Posts made in settembre, 2016

LET’S MOVIE 297 propone ELVIS & NIXON e commenta DEMOLITION

LET’S MOVIE 297 propone ELVIS & NIXON e commenta DEMOLITION

ELVIS & NIXON
di Liza Johnson
USA, 2016, ‘85
Lunedì 26 / Monday 26
21:30 / 9:30 pm
Cinema Astra / Dal Mastro

 

Focalizziamoci Fellows,

giusto per un istante, sulla notizia che ha riempito le bocche e i giornali di mezzo mondo nell’ultima settimana. La rottura tra Brad e Angelina non è l’ennesimo gossip da giornaletto all’odor di lacca. Angelina non è Belen e Brad non è il marito di Belen ― che per altro nessuno sa più come si chiami da quando non è più il marito di Belen. La fine del sodalizio Jolie-Pitt segna un’era, e ci riporta alla mente la fine di un altro amore cinematografico che negli anni ’90 aveva fatto sognare pubblico e teenager. Tom Cruise e Nicole Kidman. Fico lui, mozzafiato lei ― poi lui si è rincitrullito appresso a Scientology, ma prima è stato pur sempre Top Gun.
La dinamica e i soggetti, se ci pensate, sono gli stessi. Coppia di belli, ma non solo belli, anche talenti. E nel caso di Brad e Angelina, soprattutto Angelina, anche impegnati nel sociale. Belli, talentati ed etici. Too good to be true, viene da pensare… Scopriamo oggi che Angelina è depressa, Brad beve e fuma ed è un violento ― stenterei a crederlo se non sapessi che le vie delle botte sono infinite ― e in casa loro il caos regna sovrano.
Ci piace vedere questo lato delle star? Il lavandino della cucina in cui proliferano piatti sporchi e blatte? I letti perennemente sfatti? Ciabatte tirate da un capo all’altro della sala, quando i piatti del servizio buono sono finiti in frantumi contro i muri del salotto?
O preferiremmo vivere con l’immagine che Hollywood ci vende? Il red carpet con i due miti sopra, super Angelina ambasciatrice UNICEF che salva i bambini in Cambogia mentre Brad sta a casa a preparare i cookies con il melting-pot che si ritrova al posto dei figli. Siamo pronti a scambiare il film della loro vita con la fotocopia delle nostre vite? Le beghe, le recriminazioni, le meschinità?
Non lo so. Io sono una Walter Mitty quindi del day-dreaming salvo il dreaming e cancello il day…
Torniamo al parallelismo con Cruise-Kidman e al rapporto che la fine della storia di entrambi sia collegata indissolubilmente al cinema. Entrambe le coppie sono scoppiate dopo aver girato un film che ruotava attorno alla crisi di un matrimonio, “Eyes Wide Shut” e “By the Sea”. Il secondo non è minimamente all’altezza del primo ― per quanto stimi l’impegno della Jolie come regista, gli abissi perlustrati da Kubrick nel suo ultimo film non sono lontanamente paragonabili agli screzi tra la moglie e il marito rappresentati in “By the Sea”. Però trovo sia perversamente interessante che il colpo di grazia a due storie d’amore che hanno quattro attori per protagonisti avvenga in un set cinematografico, e che la finzione anticipi ― e alimenti, addirittura acceleri ―ciò a cui la realtà, con il suo passo strascicato, l’andatura neghittosa (neghittosa??) perverrà solo in un secondo momento. L’arte anticipa la vita, Fellows.

Su queste conclusioni, mi sposto verso quello che è stato il Lez Muvi delle sorprese. Sì perché lunedì mi è toccata una diserzione generale annunciata. Quindi mi sono diretta dal Mastro con quel mood “tanto non troverò nessuno” che ha fatto di me una outcast, una di quelle creature da margini della società, in bilico fra pasti alla Caritas e notti all’addiaccio ― salviamo “addiaccio” dalla galera dell’obsolescenza, please.
Invece si realizza la magia lezmuviana ― Lez Muvi perde il pelo ma non lo smalto, a quanto pare 🙂
Ritrovo, direttamente in sala, dei Moviers fedelissimi. Magari un po’ latitanti ― latitanti giustificati, tuttavia!― ma fedelissimi quanto a lettura pippone e curiosità cinematografica. La July Jules ― architetto, superdonna, supermamma, super ― con la Guest Michela, il Woodstock ― chirurgo degli occhi …riuscite a immaginare mano più aerea di quella che opera su uno sguardo?? Io no 🙂  ― e poi lo Strawberry Field e il McDuck, due presenze simbiotiche che perlustrano campi di frutta irrigati da conti correnti e concimati da molto cinema d’essai. 🙂

Sono stata contenta di aver potuto condividere un film rivelazione con loro. Per me l’inaspettato trasforma l’esperienza cinematografica in qualcosa ai limiti del taumaturgico.
“Demolition”, sulla carta della locandina, sembra il tipico film con l’attore di grido del momento ma che non ha molto da dire. Il bel faccione di Gyllenhall, cuffiette, barba incolta e occhiali, non promette molto. Poi andate a vederlo e il film demolisce la vostra sufficienza, scena riuscita dopo scena riuscita…

Davis è in macchina con Julia. Sono marito e moglie e battibeccano sul nulla come tante coppie sposate. Sembrano una bella coppia, di quelle rodate, ma che si divertono ancora, anche se lei si lamenta di lui e lui sbuffa un po’.
Dal nulla, anzi da sinistra, una macchina piomba sulla loro macchina e centra in pieno Julia, che muore sul colpo.
All’ospedale, Davis, senza versare una lacrima, vorrebbe prendersi una confezione di M&Ms da un distributore automatico. Il distributore s’inceppa sul più bello ― sapete no, quando la confezione rimane impigliata nel fusillo di metallo… Davis allora si mette a scrivere una lettera di protesta alla ditta rifornitrice dei distributori automatici per lamentarsi del malservizio. Il padre di Julia, la famiglia, gli amici, tutti piangono la morte della giovane, e Davis comincia a corrispondere con Karen, l’operatrice del Servizio Clienti della ditta…
Ora so cosa state pensando. Ma che razza di trama è??
Una razza di trama ORIGINALE, finalmente! Che continua in un modo sempre più imprevedibile con Davis che subisce una trasformazione. Diventa l’esatto opposto di quello che è sempre stato: il WASP controllato, financial operator a Wall Street, scarpe di fattura e pellame italiani, la vita tranquilla voluta e cantata da Tricarico.
Poi piano piano, e senza ragione apparente ― ma la ragione c’è eccome ― Davis comincia a smontare tutto quello che gli capita sotto mano. Elettrodomestici, porte dei bagni, computer, impianti elettrici. Tutto ciò che può essere smontato, Davis lo smonta. E non lo rimonta.
Il peso metaforico di questo comportamento che diventa ossessivo-compulsivo è facilmente spiegabile. Quando qualcosa s’inceppa ―come il dolore che dovrebbe provare per la moglie e che, per qualche ragione non prova, e non muove verso lo sfogo ― quel qualcosa deve essere riparato. “Se vuoi aggiustare qualcosa, devi smontare tutto e capire cos’è veramente importante”, dice a un certo punto Davis. Così lui prende e smonta. Ma dato che non riesce a capire comunque dov’è il malfunzionamento, dato che forno, computer e lavastoviglie non gli bastano più, Davis prende una mazza ― noleggerà pure un’escavatrice! ― e demolisce, letteralmente rade al suolo, la casa in cui vive. Una casa che rappresenta il suo stile di vita prima dell’incidente. Villa di design, tutto molto essenziale, piani in marmo, tavoli di vetro, l’immancabile mobile baroccheggiante in felice contrasto con l’estetica contemporanea… Davis, aiutato dal figlio di Karen, che nel frattempo è diventata una specie di consigliera, spazza via tutto ciò che è stato il suo prima.
Davis capisce che c’era qualcosa di rotto in quel prima, che non gli permetteva nemmeno di soffrire per la perdita della moglie. Si scoprirà, nel corso del film, che questo qualcosa, questo difetto di sistema, era una menzogna, LA Menzogna, su cui la sua storia con Julia si è basata. Un tradimento scoperto, un aborto nascosto.
Cosa fai allora quando scopri che il tuo matrimonio perfetto, la tua casa perfetta, il lavoro perfetto non poggiano che su una bugia? Prendi una mazza e spacchi tutto. Sgombri e fai spazio al nuovo. Quindi la metafora della demolizione subisce un’evoluzione nel corso del film. All’inizio serve a provare che il personaggio sta cercando di comprendere ― il soggetto smonta un oggetto che non funziona (=il suo dolore inceppato) per trovare la causa del malfunzionamento. Poi, trovato il guasto, il soggetto fa tabula rasa. Prepara lo spazio per qualcosa che verrà. O forse non verrà, chissà, ma di certo è bene preparare il posto per accoglierlo…
La metafora della distruzione si accompagna anche ad altri comportamenti similmente evocativi e “sopra le righe” di cui Davis si fa protagonista. A un certo punto, cambia letteralmente pelle. Toglie giacca e cravatta dell’azionista che era, le scarpe italiane, i completi Boggi, infila un meraviglioso paio di baggy cargo by Carrhart ― che stanno d’incanto intorno a sedere e gambe di Jake Gyllenhaal ― un paio di bretelle, scarponcini da lavoro, e passa di cantiere in cantiere per offrire i suoi servizi da “demolition man”. Il quadro è completato dalla scena ― fichissima! ― di Davis, cuffiette in testa e musica a palla nelle orecchie, che prende a girare New York e a ballare per strada. In mezzo alla fiumana di passanti sulla Quinta Strada, nei cantieri edili, su e giù per le scalinate della città. Davis balla. E tutti sappiamo che mai prima di allora aveva fatto una cosa del genere. Che non è pensabile, per un yuppie di Wall Street, scatenarsi downtown NYC… La sua è una danza dionisiaca, da baccante del nuovo millennio, in mezzo a un mondo controllato dal tecnologico-apollineo.
Il regista non si fa bastare la storia di Davis, e ci affianca quella di Chris, il figlio adolescente di Karen, alle prese con la sua omosessualità in boccio e con i risvolti che questa genera in una società adolescenziale fatta di bulli/buzzurri. La tematica gender potrebbe sembrare un’aggiunta di troppo. Invece la figura molto originale di questo teenager cazzuto e tenero insieme, aiuta Davis a uscire dal suo momento distruttivo, e costruire con lui, anche solo temporaneamente, una relazione autentica.

Consiglio caldamente il film a tutto il mondo. A chi ha appena passato un dolore. A chi non capisce perché a volte le lacrime rimangono incastrate fra il male e il bene e non ne vogliono sapere di scendere. A chi ama il talento duro e puro di Jake Gyllenhall, che non sbaglia un’espressione, che è semplicemente perfetto per interpretare questo angelo sterminatore in guerra con i suoi demoni. E più che perfetto ― direi quasi imperativo ― quando balla per New York in tenuta da muratore griffato sulle note di “I am just swinging through”… vedere per credere https://www.youtube.com/watch?v=tXo52-_Zv04 😉
Un film con tanta originalità dentro non lo si perde per nessuna ragione al mondo.

E per questa settimana uno scontro mooolto insolito…

ELVIS & NIXON
di Liza Johnson

Presentato in anteprima al Biografilm Festival di Bologna, questo biopic ricostruisce l’incontro tra Elvis Presley e Richard Nixon avvenuto nel 1970 ― ma ve li immaginate, due più diversi di questi?? Ne ho sentito parlare così bene, di questo film, che abbiamo il dovere morale di andare a vederlo. Anche così, a scatola chiusa.
Ora vi saluto di fretta frettissima e vi lascio con un cine-suggerimento infrasettimanale nel Maelstrom 🙂

Ringraziamenti e saluti, stasera, istantaneamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se siete appassionati di Beatles e della loro storia, non vi perderete il documentario che Ron Howard (=Ricky Cunningham), ha girato su di loro, “The Beatles. Eight Days A Week”, mercoledì, 19:30 allo Smelly Modena. È considerato un “evento”, quindi probabilmente vi spareranno 10 Euri di biglietto… Ma se siete dei veri appassionati, sono certa che investirete il deca senza drama… 😉

ELVIS & NIXON: La vera storia dell’incontro tra Elvis Presley, il Re del Rock ‘n Roll, e il presidente Richard Nixon. Elvis voleva diventare un agente sotto copertura per aiutare l’America ad affrontare piaghe come la droga e l’anarchia dilagante. L’unica testimonianza di quell’incontro è una fotografia diventata negli anni oggetto di culto.

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LET’S MOVIE 296 – propone DEMOLITION e commenta L’EFFETTO ACQUATICO

LET’S MOVIE 296 – propone DEMOLITION e commenta L’EFFETTO ACQUATICO

DEMOLITION – Amare e vivere
di Jean-Marc Vallée
USA, 2015, ‘100
Lunedì / Monday 19
Ore 21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

Mimbatto Moviers

in un classico italiano a Venezia ― continuo il mio diario di Board(o) in piccole grandi dosi dalla Mostra del Cine…
Profumo di donna”, Dino Risi, 1970, Vittorio Gassman.
Il problema con questo film e quelli cresciuti negli anni ’90 come me, è quello di aver creduto che “Scent of a Woman”, il remake con Al Pacino e Chris O’donnel del 1992, fosse un, anzi IL, capolavoro. Manno’! Il vero capolavoro è l’originale. Ho impiegato quasi vent’anni a scoprirlo. Quando si dice alla buon’ora…
Il film di Risi faceva parte di “Venezia Classici”, la sezione che presentava una selezione dei migliori restauri di classici realizzati nel corso dell’ultimo anno. Secondo me bisognerebbe organizzare un festival a parte solo per quella sezione: con tanta offerta in programma, come riuscire a infilare anche i classici? Lo propongo quindi per l’anno prossimo al Direttivo veneziano Baratta & Barbera ― più che un DIrettivo una società di consulenza. “Venezia Vintage”…

Nel mio caso specifico mi sono ritagliata un mattino presto in Sala Volpi, e ho visto, per la prima volta, l’originale di quel “Scent of a Woman”, che, a fine anni ’90, quando lo vidi, mi fece strabuzzare gli occhi davanti al talento di Pacino e prendere una cotta da Smemoranda per O’donnel. La proiezione veneziana mi ha fatto capire che il film di Risi non racconta soltanto il viaggio per l’Italia di Fausto, un cieco scorbutico con il desiderio di morire ―una versione fallata del pallone gonfiato Bruno Cortona de “Il sorpasso” ― ma ci offre anche la fotografia di un paese in bilico fra feste a bordo spiaggia, voglia di evasione e candore, incarnati da Giovanni, il giovane soldato accompagnatore del protagonista. Gli occhi morti di Fausto richiamano metaforicamente la tenebra che incombeva sugli anni di piombo lì alle porte. Risi ripropone la coppia cinico-candido che ci aveva conquistato in “Il sorpasso”: e Gassman offre l’ennesimo saggio di comicità sgarbata e tagliante, di bisogno di tenerezza e incapacità di articolarlo.
Come tante delle commedie tragiche di Risi e Monicelli, si ride ― molto! ― il cuore si stringe ― moltissimo! ― e ci si augura che i Millennials non si fermino al remake hollywoodiano, ma risalgano all’originale, scoprendo il dolore divertito raccontato dal cinema italiano nei suoi anni di gloria.
Regalate(ve)lo. 🙂

Di tutt’altro peso “L’effetto acquatico”, l’ultimo Lez Muvi, all’illustre presenza del D-Bridge, dell’Onassis JR, del WG Mat e della Vanilla, ormai pronta alla doppia cittadinanza dopo la mensile permanenza sul suolo brexitannico 🙂

Se un film è un peso piuma non significa che sia superficiale o aria fritta. Almeno, non in questo caso. Semplicemente guarda alla storia con occhi e piglio diversi da un Tarkovsky… E questo non depone a sfavore del film ― con tutto il rispetto per Mastro Tarkovsky, naturalmente.
Un giorno in un bar, Samir, gruista magrebino, timido, goffo, adorabile, si scontra con il bel caratterino di Agathe, un’istruttrice di nuoto che sa fa il fatto suo, e ne rimane fulminato. Per conoscerla, s’iscrive al suo corso, pur sapendo nuotare. Tra i due sboccia del tenero, e si baciano ― sdraiati sul trampolino, so sweet ― ma poi lei viene a sapere che lui le ha mentito, e parte incavolata alla volta dell’Islanda per partecipare a un convegno di bagnini. Lì ritrova un’amica strampalata, che fatalità e/o carramba, conosce anche Samir, e Samir le raggiunge, perché è troppo innamorato di Agathe, e tra un silenzio impacciato e l’altro, rimane fulminato ― stavolta letteralmente ― dal bollitore del caffè, perde la memoria, e allora è Agathe che deve rincorrerlo e fargliela tornare perché anche lei è cotta partita per questo grande gigante gigante di nome Samir.

Con questo genere di trame surreali uno non può applicare le leggi di causa-effetto a cui ricorriamo nella vita di tutti i giorni. Dobbiamo sospendere la logica e lasciarci guidare dagli eventi, per quanto assurdi, inverosimili, bislacchi essi siano. E per capire questi personaggi dobbiamo affidarci a dei frammenti. Non abbiamo a nostra disposizione le ore di approfondimenti di Tarkovsy ― sempre molto umano lui. Il film è breve ― 88 minuti ― e brevi sono i momenti in cui cogliamo il senso, e il sentire, dei suoi personaggi. Ma bastano. O a me sono bastati.
Samir è uno di quei caratteri che scatena, immediata, l’empatia. Goffo, buffo, ma naturalmente buffo, senza ombra di sovracostruzioni, senza sindrome Allevi… Impacciato con Agathe, ma talmente perdutamente cotto, da trovare nell’amore la forza di farsi avanti, di provarci ― sul trampolino! ― e persino affrontare un viaggio di 3 ore nel profondo nord pur di seguirla. Uno di quei personaggi puri che speri d’incontrare una o più volte nella vita. Agathe è una di quelle donne che la vita ha scolpito a colpi di martello. Non sappiamo nulla del suo passato, ma intuiamo che il suo piglio deciso, la sua iniziale freddezza con Samir, possano risultare da qualche delusione di troppo. I ricci si chiudono solo se vengono toccati…
Sono grata alla regista per aver inserito una scena che mi ha toccato in modo particolare. Nella lezione di nuoto che Agathe impartisce a Samir, lei lo tiene a galla ― lui orizzontale, lei verticale, le mani di lei sotto la pancia di lui, avete presente, no? Nel fotogramma precedente, Samir è inquadrato da solo, sul lavoro, le cuffiette nelle orecchie. Queste due scene in sequenza, ci raccontano la vita fisica ed emotiva di un personaggio. La solitudine di un operaio, ricercata (vedi le cuffiette) e subita ―il fatto che sia magrebino non lo aiuta, nella Francia di periferia con i ben noti problemi d’integrazione. Il contatto che cerca in Agathe, e che Agathe gli concede, scarrozzandolo in giro per la piscina, tutto questo rientra nella categoria “un’immagine vale più di mille parole”: ambientare la prima volta che due sconosciuti si toccano, fisicamente e figurativamente, in acqua, dove le parole non sono possibili e dove solo il respiro, il tocco e gli sguardi che sorridono sono possibili, permette alla regista di avvalersi della profondità espressiva propria del cinema muto, quando l’espressione era relegata ai gesti, agli sguardi, agli occhi che ridono.
E basta anche una singola battuta di un improbabile dottore islandese ― forse improbabili erano solo i suoi capelli ― che, per rassicurare Samir circa la sua amnesie dice “Il passato torna sempre”… E non è troppo rassicurante, come rassicurazione, se ci pensate…

Sia chiaro. Mi rendo perfettamente conto che il film si perda un po’ per strada nella seconda parte, quella ambientata in Islanda, come se la regista si fosse fatta prendere dalla foga di rendere il film “weird” a tutti i costi, costringendo così personaggi che avrebbero potuto godere di una loro robustezza scenica, come l’amica Anna e il freak Frosti ― davvero freak ― in pseudo macchiette. Ma dobbiamo anche riconoscerle l’idea di aver investigato un ambiente trascurato dal cinema ― la piscina. Non che la piscina non sia presente nel cinema, tutt’altro ― pensate a Nanni Moretti e il suo “Palombella rossa”, “Figli di un dio minore” (!), “Cloro”, un bel film di Lamberto Sanfelice visto al Trento Film Festival, e “Welcome”. Ma in questi casi le piscine al coperto sono luoghi che compaiono soltanto come sfondi nel cinema, non come veri e proprio luoghi investigati DAL cinema. Qui la piscina, e per metonimia l’acqua ― o per sineddoche? Bah fate voi che mi sbaglio sempre ― sono un habitat vivo che incuba una relazione. E ci si sofferma anche sugli altri figuri che popolano questo posto, come l’istruttrice sciupamaschi, il bagnino sciupafemmine, il cassiere con l’animo da portinaio. Bastano pochi tratti, poche inquadrature, due parole. Ed è un vero peccato che la regista non ci sia più. Immaginare un mondo e farlo intravedere al di là di pochi tratteggi, non è da tutti. Avesse avuto il tempo di sviluppare questo talento, avremmo avuto occasione di beneficiarne, ne sono sicura.

Questa settimana ho il piacere di proporre un film solo ed esclusivamente per il suo attore protagonista che su di me fa lo stesso effetto di Jude (the) Law e di Michael der Gott Fassbender…
Jake Gyllenhaal ― Jake The Great.
Se penso di averli visti tutti e tre a Venezia, e di aver mantenuto un contegno davanti al loro cospetto in conferenza stampa, be’, comincio a credere che l’essere umano, in situazioni estreme ― questa era estrema fissa ― attinga a delle risorse nascoste che mai immaginerebbe di avere.

DEMOLITION – Amare e vivere
di Jean-Marc Vallée

Il regista è quello di “Dallas Buyers Club” ― ve lo ricordate Matthew McCaunaghy meno una trentina di chili e più un Jared Letho da Oscar (che infatti vinse)?
Non so altro del film, ma credo che Jake The Great possa bastare. 😉

Se questa settimana vi sentite particolarmente cinefili e particolarmente spagnoli ― o anche solo particolarmente ― passate per il Maelstrom: martedì e mercoledì il Mastro propone il Festival del Cinema Spagnolo… details to follow 😉

E anche per oggi è tutto, Moviers, spero siate ancora e sempre li’.
Ringraziamenti a pacchi, e saluti, stasera, casualmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Di seguito il programma del Festival del Cinema Spagnolo, in corso dal Mastro, al Cinema Astra, martedì e mercoledì, due film per giorno –two movies a day keep the doctor away… 😉
Io spero di vedere “10.000 km”… 😉

Todas las mujeres [Tutte le donne], martedì 20 – ore 19.00
10.000 Km, martedì 20 – ore 21.00
Barcelona nit d’estiu [Barcelona notte d’estate], mercoledì 21 – ore 19.00
El critico [Il critico], mercoledì 21 – ore 21.00

Versione in originale con sottotitoli in italiano
Ingresso singolo 5 Euri, doppia proiezione 8 Euri ― per i braccini amanti delle offerte speciali…  😉

Entonces vamos!

DEMOLITION: La vita di un banchiere specializzato negli investimenti viene sconvolta dalla perdita della moglie. La sua discesa verso l’autodistruzione si interromperà solo dopo l’incontro casuale con una donna

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LET’S MOVIE 295 – propone L’EFFETTO ACQUATICO e commenta ESCOBAR

LET’S MOVIE 295 – propone L’EFFETTO ACQUATICO e commenta ESCOBAR

L’EFFETTO ACQUATICO
di Sólveig Anspach
Francia, Islanda, 2016, ‘85
Lunedì 12 / Monday 12
21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Mel Moviers,

Gibson mi piace ricordarlo con addosso il kilt e la faccia dipinta di azzurro ciano mentre cerca di liberare la Scozia dall’oppressore britannico nei panni di William Wallace ― persino il nome era facile da ricordare, William Wallace. Poi ha preso la strada dell’impegno religioso che l’ha portato a girare quel mattatoio a cielo aperto che è stato The Passion. Poi sarà stato in vacanza a Cancun, è andato in fissa con i Maya e ha girato Apocalypto, che sembra più un parente del Viks Vaporub che un film. Vista la maniera strumentale con cui ha “riletto” la fine dell’impero Maya, è meglio considerarlo tale, un nebulizzatore per liberarti le vie aeree… In base all’interpretazione gibsoniana, i Maya si sarebbero estinti non a causa dell’arrivo dell’uomo bianco, ma perché già irrimediabilmente piagati da malcontenti intestini e dallo stato retrogrado in cui vivevano rispetto agli europei ― forse qualche manuale di storia bisognerebbe regalarlo al regista, voi che dite? Quindi meglio ricordarcelo Braveheart, un cuore bravo e coraggioso, con cui ha pure scritto una pagina importante nel capitolo “Come girare scene di battaglia nella brughiera” ― capitolo cominciato da un certo Kubrick, Stanley, con il suo “Barry Lindon”.
A quest’ultima Mostra del Cinema di Venezia, un Gibson tra Popeye e Bruto, tutto bicipiti e barba, ha presentato fuori concorso “Hacksaw Ridge”, ossia la vera storia di Desmond Doss, il primo obbiettore di coscienza arruolato nell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale, che, per convinzioni pacifiste e religiose (era un Avventista), si rifiutò di toccare arma e volle a tutti i costi servire sul campo la Grande Madre America nel ruolo di soccorritore. Una storia che, ci scommettiamo, riempirà le sale statunitensi: nella battaglia di Okinawa, una delle più cruente della storia, Desmond, armato della sola forza di volontà, porto’ in salvo 75 soldati americani. Potete immaginare trama più ghiotta per un popolo che dorme con la bandiera americana stampata sul cuscino? E va bene, eh, non sto dicendo nulla a Gibson. Ha trovato una storia forte, che piacerà, fiumi di dollari nelle casse dei botteghini, good job, my chap.
Io tuttavia rimango perplessa. Se vuoi raccontarmi la storia di un obbiettore di coscienza allergico alle armi, che dimostra che in guerra, i veri eroi non sono tanto ― o solo ― i soldati, quanto gli angeli custodi dei soccorritori che salvavano vite in condizioni pietose, se vuoi dirmi che quella è la via, ovvero il rifiuto delle armi e il torto marcio in cui sono caduti tutti i superiori di Desmond, sottovalutando i suoi ideali e lui come persona. Se vuoi dirmi tutto questo, perché allora sacrifichi metà film (131 minuti di film totali) mostrandomi corpi dilaniati, scoppiati, mozzati, bruciati, colati e tutti i participi passati dell’horror che vi vengono in mente, quando invece potresti investire il tempo a mostrarmi il personaggio e il suo credo?
Dovremmo dire a Mel che “Salvate il soldato Ryan” ha già segnato una svolta nel modo di intendere il cinema di guerra, e che adesso bisognerebbe trovare un modo nuovo. “Hacksaw Ridge” ci fa vedere la guerra brutta, sporca e cattiva che ci aveva mostrato Spielberg, con la differenza che Gibson c’indugia, par trovarci gusto: come se si sia lasciato ammaliare dal lato “action” del conflitto. Il risultato somiglia a un video gioco, molto benfatto, molto ben riuscito, ma sempre con quell’eroismo americano che alla fin fine se ne infischia del pacifismo, e si esalta per la sconfitta dei musi gialli, fregati da un eroe umano di una cinquantina di kg sporchi…

E rimaniamo in argomento biopic… Questo mi aspettavo da “Escobar”. Un bel biopic sulla figura controversa di questo personaggio assurdo che è stato Pablo Escobar negli anni 80-90. Il regista Andrea Di Stefano aveva per le mani Benicio Del Toro, un cavallo di razza ― un Toro cavallo di razza?? ― un animale da cinepresa, uno che lo infili nell’inquadratura, gli chiedi di stare fermo e ti racconta una storia anche solo respirando. Di Stefano aveva questa carta vincente, e si perde in una storiellina d’amore ai limiti del mocciano che ti annoia dal quarto minuto. Ma come si fa a sprecare un’occasione così? L’avrà visto, il regista, “Che – L’argentino”, il biopic di Stephen Soderbergh su Guevara, sempre interpretato da Benicio? A me il film non fece impazzire ― troppo trascinato ― ma gli riconosco il merito di aver colto l’uomo, oltre che la sua figura storica… E solo alla fine, insieme ai miei fidi Moviers presenti, il Felix, il D-Bridge, l’Onassis JR, il candY-the-Andy e anche il nostro regista between sisters, Infomanugerosa.com, ci siamo accorti che siamo stati ingannati dal titolo. Il titolo originale è “Paradise Lost” ― e John Milton si sta rivoltando nel suo londinese sepolcro ― che si riferisce al sogno di Nick, un giovane canadese che si traferisce in Colombia col fratello per aprire una scuola di surf ― variante del chiringhito d’ordinanza ― e vivere di spiaggia, onde e mohito. Tra il sogno e la realtà s’inerisce un colpo di fulmine: Nick s’innamora di Maria, che non è una Maria qualsiasi, bensì la nipote di Pablo Escobar. E se tu ti frequenti con la nipote di Pablo Escobar, va da sé che ti frequenti anche con Pablo Escobar e i suoi traffici. Prima di consegnarsi alla Polizia, lo zio di Colombia “invita” Nick ad aiutarlo in una missione con al centro un dilemma etico: il quindicenne innocente, lo ammazzo o non lo ammazzo? Il film si conclude così come il titolo ― quello originale ― suggerisce. Paradiso perduto…
Il film sbaglia anche nel modo in cui approccia la storia d’amore tra i due ragazzi. Non un minimo di attesa, di pathos. Se la brucia in due scene e ti lascia con questa coppia di giovincelli il cui amore sembra più una cotta adolescenziale che un amorone pronto a sfidare la morsa dei doveri famigliari deliquenziali. Non proviamo alcuna empatia per i personaggi. Nick é raffigurato come un ingenuotto, l’innocente canadese che cade nelle grinfie del colombiano cattivo… Lo stesso vale per Maria ― sono una coppia perfetta, in effetti… Lo spettatore non è portato a tifare per loro: non gli interessa sapere se riusciranno a uscire dal paese e vivere per sempre felici e contenti ― ve lo ricordate “Argo”, invece? E quanto lo spettatore non vedesse l’ora, quanto trepidasse che il protagonista e l’Ambasciata USA lasciassero Teheran? Ecco esperienze diametralmente opposte…

Mi sento di aver passato tutto il film con la voglia di vedere Escobar, cercandolo dappertutto con lo sguardo, attendendo di vederlo spuntare in scena. Invece, per tutto il film, avevo questi fastidiosi personaggini davanti agli occhi che non mi dicevano niente e rubavano la scena al pezzo forte. È una sensazione fastidiosa, di desiderio rinviato e poi disatteso. E lo sapete no, l’amaro che lascia in bocca un desiderio rinviato e poi disatteso…
Quando poi il pezzo forte compare sullo schermo non ne avresti mai abbastanza. L’interpretazione di Benicio è ottima, è riuscito a rendere l’ambiguità del personaggio, il vero tratto distintivo del vero Escobar: farabutto inseguito dalla polizia di mezzo mondo, ma al contempo icona idolatrata dal popolo come una specie di mito, di dio salvatore ― considerati i soldi all’odor di coca con cui ricopriva la povera gente per accattivarsi la loro riconoscenza e la loro ammirazione. Del Toro non si risparmia. È tenero quando deve essere tenero, esibizionista quando dev’essere esibizionista ― Escobar aveva un debole per la promozione di se stesso e della sua famiglia (era sempre lì a far foto, filmini, feste…) ― spietato quando deve essere spietato. E non perde mai di vista la contradditorietà che è propria di tanti criminali: tanto delinquenti nel mondo, quanto teneroni dentro le mura domestiche. È un po’ la sindrome di Don Vito Corleone: spietato con tutti ma pezz’e còre coi picciriddi de famigghia… E di fatto Escobar e Corleone sono stati due family boss, personaggi per i quali la famiglia era il vero motore che li spingeva a delinquere ― per mantenere uno status, un certo stile di vita, e un prestigio dei suoi membri, tocca guadagnare…

Purtroppo, a parte l’interpretazione di Del Toro, non mi è piaciuto altro del film. E nemmeno se mi spremo le meningi, o l’esile trama del film, riesco a far uscire qualcosa di positivo. Mi chiedo, per altro, chi abbia fatto il cast. L’attorino che interpreta Nick ― -ino per la stazza e gli skills ― non ha un briciolo di polso, di charme, di verve. E anche Maria, ragazzi, che anonimato… Tutto l’insieme fa molto prodotto televisivo, ma non quelle serie tv di ultima generazione che mi si dice essere meglio del cine, le fiction quelle becere, quelle in cui i microfoni spenzolano dall’alto nella scena e i baci fanno venir voglia di cambiare canale.

Speriamo che questa settimana vada meglio… Già tornare dal Mastro ci rincuora, dopo due settimane di embargo Smelly Modena…

L’EFFETTO ACQUATICO
di Sólveig Anspach

Presentato allo scorso Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, che fa sempre la sua figura, lo corteggio da prima di andare a Venezia. Mi piace l’idea di vedere un film ambientato in una piscina ― le piscine sono luoghi fuori dal tempo in cui sei indifeso, pressoché nudo, in balia della tua determinazione, o della sua totale assenza, quando ozi a fondo vasca in attesa che l’ora passi, tu possa uscire dall’orizzont(al)e ittico e riappropriarti della tua rassicurante postura eretta… Questo ovviamente non mi riguarda, visto il mio rapporto di riconoscenza verso le piscine, che infilano un coriandolo celeste dentro uno spaccato urbano molto spesso squallido.
Inoltre il film è uscito postumo: la regista è mancata l’anno scorso. Mi pare bello che abbiano fatto uscire il film comunque ― le logiche della distribuzione sono meschine, avrebbero potuto cacciarlo nel dimenticatoio senza una regista pronta a promuoverlo…

E anche per oggi è tutto. Ma non vedo l’ora di spingervi nel Maelstrom… E voi non scansate la spinta. Lasciatevi scivolare in Laguna con i vincitori e vinti…

E se pianificate una visitina a Venezia post-Mostra del Cine, guardate quale altra bella Mostra si apre, il 17 settembre, a Ca’ Pesaro… http://www.magazzino26.it/coco-chanel-art-music-show/ 😉

Ringraziamenti sempre sentiti e saluti, stasera, bellicosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Finalmente a Venezia si comincia a ragionare!
Il Gran Premio della Giuria è stato assegnato al mio “Nocturnal Animals” del mio Tom Ford, mon petit enfant le prodige! Due film all’attivo e due Premi della Giuria ― forse chi lo critica perché lo vede sempre come uno stilista con il capriccio della regia, si ricrederà.
“Spira Mirabilis, o come spirare mirabilmente”, il documentario sull’immortalità che ammazzerebbe persino Highlander e non ha un briciolo di arte nei suoi 121 minuti, non porta a casa nulla. Giustizia, ogni tanto.
Certo, il Leone d’Oro è finito al “solito” filippino, Lav Diaz, con “The Woman Who Left”, ma se non altro questo film dura solo 3 ore e 40 minuti… “Solo” perché il suo film precedente, “Lullabay to the Sorrowful Mystery”, che vinse all’ultima Berlinale, è lungo 8 ore e 5 minuti… Ci è andata bene.

Inoltre mi dico molto soddisfatta perché “Orecchie”, il film non surreale ma realissimo di cui vi avevo parlato in termini entusiastici la settimana scorsa, si è aggiudicato ben due riconoscimenti! Il Premio ARCA CinemaGiovani per il Miglior Film Italiano. E Daniele Parisi, l’attore protagonista, ha vinto il Premio NuovoImaie Talent Award come Miglior Attore Emergente.
Eccovi il trailer, https://www.youtube.com/watch?v=bmCP1g1dKOo
Quando uscirà, se uscirà, non perdetelo, please!

L’EFFETTO ACQUATICO: Samir, gruista a Montreuil, ha perso la testa per Agathe, ruvida istruttrice di nuoto occupata nella piscina municipale del quartiere. Nuotatore provetto, Samir si compra un costume e si finge principiante per agganciarla. Tra una bracciata e l’altra, le cose sembrano procedere nella corsia giusta ma un imprevisto costringe Samir a svelare la bugia. E le bugie non piacciono ad Agathe che vola in Islanda per rappresentare la Francia a un congresso di istruttori. Pazzo d’amore, Samir la segue fino al ‘polo Nord’ dove si fa passare per un conferenziere israeliano. Agathe è contro ma il destino è decisamente a favore.

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LET’S MOVIE 294 – propone uno Speciale MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2016, ESCOBAR e commenta SUICIDE SQUAD

LET’S MOVIE 294 – propone uno Speciale MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2016, ESCOBAR e commenta SUICIDE SQUAD

ESCOBAR
di Andrea Di Stefano
Spagna, Francia, Belgio, 2014, ‘120
Martedì 6 / Tuesday 6
21:00 / 9 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

 

Mostra Moviers!

Uno non capisce cos’è finché non ci si trova. Tipo il carpet è red, molto red, ma l’avrei fatto più grande ― la tv ingrassa, si sa. E il posto in sé somiglia molto a una cittadella, una cine-cittadella, solo che al posto di ponti levatoi e di torrette ci sono canali lagunari e sale cinematografiche ― una delle quali ospita 1409 posti, millequattrocentonove! ― e punti lounge con cuscinoni nei prati e una terrazza che dà sulla spiaggia del Lido. E allora pensi immediatamente a Tadzio e a Von Aschenbach, e alla Morte che Thomas Mann immaginò a Venezia, lì sul Lido, e che non lascerà mai certi angoli della tua mente.
E poi pensi a quante specie di animali umani hai incontrato! Svarowsky in forma di sandalo che chiedono pietà ai piedi di certe donne troppo “burrose”, davvero troppo, per camminarci dentro; nerd secchi secchi con i baffi radi radi e tutto il cinema polacco in punta di dita; leoni e leonesse della movie-industry, che vedono nella Mostra il cuore della loro savana, e si fanno strada con il telefono costantemente all’orecchio e molto lino intorno ai loro sacri corpi.
Non posso, per ragioni di spazio e tempo ― ah la fisica, ah i suoi limiti! ― parlarvi di tutto ciò che ho visto, film e non. Sia perché non è lo scopo di questo Let’s Movie, sia perché parlerò nel dettaglio di “Nocturnal Animals”, il film di Tom Ford, in un pezzo di prossima pubblicazione nel Frullato di Magazzino 26.
Credo sia quello, il “mio” film di questa mostra. Per tanti motivi, ma sostanzialmente due: 1. ti tiene dal primo minuto all’ultimo; 2. Ford si riconferma un regista con un’idea precisa di cosa vuole fare e come lo vuole dire. La maggior parte delle volte uno degli elementi manca, e all’ora l’opera è buona per un terzo, due terzi, ma non nella sua totalità.
Dopo 7 anni da “A Single Man”, l’ex enfant prodige della maison Gucci torna dietro la macchina da presa e realizza quello che definisco un film di brutale bellezza, in cui tanti sono gli argomenti sul tavolo: sopravvivere a uno strappo emotivo (doppio in questo caso, figlia e moglie del protagonista); essere in lotta con i pregiudizi, ma rimanere schiavi dei propri stessi stereotipi; mantenersi fedeli alle proprie aspirazioni e riuscire a farcela nella vita…
Ci sono due binari narrativi che corrono paralleli in questa meta-storia ben architettata: c’è la storia di Susan, gallerista d’arte nella classica gabbia dorata, e poi quella di Tony, protagonista di un romanzo, “Nocturnal Animals”, scritto dall’ex marito di Susan, che le manda in bozze e le chiede di leggerle. Nel romanzo, Tony è un padre di famiglia che una notte, in viaggio con moglie e figlia, viene aggredito da tre balordi (modello farabutti redneck), nel bel mezzo del nowhere texano: gli portano via l’auto, rapiscono le donne, e… Be’ non faccio altro spoiler, ma sappiate che Tony dovrà affrontare un dolore grande grande. Questo senz’altro è il core-topic del film, ma ciò che mi ha colpito non è tanto quello, quanto il codice che Ford adotta per raccontare questa metastoria di brutalità trascesa ― o forse sarebbe meglio dire accesa ― da una profonda bellezza formale. Il che non significa bellezza in senso stretto, virtuosismo sorrentiniano, bensì ricerca di una dimensione estetica che faccia da contraltare alla realtà orrida che gli esseri umani possono (de)generare. La scena d’apertura, potente e sì, un filo sorrentiniana, ci ipnotizza: una performance artistica di donne nude obese che ballano, insieme al loro adipe e al loro corpo sfregiato da cicatrici, presumibilmente di natura addominoplastica. E questa visione così grottesca, ai limiti del fastidioso ― immaginatevi delle majorette biotte biotte e molto molto sovrappeso ― innesca un altrettanto potente contrasto con la vita perfetta della protagonista. Villa nei quartieri alti, galleria d’arte da far invidia alla Gagosian, un cane palloncino di Jeff Koons in bella mostra in giardino, vernissages a destra e a manca e marito bellissimo ― ovviamente fedifrago…
Ford sa quello che fa. E ancora lascia tutti stupiti che un uomo di moda sappia fare cinema così come lo fa lui. La sceneggiatura non fa una piega ― del resto, uomo di moda era! ― gli attori sono tutti nella parte, l’enfasi è gestita in maniera coraggiosa: la scena di violenza, che avrebbe potuto essere “sorvolata”, o quantomeno ridotta, è temporalmente espansa. Lo scopo è quello di trascinarci nell’incubo di quella notte e di questo marito, che di punto in bianco, si vede crollare la famiglia sotto gli occhi. Mi sarebbe piaciuto chiedere a Tom se tutta la bellezza a cui ricorre ― per bellezza mi riferisco anche, sineddoticamente, a un semplice divano di velluto scarlatto che torna sia nel romanzo scritto da Tony, che nella storia tra Tony e Susan ― chiedergli insomma se tutto questo bendiddio estetico sia un modo suo, tutto-fordiano, per articolare la mostruosità umana. Come se il bello nel brutto, potesse, in qualche modo, rendere il brutto meno brutto, più sopportabile.

L’altro film che mi ha letteralmente steso è l’epica-biblica in modalità western, ma con derive thriller, “Brimstone”, del belga Martin Koolhoven. Siamo into the wild del Far West americano, anche se la pellicola è stata girata e prodotta in Europa, come ha tenuto a sottolineare il regista in conferenza stampa ― e davvero sembra il Minnesota, a guardarlo; poi ti dicono che è Bulgaria+Germania+effetti speciali, e tu pensi “Apperò”. Lavoro coi fiocchi.
Suddiviso in capitoli da Vecchio Testamento ― Apocalisse, Esodo, Genesi, Castigo ― il film racconta di Liz, una giovane perseguitata da un padre molto più che padrone: un predicatore di origini olandesi che non ha perdonato alla figlia di essergli sfuggita dalle mani di molestatore, picchiatore, e tutto quello che di brutto possa venirvi in mente.
Cosa succede quando la parola di Dio viene manipolata da una bocca ignobile, che crede di fare la Sua volontà e invece fa la propria? Cosa succede quando il volere di Dio viene spinto all’estremo, letto, riletto e agito da una mano matta? E quando un uomo si crede “come Dio” (e non è Silvio Berlusconi)? “Brimstone” ci pone queste domande attraverso la figura del villain più villain che sia mai stato scritto negli ultimi anni. E proprio attraverso questo personaggio il film guarda al passato e, lo vedete, parla di presente: l’integralismo religioso una drammatica realtà che conosciamo molto bene oggi.
Il reverendo è un cattivo duro e puro, proprio come quelli dei western, senza pietas, senza un briciolo di pentimento. Talmente cattivo che sembra essere un Diavolo, o il Male, che non ha mai fine, che non muore mai, ma si rigenera, e torna e non molla e non lascia la vittima fino alla fine.
“Brimstone” NON è per stomachi delicati. È molto violento, certamente in alcune scene da mattatoio, ma soprattutto nelle situazioni storicamente comprovate che evoca. Vedere una donna con una museruola di ferro che le impedisce di parlare, o sentire le frustrate che schioccano sulla schiena di una bambina, sono frammenti dell’orrore a cui non vorresti mai pensare. E uno degli obbiettivi del regista è proprio quello di mostrare cosa patirono le donne in quelle società maschiocentriche e fondamentaliste come quelle dei puritani duri-e-puri sbarcati dall’Olanda nel Nuovo Mondo. A molti il film non è piaciuto proprio per questa crudezza, a tratti, verosimilmente gratuita. Ma è costruito talmente bene e vi tiene con il fiato così sospeso per 142 minuti ― 142, sì ― che gli posso perdonare anche delle sporcature nella verosimiglianza, e qualche moncherino o budello di troppo.
Un altro film che non dovete perdervi è “Orecchie” di Alessandro Aronadio. Buffissimo, apparentemente surreale, ma in verità, realissimo, racconta la giornata di “uno come noi” ― laureato in filosofia, insegnante precario, perseguitato dalla sensazione di essere sempre fuori posto ― che una mattina si sveglia con un fastidioso fischio nelle orecchie… Non voglio dirvi altro, ma vi prego di segnarvi il titolo: siete costretti a non perderlo, quando capiterà a Trento ― farò tutto quello che è in mio potere per supplicare il Mastro affinché lo prenda. 😉

Naturalmente ho subìto anche degli shock durante questa Mostra ― ogni Mostra, i suoi mostri. “Le Beaux Jours d’Aranjeux”, l’ultimo di Wim Wenders, mi ha spinto fuori dalla sala prima della fine. Il che corrisponde a una MIA sconfitta, non necessariamente del film. Ma vedete, un uomo e una donna in un giardino che parlano come un libro stampato dei rispettivi passati amorosi solo perché sono due personaggi di una pièce teatrale che il drammaturgo sta scrivendo, non sempre sortisce gli effetti desiderati… Ed è davvero triste quando tanti spettatori si alzano e se ne vanno ― tristissimo quando uno di questi spettatori sono io.
Lo stesso fuggi-fuggi è capitato a “Spira Mirabilis”, o “Come far spirare mirabilmente gli spettatori in 121 minuti”.
Proiettato in Sala Darsena ― quella con 1409 posti ― al momento del “play” il film avrà contato 1300 teste di accreditati. Ai titoli di coda, le teste rimaste saranno state non più di 500, la mia compresa. Sono rimasta, sì: dopo aver desistito con Wenders, capirete, dovevo rifarmi. E volevo provare l’esperienza dei fischi in sala. Ne ero matematicamente certa: con tutti gli sbuffi, i cellulari consultati, i corpi addormentati che mi circondavano durante la proiezione… Ebbene, alla fine, indovinate un po’? Uno scroscio di applausi…
Per vostra informazione, “Spira Mirabilis” è un documentario che somiglia a quelli concettualmente spintissimi del Trento Film Festival, di cui non capisci assolutamente niente se il Fellow Fant(amatic) non illumina il tuo buio con il suo sapere.
È stato definito “una sinfonia visiva, un inno alla parte migliore degli uomini, un omaggio alla ricerca e alla tensione verso l’immortalità”.
Segnatevelo. Vincerà sicuramente qualche premio.
SICURAMENTE.

Ma ora lascio l’amata Laguna e torno a noi, a “Suicide Squad”, al D-Bridge, all’Onassis JR e al WG Mat, che si sono presentati all’appuntamento di lunedì, senza temere le critiche piovute sul film ― o forse temendole. 🙂
Avevo messo le mani avanti. Nessun “Quarto Potere” all’orizzonte. E certo “Suicide Squad” non lo è. La storia la sapete, no? Un’agenzia governativa guidata da Amanda Waller ― un incrocio tra M di 007, Hillary Clinton e, suggerisce il D-Bridge, l’ex ministro Kjenge― recluta alcuni pericolosissimi criminali e affida loro alcune missioni ad alto rischio per conto del governo.
Tra i criminali reclutati ci sono Harley Quinn, ex psichiatra e amante del Joker, il cecchino Deadshot, El Diablo, ovvero un chico che riesce a controllare il fuoco, e Killer Croc, un energumeno mezzo rettile mezzo Hannibal- the-Cannibal. Non è che questa Armata Brancaleone del Male agisca incontrollata: camminano tutti con un microchip-bomba innestato nel collo. Se si ribellano, il governo schiaccia un bottone e loro, puf, saltano in aria. In cambio dei loro “servizi”, il Governo, magnanimo, concede loro degli sconti di pena e dei privilegi.
“Suicide Squad” è come uno di quei monelli che ti piombano in casa, combinano un sacco di guai, ti camminano con le scarpe sul divano nuovo, rovesciano succo di mirtillo sul legno sbiancato, e ti coprono la carta da parati shabby-chic con dei graffiti che non faranno di loro i Basquiat del nuovo millennio. Tu vorresti denunciarli a qualche tribunale universale per la difesa dell’adulto dai bambini molesti. Però, poi, a un certo punto, ti fanno una battuta o ti lanciano uno sguardo irresistibile, e tu gliele perdoni tutte. Persino il succo di mirtillo sul pavimento sbiancato. Ecco. “Suicide Squad” è così. Combina un sacco di disastri: sceneggiatura che si perde per strada, soprattutto nella seconda metà, e tempi sballati con un inizio spiegatissimo ― tutte le schede di tutti i cattivi ― cui seguono delle vicende troppo frettolose e smilze, che fanno del film un gigante dalla testa grossa e dal corpo piccino piccino. E poi le incongruenze dal punto di vista dei contenuti. Se questi super anti-eroi finiscono per fare del bene, che razza di cattivi sono? Se i cattivi vacillano e si mettono a fare il bene, allora non sono più cattivi… Per quanto la questione sia intrigante, sovverte un ordine che un film di genere dovrebbe mantenere ― considero “Suicide Squad” una specie di gangster movie in cui i gangsters sono dei criminali. Se volessimo fare questo, dovremmo riscrivere il paradigma, e potrebbe essere interessante ― così come pensare a un governo che si serve di una banda di delinquenti per dirimere delle questioni di sicurezza nazionale a cui non è in grado di dar fronte.
Ma “Suicide Squad” si ferma prima. Non perlustra quelle profondità bianco-nero-grigie in cui invece Nolan si era immerso nella sua Trilogia. Il film di Ayer preferisce infilare la pelle di un entertainment movie e lasciare le profondità ad altri registi, o ad altri momenti, chissà. Se prendiamo “Suicide Squad” per quello, un film d’intrattenimento, se non gli chiediamo altro, allora non ci deluderà ― o non più di tanto. Ci sarà anche simpatico, come la piccola canaglia che ci distrugge casa ma che in fondo in fondo, troviamo simpatica. La comicità è molto leggera, ma proprio per questo, accattivante. La colonna sonora si muove allo stesso modo. Piaciona, a tratti truzza e prevedibile, ti conquista proprio per quello. Perché il tuo vicino muove la testa a ritmo dell’Eminem più commerciale di “Without me”, oppure canta su una cover di “Bohemian Rapsody” o su “Fortunate Son” dei Creedence Clearwater Revival, per poi andare su di giri con “Gangsta”. Scelte che ammiccano a un pubblico che comprende i Millennials e i loro fratelli maggiori.
Ma l’elemento che per me ha salvato “Suicide Squad” dalla scure del NO, é senz’altro Harley Quinn, la donna del Joker. Harley è una vera e propria forza della natura ― e un buon 90% del merito va all’attrice Margot Robbie, e il rimanente 10% al suo fondoschiena michelangiolesco, al modo in cui lo porta a spasso e spicca in una Gotham City sporca, buia e popolata da underdog. Questa Harley è malandrina, simpaticissima, maledettissima, con quel lato bomba sexy&naughty che ci ricorda un po’ Margot di Lupin, un po’ Catwoman. Quello che la distingue, tuttavia, è la pazzia. Harley è completamente “nuts”, fuori di testa. E questo lo deve al Joker, che ha fatto di lei ciò che ha voluto: ha preso una psicologa e l’ha trasformata nel suo esatto opposto ― una matta da legare.
E quanto al Joker…. Confesso che buona parte della mia voglia di vedere “Suicide Squad” originava dalla curiosità di vedere Jared Letho nei panni che giganti delle proporzioni di Jack Nicholson e Heith Ledger avevano indossato. Strada in salita per lui. E infatti, a mio parere, arranca. Strafa. Certo il Joker è un personaggio ingestibile: la sua stessa natura lo è. E tu attore, devi riuscire ad essere completamente deranged ― ce l’ha persino scritto in fronte ― e tuttavia devi apparire anche incredibilmente credibile. Per riuscire in questa missione o sei Jack Nicholson, che, quanto a derangeness, potrebbe tenere corsi a Harvard. O sei un Heath Ledger, un talento puro raffinato da una tecnica studiatissima. Jared Letho, per quanto ce la metta tutta, risulta solo squilibrato. Non c’è ombra di lui che rinvii alla dimensione inquietantemente genuina del Joker. Che poi è quella, a spaventarci. La possibilità che il Joker sia quello che noi siamo, o dica quello che noi pensiamo. La possibilità che NOI, a un certo punto, si possa essere il Joker…
In “Suicide Squad”, per altro, la sua partecipazione è marginale, inserita più che altro per dare lustro a Harley Quinn ― forse un po’ sconosciuta al grande pubblico ― e per fare colore. Certo con quei capelli tinta prato inglese e quei denti d’acciaio Alessi, difficile non notarlo… Peccato che l’estetica jokeriana dovrebbe venire DOPO la sua spaventosa a-etica…
Quindi no, niente “Quarto potere”… Vedetelo come le ultime ore di marachelle estive prima del trillo della campanella autunnale. 😉
A questo proposito, ecco con cosa torniamo sui banchi del nuovo anno cinematografico.

ESCOBAR
di Andrea Di Stefano

Due anni di attesa per vedere Benicio del Toro nei panni del re del narcotraffico sudamericano. Non si capisce bene il motivo di questo ritardo: il regista è un italiano, e per quanto il film avesse diviso la critica alla Festa del Cinema di Roma nel 2014, piacque molto al pubblico… Bah, a volte la distribuzione costringe le pellicole a passare per vie tortuose. Facciamo in modo che almeno “Escobar” non passi inosservato… 😉

Be’ a questo punto fuggo più veloce della luce verso la mia libertà: vi ho trattenuto più del dovuto, e io lo so, avete una vita là fuori, dei panni da stendere e un post-estate da metabolizzare. Nel Maelstrom due parole su un altro film buffissimo, se volete gradire… Altrimenti, cominciate pure a metabolizzare pure… Per farlo bene, consiglio un paio di Frullati, freschi freschi dal Magazzino 26:
“Delizie d’autunno in sala” http://www.magazzino26.it/delizie-dautunno-in-sala-art-music-show/,
“Grinta e Grazia – Meryl Streep”, http://www.magazzino26.it/grinta-e-grazia-meryl-streep-art-music-show/ 🙂

Sempre grazie, sempre tante, e saluti, stasera, biennalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il re dei belgi” è un mockumentary, un documentario farlocco, finto come l’oro del Giappone, che racconta le peripezie di Nicholas III Re del Belgio il quale, durante una missione diplomatica in Turchia, scopre che il suo regno sta per crollare, e deve far ritorno in patria per impedirlo. Ma una tempesta solare blocca tutti i mezzi di trasporto e re Nicholas deve trovare una via alternativa… Con lui in questa odissea balcanica, il valletto personale, un’addetta stampa, un delegato e un videomaker: avrebbe dovuto realizzare un documentario propagandistico sulla monarchia ― “Il nostro Re” ― e invece realizzerà dell’altro. Ne succedono di tutti i colori, a questi belgi buffi e strampalati ― il loro Re primo fra tutti ― che attraversano mezza Europa prima di giungere in patria.
Credo sia l’unico film comico passato a Venezia, e ha fatto molto molto ridere la Stampa in sala con me… 🙂

ESCOBAR: Nick pensa di aver trovato il paradiso quando raggiunge il fratello in Colombia. Una laguna turchese, una spiaggia d’avorio, onde perfette – è un sogno per questo giovane surfista canadese. Poi incontra Maria, una splendida ragazza colombiana. I due si innamorano follemente e tutto va benissimo fino a quando Maria presenta Nick a suo zio: Pablo Escobar.

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