Posts made in luglio, 2016

LET’S MOVIE 292 propone IT FOLLOWS, commenta 99 HOMES e annuncia il Summertime :-)

LET’S MOVIE 292 propone IT FOLLOWS, commenta 99 HOMES e annuncia il Summertime :-)

IT FOLLOWS
di David Robert Mitchell
USA, 2016, ‘96
Lunedì 18 / Monday 18
21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria
Ingresso 5 Euri

 

Festa Mobile Fellows Moviers,

In questa estate balorda in cui le elezioni in Austria sono state bocciate e rimandate a settembre; in cui il presidente del Canada viene confermato l’uomo che tutti gli stati e tutte le donne dovrebbero avere nel proprio Palazzo del Quirinale e nel proprio salotto; in cui ripiombiamo a Selma, 1965, i bianchi e i neri sempre in lotta come in una partita a scacchi, la violenza al posto dell’arguzia; in cui cadiamo anacronisticamente come mosche su una tratta ferroviaria, ripiombando in pieno ‘800; in cui un tir trafigge il cuore di una festa, porta via la vita a 84 persone e l’ipotesi che la Francia possa svegliarsi da un incubo cominciato a Charlie Hebdo, continuato al Bataclan e ora rinnovato a Nizza; in quest’estate fredda come un morto scopro cose minori che nella mia testa tendono a lievitare e diventare decisamente maggiori.

L’autobiografia di Hemingway sta accompagnando i miei giorni come un’ammiratrice discreta, ma sempre presente. Considerate che Earnest mi è sempre stato molto ma molto indigesto… Per fortuna la mente è un fiore e se le dai il modo di aprirsi, lei ti ripaga in modi coloratissimi.
Sentite qua.
Negli anni ’20 Hemingway stava di base a Parigi. Un giorno la moglie doveva raggiungerlo in treno a Losanna e portargli i suoi manoscritti inediti. Arraffò tutto quanto, gli originali battuti a macchina e le copie carbone ― prima di Word funzionava così ― fra cui un romanzo fatto e finito, e buttò i plichi dentro una valigia. Tutto quanto.
Alla Gare de Lyon, qualcuno gliela rubò.
Shock.
Non fu mai più ritrovata. Manoscritti, romanzo, valore incalcolabile. Tutto perduto.
Shock shock.
Non vi si gela il sangue nelle vene??
All’inizio gli era gelato, a Hemingway ― immaginate. Poi però sapete, lui era un tipo che, in quella fase dannunziana della sua vita, non si lasciava fermare da nessuno, figurarsi da un furto: si rimise al lavoro e superò il momento.
Il mio sangue ha impiegato un po’ di tempo a tornare a temperatura ambiente.

Da allora penso al perduto valore. La valigia di Hemingway è una metafora che si applica a tutto ciò che perdiamo. Affetti, momenti, ricordi.
Però penso anche che da qualche parte, in giro per lo spazio e per il tempo, vaga ancora oggi una valigia con dentro dei tesori. L’idea di quella valigia e il suo possibile ― poco probabile ma possibile ― ritrovamento, rincuorano. Come se in fondo, nulla si perdesse, ma rimanesse, da qualche parte, in qualche posto. E non c’è da focalizzarsi sulla mancanza momentanea, ma sulla presenza altrove. È un esercizio mentale che richiede un po’ di convinzione ed elasticità, ma alla fine ripaga.
E aggiungo. Voi pensate davvero che sia un caso, che una delle raccolte più belle della insuperata Wislava (Szymborska) titoli “Discorso all’Ufficio oggetti smarriti”?
Nothing, or hardly nothing, happens by chance… 😉

A vedere “99 Homes” c’eravamo io, la Lover Killer ― finalmente la Lover Killer tra noi! ― e il Village ― anche lui, finalmente back tra noi! E c’era pure la Silvista ― unite una Silvia e una Stilista in una persona e avrete una Silvista 🙂 ― e naturalmente la mente della Rassegna Azonzo, il Magician Zadramat. Ero molto gasata da tutta questa presenza. Talmente gasata da non far caso, lì per lì, al vento che spazzava il cortile dell’Hub. Una volta sprofondati nelle sedie sdraio e fatto play, ci siamo tutti resi conto, con grande sofferenza, che il vento era molto più vicino alla tramontana che allo scirocco… Eravamo tutti assai impreparati, e questo ha inciso massicciamente sulla visione del film. In casi come questo di condizioni fruizione cinematografica non ottimali, il cervello è una mela che si spacca in due. Una metà bada al film, è presa dalla storia e vuole rimanere “dentro” la storia. L’altra metà non fa altro che pensare a tutti i “dentro” in cui vorrebbe stare tranne dentro quella storia con quel freddo. E non fai altro che pensare, anche, al tuo splendido plaid da divano che sta scaldando il tuo divano, ai pantaloni lunghi che avresti dovuto indossare, alla giacca più pesante che cazzeggia nel tuo armadio, a tazze di tè bollente, a tutta quella lana in groppa alle pecore nelle Highlands scozzesi, o a quei microtessuti da sciatori, spessi un millimetro ma con l’efficacia termica di una stufa a legna. La tua attenzione salta continuamente da una metà all’altra, e per quanto tu ti sforzi di mantenerla sul film, lei ritorna ai microtessuti, alle mura, al caldo che manca. Torna a contare il tempo che ti separa dal raggiungerlo per mettere fine all’agonia del vento che ti perquisisce dappertutto come il più molesto dei cops.

Quindi le sventure del protagonista del film, Dennis Nash, il giovane pater familias senza moglie ma con una madre, alle prese con uno sfratto esecutivo, ti sembrano meno dolorose di quello che in realtà sono. Il che è un’ingiustizia nei confronti di Dennis: immaginatevi di abitare in una casa sin dalla vostra nascita, di non aver pagato le ultime tre rate del mutuo ― perché la crisi ha picchiato duro e voi, operai tuttofare, non trovate uno straccio di lavoro in nessun cantiere ― immaginatevi di aver perso la causa con la banca e di vedervi arrivare alla porta un agente immobiliare sosia di Mefistofele, dietro di lui un corteo di cops, una squadra di traslocatori e di sentir dire a te, a tuo figlio e a tua madre, in tono non-sento-ragioni, “avete due minuti per raccogliere le vostre cose e sgombrare” ― “due minuti” sono letteralmente due, non venti o dieci, due. Capite che tutto il freddo che sentite non è paragonabile al gelo che deve sentire lui, Dennis, o sua madre o suo figlio, in quel momento.

“99 Homes” comincia così, con lo sfratto della famiglia Nash. Il regista, Bahrani, lo tira giustamente per le lunghe. Segue ogni passo, ogni mossa, ogni esecuzione degli ordini ― gli americani non sentono ragioni quando c’è un’esecuzione da eseguire ― ogni violazione di umana pietà. E segue i tre fino allo squallido motel in cui si trasferiscono, il pickup carico di tutta la tua vita in forma di effetti personali a cui lo sa il cielo dove troveranno posto nella stanzetta dello squallido motel.
Buona parte della prima parte scivola via così, sul dramma di Dennis, che però non ha tempo di crogiolarsi: deve trovare un modo per guadagnare e riprendersi casa. Così passa dall’altra parte e accetta di lavorare per Mefisto, e al diavolo il giusto e il retto e l’anima pura che ci viene data in usufrutto alla nascita. Il lavoro sporco tocca a lui, adesso, e lui lo svolge in maniera egregia pur di riscattarsi e riscattare casa. Sostanzialmente mette in ginocchio famiglie come la sua e sfratta gente come lui.
Documentando la stessa dinamica over and over again, il film tende ad essere ovviamente ripetitivo nella parte centrale. E visto che l’intenzione principale del film è quella di documentare cosa è accaduto a centinaia di migliaia di famiglie americane dopo la crisi economica e il crollo del settore immobiliare, a noi spettatori è chiesto di sopportare la ripetitività. E la sopportiamo, certo, ma non chiedeteci anche i salti di gioia, please.
Lo scopo del film è quello di sbattere in faccia all’America ciò che è diventata: un paese in cui la violenza è mezzo e linguaggio con cui si dialoga per difendere casa propria e per far rispettare la legge. Fucili spiegati fuori e dentro casa e pistole alla caviglia sono riproposti continuamente nel film, così come le scene in cui le famiglie sono barricate dentro case che non possono più proteggerli, muri che non sono veramente di loro proprietà ― non lo sono mai stati. “99 Homes” è un film tremendamente scomodo per un americano anche perché snatura i ruoli sociali classici. I poliziotti non ti aiutano, ti minacciano ― e questo va be’, è evidente da anni, ma gli americani sono duri di comprendonio. E i pater familias possono vendere l’anima al diavolo e passare dalla parte del cattivo. Il fatto che alla fine, Dennis ritorni di nuovo sui suoi passi e l’etica trionfi sulla speculazione ― il bene sul male ― è una scelta molto americana, lo sappiamo, ma che non cancella comunque i misfatti.

In fondo “99 Homes” è una tragedia classica contemporanea in cui l’eroe non (si) perde su un campo di battaglia greco-romano, ma su un misero giardino della periferia della Florida, e non per difendere la patria, o un amore, o la sua gente, ma il proprio prefabbricato che, venisse un uragano, se lo porterebbe via comunque. Il suo nemico non è un Achille, ma un Rick Carver con le $$ piantate negli occhi e la coscienza sotto le scarpe. I tropi rimangono, certo, ma assumono fogge nuove. Soprattutto, la tragedia rimane. In un breve monologo Rick fulmina Dennis con un questa verità: “L’America è un paese di vincenti fatto per vincenti”. Chi è fuori dalla categoria e arranca, arranca per tutta la vita e per quella dei suoi figli, e dei figli dei suoi figli.
La tragedia rimane, sì.

Ho sofferto un po’ la colonna sonora, eccessiva per esasperare un dramma che a mio parere non necessita di esasperazione: è già sufficientemente drammatico. E la ripetitività di cui parlavo prima, se da un lato fissa nella mente dello spettatore quello di cui stiamo parlando, dall’altro avrebbe potuto lasciare spazio ad altri risvolti. Per esempio non sappiamo praticamente nulla della famiglia Nash. Che fine ha fatto la madre del figlio? E il cattivo Rick Carver, perché è diventato così? Dove nasce la sua fame di speculazione?
Capisco le scelte del regista, ma forse hanno contribuito a rendere il film imperfetto. C’è qualcosa che mi manca, per quanto consiglio vivamente il film a tutti quelli che investono una vita in una casa, accettando mutui al limite della sostenibilità. C’è il rischio che quello che è capitato al di là dell’Oceano succeda anche qui. Nell’era d’incertezza globale in cui viviamo, dobbiamo accettare il fatto che la precarietà riguardi anche il mattone, non solo il lavoro e le relazioni.

E tradizione lezmuviana vuole che la stagione si chiuda, e che noi si abbassi la serranda, su un horror

IT FOLLOWS
di David Robert Mitchell

Dovete sapere che voglio vedere questo film da quando è uscito, ma per un motivo o per l’altro, m’è sempre sfuggito dalle mani― e anche il D-Bridge ha avuto questo problem, quindi ora facciamo solving. Diverse fonti, tra cui il Mago Zadramat, mi hanno confermato che si tratta di una pellicola strepitosa che mette una paura da Shining. E io muoio dalla voglia di vederlo, con mano rigorosamente piantata sugli occhi e urlo ― ho detto “urlo” ― libero 🙂
Poi, come dicevo, Let’s Movie va in vacanza fino fine agosto ― vediamo se riesco a starmene un po’ zitta. Salutarci su un horror ha un che di sensation che ci piace sempre … fateci un pensiero… 😉

Naturalmente non posso fare a meno di ricordarvi per l’ennesima volta che martedì, sempre a Impact Hub sempre alle 21:30, sarà proiettato IL film “ANOMALISA”, l’animazione in stop motion del genio supremo Charlie Kaufmann. Io lo vidi a Auckland, ma non escludo di fare il bis anche qui. Voi vedete di non perderlo: è un film davvero unico che sfida lo sfidabile…

Ecco, detto questo, vi propongo-impongo un articolo tra Amy Winehouse e Maria Callas che ho scritto in qualità di Magazziniera per il Frullato – Il Lato della Fru, http://www.magazzino26.it/maria-e-amy-stili-diversi-demoni-simili/, all’interno diMagazzino 26, www.magazzino26.it.:-)
E vi raccomando, leggete il Magazzino: è pieno di post interessantissimi scritti da gente molto più seria del vostro Board… 😉

E ora my Moviers, vi saluto. Come ogni anno mi mancherete, e mi mancherà rovesciarvi addosso tutto il peso di me stessa ogni domenica. 🙂 Ma tanto poi un mese vola via in fretta, no?
Voi cercate di uscire e vedere. Non necessariamente gente o film. Vedere al di là del proprio schermo ― intendo quello del computer e l’altro, quello dietro il quale i nostri io nudi e teneri stanno.

Ora un ultimo Maelstrom cinematografico, ringraziamenti sentiti e saluti, autobiograficamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vedete un po’ se in quel che rimane della rassegna CINEMASOLARE riuscite a trovare qualcosa che vi illumini… 😉
http://www.cineforumrovereto.it/pdf/cinemasolare.pdf

IT FOLLOWS: Per la diciannovenne Jay (maika Monroe) l’autunno dovrebbe significare scuola, ragazzi e fine settimana al lago. Ma dopo un incontro sessuale apparentemente innocente, si ritrova perseguitata da strane visioni e dalla sensazione inevitabile che qualcuno, o qualcosa, la stia seguendo. Di fronte a questa sensazione, Jay e i suoi amici saranno costretti a trovare un modo per sfuggire agli orrori che sembrano essere dietro l’angolo.

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LET’S MOVIE POP UP propone 99 HOMES e commenta IL PIANO DI MAGGIE

LET’S MOVIE POP UP propone 99 HOMES e commenta IL PIANO DI MAGGIE

99 HOMES
di Ramin Bahrani
USA 2014, ‘112
Giovedi’/Thursday 14
Ore 21:30/9:30 pm
Cortile di The Impact Hub
Via Roberto da Sanseverino 95
Ingresso 5 Euri
WP, Weather-Permitting: istruzioni per l’uso giù di sotto

 

Monnalisa Moviers e Farage Fellows,

Se ne sentono delle belle, in quest’estate 2016! Uno non ha nemmeno più bisogno di giullari e saltimbanchi, barzellette e freddure… Ci pensano i politici, a farci ridere.
A inizio settimana Sgarbi si è messo al volante ed è partito alla volta di Parigi per “riportare” la Gioconda e il suo sorriso “a casa”. Da quello che mi risultava, non se l’erano portata via: non era stato Napoleone, come tutti crediamo, mettendo il nanerottolo accanto a Zidane nella lista dei francesi cattivi. Fu Leonardo stesso che la portò con sé in Francia, e la piazzò al Re Francesco I. Per un po’ di anni Napoleone la tenne appesa in camera della sua Giuseppina detta Pina, tanto gli piaceva, ma no, non se l’era rubata ― tanto altro sì, ma quella no. Quindi lei, la Gioconda, appartiene legittimamente ai cugini, rien à faire et rien ne va plus, facciamocene una ragione. Ma se Sgarbi ha voluto travestirsi da Annibale, scavalcare le Alpi e andare a fare un po’ di putiferio e di pubblicità a se stesso, facesse pure. Siamo poi stati informati che la pubblicità più che a se stesso era all’ultimo modello di Citroen con cui si è recato in Francia, e che questa messinscena in fondo non era che una banale marchetta… Quanto nulla passano i giornali!
Comunque l’episodio mi ha fatto riflettere sulla nazionalità delle opere d’arte: potremmo disquisirci sopra per decenni. Meglio pensare che i capolavori appartengano all’umanità, altrimenti noi italiani, che siamo stati saccheggiati da qualsiasi longobardo o nanerottolo dalla notte dei tempi in avanti, passeremmo il futuro a bussare alle porte del mondo e a fare il recupero crediti.

Ho riso di gusto anche alla battuta sferzante dell’Eurodeputato belga Guy Verhofstadt in merito alle dimissioni di Nigel Farage dall’Ukip: “Finalmente ci libereremo del più grande spreco del bilancio UE: il suo stipendio”… Gran cabarettista, il nostro Guy, non c’è che dire. 🙂
Ancora più sferzante era stato l’amato Christoph Waltz, che, sempre in merito alla fuga di Farage dalle sue responsabilità di leader del “Leave”, ha commentato:È ovvio che il capo dei topi abbandoni per primo la nave che affonda” ― ricordatemi di non fare o dire nulla che scontenti Christoph perché ti trancia con la sola imposizione di due parole.
Grande ammirazione per lui 🙂

Insomma, analizziamo un attimino la mossa di questo personaggio. Mette insieme tutta una campagna contro l’Europa e pro-isolazionismo infarcendola di promesse false e omettendo informazioni. Strano ma vero ci riesce e convince 17 milioni d’inglese, ma si rende ben presto conto di aver fatto segnare l’autogol più sensazionale della storia moderna al suo paese. Subodorati i tempi grami che attendono il Regno Unito, il nostro Schettino d’Albione, fa bye-bye con la manina e lascia la sua Costa Concordia sola sola in mezzo al Mare del Nord… Non mi stupirei se il soggetto ― o forse dovrei cedere all’assonanza e dire “farabutto”? ― finisse vittima di qualche linciaggio. E questo comunque la dice lunga sulla fazione dei leader pro “Leave” ― Johnson e Cameron sono gli altri due brexodati. Tutti talmente pro Leave che il Remain non è pensabile dopo quello che hanno combinato…
Ah povero Regno Unito, sedotto e abbandonato dalla prima testa di Nigel che passa! E la Regina, giù di Xanax….

Io starei qui a spassarmela con la Komikpolitik, e menomale che c’è lei a farci ridere, dal momento che la commedia fa tutto fuorché quello. Mi sto riferendo, nello specifico, a “Il piano di Maggie”, il film le cui premesse mi erano parse buonissime. Ottimo cast, ottima sceneggiatrice, ottimi passaggi internazionali. Ottimo! E invece Troisi fa spallucce da lassù e miagola “Pensavi fosse amore…” …E invece era un carretto, caro Massimo. Manco un calesse, un carretto!
Hanno fatto le spese di questo supplizio il (Candy) {Andy} [The] e il WG Mat, il cui martirio non passerà inosservato alla storia… 🙁

Questa Maggie partirebbe anche bene: newyorkese indipendente, un buon lavoro accademico, un gran cervello ma zero uomini. Visto che le sue relazioni non durano più di 6 mesi, Maggie decide di attuare il suo piano, parte I: inseminazione artificiale con donatore attentamente selezionato, gravidanza ed educazione del pargolo on her own. Poi però incontra John, un antropologo con velleità da scrittore, un matrimonio in crisi con una pestifera intellettualoide, e Maggie s’innamora. E John s’innamora di lei. Lui lascia la pestifera, e si mette con lei. Idillio il primo periodo ma poi tutto cambia. Da newyorkese indipendente e autonoma, Maggie si trasforma nella desperate housewife che annulla se stessa per stare appresso a sua figlia, al marito, ai figli del marito, alla ex moglie del marito… Maggie non ci sta, allora organizza la parte II del suo piano: fare in modo che John si rinnamori dell’ex moglie e torni con lei. Riuscendoci.

La trama, per quanto scontata e riciclata, avrebbe potuto regalare qualche sorriso, fosse stata gestita con della verve nella mise-en-scene. In fondo le commedie non hanno bisogno di plot straordinari: non è tanto il cosa racconti, ma come lo racconti. Con quali tempi, battute, gag, ironia, surrealismo, non-sense… Un regista ha tante frecce al suo arco. Purtroppo Roberta Miller sceglie di non tirarne nemmeno una e se ne esce con un film piatto, noioso con dei personaggi che annegano nella loro inarrestabile logorrea, trascinando a fondo lo spettatore, il quale spera a tutti i costi in qualche spiraglio comico per risollevarsi, e invece no, sprofonda sempre di più mano a mano che il film procede. Un Titanic! Non una risata, manco mezza. Manco un sorriso! Ed è terribilmente frustrante, oltreché un peccato mortale, desiderare il sorriso d’altri (tempi) e sperare che il film a un certo punto decolli, e rendersi conto, all’ultimo minuto, che no, non riderai più e che il film è troppo pesante per spiccare il volo nei paradisi dell’umorismo ― quello, la fine della possibilità, è il momento più triste dell’esperienza cinematografica.

A parte l’insufficienza umoristica, ho sofferto molto la figura di lei, Maggie, il tipo di donna che rappresenta. Se la letteratura ― il cinema è letteratura ― ci propone donne sicure e dalle idee chiare, che poi crollano e finiscono dritte dritte nelle ciabatte degli anni ’50 ― faccio tutto io purché tu, uomo, possa lavorare/produrre/creare in pace ― e alla fine si ritrova innamorata del donatore di seme, bello ma un po’ citrullo, allora non facciamo che diffondere il solito tipo di modello di donna e di comportamento! E non ne esce male solo la donna, Maggie, ma anche l’uomo, John: una banderuola senza nervo e volontà che si lascia maneggiare da una ex moglie che crede di detestare, ma di cui, alla fine, non riesce a fare a meno, e da una compagna che gli fa fare il bello e il cattivo tempo. Un cervellone di antropologo ma completamente privo d’intelligenza emotiva.
E allora va bene, cara regista, se vuoi fare una critica di questo tipo di donna e di uomo, falla, questa critica, FALLA! Non ti far lusingare dalla favola, non preferire la cerebralità dei dialoghi ― di Woody Allen ce n’è uno solo, by the way ―all’ironia con cui potresti bacchettare ― demolire anche ― i tuoi meschini personaggi, che difendi e assecondi pur disprezzandoli… Dai Roberta Miller, hai i geni di papà Arthur nel DNA, sfruttali!
Siamo stanchi morti di commedie replicanti senza sale in zucca e tanta pubblicità al seguito. Dov’è la ciccia, signori registi, cari produttori? Dove nascondete la roba seria??

E per martedì Let’s Movie pops up e rischia il cine all’aperto,

99 HOMES
di Ramin Bahrani

Dunque il film passò con successo alla Mostra del Cine di Venezia nel 2014. Ha impiegato 2 anni per trovare un distributore: dobbiamo festeggiare questa grande impresa… 🙂

Per quanto riguarda la proiezione, è weather-permitting, ovvero, siamo in balia del meteo, e considerando quanto sia schizzato in quest’estate monsonica, siamo oggettivamente a rischio. Quello che si fa è: guardare il cielo nel pomeriggio; in caso d’incertezza di giudizio, chiamare the Hub, allo 0461 158340, tipo verso le 5 pm del giorno stesso e chiedere cosa abbiano intenzione di fare; scongiurare collettivamente le eventuali nubi minacciose affinché ammorbino territori ben più ammorbabili, tipo Merano o Bolzano, ma non Trentoville, dai, che ha già tutte le sue magagne da smazzarsi e non si spara sulla Crocerossa, come on…
So che questa trafila ― altrimenti detta “sbattimento” ― potrebbe farvi desistere. Allora ho pensato di testare il campo e convincervi con l’esperienza diretta.
Dunque a nostra disposizione abbiamo: impianto video e audio di qualità deluxe ― le Crispi con il loro cortile sono un due-stelle in confronto; bar attiguo con ogni sorta di drink da sorseggiare durante la visione; presentazione del nostro Fellow Zadramat the Magician ― garanzia di qualità; e, dulcis in fundo, visione da spaparanzati in una di quelle sedie sdraio Bibione 1970, quelle in legno, con la stoffa a cucchiaio per contenere il vostro peso piuma…
Io e la Vanilla ci siamo trovate alla grande, giovedì scorso. Quindi un po’ di sbattimento si può pure fare… 😉
Ah, nel caso in cui il film salti, potrebbe saltare anche il Lez Muvi di domenica prossima. Quindi non chiamate la Farnesina se non trovate la mail del Board nella posta… 🙂

E ora Fellows, vi invito a dare un’occhiata nel Maelstrom per un appuntamento da recuperare, se l’avete perso… E ora vi ringrazio e vi saluto, con dei saluti giocondamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se, come la qui presente, vi siete persi AVE, CESARE!, il film dei fratelli Coen, che non dev’essere il capolavoro dei capolavori ma sono pur sempre i Coen, possiamo recuperarlo giovedì, alle ore 21:30, presso il il Cortile delle Crispi ― ingresso 5 Euri. Anche lì siamo weather-permitting, ma ormai ci abbiamo fatto l’abitudine… 😉

99 HOMES: Dennis Nash è un giovane disoccupato che viene sfrattato insieme alla sua famiglia da un cinico agente immobiliare Mike Carver. Nel disperato tentativo di riappropriarsi della casa e saldare i suoi debiti, Dennis inizia a lavorare a fianco di Carver e presto si ritrova a sfrattare altri proprietari di casa. Ma il suo nuovo stile di vita a costo delle disgrazie altrui lo porta a fare i conti con una decisione più grande del denaro.

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LET’S MOVIE 290 propone IL PIANO DI MAGGIE, commenta SEGRETI DI FAMIGLIA e introduce LET’S MOVIE POP UP

LET’S MOVIE 290 propone IL PIANO DI MAGGIE, commenta SEGRETI DI FAMIGLIA e introduce LET’S MOVIE POP UP

IL PIANO DI MAGGIE
di Roberta Miller
USA 2016, ‘92
Lunedì / Monday 4
21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

 

Mal di Mare Moviers,

Ecco, questo potrebbe essere l’unico aspetto un po’ negativo di quella meraviglia galleggiante che è (stata) the Floating Piers ― nell’immaginario che mi deriva dalla Bibbia, Gesù godeva di maggior stabilità sul lago di Tiberiade.
Del resto non potrebbe essere altrimenti. L’acqua è un animale. Se gli cammini sulla schiena, come puoi non sentirla muovere, sotto di te? E’ questo che sentite, Moviers, camminando sulle passerelle. Una creatura che respira viva, sotto di voi. 🙂
Ah diavolo d’un Christo! Che razza d’idea gli è venuta ed è riuscito a mettere in piedi ― ehm a sdraiare! Nonostante tutte le critiche che gli piovono addosso e da cui io vorrei proteggerlo con uno scudo bellico o termico, ma basta anche solo l’ombrello di Jene Kelly.
E guardate la scelta più geniale è stata quella della stoffa che ricopre le passerelle. Non è tesa, ma è lasciata volutamente abbondante, in modo che si creino delle pieghe, come quelle di un drappo grande adagiato su uno spazio più piccolo. L’effetto è quello della sabbia del deserto. E il colore. Oro da asciutta e albicocca da bagnata. Ora, immaginate di percorrere una strada di sabbia d’oro e albicocca con l’azzurro intorno, raggiungendo un’isoletta in mezzo al lago con una villa da favola sopra, altrimenti inarrivabili a piedi. È semplicemente una magia. Che poi è parte della ricerca della land art e dell’arte povera, che così tanto amo. Cavar fuori lo straordinario dall’ordinario.
E sapete una cosa? Mentre ero lì, un po’ instabile ma con un sorriso ebete stampato in faccia, davanti a me passa una barca, “Il Capitano”, una di quelle tipo veliero su cui non ti stupiresti di scorgere dei bucanieri e delle gambe di legno. E sul ponte sapete chi c’era? Lui, Christo… Sorvegliava il suo miracolo… 😉

The Floating Piers mi ha distratto per un giorno dal putiferio che sta succedendo in casa UK. E scusate se torno sull’argomento, ma da anglofila, anglofona, anglo, la questione mi tocca sul vivo.
Non riesco a non pensare alla “povera” Queen Elizabeth. È Queen Elizabeth ormai da 50 anni o giù di lì e credo ne abbia viste passare tante sotto i suoi regali occhi, comprese due nuore che le devono aver fatto girare molto le regali scatole. Adesso, arrivata al pensionamento ― prima o poi lo mollerà ‘sto scettro benedetto, si alzerà da ‘sto trono ― le scoppia nel Regno di casa una Brexit che lo fa letteralmente saltare per aria nella sua identità geopolitica di “Union”.
La regina si trova davanti a un quadro da Risiko e brivido. La Scozia e l’Irlanda non vedono l’ora di trovare il modo di metter su un Referendum per l’indipendenza che sognano sin dai tempi di William Wallace detto Braveheart e Michael Collins ― e ditemi se il cine non serve a imparare la storia :-). Il Galles, terra poverella, sta supplicando l’Unione Europea affinché non tagli i fondi di cui beneficia. Londra, con il suo nuovo sindaco molto multi-cultural, minaccia addirittura di trovare una forma di città-stato staccato dal Regno ― tipo San Marino, il Vaticano, Atlantide ― in modo da godere di una sua autonomia e rimanere nell’UE. Fra i Tory non sanno che pesci pigliare ― e scusate il gioco di parole animalesco. Immaginate tutte le imprecazioni che Elizabeth the Second avrà senz’altro gettato al cielo della sua camera da letto, la notte del Referendum ― così come i ricchi piangono, i regali imprecano eh. Dopo 400 anni di gloriosi ancorché sanguinosi successi colonialisti e Union Jack, ecco che questi qua mi fanno un casino della Stuarda e mi sfasciano il regno unito…
Onestamente non ha tutti i torti, la Regina. E l’UK non ci sta facendo una gran bella figura. Farange, Johnson, ma anche Cameron & Co. sono riusciti in un’impresa che ha del sensazionale, e che è entrata nel Guinness dei Primati prima che nella storia, alla voce “Come mettere il cuBo nelle pedate in ambito nazionale, internazionale, globale”.
A prescindere dai negoziati e dalla definizione dei nuovi rapporti fra UK e UE, ora l’UK si ritrova nel bel mezzo di un casinò royal colossale, con malesseri intestini che ricordano quelli del tredicesimo secolo. I ragazzi, fra un decennio, studieranno il 2016 come l’anno in cui l’UK fece il passo più lungo della Manica per starsene per conto suo.
Insomma, Dio salvi la Regina…dall’esaurimento nervoso…

E che fosse una settimana cinematograficamente storta, s’è capito da subito. Anche le 4/quattro persone ― io compresa ― che c’erano al cine martedì, l’hanno confermato. S’è tenuto un vertice informale con il Mastro in cui abbiamo convenuto che la desertificazione dei cine l’estate è un fenomeno contro il quale non c’è iniziativa né Board che tenga. E m’è dispiaciuto in modo particolare, visto che “Segreti di famiglia” è un film giusto. Giusto non nel senso paninaro del termine ― o forse anche in quello. Ma giusto nel senso di misurato, contenuto, nordico, che mette in scena un sacco di roba emotiva ma senza versare una lacrima. E questo, ormai lo sapete, ha un forte ascendente su di me: credo che televisione e web e barbari d’urso e di sorta siano sufficientemente efficienti nell’inseguire la sensation del cuore. Il cine deve ragionare tarandosi su altri valori, e non vuol dire tagliar fuori il cardio, vuol dire affiancarlo alla dura madre che ci pulsa in testa.
Questo ha fatto il regista Trier ― ho scoperto essere lontano cugino di Lars Von, quindi sì, genes matter ― ha scritto e diretto un film molto tosto e toccante ma senza scendere giù per la china “Alabama Monroe”…

Famiglia bene del New England. Isabelle è una fotoreporter di guerra. È sposata con un bel marito ― ex attore, ora insegnante ― ha due figli, Jonah, giovane e brillante professorino, nonché neopadre, e Cameron, teenager della tipologia lonely geek tutto videogiochi, cervello e inadeguatezza adolescenziale. Ah, una cosa: Isabelle non c’è più. È morta da tre anni, e non ha visto la nascita della nipotina, né l’inadeguatezza adolescenziale di Cameron. Un incidente stradale se l’è portata via. Ma scopriamo che il caso e i camion sulla carreggiata opposta o un capriolo in mezzo alla strada non c’entrano: è lei, che ha cercato la morte. Il film inizia nel momento in cui una mostra delle sue foto artistiche sta per essere allestita, e un articolo che rivela del suo suicidio pubblicato.
Quindi il film ricorre al flashback per farci conoscere la storia di questa famiglia. E si serve anche ― ed efficacemente ― di scene raccontate da punti di vista diversi a cui corrispondono la diversa percezione dei personaggi, e brevi filmati di scenari bellici ― i teatri lontani fotografati dall’obbiettivo di Isabelle ― e naturalmente delle foto stesse, e poi di video tratti dal web, sequenze di videogame e spezzoni dal diario di Cameron letti in voice-over dal ragazzo. Eppure tutti questi diversi mezzi espressivi non incasinano la storia: sono impiegati in maniera sapiente ed equilibrata. Non si è mai sopraffatti dal mezzo: recepiamo e godiamo del messaggio ― e taccia, per una volta, MacLuhan. E credo che per capire questa storia, che stilla dolore da ogni parte, ma che sceglie la via del silenzio per farlo filtrare e raggiungere lo spettatore, il titolo originale ne porti in sé la chiave di lettura. “Louder than bombs”, più forte delle bombe ― mi piacerebbe prendere quel criminale che ha proposto “Segreti di famiglia”, come si trattasse dell’ultima soap-opera made in Argentina. Cos’è più forte delle bombe? Il silenzio. Quello in cui questa famiglia alto-borghese è sepolta. Non un silenzio dettato dal “cosa direbbe la gente se si sapesse che lei si è suicidata”, bensì dal “dire fa troppo male, meglio tacere”.
E allora il padre, nel tentativo di comprendere l’incomprensibile figlio adolescente, non solo lo segue da lontano per strada ― so sweet! ― ma si spinge anche nel virtuale. In una delle scene più tenere del film ― che peraltro abbonda di non scontata tenerezza ― entra nel videogioco online a cui il figlio sta giocando, si costruisce un avatar, e lo segue anche lì.
Il silenzio è la protezione che un padre sceglie per proteggere il figlio da una notizia che potrebbe devastarlo, e che sta per essere rivelata e sbattuta in prima pagina di un giornale. Il silenzio è quello di una madre che non riesce a confessare alla sua famiglia il disagio che prova vivendo una vita in cui si sente ovunque fuori posto. Sì perché se è vero che non c’è un vero protagonista fra questi quattro bellissimi personaggi ― e bravissimi attori ― è pur vero che la vita di Isabelle è ricca di fascino, mistero e tristezza, e spicca un po’ sulle altre.

Attraverso i ricordi, i flashback, le foto, e alcuni suoi pensieri presi dal passato e sentiti fuoricampo, entriamo in contatto e ricostruiamo le cause della sua depressione: Isabelle vive un forte tormento. Sente la responsabilità del suo lavoro, il drive che la spinge nei territori di guerra a immortalare l’orrore, e al contempo si sente in colpa perché per fare tutto ciò è costretta a lasciare la famiglia, e a diventare un’estranea per i suoi figli. È in guerra, Isabelle, e non troppo paradossalmente finisce per trovare la pace nella pace eterna…
Decideste di recuperare il film, come mi auguro, ciò che vi salterà agli occhi è la sua completezza. L’obbiettivo di Trier non si concentra solo su Isabelle o su Cameron, i due personaggi apparentemente più fragili, ma guarda con la stessa attenzione anche gli altri due membri della famiglia, ugualmente alle prese con le loro debolezze. Il padre cerca di fare chiarezza nel passato della moglie, e allo stesso tempo di andare avanti con la sua vita da uomo, trovandosi una nuova compagna e vivendone i relativi problemi ― quando la compagna è l’insegnante di tuo figlio, i problemi sorgono sempre…
E Jonah, il figlio posato, quello che sembra avere tutto sotto controllo, maritino, professorino, daddy-daddy, in realtà si sente soffocare in quella vita e cerca di fuggirla in ogni modo: non riesce nemmeno a tornare a casa dalla moglie e dal pargolo e a metter fine alla visita al padre e al fratello.
Il film si chiude proprio su questa riuscitissima scena: il padre, che capisce questa difficoltà del figlio, prende la macchina, carica a bordo anche Cameron, e accompagna Jonah a casa. La bomba è scoppiata, il silenzio è stato infranto. Ora una nuova normalità può costituirsi, un nuovo dialogo.

Quindi rapporti coniugali, rapporti fra fratelli, rapporti genitoriali. Tutto spogliato da qualsiasi incursione nel melodramma, nella lacrima facile. Un film nordico, ma non freddo, sia chiaro. I momenti toccanti sono davvero davvero tanti. Cameron che decide di regalare alla ragazza per cui ha una cotta, il suo diario ― peraltro scritto benissimo. E la passeggiata che fanno insieme, lui e lei, all’alba, entrambi un po’ goffi nella loro inesperienza, ma teneri, anche, nel modo in cui intuiamo si raccontino ― il regista silenzia, discreto, il dialogo fra i due. E ancora il discorsetto del fratello maggiore che consiglia al minore “geek”, non mescolarti con la massa di cheerleaders e football champs che popolano la mediocrità: resisti ancora un paio d’anni. Come a dire, aspetta di uscire da questo microcosmo di ruoli, aspetta di uscire fuori nel mondo vero. La commozione che “Segreti di famiglia” suscita è sottile, e le corde che fa vibrare non smettono dopo un istante: continuano anche dopo che siete usciti dalla sala e continuano continuano, sottili….

E per questa settimana, dopo l’arrivederci al Mastro e buone vacanze e torna presto ti prego e oggi cominciano quaresima e lutto, viriamo su una commedia di quelle brillanti, eleganti, intelligenti

IL PIANO DI MAGGIE
di Roberta Miller

Roberta Miller è la figlia di Arthur Miller ― sì lui, nientepopodimeno. Ho sentito dire che è una scrittrice e regista molto brillante, con qualcosa di alleniano nel suo modo di rapportarsi al mondo. Poi ho una gran simpatia per l’attrice protagonista, Greta Gerwig ― l’avevo vista in un gran bel filmetto di Noah Baumbach, “Mistress America”. Poi c’è Ethan Hawke. Poi c’è Julianne Moore. Poi se volete saperlo, il film è passato con successo al Festival di Toronto nel 2015, al Sundance lo scorso gennaio e al 66° Festival di Berlino lo scorso febbraio…
Oro che cola, viste le programmazioni estive…

Oggi ho blaterato un sacco e su un sacco. Ma va così, in questi giorni. Tante cose da dire…
Anche questa settimana, come la scorsa, vi riporto nel Maelstrom una rassegna estiva di cine all’aperto, per fare concorrenza al Cinema in Cortile alle Crispi e come alternativa al Cinema Sotto le Stelle di Sardagna… Questa rassegna s’intitola “Azonzo”, e vi pregherei di prestare particolare attenzione al film del 19 luglio ― sono caduta dalla sedia quando l’ho visto sull’elenco… 🙂

E naturalmente l’arrivederci al Mastro, che chiude l’Astra domani, apre per noi la stagione di pena e stenti, e apre altresì LET’S MOVIE POP UP, la versione summer di Lez Muvi. 🙂 Funziona che Let’s Movie spunterà dalla calura estiva ogniqualvolta si presenti un film degno di essere proposto. In caso contrario, non possiamo fare altro che tacere e cercare altri svaghi, inclusi il petanque (!), la canasta e il trainspotting, un’attività collettiva che secondo me ha del potenziale, oltreché una storia di tutto rispetto ― origini nella Sicilia verista e trionfo post-Danny Boyle.

E infine,  l’addio a un grande ribelle della cinematografia di tutti i tempi. Michael Ciminoci ha lasciato. E per tante malelingue ci ha lasciato solo con “Il cacciatore”. Io dico che anche nel caso in cui quello fosse stato il suo unico film degno di essere ricordato ― e questo è tutto da verificare ― va bene così. Se l’avete visto, concorderete con me.
La settimana scorsa se n’è andato anche Bud Spencer, con i cui cazzotti e fagioli al sugo siamo cresciuti, e pazienza se non aveva un diploma dell’Actors’ Studio. Apprendere la notizia è stato come assistere al volo nel buio dei ricordi perduti di Bing Bong, l’amico immaginario con le fattezze da elefantino in “Inside Out”…

Ora scappo via, prima che mi lynchiate… 😉 E no, tranquilli, non sparisco per ora…
Vi lascio questi innumerevoli ringraziamenti, e questi saluti, ondosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

“Azonzo – Cinque film e una deviazione per viaggiare attraverso gli Stati Uniti”, http://trento.impacthub.net/event/azonzo/
Questo è il nome per esteso della rassegna organizzata da Impact Hub. I film sono proiettati il martedì, alle 9:30 pm, in Via Sanseverino 95, al costo di 5 Eurini ― e dalle 6:30 pm c’è pure l’aperitivo…
E save the date, il 19 luglio…  “ANOMALISA”… 😉

IL PIANO DI MAGGIE: Greta Gerwig è Maggie Hardin, un’allegra e affidabile trentenne newyorkese, che lavora come insegnante. La vita di Maggie è pianificata, organizzata e calcolata. Maggie non ha molto successo in amore ma decide comunque che è arrivato il momento di avere un figlio. Da sola. Ma quando conosce John Harding, uno scrittore/antropologo in crisi, Maggie s’innamora per la prima volta, e così è costretta a modificare il suo piano di diventare mamma. a rendere tutto ancora più complicato c’è il fatto che John è infelicemente sposato con Georgette Nørgaard, una brillante professoressa universitaria danese. Mentre i suoi amici, gli eccentrici ed esilaranti Tony e Felicia, stanno a osservare sarcasticamente dalle retrovie, Maggie mette in atto un nuovo piano che la lancia in un ardito triangolo amoroso con John e Georgette, e così le loro vite s’intrecciano e si uniscono in modi inaspettati e divertenti. Maggie apprende in prima persona che a volte il destino dovrebbe essere lasciato indisturbato.

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