LET’S MOVIE 286 – propone FIORE e commenta JULIETA e S IS FOR STANLEY

LET’S MOVIE 286 – propone FIORE e commenta JULIETA e S IS FOR STANLEY

FIORE
di Claudio Giovannesi
Italia, 2016, ‘110
Martedì / Tuesday 7
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

1877 Moviers,

Fu in quell’anno che Anna Maria Mozzoni presentò la prima petizione per il voto politico alle donne. Ci vollero 70 anni prima di arrivare al voto. Questo 2 giugno abbiamo festeggiato i 70 anni dal voto e io ho pensato ad Anna Maria Mozzoni, che 140 anni prima aveva presentato questa lettera pazzesca in cui chiedeva, con un italiano pazzesco, questo: “avendo il Governo italiano promosso con ogni cura l’istruzione femminile e trovandoci noi, perciò, al giorno d’oggi, alla eguale portata intellettuale di una quantità di elettori che il legislatore dichiara capaci, stimiamo che nulla costi acché venga a noi pure accordato il voto politico, senza del quale i nostri interessi non sono tutelati ed i nostri bisogni rimangono ignoti. Fiduciose nella saviezza e giustizia dei legislatori, le sottoscritte insistono perché sia fatta ragione alla loro domanda.”
La fiducia dovette attendere, ma piano piano, ce la fecero, ‘ste benedette donne, donne benedette. E chissà se sapevano, le donne italiane, che le donne neozelandesi ottennero il diritto di voto nel 1893. E c’è un murales a Auckland, in Khartoum Place, dedicato a questo loro successo ― ora voi potreste dire, ok, ma quante erano le donne in Nuova Zelanda, nel 1893, quattro?? E sì, io assentirei, magari erano quattro di numero, ma almeno potevano tracciare quattro croci su quel maledetto foglietto.
Ricordo la milanesa Anna Maria Mozzoni per non citare le solite note. Perché fu lei, che per prima prese il coraggio e la stilo e scrisse ai deputati del governo. E ci vuole un cavolo di fegato, se permettete. Mi piace pensare a lei proprio in questi giorni grami, in cui le donne vengono barbarizzate. Ancora e sempre
Non mi piace il termine “femminicidio”. Penso che non sia necessario. Penso che un essere umano sia un essere umano e quando viene ucciso, l’umanità venga uccisa. Se il termine è utilizzato per distinguere la vittima di un omicidio ― l’infanticidio indica l’uccisione di un bambino, il parricidio del padre, il femminicidio di una donna ― allora lo accetto. Lo accetto come veicolo semantico. Ma non come potenziale momento discriminatorio. Fare un distinguo fra le vittime degli omicidi potrebbe portare a delle classifiche, con ammessi ed esclusi. Dovremmo inserire nella lingua anche il lesbicidio, l’omoomicidio, il transgender-icidio? Non serve. Oggi, dopo quello che è capitato a Sara, dobbiamo riflettere. Certo sulla sua uccisione, ma anche e soprattutto sull’omissione di soccorso. È questo che fa rabbrividire. Dov’è finita la nostra umanità? Dove siamo finiti?

Queste sono giornate piene di accadimenti fausti e infausti: i 70 anni dalla Repubblica, dal suffragio universale, la barbarie su un corpo di donna. Quindi perdonerete se ho abusato del vostro tempo e ho ritardato un po’ il momento faustissimo del cinema.
L’ho ritardato, in verità, anche perché la delusione annunciata su “Julieta” mi fa sbuffare ― di noia, più che di rabbia. Almodovar ha sempre questo modo prevedibile di raccontarti le storie. Il flash-back aiutato dalla redazione di un diario, nel quale la protagonista, in questo caso Julieta, ripercorre gli accadimenti della sua vita, in questo caso, la perdita del marito, il rancore che la figlia Antia cova nei suoi confronti, credendola responsabile della morte dell’amato padre, il suo distacco da lei, e il finale di riconciliazione. Non so cosa ci sia di diverso dai suoi molto più meritevoli film precedenti, se non che in questo film tutto risuona finto come l’incedere di una gamba di legno.
Ora mi si aprono due strade. Io potrei andare nel reparto armi di distruzioni di massa e devastare il film ― ci sono parecchi Moviers fra voi che amano particolarmente quando faccio la demolition woman, e anch’io, lo ammetto, provo un certo perfido gusto nello smontare certi film che promettono rose e poi, caini, offrono spine. E su “Julieta” potrei sbizzarrirmi.
Se prendete il film e lo strizzate, non ne uscirà una goccia di sentimento. È come quei limoni gnucchi, buoni solo a tonificarti i bicipiti sullo spremiagrumi, ma da cui non puoi aspettarti nemmeno una stilla di succo.
I tempi poi sono tutti sballati. Antia scompare e lo spettatore non sa nulla di lei, delle sue motivazioni. Ed è poco verosimile che il suo personaggio abbia tramato la sua vendetta ― ovvero sparire, a un certo punto, dalla vita della madre ― e abbia vissuto fino ai 20 anni comportandosi in maniera amorevole, come se niente fosse, senza lasciar trapelare nulla. Oppure, anche mettendo il caso che così fosse stato, ovvero che abbia tramato tutto, Almodovar avrebbe dovuto mostrarcelo, farci vedere questo lato del personaggio: gli spettatori non aspettano altro che imparare cose dall’emotività dei personaggi. Se tu, regista, le censuri, noi non impariamo nulla né sui personaggi, né per osmosi, su di noi, e non ci affezioniamo a loro. Ci sono poi delle inverosimiglianze cubitali: che Julieta incontri per caso per due volte la migliore amica della figlia nel giro di un paio di giorni, a Madrid ― non a Trentoville, Madrid ― be’ mi pare assai tirato per i capelli.
Hannah Arendt perdonerà se utilizzo impropriamente il titolo del suo capolavoro, ma a me piace molto ricorrervi quando vedo questo genere di film. La banalità del male. Cosa c’è di più scontato di mostrare una figlia che vuole vendicarsi della madre, e che poi si ravvede quando anche lei perde un figlio e decide di perdonarla?
Dicevo, i tempi sono sballati perché il finale (lieto) è una mela matura che ci piomba in testa così, dal nulla― e senza portare nessuna intuizione newtoniana, ahimé ― giusto perché è il novantesimo e l’arbitro sta per fischiare. Più che un ricongiungimento sensato tra madre e figlia, mi pare cucito all’ultimo, proprio per chiudere il film. La fretta, si sa, è cattiva consigliera, Pedro… Avresti potuto risparmiarti un film inutile, e soprattutto, risparmiarlo a noi.

Oddio ma mi rendo conto che ho finito per massacrare il film ― ecco dove finiscono i miei buoni propositi… Volevo risparmiarvi il pippone su “Julieta”, e investire le vostre energie nel vero film della settimana, “S is for Stanley”. E sono stata tanto tantissimo contenta di aver avuto con me degli estimatori del genere docu, la Vanilla, il D-Bridge, il The-Shoe-Must-Go-On e la Honorary Member Mic in sync da Vicenza, che con me hanno moltissimo apprezzato questa perla di film ma che dico perla, De Beers.
Come vi avevo accennato la volta scorsa, il docu racconta la storia vera di Emilio D’Alessandro, che ha servito Stanley Kubrick in qualità di tuttofare e autista dalla fine degli anni ’70 al 1999, anno in cui il regista morì. È Emilio, ormai ottantenne, a raccontarcela: il regista Infascelli lo intervista, ma sono le sue parole a fare il film, il suo fare pacato, quasi fanciullesco, e per bene. Capisco Infascelli, che ha fatto di Emilio ― e non del mito Stanley Kubrick ― il protagonista del suo film. Emilio ― lo vedeste ― è un essere umano umano, che ha dedicato tutta la sua vita a Stanley, ma non da fan che stravede per il mito e lo riverisce in tutto e per tutto. Emilio è mosso da un affetto, un caring sincero, verso quell’uomo pieno di nevrosi ― obbiettivamente Stanley è un tipo con PARECCHIE nevrosi, non stentiamo a crederlo, guardando i suoi film ― senza chiedere sostanzialmente nulla in cambio. Mette Stanley in primo piano nella sua vita, persino prima della famiglia, della moglie e dei figli, ma non per ricavarci qualcosa. Ma solo perché si sente davanti a un uomo che ha bisogno di lui. Cosa fai quando davanti a te hai uno che ha bisogno di te? Lo aiuti.
Questa assoluta mancanza di arrivismo o di ruffianeria da parte di Emilio, ci restituisce il ritratto di un uomo buono, semplice, buono. E quanto è bello, vedere un uomo così, e sentire storie così!
Certo, Stanley lo subissava di richieste in forma di pizzini ai limiti della follia… “Emilio, vai in merceria e fammi cambiare la cerniera del pullover”, “Emilio, ho visto che la cerniera del pullover ancora non funziona. Torna in merceria”, “Emilio, ci sono ancora dei problemi con la cerniera del pullover” (!) “Emilio, vammi a comprare l’affettato”. “Emilio, mi servono 3000 candele” (gli servivano per illuminare il set di “Barry Lindon”, unico film nella storia a godere della luce naturale e di quelle 3000 candele). “Emilio, comprami dieci termometri per misurare la temperatura della casa nei week-end” ― a cosa gli interessava, poi, la temperatura della casa nei weekend, lo sapeva solo lui…
La cosa buffa è che la prima commissione richiesta e svolta da questo italiano originario di Cassino e trasferito in UK per cercar fortuna, fu quella di trasportare sul suo taxi, il grosso fallo di plastica che compare in “Arancia meccanica” ― ve l’immaginate un fallo gigantesco caricato in un taxi, per le vie di Londra?! Commissione che Emilio svolge senza fare una piega, conquistandosi la fiducia di Stanley.
“S is for Stanley” porta alla luce un essere umano umano come Emilio ― prima parlavamo di umanità, ecco qui ne abbiamo 70 kg di esempio ― trasformando così in memoria collettiva una memoria privata. Ma il docu fa di più: lavora sulla memoria collettiva che tutti abbiamo di Kubrick ― il genio, il perfezionista, l’idiosincratico ― mostrandocelo nel suo quotidiano. È una piccola storia che entra in punta di piedi nella Storia, cambiandola un po’. Pertanto il risultato è doppio: svelamento del piccolo grande nascosto (Emilio), e svelamento del grande piccolo svelato (Stanley). Non è un caso che Kubrick sia “Stanley” nel film, a partire dallo stesso titolo ― è il lato “Stanley” che interessa al regista. Di Kubrick ne sappiamo già a palate.
Emilio accetta di condividere con noi e la posterità dei ricordi che altrimenti sarebbero rimasti nel suo universo personale-famigliare. Ma decide consciamente e coscienziosamente quali rivelare e quali tacere, e non c’è da parte di Infascilli, la morbosa bulimia del “tell me more”. Il regista si ferma ― così come i due si fermano fuori dal cancello di casa Kubrick, dopo la morte di Stanley ― e non costruisce un docu basato sul mero gossip, l’aneddotica spiccia da drogati voyeristi. Emilio non l’avrebbe mai permesso. E il rapporto di fiducia che s’instaura fra protagonista primo (Emilio), protagonista secondo (Stanley) e protagonista terzo (Infascelli) rende questo prodotto diverso e unico rispetto ai tanti documentari girati sui geni della cinematografia.
La relazione sui generis che i due sviluppano negli anni meritava davvero un film ― e un libro su cui il film è basato, “Stanley Kubrick e me. Trent’anni accanto a lui. Rivelazioni e cronache inedite dell’assistente personale di un genio”, edito da Il Saggiatore. Le rinunce e i sacrifici da parte di Emilio non si contano, sia sul piano famigliare ― Stanley strappava Emilio alla famiglia a tutte le ore, 7 giorni la settimana, 365 giorni all’anno ― ma anche legate alle passioni: Emilio avrebbe voluto diventare un pilota di macchine da corsa. Avrebbe avuto il talento per farlo, ma rinunciò per stare appresso a Stanley.
Aleggia ogni tanto nell’aria del docu lo spettro di un rapporto master-slave, di sfruttamento anche da parte di Kubrick, e la domanda di fondo: perché Emilio ha accettato di rinunciare alla sua vita per dedicarla a Stanley? Forse Emilio ― e qui risiede la sua grandezza ― ha percepito il bisogno di quest’uomo di potersi affidare a lui per realizzare i suoi capolavori. E semplicemente non ha potuto dire di no, né ha agito in maniera opportunistica, gettando la sua storia in pasto ai tabloid per ricavarne successo e soldi. Stanley, mente pazza ma certo non cieca, si rese conto di essersi impossessato della vita dell’uomo, e volle omaggiarlo attraverso il mezzo di cui disponeva: il cinema. E decise di inserirlo all’interno del suo ultimo film, “Eyes Wide Shut”. Tutti andremo a rivederlo, e noteremo che il personaggio del tabaccaio, è interpretato proprio da Emilio. Che la pizzeria sulla strada nella quale Tom Cruise va a ritirare mantello e maschera per l’orgia, si chiama “Da Emilio”. E se facciamo attenzione, ne scoveremo anche la moglie, nei panni di una passante. Quale gesto più grande, da parte di Stanley, se non quello di eternizzare l’amico e la sua amicizia, incidendola sulla pellicola di un capolavoro?
La parte finale è ad alto tasso commozione: Emilio decide di tornare a Cassino, e il distacco è duro da gestire da parte di entrambi. Soprattutto di Stanley. E sapete che succede? Emilio e la moglie ritornano in UK per aiutare il regista con il suo ultimo film! (Tre anni eh, non tre settimane…). Questa devozione, questo rapporto di autentico affetto, è un’assoluta rarità all’interno dello showbiz, in cui, generalmente, tutti sfruttano tutti.
Questa storia ci fa vedere che altro è possibile.
Poi ovviamente, se siete dei cinefili spinti, be’, troverete tutta una serie di riferimenti alla cinematografia kubrickiana che vi faranno strabuzzare gli occhi. Emilio apre la serranda del suo garage alla cinepresa di Infascielli, e le offre dei cimeli unici davanti ai quali si sogna. Il fischietto e il cappello del generale Hartmann di Full Metal Jacket, una delle maschere veneziane usate nell’orgia di Eyes Wide Shut e il cappotto&stetoscopio indossati da Tom Cruise, la mazza da baseball di Alex il Drugo, e chicca di tutte le chicche: il tappeto arancione sotto le poltrone di casa d’Alessandro a Cassino, viene direttamente dall’Overlook Hotel di “Shining”!
Se avete voglia di passare 80 minuti di storia del cinema, e tenerezza e commozione, procuratevi di corsa questo film. Please, please, please, do it!

E ora con rammarico, esco dalla storia del cinema…ma passo a proporvi un film niente male per la settimana

FIORE
di Claudio Giovannesi

Uno dei pochi film sbarcati a Cannes quest’anno e che ha fatto parlare bene di sé ― prendiamo sempre i giudizi con le pinze… Mi recherò in sala curiosa nei confronti di questa nuova attrice, una cameriera pescata in un bar e gettata nel film come facevano i Neorealisti… Pare essere talentuosissima. Voglio proprio vederla in azione…

E vi “chiedo un favore”: non azzardatevi a vedervi “The Neon Demon” del danese Nicolas Winding Refn senza di me. Voglio esserci! (E avete già capito qual è il Lez Muvi della prossima settimana… ;-))

E ora chiudo qui, oggi vi sono stata tra i piedi un bel po’, con tutte queste parole parole parole, e forse era meglio chiamare Mina.
A ogni modo, spero possiate perdonarmi, venire al cine martedì, fermarvi ASSOLUTAMENTE nel Maelstrom adesso, e accettare i miei ringraziamenti e i miei saluti, stasera, suffragistilistichespiralitosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dunque abbiamo ospitato il Festival dell’Economia in questi ultimi 3 giorni, un’edizione che ho trovato particolarmente felice e riuscita. “I luoghi della crescita” è stato un tema che ho molto azzeccato, in questo particolare momento storico in cui i luoghi sono motivo controverso ― pensate ai luoghi anelati/vietati dell’immigrazione, alle periferie, alle smart cities…
Ho avuto modo di vedere in anteprima un documentario che, thanks God, verrà distribuito ― anche se non so bene ne quando né come. Vi chiedo solo di segnarvelo. S’intitola “IN THE SAME BOAT” di Rudy Gnutti, una riflessione attraverso big del calibro di Zygmunt Baumann, Tony Atkinson, Serge Latouche, Erik Brynjolffson e Jose Pepe Mujica sul futuro ― inquietante ― che ci attende, con la tecnologia che ci rimpiazzerà, l’esaurimento delle risorse naturali del pianeta e un’economia che produce immani ricchezze ma che non sa redistribuire.
Mi sono portata a casa, con animo pensieroso, il caso dell’Isola di St Matthew. Conoscete?
St Matthew è un’isola deserta sperduta nel mare di Bering. Nel 1944, 29 renne furono introdotte sull’isola dalla Guardia Costiera degli Stati Uniti per fornire una fonte di cibo d’emergenza. La Guardia Costiera abbandonò l’isola pochi anni dopo, lasciando le renne, la cui popolazione, grazie a un habitat congeniale, crebbe talmente tanto da arrivare a circa 6.000 capi nel 1963.
Poi, nel 1965 crollò a 43 animali. Da 6000 a 43 animali nel giro di due anni.
Nel 1980, la popolazione delle renne era completamente estinta.
Sapete perché?
Le renne avevano razziato tutti gli alberi. Avevano finito tutto quanto.
Il fenomeno viene chiamato “morire di successo”.

Halloooo, mankind, vogliamo fare la fine delle renne dell’Isola di St Matthew???
Stiamo finendo tutto!

Ricordatevi questo film. “IN THE SAME BOAT”.
È lì che siamo.

FIORE: Carcere minorile. Daphne, detenuta per rapina, si innamora di Josh, anche lui giovane rapinatore. In carcere i maschi e le femmine non si possono incontrare e l’amore è vietato: la relazione di Daphne e Josh vive solo di sguardi da una cella all’altra, brevi conversazioni attraverso le sbarre e lettere clandestine. Il carcere non è più solo privazione della libertà ma diventa anche mancanza d’amore. FIORE è il racconto del desiderio d’amore di una ragazza adolescente e della forza di un sentimento che infrange ogni legge.

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