LET’S MOVIE 295 – propone L’EFFETTO ACQUATICO e commenta ESCOBAR

LET’S MOVIE 295 – propone L’EFFETTO ACQUATICO e commenta ESCOBAR

L’EFFETTO ACQUATICO
di Sólveig Anspach
Francia, Islanda, 2016, ‘85
Lunedì 12 / Monday 12
21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Mel Moviers,

Gibson mi piace ricordarlo con addosso il kilt e la faccia dipinta di azzurro ciano mentre cerca di liberare la Scozia dall’oppressore britannico nei panni di William Wallace ― persino il nome era facile da ricordare, William Wallace. Poi ha preso la strada dell’impegno religioso che l’ha portato a girare quel mattatoio a cielo aperto che è stato The Passion. Poi sarà stato in vacanza a Cancun, è andato in fissa con i Maya e ha girato Apocalypto, che sembra più un parente del Viks Vaporub che un film. Vista la maniera strumentale con cui ha “riletto” la fine dell’impero Maya, è meglio considerarlo tale, un nebulizzatore per liberarti le vie aeree… In base all’interpretazione gibsoniana, i Maya si sarebbero estinti non a causa dell’arrivo dell’uomo bianco, ma perché già irrimediabilmente piagati da malcontenti intestini e dallo stato retrogrado in cui vivevano rispetto agli europei ― forse qualche manuale di storia bisognerebbe regalarlo al regista, voi che dite? Quindi meglio ricordarcelo Braveheart, un cuore bravo e coraggioso, con cui ha pure scritto una pagina importante nel capitolo “Come girare scene di battaglia nella brughiera” ― capitolo cominciato da un certo Kubrick, Stanley, con il suo “Barry Lindon”.
A quest’ultima Mostra del Cinema di Venezia, un Gibson tra Popeye e Bruto, tutto bicipiti e barba, ha presentato fuori concorso “Hacksaw Ridge”, ossia la vera storia di Desmond Doss, il primo obbiettore di coscienza arruolato nell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale, che, per convinzioni pacifiste e religiose (era un Avventista), si rifiutò di toccare arma e volle a tutti i costi servire sul campo la Grande Madre America nel ruolo di soccorritore. Una storia che, ci scommettiamo, riempirà le sale statunitensi: nella battaglia di Okinawa, una delle più cruente della storia, Desmond, armato della sola forza di volontà, porto’ in salvo 75 soldati americani. Potete immaginare trama più ghiotta per un popolo che dorme con la bandiera americana stampata sul cuscino? E va bene, eh, non sto dicendo nulla a Gibson. Ha trovato una storia forte, che piacerà, fiumi di dollari nelle casse dei botteghini, good job, my chap.
Io tuttavia rimango perplessa. Se vuoi raccontarmi la storia di un obbiettore di coscienza allergico alle armi, che dimostra che in guerra, i veri eroi non sono tanto ― o solo ― i soldati, quanto gli angeli custodi dei soccorritori che salvavano vite in condizioni pietose, se vuoi dirmi che quella è la via, ovvero il rifiuto delle armi e il torto marcio in cui sono caduti tutti i superiori di Desmond, sottovalutando i suoi ideali e lui come persona. Se vuoi dirmi tutto questo, perché allora sacrifichi metà film (131 minuti di film totali) mostrandomi corpi dilaniati, scoppiati, mozzati, bruciati, colati e tutti i participi passati dell’horror che vi vengono in mente, quando invece potresti investire il tempo a mostrarmi il personaggio e il suo credo?
Dovremmo dire a Mel che “Salvate il soldato Ryan” ha già segnato una svolta nel modo di intendere il cinema di guerra, e che adesso bisognerebbe trovare un modo nuovo. “Hacksaw Ridge” ci fa vedere la guerra brutta, sporca e cattiva che ci aveva mostrato Spielberg, con la differenza che Gibson c’indugia, par trovarci gusto: come se si sia lasciato ammaliare dal lato “action” del conflitto. Il risultato somiglia a un video gioco, molto benfatto, molto ben riuscito, ma sempre con quell’eroismo americano che alla fin fine se ne infischia del pacifismo, e si esalta per la sconfitta dei musi gialli, fregati da un eroe umano di una cinquantina di kg sporchi…

E rimaniamo in argomento biopic… Questo mi aspettavo da “Escobar”. Un bel biopic sulla figura controversa di questo personaggio assurdo che è stato Pablo Escobar negli anni 80-90. Il regista Andrea Di Stefano aveva per le mani Benicio Del Toro, un cavallo di razza ― un Toro cavallo di razza?? ― un animale da cinepresa, uno che lo infili nell’inquadratura, gli chiedi di stare fermo e ti racconta una storia anche solo respirando. Di Stefano aveva questa carta vincente, e si perde in una storiellina d’amore ai limiti del mocciano che ti annoia dal quarto minuto. Ma come si fa a sprecare un’occasione così? L’avrà visto, il regista, “Che – L’argentino”, il biopic di Stephen Soderbergh su Guevara, sempre interpretato da Benicio? A me il film non fece impazzire ― troppo trascinato ― ma gli riconosco il merito di aver colto l’uomo, oltre che la sua figura storica… E solo alla fine, insieme ai miei fidi Moviers presenti, il Felix, il D-Bridge, l’Onassis JR, il candY-the-Andy e anche il nostro regista between sisters, Infomanugerosa.com, ci siamo accorti che siamo stati ingannati dal titolo. Il titolo originale è “Paradise Lost” ― e John Milton si sta rivoltando nel suo londinese sepolcro ― che si riferisce al sogno di Nick, un giovane canadese che si traferisce in Colombia col fratello per aprire una scuola di surf ― variante del chiringhito d’ordinanza ― e vivere di spiaggia, onde e mohito. Tra il sogno e la realtà s’inerisce un colpo di fulmine: Nick s’innamora di Maria, che non è una Maria qualsiasi, bensì la nipote di Pablo Escobar. E se tu ti frequenti con la nipote di Pablo Escobar, va da sé che ti frequenti anche con Pablo Escobar e i suoi traffici. Prima di consegnarsi alla Polizia, lo zio di Colombia “invita” Nick ad aiutarlo in una missione con al centro un dilemma etico: il quindicenne innocente, lo ammazzo o non lo ammazzo? Il film si conclude così come il titolo ― quello originale ― suggerisce. Paradiso perduto…
Il film sbaglia anche nel modo in cui approccia la storia d’amore tra i due ragazzi. Non un minimo di attesa, di pathos. Se la brucia in due scene e ti lascia con questa coppia di giovincelli il cui amore sembra più una cotta adolescenziale che un amorone pronto a sfidare la morsa dei doveri famigliari deliquenziali. Non proviamo alcuna empatia per i personaggi. Nick é raffigurato come un ingenuotto, l’innocente canadese che cade nelle grinfie del colombiano cattivo… Lo stesso vale per Maria ― sono una coppia perfetta, in effetti… Lo spettatore non è portato a tifare per loro: non gli interessa sapere se riusciranno a uscire dal paese e vivere per sempre felici e contenti ― ve lo ricordate “Argo”, invece? E quanto lo spettatore non vedesse l’ora, quanto trepidasse che il protagonista e l’Ambasciata USA lasciassero Teheran? Ecco esperienze diametralmente opposte…

Mi sento di aver passato tutto il film con la voglia di vedere Escobar, cercandolo dappertutto con lo sguardo, attendendo di vederlo spuntare in scena. Invece, per tutto il film, avevo questi fastidiosi personaggini davanti agli occhi che non mi dicevano niente e rubavano la scena al pezzo forte. È una sensazione fastidiosa, di desiderio rinviato e poi disatteso. E lo sapete no, l’amaro che lascia in bocca un desiderio rinviato e poi disatteso…
Quando poi il pezzo forte compare sullo schermo non ne avresti mai abbastanza. L’interpretazione di Benicio è ottima, è riuscito a rendere l’ambiguità del personaggio, il vero tratto distintivo del vero Escobar: farabutto inseguito dalla polizia di mezzo mondo, ma al contempo icona idolatrata dal popolo come una specie di mito, di dio salvatore ― considerati i soldi all’odor di coca con cui ricopriva la povera gente per accattivarsi la loro riconoscenza e la loro ammirazione. Del Toro non si risparmia. È tenero quando deve essere tenero, esibizionista quando dev’essere esibizionista ― Escobar aveva un debole per la promozione di se stesso e della sua famiglia (era sempre lì a far foto, filmini, feste…) ― spietato quando deve essere spietato. E non perde mai di vista la contradditorietà che è propria di tanti criminali: tanto delinquenti nel mondo, quanto teneroni dentro le mura domestiche. È un po’ la sindrome di Don Vito Corleone: spietato con tutti ma pezz’e còre coi picciriddi de famigghia… E di fatto Escobar e Corleone sono stati due family boss, personaggi per i quali la famiglia era il vero motore che li spingeva a delinquere ― per mantenere uno status, un certo stile di vita, e un prestigio dei suoi membri, tocca guadagnare…

Purtroppo, a parte l’interpretazione di Del Toro, non mi è piaciuto altro del film. E nemmeno se mi spremo le meningi, o l’esile trama del film, riesco a far uscire qualcosa di positivo. Mi chiedo, per altro, chi abbia fatto il cast. L’attorino che interpreta Nick ― -ino per la stazza e gli skills ― non ha un briciolo di polso, di charme, di verve. E anche Maria, ragazzi, che anonimato… Tutto l’insieme fa molto prodotto televisivo, ma non quelle serie tv di ultima generazione che mi si dice essere meglio del cine, le fiction quelle becere, quelle in cui i microfoni spenzolano dall’alto nella scena e i baci fanno venir voglia di cambiare canale.

Speriamo che questa settimana vada meglio… Già tornare dal Mastro ci rincuora, dopo due settimane di embargo Smelly Modena…

L’EFFETTO ACQUATICO
di Sólveig Anspach

Presentato allo scorso Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, che fa sempre la sua figura, lo corteggio da prima di andare a Venezia. Mi piace l’idea di vedere un film ambientato in una piscina ― le piscine sono luoghi fuori dal tempo in cui sei indifeso, pressoché nudo, in balia della tua determinazione, o della sua totale assenza, quando ozi a fondo vasca in attesa che l’ora passi, tu possa uscire dall’orizzont(al)e ittico e riappropriarti della tua rassicurante postura eretta… Questo ovviamente non mi riguarda, visto il mio rapporto di riconoscenza verso le piscine, che infilano un coriandolo celeste dentro uno spaccato urbano molto spesso squallido.
Inoltre il film è uscito postumo: la regista è mancata l’anno scorso. Mi pare bello che abbiano fatto uscire il film comunque ― le logiche della distribuzione sono meschine, avrebbero potuto cacciarlo nel dimenticatoio senza una regista pronta a promuoverlo…

E anche per oggi è tutto. Ma non vedo l’ora di spingervi nel Maelstrom… E voi non scansate la spinta. Lasciatevi scivolare in Laguna con i vincitori e vinti…

E se pianificate una visitina a Venezia post-Mostra del Cine, guardate quale altra bella Mostra si apre, il 17 settembre, a Ca’ Pesaro… http://www.magazzino26.it/coco-chanel-art-music-show/ 😉

Ringraziamenti sempre sentiti e saluti, stasera, bellicosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Finalmente a Venezia si comincia a ragionare!
Il Gran Premio della Giuria è stato assegnato al mio “Nocturnal Animals” del mio Tom Ford, mon petit enfant le prodige! Due film all’attivo e due Premi della Giuria ― forse chi lo critica perché lo vede sempre come uno stilista con il capriccio della regia, si ricrederà.
“Spira Mirabilis, o come spirare mirabilmente”, il documentario sull’immortalità che ammazzerebbe persino Highlander e non ha un briciolo di arte nei suoi 121 minuti, non porta a casa nulla. Giustizia, ogni tanto.
Certo, il Leone d’Oro è finito al “solito” filippino, Lav Diaz, con “The Woman Who Left”, ma se non altro questo film dura solo 3 ore e 40 minuti… “Solo” perché il suo film precedente, “Lullabay to the Sorrowful Mystery”, che vinse all’ultima Berlinale, è lungo 8 ore e 5 minuti… Ci è andata bene.

Inoltre mi dico molto soddisfatta perché “Orecchie”, il film non surreale ma realissimo di cui vi avevo parlato in termini entusiastici la settimana scorsa, si è aggiudicato ben due riconoscimenti! Il Premio ARCA CinemaGiovani per il Miglior Film Italiano. E Daniele Parisi, l’attore protagonista, ha vinto il Premio NuovoImaie Talent Award come Miglior Attore Emergente.
Eccovi il trailer, https://www.youtube.com/watch?v=bmCP1g1dKOo
Quando uscirà, se uscirà, non perdetelo, please!

L’EFFETTO ACQUATICO: Samir, gruista a Montreuil, ha perso la testa per Agathe, ruvida istruttrice di nuoto occupata nella piscina municipale del quartiere. Nuotatore provetto, Samir si compra un costume e si finge principiante per agganciarla. Tra una bracciata e l’altra, le cose sembrano procedere nella corsia giusta ma un imprevisto costringe Samir a svelare la bugia. E le bugie non piacciono ad Agathe che vola in Islanda per rappresentare la Francia a un congresso di istruttori. Pazzo d’amore, Samir la segue fino al ‘polo Nord’ dove si fa passare per un conferenziere israeliano. Agathe è contro ma il destino è decisamente a favore.

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