LET’S MOVIE 294 – propone uno Speciale MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2016, ESCOBAR e commenta SUICIDE SQUAD

LET’S MOVIE 294 – propone uno Speciale MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2016, ESCOBAR e commenta SUICIDE SQUAD

ESCOBAR
di Andrea Di Stefano
Spagna, Francia, Belgio, 2014, ‘120
Martedì 6 / Tuesday 6
21:00 / 9 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

 

Mostra Moviers!

Uno non capisce cos’è finché non ci si trova. Tipo il carpet è red, molto red, ma l’avrei fatto più grande ― la tv ingrassa, si sa. E il posto in sé somiglia molto a una cittadella, una cine-cittadella, solo che al posto di ponti levatoi e di torrette ci sono canali lagunari e sale cinematografiche ― una delle quali ospita 1409 posti, millequattrocentonove! ― e punti lounge con cuscinoni nei prati e una terrazza che dà sulla spiaggia del Lido. E allora pensi immediatamente a Tadzio e a Von Aschenbach, e alla Morte che Thomas Mann immaginò a Venezia, lì sul Lido, e che non lascerà mai certi angoli della tua mente.
E poi pensi a quante specie di animali umani hai incontrato! Svarowsky in forma di sandalo che chiedono pietà ai piedi di certe donne troppo “burrose”, davvero troppo, per camminarci dentro; nerd secchi secchi con i baffi radi radi e tutto il cinema polacco in punta di dita; leoni e leonesse della movie-industry, che vedono nella Mostra il cuore della loro savana, e si fanno strada con il telefono costantemente all’orecchio e molto lino intorno ai loro sacri corpi.
Non posso, per ragioni di spazio e tempo ― ah la fisica, ah i suoi limiti! ― parlarvi di tutto ciò che ho visto, film e non. Sia perché non è lo scopo di questo Let’s Movie, sia perché parlerò nel dettaglio di “Nocturnal Animals”, il film di Tom Ford, in un pezzo di prossima pubblicazione nel Frullato di Magazzino 26.
Credo sia quello, il “mio” film di questa mostra. Per tanti motivi, ma sostanzialmente due: 1. ti tiene dal primo minuto all’ultimo; 2. Ford si riconferma un regista con un’idea precisa di cosa vuole fare e come lo vuole dire. La maggior parte delle volte uno degli elementi manca, e all’ora l’opera è buona per un terzo, due terzi, ma non nella sua totalità.
Dopo 7 anni da “A Single Man”, l’ex enfant prodige della maison Gucci torna dietro la macchina da presa e realizza quello che definisco un film di brutale bellezza, in cui tanti sono gli argomenti sul tavolo: sopravvivere a uno strappo emotivo (doppio in questo caso, figlia e moglie del protagonista); essere in lotta con i pregiudizi, ma rimanere schiavi dei propri stessi stereotipi; mantenersi fedeli alle proprie aspirazioni e riuscire a farcela nella vita…
Ci sono due binari narrativi che corrono paralleli in questa meta-storia ben architettata: c’è la storia di Susan, gallerista d’arte nella classica gabbia dorata, e poi quella di Tony, protagonista di un romanzo, “Nocturnal Animals”, scritto dall’ex marito di Susan, che le manda in bozze e le chiede di leggerle. Nel romanzo, Tony è un padre di famiglia che una notte, in viaggio con moglie e figlia, viene aggredito da tre balordi (modello farabutti redneck), nel bel mezzo del nowhere texano: gli portano via l’auto, rapiscono le donne, e… Be’ non faccio altro spoiler, ma sappiate che Tony dovrà affrontare un dolore grande grande. Questo senz’altro è il core-topic del film, ma ciò che mi ha colpito non è tanto quello, quanto il codice che Ford adotta per raccontare questa metastoria di brutalità trascesa ― o forse sarebbe meglio dire accesa ― da una profonda bellezza formale. Il che non significa bellezza in senso stretto, virtuosismo sorrentiniano, bensì ricerca di una dimensione estetica che faccia da contraltare alla realtà orrida che gli esseri umani possono (de)generare. La scena d’apertura, potente e sì, un filo sorrentiniana, ci ipnotizza: una performance artistica di donne nude obese che ballano, insieme al loro adipe e al loro corpo sfregiato da cicatrici, presumibilmente di natura addominoplastica. E questa visione così grottesca, ai limiti del fastidioso ― immaginatevi delle majorette biotte biotte e molto molto sovrappeso ― innesca un altrettanto potente contrasto con la vita perfetta della protagonista. Villa nei quartieri alti, galleria d’arte da far invidia alla Gagosian, un cane palloncino di Jeff Koons in bella mostra in giardino, vernissages a destra e a manca e marito bellissimo ― ovviamente fedifrago…
Ford sa quello che fa. E ancora lascia tutti stupiti che un uomo di moda sappia fare cinema così come lo fa lui. La sceneggiatura non fa una piega ― del resto, uomo di moda era! ― gli attori sono tutti nella parte, l’enfasi è gestita in maniera coraggiosa: la scena di violenza, che avrebbe potuto essere “sorvolata”, o quantomeno ridotta, è temporalmente espansa. Lo scopo è quello di trascinarci nell’incubo di quella notte e di questo marito, che di punto in bianco, si vede crollare la famiglia sotto gli occhi. Mi sarebbe piaciuto chiedere a Tom se tutta la bellezza a cui ricorre ― per bellezza mi riferisco anche, sineddoticamente, a un semplice divano di velluto scarlatto che torna sia nel romanzo scritto da Tony, che nella storia tra Tony e Susan ― chiedergli insomma se tutto questo bendiddio estetico sia un modo suo, tutto-fordiano, per articolare la mostruosità umana. Come se il bello nel brutto, potesse, in qualche modo, rendere il brutto meno brutto, più sopportabile.

L’altro film che mi ha letteralmente steso è l’epica-biblica in modalità western, ma con derive thriller, “Brimstone”, del belga Martin Koolhoven. Siamo into the wild del Far West americano, anche se la pellicola è stata girata e prodotta in Europa, come ha tenuto a sottolineare il regista in conferenza stampa ― e davvero sembra il Minnesota, a guardarlo; poi ti dicono che è Bulgaria+Germania+effetti speciali, e tu pensi “Apperò”. Lavoro coi fiocchi.
Suddiviso in capitoli da Vecchio Testamento ― Apocalisse, Esodo, Genesi, Castigo ― il film racconta di Liz, una giovane perseguitata da un padre molto più che padrone: un predicatore di origini olandesi che non ha perdonato alla figlia di essergli sfuggita dalle mani di molestatore, picchiatore, e tutto quello che di brutto possa venirvi in mente.
Cosa succede quando la parola di Dio viene manipolata da una bocca ignobile, che crede di fare la Sua volontà e invece fa la propria? Cosa succede quando il volere di Dio viene spinto all’estremo, letto, riletto e agito da una mano matta? E quando un uomo si crede “come Dio” (e non è Silvio Berlusconi)? “Brimstone” ci pone queste domande attraverso la figura del villain più villain che sia mai stato scritto negli ultimi anni. E proprio attraverso questo personaggio il film guarda al passato e, lo vedete, parla di presente: l’integralismo religioso una drammatica realtà che conosciamo molto bene oggi.
Il reverendo è un cattivo duro e puro, proprio come quelli dei western, senza pietas, senza un briciolo di pentimento. Talmente cattivo che sembra essere un Diavolo, o il Male, che non ha mai fine, che non muore mai, ma si rigenera, e torna e non molla e non lascia la vittima fino alla fine.
“Brimstone” NON è per stomachi delicati. È molto violento, certamente in alcune scene da mattatoio, ma soprattutto nelle situazioni storicamente comprovate che evoca. Vedere una donna con una museruola di ferro che le impedisce di parlare, o sentire le frustrate che schioccano sulla schiena di una bambina, sono frammenti dell’orrore a cui non vorresti mai pensare. E uno degli obbiettivi del regista è proprio quello di mostrare cosa patirono le donne in quelle società maschiocentriche e fondamentaliste come quelle dei puritani duri-e-puri sbarcati dall’Olanda nel Nuovo Mondo. A molti il film non è piaciuto proprio per questa crudezza, a tratti, verosimilmente gratuita. Ma è costruito talmente bene e vi tiene con il fiato così sospeso per 142 minuti ― 142, sì ― che gli posso perdonare anche delle sporcature nella verosimiglianza, e qualche moncherino o budello di troppo.
Un altro film che non dovete perdervi è “Orecchie” di Alessandro Aronadio. Buffissimo, apparentemente surreale, ma in verità, realissimo, racconta la giornata di “uno come noi” ― laureato in filosofia, insegnante precario, perseguitato dalla sensazione di essere sempre fuori posto ― che una mattina si sveglia con un fastidioso fischio nelle orecchie… Non voglio dirvi altro, ma vi prego di segnarvi il titolo: siete costretti a non perderlo, quando capiterà a Trento ― farò tutto quello che è in mio potere per supplicare il Mastro affinché lo prenda. 😉

Naturalmente ho subìto anche degli shock durante questa Mostra ― ogni Mostra, i suoi mostri. “Le Beaux Jours d’Aranjeux”, l’ultimo di Wim Wenders, mi ha spinto fuori dalla sala prima della fine. Il che corrisponde a una MIA sconfitta, non necessariamente del film. Ma vedete, un uomo e una donna in un giardino che parlano come un libro stampato dei rispettivi passati amorosi solo perché sono due personaggi di una pièce teatrale che il drammaturgo sta scrivendo, non sempre sortisce gli effetti desiderati… Ed è davvero triste quando tanti spettatori si alzano e se ne vanno ― tristissimo quando uno di questi spettatori sono io.
Lo stesso fuggi-fuggi è capitato a “Spira Mirabilis”, o “Come far spirare mirabilmente gli spettatori in 121 minuti”.
Proiettato in Sala Darsena ― quella con 1409 posti ― al momento del “play” il film avrà contato 1300 teste di accreditati. Ai titoli di coda, le teste rimaste saranno state non più di 500, la mia compresa. Sono rimasta, sì: dopo aver desistito con Wenders, capirete, dovevo rifarmi. E volevo provare l’esperienza dei fischi in sala. Ne ero matematicamente certa: con tutti gli sbuffi, i cellulari consultati, i corpi addormentati che mi circondavano durante la proiezione… Ebbene, alla fine, indovinate un po’? Uno scroscio di applausi…
Per vostra informazione, “Spira Mirabilis” è un documentario che somiglia a quelli concettualmente spintissimi del Trento Film Festival, di cui non capisci assolutamente niente se il Fellow Fant(amatic) non illumina il tuo buio con il suo sapere.
È stato definito “una sinfonia visiva, un inno alla parte migliore degli uomini, un omaggio alla ricerca e alla tensione verso l’immortalità”.
Segnatevelo. Vincerà sicuramente qualche premio.
SICURAMENTE.

Ma ora lascio l’amata Laguna e torno a noi, a “Suicide Squad”, al D-Bridge, all’Onassis JR e al WG Mat, che si sono presentati all’appuntamento di lunedì, senza temere le critiche piovute sul film ― o forse temendole. 🙂
Avevo messo le mani avanti. Nessun “Quarto Potere” all’orizzonte. E certo “Suicide Squad” non lo è. La storia la sapete, no? Un’agenzia governativa guidata da Amanda Waller ― un incrocio tra M di 007, Hillary Clinton e, suggerisce il D-Bridge, l’ex ministro Kjenge― recluta alcuni pericolosissimi criminali e affida loro alcune missioni ad alto rischio per conto del governo.
Tra i criminali reclutati ci sono Harley Quinn, ex psichiatra e amante del Joker, il cecchino Deadshot, El Diablo, ovvero un chico che riesce a controllare il fuoco, e Killer Croc, un energumeno mezzo rettile mezzo Hannibal- the-Cannibal. Non è che questa Armata Brancaleone del Male agisca incontrollata: camminano tutti con un microchip-bomba innestato nel collo. Se si ribellano, il governo schiaccia un bottone e loro, puf, saltano in aria. In cambio dei loro “servizi”, il Governo, magnanimo, concede loro degli sconti di pena e dei privilegi.
“Suicide Squad” è come uno di quei monelli che ti piombano in casa, combinano un sacco di guai, ti camminano con le scarpe sul divano nuovo, rovesciano succo di mirtillo sul legno sbiancato, e ti coprono la carta da parati shabby-chic con dei graffiti che non faranno di loro i Basquiat del nuovo millennio. Tu vorresti denunciarli a qualche tribunale universale per la difesa dell’adulto dai bambini molesti. Però, poi, a un certo punto, ti fanno una battuta o ti lanciano uno sguardo irresistibile, e tu gliele perdoni tutte. Persino il succo di mirtillo sul pavimento sbiancato. Ecco. “Suicide Squad” è così. Combina un sacco di disastri: sceneggiatura che si perde per strada, soprattutto nella seconda metà, e tempi sballati con un inizio spiegatissimo ― tutte le schede di tutti i cattivi ― cui seguono delle vicende troppo frettolose e smilze, che fanno del film un gigante dalla testa grossa e dal corpo piccino piccino. E poi le incongruenze dal punto di vista dei contenuti. Se questi super anti-eroi finiscono per fare del bene, che razza di cattivi sono? Se i cattivi vacillano e si mettono a fare il bene, allora non sono più cattivi… Per quanto la questione sia intrigante, sovverte un ordine che un film di genere dovrebbe mantenere ― considero “Suicide Squad” una specie di gangster movie in cui i gangsters sono dei criminali. Se volessimo fare questo, dovremmo riscrivere il paradigma, e potrebbe essere interessante ― così come pensare a un governo che si serve di una banda di delinquenti per dirimere delle questioni di sicurezza nazionale a cui non è in grado di dar fronte.
Ma “Suicide Squad” si ferma prima. Non perlustra quelle profondità bianco-nero-grigie in cui invece Nolan si era immerso nella sua Trilogia. Il film di Ayer preferisce infilare la pelle di un entertainment movie e lasciare le profondità ad altri registi, o ad altri momenti, chissà. Se prendiamo “Suicide Squad” per quello, un film d’intrattenimento, se non gli chiediamo altro, allora non ci deluderà ― o non più di tanto. Ci sarà anche simpatico, come la piccola canaglia che ci distrugge casa ma che in fondo in fondo, troviamo simpatica. La comicità è molto leggera, ma proprio per questo, accattivante. La colonna sonora si muove allo stesso modo. Piaciona, a tratti truzza e prevedibile, ti conquista proprio per quello. Perché il tuo vicino muove la testa a ritmo dell’Eminem più commerciale di “Without me”, oppure canta su una cover di “Bohemian Rapsody” o su “Fortunate Son” dei Creedence Clearwater Revival, per poi andare su di giri con “Gangsta”. Scelte che ammiccano a un pubblico che comprende i Millennials e i loro fratelli maggiori.
Ma l’elemento che per me ha salvato “Suicide Squad” dalla scure del NO, é senz’altro Harley Quinn, la donna del Joker. Harley è una vera e propria forza della natura ― e un buon 90% del merito va all’attrice Margot Robbie, e il rimanente 10% al suo fondoschiena michelangiolesco, al modo in cui lo porta a spasso e spicca in una Gotham City sporca, buia e popolata da underdog. Questa Harley è malandrina, simpaticissima, maledettissima, con quel lato bomba sexy&naughty che ci ricorda un po’ Margot di Lupin, un po’ Catwoman. Quello che la distingue, tuttavia, è la pazzia. Harley è completamente “nuts”, fuori di testa. E questo lo deve al Joker, che ha fatto di lei ciò che ha voluto: ha preso una psicologa e l’ha trasformata nel suo esatto opposto ― una matta da legare.
E quanto al Joker…. Confesso che buona parte della mia voglia di vedere “Suicide Squad” originava dalla curiosità di vedere Jared Letho nei panni che giganti delle proporzioni di Jack Nicholson e Heith Ledger avevano indossato. Strada in salita per lui. E infatti, a mio parere, arranca. Strafa. Certo il Joker è un personaggio ingestibile: la sua stessa natura lo è. E tu attore, devi riuscire ad essere completamente deranged ― ce l’ha persino scritto in fronte ― e tuttavia devi apparire anche incredibilmente credibile. Per riuscire in questa missione o sei Jack Nicholson, che, quanto a derangeness, potrebbe tenere corsi a Harvard. O sei un Heath Ledger, un talento puro raffinato da una tecnica studiatissima. Jared Letho, per quanto ce la metta tutta, risulta solo squilibrato. Non c’è ombra di lui che rinvii alla dimensione inquietantemente genuina del Joker. Che poi è quella, a spaventarci. La possibilità che il Joker sia quello che noi siamo, o dica quello che noi pensiamo. La possibilità che NOI, a un certo punto, si possa essere il Joker…
In “Suicide Squad”, per altro, la sua partecipazione è marginale, inserita più che altro per dare lustro a Harley Quinn ― forse un po’ sconosciuta al grande pubblico ― e per fare colore. Certo con quei capelli tinta prato inglese e quei denti d’acciaio Alessi, difficile non notarlo… Peccato che l’estetica jokeriana dovrebbe venire DOPO la sua spaventosa a-etica…
Quindi no, niente “Quarto potere”… Vedetelo come le ultime ore di marachelle estive prima del trillo della campanella autunnale. 😉
A questo proposito, ecco con cosa torniamo sui banchi del nuovo anno cinematografico.

ESCOBAR
di Andrea Di Stefano

Due anni di attesa per vedere Benicio del Toro nei panni del re del narcotraffico sudamericano. Non si capisce bene il motivo di questo ritardo: il regista è un italiano, e per quanto il film avesse diviso la critica alla Festa del Cinema di Roma nel 2014, piacque molto al pubblico… Bah, a volte la distribuzione costringe le pellicole a passare per vie tortuose. Facciamo in modo che almeno “Escobar” non passi inosservato… 😉

Be’ a questo punto fuggo più veloce della luce verso la mia libertà: vi ho trattenuto più del dovuto, e io lo so, avete una vita là fuori, dei panni da stendere e un post-estate da metabolizzare. Nel Maelstrom due parole su un altro film buffissimo, se volete gradire… Altrimenti, cominciate pure a metabolizzare pure… Per farlo bene, consiglio un paio di Frullati, freschi freschi dal Magazzino 26:
“Delizie d’autunno in sala” http://www.magazzino26.it/delizie-dautunno-in-sala-art-music-show/,
“Grinta e Grazia – Meryl Streep”, http://www.magazzino26.it/grinta-e-grazia-meryl-streep-art-music-show/ 🙂

Sempre grazie, sempre tante, e saluti, stasera, biennalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il re dei belgi” è un mockumentary, un documentario farlocco, finto come l’oro del Giappone, che racconta le peripezie di Nicholas III Re del Belgio il quale, durante una missione diplomatica in Turchia, scopre che il suo regno sta per crollare, e deve far ritorno in patria per impedirlo. Ma una tempesta solare blocca tutti i mezzi di trasporto e re Nicholas deve trovare una via alternativa… Con lui in questa odissea balcanica, il valletto personale, un’addetta stampa, un delegato e un videomaker: avrebbe dovuto realizzare un documentario propagandistico sulla monarchia ― “Il nostro Re” ― e invece realizzerà dell’altro. Ne succedono di tutti i colori, a questi belgi buffi e strampalati ― il loro Re primo fra tutti ― che attraversano mezza Europa prima di giungere in patria.
Credo sia l’unico film comico passato a Venezia, e ha fatto molto molto ridere la Stampa in sala con me… 🙂

ESCOBAR: Nick pensa di aver trovato il paradiso quando raggiunge il fratello in Colombia. Una laguna turchese, una spiaggia d’avorio, onde perfette – è un sogno per questo giovane surfista canadese. Poi incontra Maria, una splendida ragazza colombiana. I due si innamorano follemente e tutto va benissimo fino a quando Maria presenta Nick a suo zio: Pablo Escobar.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply