Posts made in agosto, 2016

LET’S MOVIE 293 propone SUICIDE SQUAD e commenta IT FOLLOWS

LET’S MOVIE 293 propone SUICIDE SQUAD e commenta IT FOLLOWS

SUICIDE SQUAD
di David Ayer
USA, 2016, ‘130
Lunedì / Monday 29
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Foto Fellows,

…Perché uno dice Arles e pensa immediatamente a Van Gogh, no? Con tutti quei girasoli che sembrano tanto felici ma che se li guardi da vicino hanno quella cera mogia lì che ti fa venire voglia di abbracciarli. E poi gli iris, e gli ulivi, e le case dai tetti verdi, e naturalmente i corvi ― se la gioca con Poe (Edgar Allan) la patria potestà sui corvi, il nostro Vincent. E poi naturalmente i ponti che dipinse, con quelle luci lacrimate dai lampioni e finite sulle acque del Rodano. E la casa dove visse, che non esiste più. Esiste, al suo posto, un edificio qualunque, fasciato d’impalcature, e un pannello che ti mostra il quadro che lui dipinse per immortalare la sua “casa gialla”, in Place Lamartine. E poi c’è il Caffè, che non è il suo caffè ― non aveva il becco d’un quattrino, figurarsi se poteva permettersi un caffè in pieno centro ― e l’ospedale in cui l’orecchio tagliato venne medicato. E quello sì, esiste ancora. E chissà come l’avranno guardato, quando fece irruzione e confessò di aver fatto hara-kiri con il suo orecchio.
E sì, è tutto vero, e le cose stanno così. Perché Vincent ci visse un anno lì, e ci dipinse 200 tele. L’anno più prolifico della sua vita. Ma cerchiamo di staccarci un po’ dai luoghi comuni e di guardare ai luoghi fisici. Arles ospita una quantità di rovine romane da ricordare Roma, ma senza spazzatura che sboccia dai cassonetti.
Però quello che mi ha colpito di più ― per inciso, s’è capito che sono stata ad Arles, sì? 🙂 ― dicevo, quello che mi ha colpito di più è questo incredibile Festival di Fotografia contemporanea, Les Rencontres d’Arles, che più che un Festival, è un mastodonte che si piazza in città per tre mesi ― TRE mesi! ― occupando di meraviglie location dove mai t’immagineresti di trovare della fotografia contemporanea: cappelle medievali, chiostri, chiese, capannoni dell’’800… Ho realizzato solo in loco che è praticamente il Festival più importante al mondo in fatto di fotografia contemporanea. Certo, non è che ci capisci tutto tutto eh. Ma ci sono degli scatti che ti rimangono in testa. Io, tra i 137 fotografi presenti, ho ruminato pensieri sulla mostra “Deus Ex Machina” di Katerina Jebb. Sapete cosa fa, questa fotografa? Passa una quantità di oggetti più o meno speciali sotto uno scanner digitale ― “scan-ography”, l’ha chiamata ― per interrogarsi sulla realtà quale costruzione artificiale, una proiezione del nostro spirito, piuttosto che un dato oggettivo certo… Embé, che c’è di così straordinario, potreste chiedermi… Io vi risponderei che un conto è scannerizzare una carta d’identità, un conto scannerizzare la tomba di Balthus…

Gli arlesiani, poi, son gente affabile, non come il cliché dei francesi che abbiamo in mente. Combattono con un maestrale che li coglie in maniera sempre imprevedibile da secoli. Sanno solo che dura tre giorni, ma viene quando vuole. Ed è proprio così: arriva quando vuole e dura tre giorni. È gente che si gode la vita. Per quanto mi sia stato detto che Arles è una cittadina comunista, popolare, povera in canna fino a pochissimi anni fa, quando una ricca mecenatessa svizzera se n’è  invaghita e ogni anno sborsa fior fior di franchi perché vengano investiti in arte e cultura… L’occhio di Frank Gehry, l’archistar che tutti conosciamo, ha visto lungo anche stavolta, e il suo team sta lavorando ― proprio grazie ai di lei finanziamenti ― a un mega progetto, il Luma Art Campus o Parc des Atelier, centro d’avanguardia nel campo di arte e design contemporaneo con una torre alta 56 metri in puro stile Gehry: lamine d’acciaio, riflessi, sensation.
E chi non la vorrebbe, una mecenatessa svizzera?!

Per due settimane mi sono sentita a casa. E sono le piccolezze e le abitudini che fanno di un paese “casa”. Una su tutti. I francesi sono restii a fermarsi alle strisce pedonali, proprio come noi italiani. Loro si fermano, e noi ci fermiamo, ma con quell’atteggiamento “ti sto facendo un favore, passa dai” che ci accomuna ― e infatti il pedone si sente sempre in dovere di mostrare riconoscenza per la grazia concessa. Non è come nei paesi anglosassoni o tedeschi, dove il guidatore comincia a rallentare a 700 metri di distanza, suddito della monarchia del pedone-padrone. Quindi con piacere ho trovato quest’insofferenza nei guidatori di Arles, che è un po’ la MIA insofferenza davanti ai passanti…

Ah ma ora la pianto e cerco di ricordare cosa fu, e come fu, l’ultimo Let’s Movie prima del summer-break. Ho chiaro in mente il momento in cui il D-Bridge, l’Onassis e io ci trovammo al Viktor Viktoria per vedere “It Follows”, tutti e tre con una gran voglia di essere spaventati. Eravamo carichi carichi, come quando stai per affrontare il tunnel degli orrori al luna park e una parte di te opterebbe volentieri per il tiro al bersaglio e l’altra non vede l’ora di addentrarsi. Purtroppo, sono bastati un paio di salti sulla poltrona e già avevamo esaurito il nostro credito di spavento. Ed è un peccato: le premesse erano buone, buonissime.
“It Follows” racconta la storia di Jay, una sana ragazza della periferia americana che si prende una cotta. Dopo la prima notte d’amore, lui le confessa che quel rapporto l’ha condannata a un incubo: un’entità non ben identificata è sulle sue tracce e la seguirà fino a ucciderla, a meno che lei non passi la maledizione a qualcun altro, andandoci a letto ― una specie di AIDS in cui il virus è il Male.
L’idea è molto molto buona e affonda le radici nell’archetipia dell’orrore: una presenza in forma di un “It” generico a cui non sappiamo dare né volto né nome, che segue e perseguita ― “follows” ― una povera fanciulla rea soltanto di aver praticato l’amore… Eros e Thanatos a confronto: più archetipia di così?

E poi ci sono certe ambientazioni davvero riuscite, perché inaspettate. Non è tanto la notte buia e tempestosa che inquieta ― quella è scontatamente spaventosa, agisce più che altro sulla psiche infantile. Ma cosa c’è di più inquietante di vedere qualcosa di spaventoso in pieno giorno, in un luogo comune e apparentemente sicuro ― una scuola, una spiaggia? E cosa c’è di più inquietante se quel qualcosa, lo vediamo noi ― ovvero lei, la protagonista, Jay ― ma non gli altri, gli amici? Solo lei (=noi) e il Male? L’effetto è senz’altro quello di rinviare al senso di solitudine della vittima: per quanto Jay, la vittima, si sforzi a spiegare e a coinvolgere gli altri, sarà lei, lei sola, a dover trovare il modo di cavarsela. E ancora, cosa c’è di più spaventoso del tonfo di un pallone lanciato contro una finestra, in pieno giorno?

Quando Mitchell, il regista, si mantiene su questo registro, allora fa centro. Ma nel finale si lascia andare allo stereotipo inverosimile e perde la paura degli spettatori. La paura, per essere scatenata, ha bisogno di verosimiglianza: se percepiamo una situazione come improbabile, la paura si defila. Ma se viene coltivata con delle situazioni che potrebbero capitare anche a noi, allora la musica cambia. Se il regista avesse rinunciato alla piscina e agli elettrodomestici ― ovvero, all’improbabilità ― e avesse propeso (propenduto?!) per un finale più sospeso (qui è senz’altro sospeso), cioè più irrisolto, allora ce ne saremo andati a casa con quella sensazione di creepiness e di disagio che ogni bravo horror, per essere bravo, deve lasciare.

Ed è vero che se di un film si elogia la colonna sonora o la fotografia, il film non è tutto ‘sto granché. Così si dice. Ma nel caso di “It Follows”, la colonna sonora, concepita da questo sound-artist che si chiama Disasterpeace ―non mi chiamassi Board vorrei Disasterpeace per nome!― be’ fa gran parte della riuscita del film. Mescola un basso ronzante di fondo con pezzi elettronici e ottiene delle sonorità che ti si attaccano addosso e non ti scolli più ― che poi, dicevamo, è l’effetto a cui dovrebbe ambire l’horror.

Un altro punto a favore del film è la lentezza ― sì, lo dico sfidando il vostro sguardo in tralice…. La macchina da presa indugia volutamente su situazioni o semplice oggetti apparentemente insignificanti ― un sandwich in decomposizione, una piscina da sobborgo, un cortile di una scuola ― ma che in realtà contribuiscono alla costruzione di un ambiente paranoico e claustrofobico in cui l’incubo cresce a poco a poco, e può assalirti in pieno giorno. Se la tenebra dilaga nell’alba, non c’è più alba che dissipi la tenebra, giorno che sconfigga la notte. Non c’è più riparo, soluzione. Solo il Male. E di lì, quindi, la costante paranoia di essere inseguiti, spiati, contagiati. Questo sì, funziona. E sapete anche, cos’altro? L’anonimità dei luoghi in cui è girato. Una cittadina di provincia come tante. Come le nostre. Parchi e altalene, un lungomare. Con dei ragazzi come tanti. E Jay, una ragazza normale, come noi. A questa atmosfera quotidiana ― ma anche, per questo, un po’ dechirichiana ― si aggiunge la totale mancanza degli adulti. Anche qui, a ribadire l’assenza di protezione. Nessun paparino da chiamare, nessun fratellone che venga a salvarti.
Insomma si vede che Mitchell è venuto su guardando e riguardando Lynch e Kubrick. E aspetto il suo prossimo film con curiosità. In “It Follows”, come s’è detto, c’è del good e c’è del bad… Ma non è così in ognuno di noi, dopotutto?

E su questo insipido tentativo di suonare darioargentina, passo al film della settimana.
Fate conto che è ancora agosto, quindi la programmazione è quella che è… Nessun “Quarto potere” all’orizzonte, per capirci…

SUICIDE SQUAD
di David Ayer

Dunque questo film ha letteralmente spaccato a metà la critica.
Chi l’ha detestato, chi l’ha adorato. Ero tentata di vederlo d Arles, ma ho preferito tenermelo per Lez Muvi: voi Fellows mi siete mancati in quanto esseri speciali, ma mi è mancato anche fare a botte con voi fuori dal cine. Quindi andiamo, vediamo e ci meniamo ― sempre dialetticamente, s’intende 🙂

Una comunicazione di servizio, ora.
A metà settimana il Board sbarca a Venezia per la 73esima Mostra del Cinema. 🙂 È la prima volta, e me ne vergogno non poco, in qualità di Board. Ma si vede che non è mai stato il momento giusto. Quest’anno, anno bisesto ― il cui coté funesto, credetemi, sto cercando di trasformare in fRunesto… ― sembra essere l’anno giusto, e io sbarco al Lido. Con il mio bell’accredito stampa intorno al collo, grazie a Lez Muvi e a voi 🙂
Pertanto domenica prossima non riceverete, temo, alcun pippone… La settimana dopo, però, vi aggiornerò sull’esperienza 😉
Per ora, se volete sapere chi ci sarà in Laguna, fatevi un Frullato…http://www.magazzino26.it/73-mostra-arte-cinematografica-di-venezia-art-music-show/ 😉

E prima di scappare via, come alla fine del primo giorno di scuola dopo le vacanze, non perdetevi i due Maelstrom. Sì, sono due, non vedete doppio… 🙂 Del resto, dopo un mese di silenzio…
Nel primo devo dar credito a un nuovo modo di guardare il cinema scoperto grazie alFellow Impastato… E nel secondo vi segnalo un classico dal Mastro che magari qualcuno di voi ha piacere di vedere 😉

E ora i graziegraziegrazie di rito e i saluti, stasera, obbiettivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM 1 – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il Fellow Impastato, all’anagrafe Giuseppe Zito, mente dietro la programmazione artistica del Teatro di Pergine e di Effetto Notte, si è inventato questo nuovo sistema di guardare il cine che io trovo geniale e che spero il Mastro adotti, prima o poi…
Immaginate un androne interno di una casa antica, a pianta quadrangolare, noi pubblico sdraiato su dei materassini stesi per terra, e sopra di noi uno schermo, tirato da un capo all’altro del cortile. Come se stessimo prendendo il sole, ma al posto del sole, il cine! 🙂 Ed è la posizione ideale per godere del cine ― in quel caso, “Daydreams” di Buster Keaton, un cortometraggio che calzava pure tematicamente alla proiezione supina, e pure rimusicato dal vivo… Le braccia dietro la testa a mo’ di cuscino, le gambe incrociate a mo’ di Tom Sawyer… Si potrebbe volere altra tintarella dalla vita?!?
Il D-Bridge può testimoniare che non mi sarei schiodata più da quel materassino… 🙂
Bravissimo Impastato!

MOVIE-MAELSTROM 2 – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per i cinefili spinti e con gran sprezzo del pericolo, martedì e mercoledì, alle ore 20:30, il Mastro ci propone la versione restaurata di “I cancelli del cielo”, film-fiume controverso di Michael Cimino che fece discutere tutta Hollywood e tutto il mondo quando uscì. Se le vacanze vi hanno corroborato per bene, non avrete problemi a reggere i 216 minuti della durata che dura…

SUICIDE SQUAD: Un ente governativo segreto gestito da Amanda Waller e chiamato Argus, crea una task force composta da terribili criminali. A loro vengono assegnati compiti pericolosi da portare a termine. In cambio la promessa di ottenere la clemenza per le loro pene detentive.

I CANCELLI DEL CIELO: Siamo nella contea di Johnson, nello Wyoming, verso la fine del secolo scorso. I grandi allevatori sono in guerra contro gli immigrati dall’Europa dell’Est, che reclamano la terra che è stata loro promessa. I contadini sono difesi dallo sceriffo Averill, mentre gli allevatori hanno come legale un amico di gioventù dello stesso Averill, Billy Irvine. Lo sceriffo riesce a organizzare militarmente gli immigrati e ad affrontare finalmente lo squadrone dei killer pagati dagli allevatori in una sorta di battaglia campale.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More