LET’S MOVIE 288 propone NICE GUYS e commenta THE NEON DEMON

LET’S MOVIE 288 propone NICE GUYS e commenta THE NEON DEMON

NICE GUYS
di Shane Black
USA, 2016, ‘98
Lunedì 20 / Monday 20
22:00 / 10 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Victoria
Ingresso 5 Euri

Floating Fellows,

Avrei una sporta piena di questioni impellenti da riversare su questo tavolo domenicale. Una guardia giurata con del farneticante nel cervello, entra in un Seven-Eleven di Orlando e, insieme a birra e patatine, si compra anche fucile e pistola, e poi entra in un bar e realizza il sogno di tanti mentecatti omofobi terroristi. La moglie sapeva tutto e non ha detto niente.
Il candidato alle Presidenziali Donald Duck se la prende con la sbadataggine degli avventori del bar: se anche loro avessero avuto la loro brava Beretta con sé, le cose sarebbero andate diversamente. Certo Donald, armi pari, altrimenti che Far West è?
Poi naturalmente la beatificazione di un ex premier che si sottopone a un intervento, e la telecronaca minuto per minuto del pre, del durante e del post perché ormai tutto è un potenziale reality, anche un intervento di un ex premier come LUI, e i giornalisti dimenticano tutto e sbavano dietro il dettaglio morboso con la lingua penzoloni e la fregola a mille.
E poi ci sarebbe anche da parlare della Borsa che crolla davanti allo spettro Brexit, e il fenomeno per cui un’altra borsa ― la Birkin ― non crolla mai, ma mai mai, anzi, se n’è appena venduta una per 300.000 dollari. E io mi dico va bene il collezionismo, ma le liste d’attesa anche di sei anni e più per averne una, quelle, vanno bene? Dovrei ringraziare il superlusso che fa circolare i capitali, oppure fare l’etica utopica e boicottare in qualche modo Hermès?

Invece guardate, tengo tutto ben chiuso nella sporta e preferisco guardare dalle parti del bresciano, per la precisione Sulzano, sul lago d’Iseo, dove il land-artist Christo ― l’avrete sentito ― ha realizzato un’opera che ha del miracoloso. E lo dico sia per la quota sacra che l’artista si porta nel nome, sia per l’opera in sé, The Floating Piers, http://www.thefloatingpiers.com/.
Christo ― quello che ha impacchettato il Reichstag a Berlino e la Porta Pinciana a Roma, per capirci ― ha posato 4,5 km di passerelle galleggianti sull’acqua del lago d’Iseo, collegando Sulzano, Monte Isola e l’Isola di San Paolo. L’ha ricoperto di un tessuto giallo zafferano ― zafferano dei pistilli, non di risotto ― e ha invitato tutti a provare la sensazione di camminare sulle acque. L’istallazione è stata inaugurata ieri e verrà smontata il 3 luglio, quindi abbiamo due settimane per ripetere l’esperienza del lago di Tiberiade.
Naturalmente i miei occhi sbrilluccicano tutti: quest’opera non è solo suggestiva in sé ― camminare sull’acqua equivale a volare ― ma dimostra quanto l’arte sia il vero ambito in cui investire ― basta start-up e information technology! Tutte le strutture ricettive della zona sono sold-out e si prevedono oltre 1 milione di visitatori ― con le solite “ricadute positive sul territorio”. Certo sarebbe stato molto fico che Christo avesse scelto il Lago di Garda ― anche per dimostrare che oltre la Notte di Fiaba ci sarebbe di più. Ma poco importa. Io non mi faccio toccare dalle polemiche ― si grida alla disorganizzazione ma le malelingue, si sa, sibilano sempre in questo genere di eventi ― e voglio assolutamente farmi quattro passi sull’oro e sull’acqua. E spero che anche voi non vi lasciate scappare l’occasione. Qui trovate tutte le info pratiche http://www.iseolake.info/it/eventi/the-floating-piers#progetto  😉

E vedete “The Neon Demon” cade a pennello, essendo un’opera d’arte…
Martedì temevo la solitudine di “Marco se n’è andato e non ritorna più”, e invece laVanilla e il D-Bridge si sono materializzati al cine molto prima della solita ritardataria me, e insieme abbiamo affrontato questo trip senza pari che è il film di Nicolas Winding Refn. Conoscendo il regista per “Drive”, avevo il sentore che la storia non sarebbe stata “la solita storia” e che le modalità con cui l’avrebbe raccontata si sarebbero parimenti discostate del già visto, già dato, già passato next, please. Ma certo ci sono livelli e livelli d’innovazione, e uno ci va cauto, si aspetta il 3-4% sul totale girato: il 96-98% ― il valore d’innovazione di “The Neon Demon” ― è una quota da capagira.
Io sono uscita dalla sala ― e ho i miei due Moviers per testimoni ― come se mi fossi appena fatta di qualche sostanza stupefacente. Stupefacente nel senso di magnifica, onirica, non psicotropa con deriva lisergica eh.

Jesse è uno spettacolo di sedicenne che lascia la Georgia ai suoi redneck e si trasferisce a Los Angeles, in cerca di fortuna nella moda. Se siete degli estimatori del cinema lynchiano, non faticherete a trovare una somiglianza con la Betty di Mulholland Drive, anche lei innocente che lascia la campagna per la Città degli Angeli con l’obbiettivo di sfondare a Hollywood. Ed entrambe finiscono dentro un viaggio da incubo in cui perderanno non solo l’innocenza…
Jesse ha qualcosa di speciale. “Una luce”, come dice una truccatrice lesbica con cui stringerà amicizia. È una bellezza autentica, che si distingue dalle bambole fatte, rifatte ― e strafatte ― che bazzicano il mondo del fashion. E di questa sua luce si accorgono tutti. Modelle, agenti, fotografi, stilisti, tutti.
Il film sviscera in maniera allegorica e profondamente articolata il percorso verso l’oblio e la distruzione a cui porta l’esaltazione/ossessione della bellezza in un ambiente come quello della moda. Jesse è oggetto d’invidia da parte delle modelle “mediocri” che le stanno intorno: tutte vogliono essere come lei, essere lei, avere quella luce pura che fa di lei una Birkin in mezzo a uno stuolo di Carpisa.

E proprio la luce è la chiave d’interpretazione e di accesso al senso del film. In un ambiente illuminato dall’artificialità ― quindi neon ― e riflettori e spotlight, la luce di Jesse che spicca sopra tutto, è concupita in maniera morbosa e criminale, ma è anche, e perversamente, fonte della rovina della stessa ragazza. Nel momento in cui lei si rende conto di esercitare questo immenso potere sugli altri, si trasforma. E nell’iconografia voltaica che il regista Refn sceglie, la luce azzurra di quel triangolo luminoso che Jesse incontra ― e che simboleggia, come dicevamo, l’artificialità di quel mondo ― si fa rossa, come il sangue. Sangue finto, come quello che la ricopre nel suo primo servizio fotografico in apertura al film, e sangue vero, come quello che scorrerà dal suo corpo e che abbevererà le wanna-be che sperano di essere come lei.
Eh già, perché il film, Moviers, nella seconda metà assume delle tinte horror che farebbero impazzire il caro D(i)ario Argento. Jesse fa troppa gola. E le mediocri, nel loro delirio di successfulness, credono che interiorizzandola, fagocitando una parte di lei ― sangue e occhi in modo particolare ― permetterebbe loro di essere lei. Pertanto la tolgono di mezzo.
In realtà, scopriranno e scopriremo che non è così facile, togliere di mezzo la bellezza genuina: diciamo che rimane indigesta ― se decidete di cibarvi di qualcuno, vedete di evitare i bulbi oculari: tendono a stare sullo stomaco… E “The Neon Demon” propone una conclusione/visione spietata e lucida sull’abuso contemporaneo dell’apparire. Alla fine è la bellezza finta, posticcia ― ovvero la modella mediocre ― che vince, realizza il servizio fotografico e occuperà le copertine.
Il film si chiude con una panoramica kubrickiana su una terra desolata e scabra, rimando tanto concreto quanto allegorico ed efficacissimo a un futuro di aridità: se coltiviamo l’oggi con questo tipo di credo/azioni, il domani che ci attende non può essere che questo: una landa brulla, priva di umanità, su cui non spunta nulla, se non un corpo finto e criminale come quello della modellaccia mediocre.

Ciò che lascia stupefatti, di questo film, è la totale originalità del linguaggio allegorico costruito dal regista. Tutto è molto evocato, più che detto esplicitamente. Eppure non ho trovato nulla di fumoso o poco chiaro. Tutto si lega in maniera coerente, assolutamente non didattico, prevedibile o didascalico.
Un esempio è il ricorso ad immagini che richiamano l’aggressività. Una sera Jesse, rincasando nel suo squallido motel di Pasadina, trova un giaguaro ad attenderla in camera. WTF ― che sta per What The Fu*k! ― esclamiamo noialtri spettatori. Checcifa un giaguaro in una camera da letto?! Non te l’aspetti.
Ecco, se fate attenzione, noterete che felini imbalsamati sono presenti in molti luoghi del film, così come presenti sono le immagini che rinviano al braccare, all’assalto. C’è una scena da pelle d’oca ― e qui l’influenza di Lynch è chiarissima ― in cui vedete delle unghie/artigli che spingono dall’interno della tappezzeria della camera, come se volessero bucarla e attentare a Jesse.

La bellezza è, ovviamente, centrale, ma si accompagna sempre a immagini volutamente ambigue e ambivalenti. La stessa Jesse non è l’angelo che immaginate. La bellezza in sé è come la natura, come la verità e l’etica ― è buona nell’in sé. Ma il potere che essa genera nel corpo di chi la possiede e la agisce, specie in un contesto che trae profitti ― enormi profitti ― dallo sfruttamento dell’apparire, fa letteralmente girare la testa al portatore di bellezza. E infatti Jesse passa da uno stato di inconsapevolezza a uno stato di consapevolezza e, come dicevamo, cambia. Cambia il suo atteggiamento nei confronti del tenero ragazzo che l’ha aiutata appena arrivata a Los Angeles, e le permette anche di comprendere ciò che le diceva la madre quando era piccola. “Sei pericolosa”, le diceva. E in effetti, i portatori di bellezza lo sono proprio per quel grande potere che si ritrovano per le mani. Jesse porta in sé il demone (daimon) della bellezza, e di converso le mediocri modelle che la invidiano sono delle vampire, letteralmente pronte a fare il pieno del suo sangue (la sua sostanza vitale) per poter vivere, esistere, essere visibili nel giorno dello showbiz, e non sparire al crepuscolo…
La riflessione su questo argomento è pertanto trattata in maniera composita e in tutta la sua contraddittorietà, e supera le già calcolate equazioni di bello=innocente=buono. La bellezza si lega qui a doppio filo con la morte e con le perversioni che le girano attorno. Non è un caso che l’amica truccatrice si chiuda a chiave nell’obitorio e approfitti di un cadavere di giovane donna. Refn è coraggioso anche in questo: sfida il tabù della necrofilia e fa vedere ciò che non si può vedere, sintetizzando in un’unica potente scena, bellezza perduta (=il corpo deturpato della morta), l’eros oltre il confine (il desiderio di un corpo privo di vita quando il corpo in vita è negato ― la notte precedente Jesse ha rifiutato le sue avances), la morte (materializzata sul lettino). Trovo che questa scena sia centrale, assolutamente necessaria per esprimere la visione che il regista ha di questa società: una società malata che pratica trasfert dalla mattina alla sera ― la truccatrice si rifa sul cadavere per compensare al rifiuto di Jesse ― e che è vittima senza speranza di ogni sorta di dipendenze. Dall’apparire al piacere, dalla ricchezza ostenta al botox. E c’è un giudizio, forte, su questo, da parte del regista ― finalmente uno che prende posizioni. Ma il suo non è uno sguardo beghino, né sensazionalistico o redentivo ― non c’è il giustizionalismo del giustiziere della notte, e non c’è la volontà di trovare delle soluzioni. C’è solo lo spietato, and again lucidissimo, stato dell’arte delle cose tradotto in un’allegoria che non sarà scalfita dal tempo. “The Neon Demon” è come un quadro di Hieronymus Bosch, oppure quei memento mori post-medievali, o i mystery plays del ‘400-500 in cui l’uomo veniva rappresentato a confronto con temi quali l’idea della morte, della solitudine, della caducità delle cose terrene, e nella lotta tra il bene e il male per il possesso dell’anima dell’uomo.
Di qui l’effetto ipnotico che il film emana dal primo all’ultimo minuto. Sei stregato da questa storia che, ti rendi conto, non parla semplicemente della bella campagnola che scappa dalla campagna ― la vita l’amore e le vacche ― arriva nella metropoli, fa fortuna e ne paga il prezzo.  E rimani avvinto fino alla fine, legato da una specie d’incantesimo che ti tiene gli occhi incollati allo schermo, il desiderio e il timore di vedere come va a finire. Visto che questo racconto, in fondo, parla di noi molto più di quello che possiamo immaginare…

Oltre che essere un profondo conoscitore dei meccanismi scenici, Nicolas Winding Refn è anche un esteta. Lo si vede da come costruisce certe scene ― prendete quella del casting fotografico: una ventina di donne mozzafiato sedute in lingerie e tacchi mentre attendono il verdetto “you are in, no you are out” per lo shooting del servizio. Non c’è l’ombra della volgarità, ma non c’è nemmeno l’asettico virtuosismo di Sorrentino. Tutto è essenziale, lo spettatore lo sente, ed è questo che distingue Refn dal regista di “La grande bellezza”: l’assoluta necessità di quella scena di quella durata in quel momento, e non l’asservimento e il capo chino alla mera portata estetica di una scena che, lo sappiamo, infarciscono l’ultimo cinema sorrentiniano. La stessa immagine d’apertura, che poi è il primo servizio fotografico di Jesse, non è altro che la premonizione della fine che farà la ragazza: una bellezza sgozzata e sanguinante, un agnello sacrificale, il corpo scomposto su un divanetto ―così come sarà il suo sul fondo della piscina vuota dove le mediocri la getteranno ― e il viso perfetto, bellissimo, iperglitterato, da bimba e bambola.

Oltre a Lynch, “The Neon Demon” si avvicina anche alla cinematografia danese contemporanea, a cui Refn appartiene. C’è qualcosa che lega indissolubilmente il film a Nymphomaniac ― forse i risvolti molto brutti che il bello comporta. E senz’altro la capacità di stupire e provocare in maniera intelligente, nuova, non etichettabile, come fa sempre Von Trier.
In ultimo, l’effetto mesmerizzante è garantito anche da una riuscitissima musica ― del newyorkese Cliff Martinez ― tra lo psichedelico, l’elettronico e il tribale, con delle sonorità da preistoria contemporanea dove le 21enni sono considerate vecchie, e dove tutto sembra fondarsi su un insanabile ossimoro, un concetto espresso da un fotografo: “La bellezza non è l’unica cosa. È tutto”… Infatti la colonna sonora si è aggiudicata il Cannes Soundtrack Award”, premio alla migliore colonna sonora.
Anche il suo film precedente, “Drive”, si era avvalso di una colonna sonora azzeccata, e questo conferma la consapevolezza di Refn che l’aspetto visivo è fondamentale, ma non può prescindere da quello sonoro. E quanto a “Drive”, ritroverete in “The Neon Demon” lo stesso approccio di parlato scarno, lo stesso trattamento del tempo, che predilige lo slow-motion alle sveltine degli action movies che esauriscono il bello in due, tre scene madri e poi non fai che guardare l’orologio per fuggire dalla sala…
Quindi, se siete amanti spinti del cinema di qualità e volete imbarcarvi in un viaggio tra bellezza e paura, orrore e piacere, vi prego, VI PREGO, non perdetevi “The Neon Demon”. Credo sarà l’ultima prelibatezza prima del digiuno estivo.

E questa settimana un film che voglio vedere da un po’ e che propongo, anche, per esclusione

NICE GUYS
di Shane Black

Ora, io so che non sarà il film dell’anno. Perdipiù arrivo dal capolavoro “The Neon Demon”, figuratevi…
Però, ci sono molti però.

  • Il film è stato presentato a Cannes ed è piaciuto persino a quei critici tignosi che alzano il nasino se un film dura meno di 4 ore e non ha almeno una tigre Tamil come regista e un nord-coreano come sceneggiatore.
  • La coppia Crow-Gosling sembra funzionare molto bene e far ridere. Naturalmente Gosling è “quando la bellezza sposa il talento” ― peccato poi che abbia pure sposato Eva Mendez.
  • Non scordiamo che una commedia non si vedeva in Let’s Movie sin dai tempi di Buster Keaton… Quindi forse, è ora di un po’ di entertainment 😉
  • E poi, e ve lo confesso, ho avuto la sfortuna di leggere quattro righe sul film con Penelope Cruz che si contendeva il Let’s Movie della settimana ― “Ma ma – tutto andrà bene”. Ve le riporto per correttezza nel Maelstrom, così capirete anche voi che NON s’aveva da fare, e che un film del genere, il vegetarian Board, avrebbe finito per passarlo nel tritacarne della cucina lezmuviana…

E ora, dopo aver solitamente abusato del vostro tempo mi defilo, ma non prima di avervi detto che la settimana prossima lancerò una sorpresa di quelle, ma di quelle, che sette giorni di attesa sono più che doverosi… Stay tuned! 😉

E ora Maelstrom, riassunto ― solo per i dipendenti da riassunti ― ringraziamenti e saluti, oggi, flottantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Sentite qua cos’è “Ma Ma – tutto andrà bene”… “Magda è una giovane madre coraggiosa e risoluta che si trova ad affrontare una delle sfide più difficili quando le viene diagnosticato un tumore al seno. Recentemente abbandonata dal marito, può però contare sull’affetto di Arturo, talent-scout del Real Madrid conosciuto per caso proprio nel giorno in cui le hanno comunicato la diagnosi. Il legame tra i due si rafforza sempre più e, proprio quando la salute di lei sembra peggiorare irrimediabilmente, si accende una luce di speranza nella meravigliosa occasione di una nuova maternità.”

Difficile farsi venire in mente un anello da aggiungere a una simile catena di disgrazie, vero? 🙁
No, in Let’s Movie non s’ha proprio da fare…

NICE GUYS: Nella Los Angeles degli anni ’70, libertina, stravagante e decisamente trendy, un investigatore privato, Holland March, e un detective senza scrupoli, Jackson Healy, si alleano per risolvere il caso di una ragazza scomparsa e la morte di una porno star che apparentemente non sembrerebbero correlate: scopriranno che un semplice omicidio nasconde il caso del secolo!

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