvono sempre i casi, se la cavano anche se pensi che non ne usciranno vivi: coppie di lazzeroni, ma in fondo buoni, uniti nella lotta contro il male. Nel cinema pensiamo ad “Arma letale” ― prima che Mel Gibson cominciasse a dar di matto e a metter su una macelleria in The Passion ― e guarda caso i produttori di “Nice Guys” sono proprio quelli di “Arma Letale”, carramba…
E poi naturalmente non possiamo scordare Bud Spencer e Terence Hill, a cui il sodalizio Crow-Gosling è stato paragonato. In realtà non ho riscontrato una somiglianza fra le due coppie ― a parte la stazza di Russel Crowe, a cui manca davvero poco per eguagliare quella di Bud Bananajoe Spencer… Russel&Ryan sono molto più bislacchi di Bud&Terence, molto più lebowskiani nel loro essere detective che trattano casi di serie B, e nella loro inettitudine, anche se qualcosa, lo riconosco, li lega ai predecessori. Forse l’essere e il comportarsi fuori dagli schemi ― risolvere a cazzotti quello che si dovrebbe risolvere a parole ― essere fondamentalmente degli outsiders che non vogliono raddrizzare il mondo e riportare la legalità in quanto mossi da ideali etici/nobili di sorta, ma più che altro per sbarcare il lunario.

La trama in sé ha ben poca importanza: Los Angeles, fine anni ’70. Seguendo due casi apparentemente diversi, l’investigatore privato Gosling e l’ex detective Crowe ― non ricordo nemmeno i nomi dei loro personaggi… ― finiscono per indagare insieme sulla sparizione di una ragazza scomparsa e per entrare nei loschi giri del porno e delle lobby automobilistiche. In questo sono affiancati dalla figlia teenager di Gosling, che è il suo esatto opposto: uno scioccone di un metro e 80 lui, scheggia super smart lei ―naturalmente per far spiccare ancora di più l’idiozia del padre.
Ma come dicevo, il plot in sé è subordinato sia alla ricostruzione notevolissima delle atmosfere della L.A. anni ’70, tutta smog e San Fernando Valley ― e quando dico San Fernando Valley intendo porno industry, giacché è lì, in quella valley di capannoni e nulla che si concentra ― sia alla costruzione di un poliziesco/commedia che si fa beffe del genere così detto “hard-boiled”, con il detective che lavora e risolve un caso con il suo intuito e le sue capacità. In “Nice Guys” le scoperte fatte dai due sciroccati protagonisti sono assolutamente casuali. Ovviamente questo scatena l’ilarità dello spettatore, che si trova davanti due anti-eroi pasticcioni che capiscono ben poco di quello che sta succedendo loro. Soprattutto Gosling, un tonto esilarante che spicca ben più del pachidermico Crowe ― c’è una scena in cui Ryan è seduto sulla tazza di un bagno pubblico che è un piccolo saggio di slapstick moderna. E non è per cantare le lodi di Gosling ― quelle le canto a priori da anni, ormai ― ma oggettivamente, la sua interpretazione è una spanna sopra rispetto a quella di Crowe.

Pensandoci bene, “Nice Guys” somiglia molto a “Vizio di forma”, di Paul Thomas Anderson, un Let’s Movie che aveva seminato molte vittime (!), un paio di anni fa… In entrambi i film, devi lasciarti trascinare dagli eventi senza badare troppo alla loro logica un po’ illogica dei fatti. In “Vizio di forma” seguivamo le assurde avventure del fumatissimo Larry “Doc” Sportello, un Drugo Leboskiano anche lui, sfatto e sgarrupato, che, in un modo strampalato o nell’altro, riusciva a risolvere il caso a cui stava lavorando. Lo stesso accade ai nostri “Nice Guys”, solo che nel film di Black abbiamo anche delle scene di azione, sparatorie, inseguimenti, esplosioni, girate molto bene, che gli attribuiscono quella patina “action” ― che fa sempre grana al botteghino. Io, queste scene, le ho più subite che apprezzate, soprattutto nella parte conclusiva in cui mi sono sembrate davvero eccessive.

Non riguarderei Nice Guys”, così come non avrei riguardato “Vizio di forma”, né i polizieschi degli anni ’70, in cui non ci si raccapezzava: rincorrevi tutto il tempo fatti e nomi appuntati sul taccuino del detective di turno, battevi con lui le periferie squallide delle metropoli americane minori. E quello, in fondo, bastava. No, nn tornerei a vedere questo film, ma, ci crediate oppure no, sono stata contenta di averlo visto: ho riso idiotamente molto ― e con me i miei due Fellows ― e anche se il nonsense e il paradosso la fanno da padroni non si scade mai nel demenziale fine a se stesso: lode al regista, in questo, che avrebbe potuto lasciarsi scappare la mano e finire a girare l’ennesimo “Scemo e più scemo”. And again, che lo ricrediate oppure no, c’è una coerenza all’interno del film che gli conferisce credibilità, e senz’altro, godibilità.

E questa settimana ce ne andiamo in Danimarca con

SEGRETI DI FAMIGLIA
di Joachim Trier

A noi Muviani la Danimarca piace molto, artisticamente parlando ― geograficamente non sappiamo ancora bene, con tutto quel piattume― sia perché c’era un metodo nella follia del nostro Amleto che vagava per il castello di Elsinore, sia perché registi danesi di talento ne abbiamo incontrati parecchi sulla nostra strada, ultimo cronologicamente, Nicholas Winding Refn con il suo supremo “The Neon Demon”.
Isabelle Huppert e Jesse Eisenberg hanno contribuito a rafforzare la mia convinzione nei confronti del film ― che sia stato presentato in concorso a Cannes lo scorso anno, pure.

Io ora, Moviers, continuo a macerare esuli pensieri sul Regno Unito, in cui non si potrà più migrar, nemmeno se ci vespero.
E lasciatemi buttarla sul comico perché insomma, stormi d’uccelli neri, ecco…

Fortuna che c’è il Maelstrom, con una bella iniziativa di cinema estivo scovata dalla nostra Vanilla. 🙂
Per il resto, grazie dell’attenzione, tanti ringraziamenti e saluti, stasera, periodicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi la rassegna cinematografica per l’estate, che si pone come alternativa al solito Cinema in Cortile Vistorivistostravisto presso le Scuole Crispi…
http://www.trentotoday.it/eventi/cinema-film-stelle-aperto-sardagna-2016.html  
Sarà finalmente la buona volta che metto piede sulla funivia per Sardagna 😉

SEGRETI DI FAMIGLIA: La storia di un dramma familiare che propone diversi punti di vista dei singoli membri della stessa famiglia, sopraffatti dagli eventi. Mentre si sta allestendo una mostra della celebre fotografa Isabelle Reed, tre anni dopo la sua morte accidentale, il marito e il figlio si riuniscono nella casa di famiglia ed evocano i fantasmi del passato…

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LET’S MOVIE 288 propone NICE GUYS e commenta THE NEON DEMON

LET’S MOVIE 288 propone NICE GUYS e commenta THE NEON DEMON

NICE GUYS
di Shane Black
USA, 2016, ‘98
Lunedì 20 / Monday 20
22:00 / 10 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Victoria
Ingresso 5 Euri

Floating Fellows,

Avrei una sporta piena di questioni impellenti da riversare su questo tavolo domenicale. Una guardia giurata con del farneticante nel cervello, entra in un Seven-Eleven di Orlando e, insieme a birra e patatine, si compra anche fucile e pistola, e poi entra in un bar e realizza il sogno di tanti mentecatti omofobi terroristi. La moglie sapeva tutto e non ha detto niente.
Il candidato alle Presidenziali Donald Duck se la prende con la sbadataggine degli avventori del bar: se anche loro avessero avuto la loro brava Beretta con sé, le cose sarebbero andate diversamente. Certo Donald, armi pari, altrimenti che Far West è?
Poi naturalmente la beatificazione di un ex premier che si sottopone a un intervento, e la telecronaca minuto per minuto del pre, del durante e del post perché ormai tutto è un potenziale reality, anche un intervento di un ex premier come LUI, e i giornalisti dimenticano tutto e sbavano dietro il dettaglio morboso con la lingua penzoloni e la fregola a mille.
E poi ci sarebbe anche da parlare della Borsa che crolla davanti allo spettro Brexit, e il fenomeno per cui un’altra borsa ― la Birkin ― non crolla mai, ma mai mai, anzi, se n’è appena venduta una per 300.000 dollari. E io mi dico va bene il collezionismo, ma le liste d’attesa anche di sei anni e più per averne una, quelle, vanno bene? Dovrei ringraziare il superlusso che fa circolare i capitali, oppure fare l’etica utopica e boicottare in qualche modo Hermès?

Invece guardate, tengo tutto ben chiuso nella sporta e preferisco guardare dalle parti del bresciano, per la precisione Sulzano, sul lago d’Iseo, dove il land-artist Christo ― l’avrete sentito ― ha realizzato un’opera che ha del miracoloso. E lo dico sia per la quota sacra che l’artista si porta nel nome, sia per l’opera in sé, The Floating Piers, http://www.thefloatingpiers.com/.
Christo ― quello che ha impacchettato il Reichstag a Berlino e la Porta Pinciana a Roma, per capirci ― ha posato 4,5 km di passerelle galleggianti sull’acqua del lago d’Iseo, collegando Sulzano, Monte Isola e l’Isola di San Paolo. L’ha ricoperto di un tessuto giallo zafferano ― zafferano dei pistilli, non di risotto ― e ha invitato tutti a provare la sensazione di camminare sulle acque. L’istallazione è stata inaugurata ieri e verrà smontata il 3 luglio, quindi abbiamo due settimane per ripetere l’esperienza del lago di Tiberiade.
Naturalmente i miei occhi sbrilluccicano tutti: quest’opera non è solo suggestiva in sé ― camminare sull’acqua equivale a volare ― ma dimostra quanto l’arte sia il vero ambito in cui investire ― basta start-up e information technology! Tutte le strutture ricettive della zona sono sold-out e si prevedono oltre 1 milione di visitatori ― con le solite “ricadute positive sul territorio”. Certo sarebbe stato molto fico che Christo avesse scelto il Lago di Garda ― anche per dimostrare che oltre la Notte di Fiaba ci sarebbe di più. Ma poco importa. Io non mi faccio toccare dalle polemiche ― si grida alla disorganizzazione ma le malelingue, si sa, sibilano sempre in questo genere di eventi ― e voglio assolutamente farmi quattro passi sull’oro e sull’acqua. E spero che anche voi non vi lasciate scappare l’occasione. Qui trovate tutte le info pratiche http://www.iseolake.info/it/eventi/the-floating-piers#progetto  😉

E vedete “The Neon Demon” cade a pennello, essendo un’opera d’arte…
Martedì temevo la solitudine di “Marco se n’è andato e non ritorna più”, e invece laVanilla e il D-Bridge si sono materializzati al cine molto prima della solita ritardataria me, e insieme abbiamo affrontato questo trip senza pari che è il film di Nicolas Winding Refn. Conoscendo il regista per “Drive”, avevo il sentore che la storia non sarebbe stata “la solita storia” e che le modalità con cui l’avrebbe raccontata si sarebbero parimenti discostate del già visto, già dato, già passato next, please. Ma certo ci sono livelli e livelli d’innovazione, e uno ci va cauto, si aspetta il 3-4% sul totale girato: il 96-98% ― il valore d’innovazione di “The Neon Demon” ― è una quota da capagira.
Io sono uscita dalla sala ― e ho i miei due Moviers per testimoni ― come se mi fossi appena fatta di qualche sostanza stupefacente. Stupefacente nel senso di magnifica, onirica, non psicotropa con deriva lisergica eh.

Jesse è uno spettacolo di sedicenne che lascia la Georgia ai suoi redneck e si trasferisce a Los Angeles, in cerca di fortuna nella moda. Se siete degli estimatori del cinema lynchiano, non faticherete a trovare una somiglianza con la Betty di Mulholland Drive, anche lei innocente che lascia la campagna per la Città degli Angeli con l’obbiettivo di sfondare a Hollywood. Ed entrambe finiscono dentro un viaggio da incubo in cui perderanno non solo l’innocenza…
Jesse ha qualcosa di speciale. “Una luce”, come dice una truccatrice lesbica con cui stringerà amicizia. È una bellezza autentica, che si distingue dalle bambole fatte, rifatte ― e strafatte ― che bazzicano il mondo del fashion. E di questa sua luce si accorgono tutti. Modelle, agenti, fotografi, stilisti, tutti.
Il film sviscera in maniera allegorica e profondamente articolata il percorso verso l’oblio e la distruzione a cui porta l’esaltazione/ossessione della bellezza in un ambiente come quello della moda. Jesse è oggetto d’invidia da parte delle modelle “mediocri” che le stanno intorno: tutte vogliono essere come lei, essere lei, avere quella luce pura che fa di lei una Birkin in mezzo a uno stuolo di Carpisa.

E proprio la luce è la chiave d’interpretazione e di accesso al senso del film. In un ambiente illuminato dall’artificialità ― quindi neon ― e riflettori e spotlight, la luce di Jesse che spicca sopra tutto, è concupita in maniera morbosa e criminale, ma è anche, e perversamente, fonte della rovina della stessa ragazza. Nel momento in cui lei si rende conto di esercitare questo immenso potere sugli altri, si trasforma. E nell’iconografia voltaica che il regista Refn sceglie, la luce azzurra di quel triangolo luminoso che Jesse incontra ― e che simboleggia, come dicevamo, l’artificialità di quel mondo ― si fa rossa, come il sangue. Sangue finto, come quello che la ricopre nel suo primo servizio fotografico in apertura al film, e sangue vero, come quello che scorrerà dal suo corpo e che abbevererà le wanna-be che sperano di essere come lei.
Eh già, perché il film, Moviers, nella seconda metà assume delle tinte horror che farebbero impazzire il caro D(i)ario Argento. Jesse fa troppa gola. E le mediocri, nel loro delirio di successfulness, credono che interiorizzandola, fagocitando una parte di lei ― sangue e occhi in modo particolare ― permetterebbe loro di essere lei. Pertanto la tolgono di mezzo.
In realtà, scopriranno e scopriremo che non è così facile, togliere di mezzo la bellezza genuina: diciamo che rimane indigesta ― se decidete di cibarvi di qualcuno, vedete di evitare i bulbi oculari: tendono a stare sullo stomaco… E “The Neon Demon” propone una conclusione/visione spietata e lucida sull’abuso contemporaneo dell’apparire. Alla fine è la bellezza finta, posticcia ― ovvero la modella mediocre ― che vince, realizza il servizio fotografico e occuperà le copertine.
Il film si chiude con una panoramica kubrickiana su una terra desolata e scabra, rimando tanto concreto quanto allegorico ed efficacissimo a un futuro di aridità: se coltiviamo l’oggi con questo tipo di credo/azioni, il domani che ci attende non può essere che questo: una landa brulla, priva di umanità, su cui non spunta nulla, se non un corpo finto e criminale come quello della modellaccia mediocre.

Ciò che lascia stupefatti, di questo film, è la totale originalità del linguaggio allegorico costruito dal regista. Tutto è molto evocato, più che detto esplicitamente. Eppure non ho trovato nulla di fumoso o poco chiaro. Tutto si lega in maniera coerente, assolutamente non didattico, prevedibile o didascalico.
Un esempio è il ricorso ad immagini che richiamano l’aggressività. Una sera Jesse, rincasando nel suo squallido motel di Pasadina, trova un giaguaro ad attenderla in camera. WTF ― che sta per What The Fu*k! ― esclamiamo noialtri spettatori. Checcifa un giaguaro in una camera da letto?! Non te l’aspetti.
Ecco, se fate attenzione, noterete che felini imbalsamati sono presenti in molti luoghi del film, così come presenti sono le immagini che rinviano al braccare, all’assalto. C’è una scena da pelle d’oca ― e qui l’influenza di Lynch è chiarissima ― in cui vedete delle unghie/artigli che spingono dall’interno della tappezzeria della camera, come se volessero bucarla e attentare a Jesse.

La bellezza è, ovviamente, centrale, ma si accompagna sempre a immagini volutamente ambigue e ambivalenti. La stessa Jesse non è l’angelo che immaginate. La bellezza in sé è come la natura, come la verità e l’etica ― è buona nell’in sé. Ma il potere che essa genera nel corpo di chi la possiede e la agisce, specie in un contesto che trae profitti ― enormi profitti ― dallo sfruttamento dell’apparire, fa letteralmente girare la testa al portatore di bellezza. E infatti Jesse passa da uno stato di inconsapevolezza a uno stato di consapevolezza e, come dicevamo, cambia. Cambia il suo atteggiamento nei confronti del tenero ragazzo che l’ha aiutata appena arrivata a Los Angeles, e le permette anche di comprendere ciò che le diceva la madre quando era piccola. “Sei pericolosa”, le diceva. E in effetti, i portatori di bellezza lo sono proprio per quel grande potere che si ritrovano per le mani. Jesse porta in sé il demone (daimon) della bellezza, e di converso le mediocri modelle che la invidiano sono delle vampire, letteralmente pronte a fare il pieno del suo sangue (la sua sostanza vitale) per poter vivere, esistere, essere visibili nel giorno dello showbiz, e non sparire al crepuscolo…
La riflessione su questo argomento è pertanto trattata in maniera composita e in tutta la sua contraddittorietà, e supera le già calcolate equazioni di bello=innocente=buono. La bellezza si lega qui a doppio filo con la morte e con le perversioni che le girano attorno. Non è un caso che l’amica truccatrice si chiuda a chiave nell’obitorio e approfitti di un cadavere di giovane donna. Refn è coraggioso anche in questo: sfida il tabù della necrofilia e fa vedere ciò che non si può vedere, sintetizzando in un’unica potente scena, bellezza perduta (=il corpo deturpato della morta), l’eros oltre il confine (il desiderio di un corpo privo di vita quando il corpo in vita è negato ― la notte precedente Jesse ha rifiutato le sue avances), la morte (materializzata sul lettino). Trovo che questa scena sia centrale, assolutamente necessaria per esprimere la visione che il regista ha di questa società: una società malata che pratica trasfert dalla mattina alla sera ― la truccatrice si rifa sul cadavere per compensare al rifiuto di Jesse ― e che è vittima senza speranza di ogni sorta di dipendenze. Dall’apparire al piacere, dalla ricchezza ostenta al botox. E c’è un giudizio, forte, su questo, da parte del regista ― finalmente uno che prende posizioni. Ma il suo non è uno sguardo beghino, né sensazionalistico o redentivo ― non c’è il giustizionalismo del giustiziere della notte, e non c’è la volontà di trovare delle soluzioni. C’è solo lo spietato, and again lucidissimo, stato dell’arte delle cose tradotto in un’allegoria che non sarà scalfita dal tempo. “The Neon Demon” è come un quadro di Hieronymus Bosch, oppure quei memento mori post-medievali, o i mystery plays del ‘400-500 in cui l’uomo veniva rappresentato a confronto con temi quali l’idea della morte, della solitudine, della caducità delle cose terrene, e nella lotta tra il bene e il male per il possesso dell’anima dell’uomo.
Di qui l’effetto ipnotico che il film emana dal primo all’ultimo minuto. Sei stregato da questa storia che, ti rendi conto, non parla semplicemente della bella campagnola che scappa dalla campagna ― la vita l’amore e le vacche ― arriva nella metropoli, fa fortuna e ne paga il prezzo.  E rimani avvinto fino alla fine, legato da una specie d’incantesimo che ti tiene gli occhi incollati allo schermo, il desiderio e il timore di vedere come va a finire. Visto che questo racconto, in fondo, parla di noi molto più di quello che possiamo immaginare…

Oltre che essere un profondo conoscitore dei meccanismi scenici, Nicolas Winding Refn è anche un esteta. Lo si vede da come costruisce certe scene ― prendete quella del casting fotografico: una ventina di donne mozzafiato sedute in lingerie e tacchi mentre attendono il verdetto “you are in, no you are out” per lo shooting del servizio. Non c’è l’ombra della volgarità, ma non c’è nemmeno l’asettico virtuosismo di Sorrentino. Tutto è essenziale, lo spettatore lo sente, ed è questo che distingue Refn dal regista di “La grande bellezza”: l’assoluta necessità di quella scena di quella durata in quel momento, e non l’asservimento e il capo chino alla mera portata estetica di una scena che, lo sappiamo, infarciscono l’ultimo cinema sorrentiniano. La stessa immagine d’apertura, che poi è il primo servizio fotografico di Jesse, non è altro che la premonizione della fine che farà la ragazza: una bellezza sgozzata e sanguinante, un agnello sacrificale, il corpo scomposto su un divanetto ―così come sarà il suo sul fondo della piscina vuota dove le mediocri la getteranno ― e il viso perfetto, bellissimo, iperglitterato, da bimba e bambola.

Oltre a Lynch, “The Neon Demon” si avvicina anche alla cinematografia danese contemporanea, a cui Refn appartiene. C’è qualcosa che lega indissolubilmente il film a Nymphomaniac ― forse i risvolti molto brutti che il bello comporta. E senz’altro la capacità di stupire e provocare in maniera intelligente, nuova, non etichettabile, come fa sempre Von Trier.
In ultimo, l’effetto mesmerizzante è garantito anche da una riuscitissima musica ― del newyorkese Cliff Martinez ― tra lo psichedelico, l’elettronico e il tribale, con delle sonorità da preistoria contemporanea dove le 21enni sono considerate vecchie, e dove tutto sembra fondarsi su un insanabile ossimoro, un concetto espresso da un fotografo: “La bellezza non è l’unica cosa. È tutto”… Infatti la colonna sonora si è aggiudicata il Cannes Soundtrack Award”, premio alla migliore colonna sonora.
Anche il suo film precedente, “Drive”, si era avvalso di una colonna sonora azzeccata, e questo conferma la consapevolezza di Refn che l’aspetto visivo è fondamentale, ma non può prescindere da quello sonoro. E quanto a “Drive”, ritroverete in “The Neon Demon” lo stesso approccio di parlato scarno, lo stesso trattamento del tempo, che predilige lo slow-motion alle sveltine degli action movies che esauriscono il bello in due, tre scene madri e poi non fai che guardare l’orologio per fuggire dalla sala…
Quindi, se siete amanti spinti del cinema di qualità e volete imbarcarvi in un viaggio tra bellezza e paura, orrore e piacere, vi prego, VI PREGO, non perdetevi “The Neon Demon”. Credo sarà l’ultima prelibatezza prima del digiuno estivo.

E questa settimana un film che voglio vedere da un po’ e che propongo, anche, per esclusione

NICE GUYS
di Shane Black

Ora, io so che non sarà il film dell’anno. Perdipiù arrivo dal capolavoro “The Neon Demon”, figuratevi…
Però, ci sono molti però.

  • Il film è stato presentato a Cannes ed è piaciuto persino a quei critici tignosi che alzano il nasino se un film dura meno di 4 ore e non ha almeno una tigre Tamil come regista e un nord-coreano come sceneggiatore.
  • La coppia Crow-Gosling sembra funzionare molto bene e far ridere. Naturalmente Gosling è “quando la bellezza sposa il talento” ― peccato poi che abbia pure sposato Eva Mendez.
  • Non scordiamo che una commedia non si vedeva in Let’s Movie sin dai tempi di Buster Keaton… Quindi forse, è ora di un po’ di entertainment 😉
  • E poi, e ve lo confesso, ho avuto la sfortuna di leggere quattro righe sul film con Penelope Cruz che si contendeva il Let’s Movie della settimana ― “Ma ma – tutto andrà bene”. Ve le riporto per correttezza nel Maelstrom, così capirete anche voi che NON s’aveva da fare, e che un film del genere, il vegetarian Board, avrebbe finito per passarlo nel tritacarne della cucina lezmuviana…

E ora, dopo aver solitamente abusato del vostro tempo mi defilo, ma non prima di avervi detto che la settimana prossima lancerò una sorpresa di quelle, ma di quelle, che sette giorni di attesa sono più che doverosi… Stay tuned! 😉

E ora Maelstrom, riassunto ― solo per i dipendenti da riassunti ― ringraziamenti e saluti, oggi, flottantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Sentite qua cos’è “Ma Ma – tutto andrà bene”… “Magda è una giovane madre coraggiosa e risoluta che si trova ad affrontare una delle sfide più difficili quando le viene diagnosticato un tumore al seno. Recentemente abbandonata dal marito, può però contare sull’affetto di Arturo, talent-scout del Real Madrid conosciuto per caso proprio nel giorno in cui le hanno comunicato la diagnosi. Il legame tra i due si rafforza sempre più e, proprio quando la salute di lei sembra peggiorare irrimediabilmente, si accende una luce di speranza nella meravigliosa occasione di una nuova maternità.”

Difficile farsi venire in mente un anello da aggiungere a una simile catena di disgrazie, vero? 🙁
No, in Let’s Movie non s’ha proprio da fare…

NICE GUYS: Nella Los Angeles degli anni ’70, libertina, stravagante e decisamente trendy, un investigatore privato, Holland March, e un detective senza scrupoli, Jackson Healy, si alleano per risolvere il caso di una ragazza scomparsa e la morte di una porno star che apparentemente non sembrerebbero correlate: scopriranno che un semplice omicidio nasconde il caso del secolo!

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THE NEON DEMON
di Nicolas Winding Refn
Danimarca, 2016, ‘117
Martedì/Tuesday 14
21:00 / 9 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

 

MAXXI Moviers,

L’altro giorno, nel museo disegnato dalla compianta Zaha Hadid, passava uno degli autori più interessanti della scena inglese dell’ultimo ventennio, Hanif Kureishi ― che è pure sceneggiatore e potreste spararvi il suo “My Beautiful Laundrette”, per dire eh… Kureishi è pakistano di origini, ma vive a Londra praticamente da sempre. E si è sempre occupato di questioni identitarie ― “Otto braccia per abbracciarti” è una sua bella micro raccolta di saggi sull’argomento che potreste anche spararvi, sempre per dire eh…. La materia scottante dell’immigrazione, pertanto, la maneggia con destrezza. Hanif ha un’idea molto positiva. Lui dice “gli immigrati nel dopoguerra hanno contribuito allo sviluppo economico del Regno Unito e Londra, oggi, deve la sua vivacità e il suo successo anche alle energie che essi apportano”. Io lo applaudo sempre, Hanif ― come fai a smettere di applaudirlo dopo che ha scritto un romanzo tanto bello quanto “Il corpo”, che pure potreste spararvi…sempre per dire eh 🙂 Lo applaudo ma se guardo verso nord, in zona UK, vedo dei nuvoloni neri poco rassicuranti. In Inghilterra stanno spolverando i seggi che accoglieranno il referendum, lo sapete. Brexit or not Brexit, this is the question, si chiederebbe Amleto oggi, se altri dilemmi non furoreggiassero nella sua allucinata testolina. Se fino a qualche tempo fa, i pro-Europeisti non si angustiavano troppo e continuavano ad annaffiare i loro Friday night di pinte e pinte come non esistesse un Saturday morning, certi che la questione fosse assolutamente sotto controllo, oggi le cose sono cambiate. Ai sondaggi di oggi, sarebbero addirittura avanti i favorevoli all’uscita dall’Unione Europea e l’ipotesi che il 23 giugno l’UK potrebbe prendere la porta e, con una cadenza meneghina, farci un bel “UE, tanti saluti”, non sembra più solo un’ipotesi.
Quindi da una parte abbiamo un Hanif Kureishi, che, caro lui, cerca di ribadire quanto l’immigrazione abbia giovato al Regno Unito. Dall’altra abbiamo suppergiù il fifty-fifty della popolazione per la quale l’UK dovrebbe uscire dall’Europa proprio per controllare l’afflusso d’immigrati nel paese.
Ma la questione immigrazione lì ha tinte diverse rispetto alle nostre qui, sulla terraferma. Gli inglesi non si lamentano tanto della quota di richiedenti asilo, si lamentano degli immigrati che arrivano dalla stessa Unione Europea… Tipo noi, insomma! E lamentano un pienone ovunque che manco H&M coi saldi. Scuole, ospedali, uffici. Non ce la fanno più, e giù lacrime.
Io dico che “Anche i ricchi piangono”, prima di essere una soap-opera di successo, è un modo di farci guardare alla situazione da una certa, interessante prospettiva… E poi dico che gli essere umani sono animali nomadi alla ricerca della felicità, oltre che della sopravvivenza. Se in un posto stanno male, sia esso la Siria o il Polesine, prendono e cambiano aria. Cercano una terra in cui stare meglio. Negare loro di perseguire la felicità e la sopravvivenza è una violazione di un diritto inalienabile riconosciuto da paesi civili e non ― l’America, a prescindere della sua +/- civiltà, se l’è messo pure nella Costituzione, questo punto. E non dovrei aprire qui l’armadio del colonialismo ― chi ha voglia di rovistare fra tutti quegli scheletri… Ma lo faccio. Perché un conto è essere mossi dalla ricerca della sopravvivenza e della felicità, e un conto dai piani “Annettiamo tutto l’annettibile pottibile per diventare i Princes of the Universe”, come hanno fatto gli inglesi dal ‘700 in poi, e vivere di rendita grazie al Commonweath ― che, toh, vuol dire proprio “Cassa comune”…
La notate anche voi una mancanza generalizzata di coscienza autocritica nei confronti di storia, fatti e misfatti? Dopo tanto take-in in nome dell’Impero, non sarebbe arrivato il momento del give-back, miei cari English friends? E lo stesso dicasi per noi. Le nostre valigie di cartone non hanno viaggiato i sette mari e non sono state accolte altrove, nel ‘900? Non dovremmo essere NOI, ora, ad accogliere quelle altrui?
La ruota gira. Prima o poi si finisce sempre ad essere dall’altra parte.

Ormai avete capito che non riesco a evitare l’urgenza di parlare in questo spazio di questioni extra-cinematografiche. Del resto per me, ogni spazio linguistico, è politico, anche se qui la priorità è accordata al cinematografico.

Ma mi mi avvio, ora, seminando robe della res publica lungo la via, verso il Fiore di film che abbiamo visto martedì. La Modenella, l’Onassis Jr con me ― coraggiosissimi loro, perché il film, dall’esterno e in superficie ed en passant ma proprio di fretta fretta senza badarci, potrebbe sembrare il visto-e-rivisto drammone sentimentale che combina la storia d’amore dietro le sbarre alla denuncia delle condizioni carcerarie italiane…
E invece nouuuu, D-Bridge, niente pippazza! 🙂

Lascio a Marquez il colera e parlo, per “Fiore”, di amore ai tempi della galera.
Questo sì, perché Daphne e Josciua si conoscono lì: abitano due ali di un penitenziario per minori e under 21. Ribelle come solo una 17enne con un vuoto d’amore grande così può essere, Daphne è un fiore cresciuto sull’asfalto e sul cemento, come reppa in serenata il Jova negli anni ‘90. È dentro per aver rubato un cellulare e per aver accumulato dei precedenti simili sulla fedina penale. Anche Josciua è dentro per rapina ― quando si dice badare ai dettagli… prendete la finezza di scrivere “Joshua” all’italiana, tipico dei genitori criminali di fine anni 90… La differenza fra i due sta nella pena: a lui manca un mese, a lei un anno.
La storia tra i due ha tutte le caratteristiche tipiche dell’amor cortese medievale. Roba da Chretien de Troyes, da cicli arturiani, se ricordate l’Antologia di terza liceo… E qui, con un cortocircuito linguistico partito da Lancillotto e Ginevra e arrivato fino a noi, possiamo dire che galeotta fu la galera.
L’amore tra Daphne e Josciua segue gli stilemi di quegli amoroni lì, nati nel mito e sviluppati nella tradizione cavalleresca. Un amore sbocciato per caso, coltivato attraverso la parola scritta ― le lettere che i due si scrivono e si scambiano attraverso un portavivande ― e poi impedito dalle circostanze e dalle avversità ― il carcere e le forze criminali della giustizia nei panni di guardie cerbere che fanno di tutto per ostacolare il loro amore. E poi i malintesi, gli scoppi d’ira e gelosia, e la consapevolezza sentita da entrambi, di esserci l’uno per l’altra, nonostante la distanza fisica, nonostante le cerbere, le celle, le regole.

Il film è tutto un lieve beccheggiare fra tristezza e tenerezza, fra amore e squallore. Siamo nelle periferie, e siamo fra le macerie, quelle di una famiglia mancata per Daphne ― e di un amore finito per Josciua fuori dal carcere. “Fiore” non è solo l’amore della ragazza per Josciua, ma anche per il padre, un ex detenuto, Ascanio, che noi percepiamo essere fragile e perso proprio come la figlia. Sta cercando di ricomporre la sua vita, grazie a una nuova compagna, un figlio acquisito. Daphne, con i suoi casini, minerebbe questo delicatissimo equilibrio che l’uomo cerca di costruirsi dopo il carcere. Non c’è posto per lei. E lei lo sa e lo sente, e la ribellione che sfoga sugli altri, sul sistema, le scemenze che combina in giro, non sono altro che manifesti scritti dalla sua rabbia e dalla sua sofferenza. Ci sono scene che commuoverebbero un bue. Daphne si tatua “Ascanio” sul braccio, sogna che entri in cella e le accarezzi il volto. Non aspetterebbe altro che farsi andare bene una microbrandina e accamparsi nel loro micro-appartamento, vedersi accolta. Invece no. Perché questo mondo non è mai come la volevi tu, Raf aveva un sacco di ragione, e a Daphne viene proprio voglia di gridare e non fermarsi più… E le scemenze continuano, una dietro l’altra, perché in fondo, tutto, che senso ha?
In questo panorama di delusione e frustrazione, Josciua gioca il ruolo del pharmakon. “Mi alleggerisci la galera” ― si scrivono reciprocamente i due, in una delle prime lettere. Poi quella missione, diventa altro, ma all’inizio i due partono come amici, due braccia che si reggono a galla in quel gorgo buio che è la prigione. E Josciua è davvero la tenerezza incarnata! Forza Daphne a parlare, per evitare che si rinchiuda nel suo silenzio sterile e autistico. La fa sognare anche. Bastano delle bolle di sapone, basta un bacio clandestino scoccato fra le grate, o un saluto da due finestre lontane.

“Fiore” accenna senza sbraitare. Non ci sono critiche a questo o a quello, niente pubblicità progresso pro o contro le carceri. Lo capiamo da soli che un sistema di detenzione così è da cambiare, che produce effetti contrari ai buoni propositi che si propone. Accenna senza sbraitare perché è dall’espressione sorridente stampata sul viso di Daphne quando sente una canzone dopo tanti giorni di astinenza da lettore Mp3, è da quell’espressione che capiamo il valore della libertà e di quello che diamo per scontato quando l’abbiamo. Basta così poco ― “Sally” di Vasco Rossi (pochissimo davvero! 🙂 :-)) ― per svoltare una giornata in galera. Basta un calcio a un pallone, un neonato cullato, un rossetto.
Quando Daphne ottiene un permesso di due giorni per partecipare alla Comunione del fratellastro, la libertà ritrovata ha il colore del cielo, che il sguardo incredulo e grato abbraccia. E durante quella libera uscita, Daphne capisce che tornare dentro non è pensabile. Non prima di aver preso un treno per Milano, e di essere andata da Josciua. E ancora ci troviamo davanti agli amanti in fuga. Romeo e Giulietta o “Romeo + Juliet”, Bonnie e Clyde ― come suggerisce giustamente l’Onassis JR. E sappiamo che la loro fuga avrà vita breve, che faranno la fine di Heathcliff e Catherine, di Rick e Ilse (come scordare “Casablanca”??), di Manon e Des Grieux (come scordare “Manon Lescaut”??).
Ma al film il dramma non interessa. Si conclude prima, nei loro due sorrisi soddisfatti, dopo aver seminato i Cops in stazione, si conclude nel momento. Perché alla fine è quello, il momento, che conta. Non il futuro ― impossibile o improbabile o ostacolato. Conta l’imminente, i Cops seminati, il treno che corre verso chissà dove, e loro due incuranti delle conseguenze, delle persone a casa che potrebbero preoccuparsi.
Contano loro due perché l’amore è l’unico egoista incosciente che dovremmo perdonare.

Dal punto di vista della recitazione, lode alla protagonista, Daphne ― che si chiama Daphne (Scoccia) anche nella vita ― e anche a Josciua, che pure lui si chiama Josciua (Algeri), nella vita. Entrambi credibilissimi nei panni di due personaggi teneri come due ragazzini e già segnati come due adulti. Sarà che lui è stato in galera un paio d’anni, e lei è una ragazza che vive la periferia romana, e portano il loro vissuto nei loro personaggi, e questo si sente. Valerio Mastandrea non sbaglia ovviamente mai e fa sue la fragilità e l’inadeguatezza con cui Ascanio risponde alla figlia.

Lode anzi lodI plurali e plurime al regista Giovannesi: capisci dopo pochi istanti che tra lui e il suo Fiore ― film e personaggio ― s’instaura una relazione affettiva potente. Lo capisci da come la sua cinepresa non molli mai la ragazza, le stia sempre addosso. Quasi a voler tamponare la grande solitudine che perseguita il personaggio, Giovannesi la segue, da vicinissimo, il viso, qualche volta il busto, di rado la figura d’insieme.
Io sono affetta da sindrome iperinterpretativa cronica, ma per me quella è una cinepresa che si prende cura del suo protagonista, che lo affianca, nel vero senso della parola. Non è uno sguardo distaccato, né mera morbosità cinepatica. Del resto Giovannesi aveva fatto lo stesso con Alì, protagonista di un altro suo film molto bello, “Alì ha gli occhi azzurri”, che fu un Lez Muvi di tre o quattro anni fa e che consiglio a tutti di ritrovare 😉
Dopo il naufragio della Julieta ― una nave su cui lo spettatore sale a suo rischio e pericolo ― godiamo il profumo di questo Fiore di film… E voi, Fellows, andate a vederlo!

Ho fatto una fatica taurina a trattenermi dall’andare a vedere nel weekend la proposta lezmuviana della settimana. Ma per i Moviers domino e monopoli ehm manipolo persino la curiosità di cui sono schiava. E rispetto pure il calendario calcistico, evitando il lunedì sera ― Lez Muvi spera che il cielo sopra Parigi sarà azzurro come quello sopra Berlino del 2006, anche se mancano certi campioni e soprattutto i popopopopopopo White Stripes… 🙂

THE NEON DEMON
di Nicolas Winding Refn

Dunque lui, Nicolas Winding Refn, è il regista di “Drive”, film tenero e spietato quasi quanto “Fiore”, con un Ryan Gosling e una colonna sonora da pelle d’oca ― più lui della colonna sonora, in effetti, ma si sa.
“The Neon Demon” è vietato ai minori di 14 anni e ha sollevato molto scalpore all’ultimo Festival di Cannes, dove era in concorso. C’è chi ha gridato al capolavoro chi allo scandalo.
Volete che noi Moviers non si vada a decidere cosa gridare?? Ts… 🙂

Ed anche per oggi è tutto. Vi invito a sfidare i perigliosi flutti del Maelstrom, prima di correre dietro al pallone, o a qualsiasi cosa vi faccia correre la domenica sera.
Sperando di vedervi luminosi martedì sera, vi ringrazio della pazienza e vi mando questi saluti, extralargamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se dopo il martedì lezmuviano vi va di fare un bis cinematografico mercoledì, vi segnalo“Playtime”, di Jacques Tati, all’Astra, alle ore 9:00 pm. Il film propone le vicende bislacchissime di Mister Hulot, il protagonista di “Mon oncle”, capolavoro di comicità surrealista che ho avuto la fortuna di vedere la settimana scorsa ― mai visto nulla di simile prima, mai…!
Vedete, il Mastro ci vizia con questi classici raffinatissimi prima di darci il colpo di grazia estivo, e far finire la ghigliottina della serranda sul nostro povero collo cinefilo, sigh. Quindi, approfittiamone. Se avete tempo, siete patiti del comico surreale e volete esercitare il vostro diritto inalienabile alla cinematografia (!), correte all’Astra!

THE NEON DEMON: Quando l’aspirante modella Jesse (elle Fanning) si trasferisce a Los Angeles, la sua giovinezza e vitalità vengono  fagocitate da un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza e disposte ad usare ogni mezzo per prenderle ciò che ha.

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LET’S MOVIE 286 – propone FIORE e commenta JULIETA e S IS FOR STANLEY

LET’S MOVIE 286 – propone FIORE e commenta JULIETA e S IS FOR STANLEY

FIORE
di Claudio Giovannesi
Italia, 2016, ‘110
Martedì / Tuesday 7
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

1877 Moviers,

Fu in quell’anno che Anna Maria Mozzoni presentò la prima petizione per il voto politico alle donne. Ci vollero 70 anni prima di arrivare al voto. Questo 2 giugno abbiamo festeggiato i 70 anni dal voto e io ho pensato ad Anna Maria Mozzoni, che 140 anni prima aveva presentato questa lettera pazzesca in cui chiedeva, con un italiano pazzesco, questo: “avendo il Governo italiano promosso con ogni cura l’istruzione femminile e trovandoci noi, perciò, al giorno d’oggi, alla eguale portata intellettuale di una quantità di elettori che il legislatore dichiara capaci, stimiamo che nulla costi acché venga a noi pure accordato il voto politico, senza del quale i nostri interessi non sono tutelati ed i nostri bisogni rimangono ignoti. Fiduciose nella saviezza e giustizia dei legislatori, le sottoscritte insistono perché sia fatta ragione alla loro domanda.”
La fiducia dovette attendere, ma piano piano, ce la fecero, ‘ste benedette donne, donne benedette. E chissà se sapevano, le donne italiane, che le donne neozelandesi ottennero il diritto di voto nel 1893. E c’è un murales a Auckland, in Khartoum Place, dedicato a questo loro successo ― ora voi potreste dire, ok, ma quante erano le donne in Nuova Zelanda, nel 1893, quattro?? E sì, io assentirei, magari erano quattro di numero, ma almeno potevano tracciare quattro croci su quel maledetto foglietto.
Ricordo la milanesa Anna Maria Mozzoni per non citare le solite note. Perché fu lei, che per prima prese il coraggio e la stilo e scrisse ai deputati del governo. E ci vuole un cavolo di fegato, se permettete. Mi piace pensare a lei proprio in questi giorni grami, in cui le donne vengono barbarizzate. Ancora e sempre
Non mi piace il termine “femminicidio”. Penso che non sia necessario. Penso che un essere umano sia un essere umano e quando viene ucciso, l’umanità venga uccisa. Se il termine è utilizzato per distinguere la vittima di un omicidio ― l’infanticidio indica l’uccisione di un bambino, il parricidio del padre, il femminicidio di una donna ― allora lo accetto. Lo accetto come veicolo semantico. Ma non come potenziale momento discriminatorio. Fare un distinguo fra le vittime degli omicidi potrebbe portare a delle classifiche, con ammessi ed esclusi. Dovremmo inserire nella lingua anche il lesbicidio, l’omoomicidio, il transgender-icidio? Non serve. Oggi, dopo quello che è capitato a Sara, dobbiamo riflettere. Certo sulla sua uccisione, ma anche e soprattutto sull’omissione di soccorso. È questo che fa rabbrividire. Dov’è finita la nostra umanità? Dove siamo finiti?

Queste sono giornate piene di accadimenti fausti e infausti: i 70 anni dalla Repubblica, dal suffragio universale, la barbarie su un corpo di donna. Quindi perdonerete se ho abusato del vostro tempo e ho ritardato un po’ il momento faustissimo del cinema.
L’ho ritardato, in verità, anche perché la delusione annunciata su “Julieta” mi fa sbuffare ― di noia, più che di rabbia. Almodovar ha sempre questo modo prevedibile di raccontarti le storie. Il flash-back aiutato dalla redazione di un diario, nel quale la protagonista, in questo caso Julieta, ripercorre gli accadimenti della sua vita, in questo caso, la perdita del marito, il rancore che la figlia Antia cova nei suoi confronti, credendola responsabile della morte dell’amato padre, il suo distacco da lei, e il finale di riconciliazione. Non so cosa ci sia di diverso dai suoi molto più meritevoli film precedenti, se non che in questo film tutto risuona finto come l’incedere di una gamba di legno.
Ora mi si aprono due strade. Io potrei andare nel reparto armi di distruzioni di massa e devastare il film ― ci sono parecchi Moviers fra voi che amano particolarmente quando faccio la demolition woman, e anch’io, lo ammetto, provo un certo perfido gusto nello smontare certi film che promettono rose e poi, caini, offrono spine. E su “Julieta” potrei sbizzarrirmi.
Se prendete il film e lo strizzate, non ne uscirà una goccia di sentimento. È come quei limoni gnucchi, buoni solo a tonificarti i bicipiti sullo spremiagrumi, ma da cui non puoi aspettarti nemmeno una stilla di succo.
I tempi poi sono tutti sballati. Antia scompare e lo spettatore non sa nulla di lei, delle sue motivazioni. Ed è poco verosimile che il suo personaggio abbia tramato la sua vendetta ― ovvero sparire, a un certo punto, dalla vita della madre ― e abbia vissuto fino ai 20 anni comportandosi in maniera amorevole, come se niente fosse, senza lasciar trapelare nulla. Oppure, anche mettendo il caso che così fosse stato, ovvero che abbia tramato tutto, Almodovar avrebbe dovuto mostrarcelo, farci vedere questo lato del personaggio: gli spettatori non aspettano altro che imparare cose dall’emotività dei personaggi. Se tu, regista, le censuri, noi non impariamo nulla né sui personaggi, né per osmosi, su di noi, e non ci affezioniamo a loro. Ci sono poi delle inverosimiglianze cubitali: che Julieta incontri per caso per due volte la migliore amica della figlia nel giro di un paio di giorni, a Madrid ― non a Trentoville, Madrid ― be’ mi pare assai tirato per i capelli.
Hannah Arendt perdonerà se utilizzo impropriamente il titolo del suo capolavoro, ma a me piace molto ricorrervi quando vedo questo genere di film. La banalità del male. Cosa c’è di più scontato di mostrare una figlia che vuole vendicarsi della madre, e che poi si ravvede quando anche lei perde un figlio e decide di perdonarla?
Dicevo, i tempi sono sballati perché il finale (lieto) è una mela matura che ci piomba in testa così, dal nulla― e senza portare nessuna intuizione newtoniana, ahimé ― giusto perché è il novantesimo e l’arbitro sta per fischiare. Più che un ricongiungimento sensato tra madre e figlia, mi pare cucito all’ultimo, proprio per chiudere il film. La fretta, si sa, è cattiva consigliera, Pedro… Avresti potuto risparmiarti un film inutile, e soprattutto, risparmiarlo a noi.

Oddio ma mi rendo conto che ho finito per massacrare il film ― ecco dove finiscono i miei buoni propositi… Volevo risparmiarvi il pippone su “Julieta”, e investire le vostre energie nel vero film della settimana, “S is for Stanley”. E sono stata tanto tantissimo contenta di aver avuto con me degli estimatori del genere docu, la Vanilla, il D-Bridge, il The-Shoe-Must-Go-On e la Honorary Member Mic in sync da Vicenza, che con me hanno moltissimo apprezzato questa perla di film ma che dico perla, De Beers.
Come vi avevo accennato la volta scorsa, il docu racconta la storia vera di Emilio D’Alessandro, che ha servito Stanley Kubrick in qualità di tuttofare e autista dalla fine degli anni ’70 al 1999, anno in cui il regista morì. È Emilio, ormai ottantenne, a raccontarcela: il regista Infascelli lo intervista, ma sono le sue parole a fare il film, il suo fare pacato, quasi fanciullesco, e per bene. Capisco Infascelli, che ha fatto di Emilio ― e non del mito Stanley Kubrick ― il protagonista del suo film. Emilio ― lo vedeste ― è un essere umano umano, che ha dedicato tutta la sua vita a Stanley, ma non da fan che stravede per il mito e lo riverisce in tutto e per tutto. Emilio è mosso da un affetto, un caring sincero, verso quell’uomo pieno di nevrosi ― obbiettivamente Stanley è un tipo con PARECCHIE nevrosi, non stentiamo a crederlo, guardando i suoi film ― senza chiedere sostanzialmente nulla in cambio. Mette Stanley in primo piano nella sua vita, persino prima della famiglia, della moglie e dei figli, ma non per ricavarci qualcosa. Ma solo perché si sente davanti a un uomo che ha bisogno di lui. Cosa fai quando davanti a te hai uno che ha bisogno di te? Lo aiuti.
Questa assoluta mancanza di arrivismo o di ruffianeria da parte di Emilio, ci restituisce il ritratto di un uomo buono, semplice, buono. E quanto è bello, vedere un uomo così, e sentire storie così!
Certo, Stanley lo subissava di richieste in forma di pizzini ai limiti della follia… “Emilio, vai in merceria e fammi cambiare la cerniera del pullover”, “Emilio, ho visto che la cerniera del pullover ancora non funziona. Torna in merceria”, “Emilio, ci sono ancora dei problemi con la cerniera del pullover” (!) “Emilio, vammi a comprare l’affettato”. “Emilio, mi servono 3000 candele” (gli servivano per illuminare il set di “Barry Lindon”, unico film nella storia a godere della luce naturale e di quelle 3000 candele). “Emilio, comprami dieci termometri per misurare la temperatura della casa nei week-end” ― a cosa gli interessava, poi, la temperatura della casa nei weekend, lo sapeva solo lui…
La cosa buffa è che la prima commissione richiesta e svolta da questo italiano originario di Cassino e trasferito in UK per cercar fortuna, fu quella di trasportare sul suo taxi, il grosso fallo di plastica che compare in “Arancia meccanica” ― ve l’immaginate un fallo gigantesco caricato in un taxi, per le vie di Londra?! Commissione che Emilio svolge senza fare una piega, conquistandosi la fiducia di Stanley.
“S is for Stanley” porta alla luce un essere umano umano come Emilio ― prima parlavamo di umanità, ecco qui ne abbiamo 70 kg di esempio ― trasformando così in memoria collettiva una memoria privata. Ma il docu fa di più: lavora sulla memoria collettiva che tutti abbiamo di Kubrick ― il genio, il perfezionista, l’idiosincratico ― mostrandocelo nel suo quotidiano. È una piccola storia che entra in punta di piedi nella Storia, cambiandola un po’. Pertanto il risultato è doppio: svelamento del piccolo grande nascosto (Emilio), e svelamento del grande piccolo svelato (Stanley). Non è un caso che Kubrick sia “Stanley” nel film, a partire dallo stesso titolo ― è il lato “Stanley” che interessa al regista. Di Kubrick ne sappiamo già a palate.
Emilio accetta di condividere con noi e la posterità dei ricordi che altrimenti sarebbero rimasti nel suo universo personale-famigliare. Ma decide consciamente e coscienziosamente quali rivelare e quali tacere, e non c’è da parte di Infascilli, la morbosa bulimia del “tell me more”. Il regista si ferma ― così come i due si fermano fuori dal cancello di casa Kubrick, dopo la morte di Stanley ― e non costruisce un docu basato sul mero gossip, l’aneddotica spiccia da drogati voyeristi. Emilio non l’avrebbe mai permesso. E il rapporto di fiducia che s’instaura fra protagonista primo (Emilio), protagonista secondo (Stanley) e protagonista terzo (Infascelli) rende questo prodotto diverso e unico rispetto ai tanti documentari girati sui geni della cinematografia.
La relazione sui generis che i due sviluppano negli anni meritava davvero un film ― e un libro su cui il film è basato, “Stanley Kubrick e me. Trent’anni accanto a lui. Rivelazioni e cronache inedite dell’assistente personale di un genio”, edito da Il Saggiatore. Le rinunce e i sacrifici da parte di Emilio non si contano, sia sul piano famigliare ― Stanley strappava Emilio alla famiglia a tutte le ore, 7 giorni la settimana, 365 giorni all’anno ― ma anche legate alle passioni: Emilio avrebbe voluto diventare un pilota di macchine da corsa. Avrebbe avuto il talento per farlo, ma rinunciò per stare appresso a Stanley.
Aleggia ogni tanto nell’aria del docu lo spettro di un rapporto master-slave, di sfruttamento anche da parte di Kubrick, e la domanda di fondo: perché Emilio ha accettato di rinunciare alla sua vita per dedicarla a Stanley? Forse Emilio ― e qui risiede la sua grandezza ― ha percepito il bisogno di quest’uomo di potersi affidare a lui per realizzare i suoi capolavori. E semplicemente non ha potuto dire di no, né ha agito in maniera opportunistica, gettando la sua storia in pasto ai tabloid per ricavarne successo e soldi. Stanley, mente pazza ma certo non cieca, si rese conto di essersi impossessato della vita dell’uomo, e volle omaggiarlo attraverso il mezzo di cui disponeva: il cinema. E decise di inserirlo all’interno del suo ultimo film, “Eyes Wide Shut”. Tutti andremo a rivederlo, e noteremo che il personaggio del tabaccaio, è interpretato proprio da Emilio. Che la pizzeria sulla strada nella quale Tom Cruise va a ritirare mantello e maschera per l’orgia, si chiama “Da Emilio”. E se facciamo attenzione, ne scoveremo anche la moglie, nei panni di una passante. Quale gesto più grande, da parte di Stanley, se non quello di eternizzare l’amico e la sua amicizia, incidendola sulla pellicola di un capolavoro?
La parte finale è ad alto tasso commozione: Emilio decide di tornare a Cassino, e il distacco è duro da gestire da parte di entrambi. Soprattutto di Stanley. E sapete che succede? Emilio e la moglie ritornano in UK per aiutare il regista con il suo ultimo film! (Tre anni eh, non tre settimane…). Questa devozione, questo rapporto di autentico affetto, è un’assoluta rarità all’interno dello showbiz, in cui, generalmente, tutti sfruttano tutti.
Questa storia ci fa vedere che altro è possibile.
Poi ovviamente, se siete dei cinefili spinti, be’, troverete tutta una serie di riferimenti alla cinematografia kubrickiana che vi faranno strabuzzare gli occhi. Emilio apre la serranda del suo garage alla cinepresa di Infascielli, e le offre dei cimeli unici davanti ai quali si sogna. Il fischietto e il cappello del generale Hartmann di Full Metal Jacket, una delle maschere veneziane usate nell’orgia di Eyes Wide Shut e il cappotto&stetoscopio indossati da Tom Cruise, la mazza da baseball di Alex il Drugo, e chicca di tutte le chicche: il tappeto arancione sotto le poltrone di casa d’Alessandro a Cassino, viene direttamente dall’Overlook Hotel di “Shining”!
Se avete voglia di passare 80 minuti di storia del cinema, e tenerezza e commozione, procuratevi di corsa questo film. Please, please, please, do it!

E ora con rammarico, esco dalla storia del cinema…ma passo a proporvi un film niente male per la settimana

FIORE
di Claudio Giovannesi

Uno dei pochi film sbarcati a Cannes quest’anno e che ha fatto parlare bene di sé ― prendiamo sempre i giudizi con le pinze… Mi recherò in sala curiosa nei confronti di questa nuova attrice, una cameriera pescata in un bar e gettata nel film come facevano i Neorealisti… Pare essere talentuosissima. Voglio proprio vederla in azione…

E vi “chiedo un favore”: non azzardatevi a vedervi “The Neon Demon” del danese Nicolas Winding Refn senza di me. Voglio esserci! (E avete già capito qual è il Lez Muvi della prossima settimana… ;-))

E ora chiudo qui, oggi vi sono stata tra i piedi un bel po’, con tutte queste parole parole parole, e forse era meglio chiamare Mina.
A ogni modo, spero possiate perdonarmi, venire al cine martedì, fermarvi ASSOLUTAMENTE nel Maelstrom adesso, e accettare i miei ringraziamenti e i miei saluti, stasera, suffragistilistichespiralitosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dunque abbiamo ospitato il Festival dell’Economia in questi ultimi 3 giorni, un’edizione che ho trovato particolarmente felice e riuscita. “I luoghi della crescita” è stato un tema che ho molto azzeccato, in questo particolare momento storico in cui i luoghi sono motivo controverso ― pensate ai luoghi anelati/vietati dell’immigrazione, alle periferie, alle smart cities…
Ho avuto modo di vedere in anteprima un documentario che, thanks God, verrà distribuito ― anche se non so bene ne quando né come. Vi chiedo solo di segnarvelo. S’intitola “IN THE SAME BOAT” di Rudy Gnutti, una riflessione attraverso big del calibro di Zygmunt Baumann, Tony Atkinson, Serge Latouche, Erik Brynjolffson e Jose Pepe Mujica sul futuro ― inquietante ― che ci attende, con la tecnologia che ci rimpiazzerà, l’esaurimento delle risorse naturali del pianeta e un’economia che produce immani ricchezze ma che non sa redistribuire.
Mi sono portata a casa, con animo pensieroso, il caso dell’Isola di St Matthew. Conoscete?
St Matthew è un’isola deserta sperduta nel mare di Bering. Nel 1944, 29 renne furono introdotte sull’isola dalla Guardia Costiera degli Stati Uniti per fornire una fonte di cibo d’emergenza. La Guardia Costiera abbandonò l’isola pochi anni dopo, lasciando le renne, la cui popolazione, grazie a un habitat congeniale, crebbe talmente tanto da arrivare a circa 6.000 capi nel 1963.
Poi, nel 1965 crollò a 43 animali. Da 6000 a 43 animali nel giro di due anni.
Nel 1980, la popolazione delle renne era completamente estinta.
Sapete perché?
Le renne avevano razziato tutti gli alberi. Avevano finito tutto quanto.
Il fenomeno viene chiamato “morire di successo”.

Halloooo, mankind, vogliamo fare la fine delle renne dell’Isola di St Matthew???
Stiamo finendo tutto!

Ricordatevi questo film. “IN THE SAME BOAT”.
È lì che siamo.

FIORE: Carcere minorile. Daphne, detenuta per rapina, si innamora di Josh, anche lui giovane rapinatore. In carcere i maschi e le femmine non si possono incontrare e l’amore è vietato: la relazione di Daphne e Josh vive solo di sguardi da una cella all’altra, brevi conversazioni attraverso le sbarre e lettere clandestine. Il carcere non è più solo privazione della libertà ma diventa anche mancanza d’amore. FIORE è il racconto del desiderio d’amore di una ragazza adolescente e della forza di un sentimento che infrange ogni legge.

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