LET’S MOVIE 297 propone ELVIS & NIXON e commenta DEMOLITION

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ELVIS & NIXON
di Liza Johnson
USA, 2016, ‘85
Lunedì 26 / Monday 26
21:30 / 9:30 pm
Cinema Astra / Dal Mastro

 

Focalizziamoci Fellows,

giusto per un istante, sulla notizia che ha riempito le bocche e i giornali di mezzo mondo nell’ultima settimana. La rottura tra Brad e Angelina non è l’ennesimo gossip da giornaletto all’odor di lacca. Angelina non è Belen e Brad non è il marito di Belen ― che per altro nessuno sa più come si chiami da quando non è più il marito di Belen. La fine del sodalizio Jolie-Pitt segna un’era, e ci riporta alla mente la fine di un altro amore cinematografico che negli anni ’90 aveva fatto sognare pubblico e teenager. Tom Cruise e Nicole Kidman. Fico lui, mozzafiato lei ― poi lui si è rincitrullito appresso a Scientology, ma prima è stato pur sempre Top Gun.
La dinamica e i soggetti, se ci pensate, sono gli stessi. Coppia di belli, ma non solo belli, anche talenti. E nel caso di Brad e Angelina, soprattutto Angelina, anche impegnati nel sociale. Belli, talentati ed etici. Too good to be true, viene da pensare… Scopriamo oggi che Angelina è depressa, Brad beve e fuma ed è un violento ― stenterei a crederlo se non sapessi che le vie delle botte sono infinite ― e in casa loro il caos regna sovrano.
Ci piace vedere questo lato delle star? Il lavandino della cucina in cui proliferano piatti sporchi e blatte? I letti perennemente sfatti? Ciabatte tirate da un capo all’altro della sala, quando i piatti del servizio buono sono finiti in frantumi contro i muri del salotto?
O preferiremmo vivere con l’immagine che Hollywood ci vende? Il red carpet con i due miti sopra, super Angelina ambasciatrice UNICEF che salva i bambini in Cambogia mentre Brad sta a casa a preparare i cookies con il melting-pot che si ritrova al posto dei figli. Siamo pronti a scambiare il film della loro vita con la fotocopia delle nostre vite? Le beghe, le recriminazioni, le meschinità?
Non lo so. Io sono una Walter Mitty quindi del day-dreaming salvo il dreaming e cancello il day…
Torniamo al parallelismo con Cruise-Kidman e al rapporto che la fine della storia di entrambi sia collegata indissolubilmente al cinema. Entrambe le coppie sono scoppiate dopo aver girato un film che ruotava attorno alla crisi di un matrimonio, “Eyes Wide Shut” e “By the Sea”. Il secondo non è minimamente all’altezza del primo ― per quanto stimi l’impegno della Jolie come regista, gli abissi perlustrati da Kubrick nel suo ultimo film non sono lontanamente paragonabili agli screzi tra la moglie e il marito rappresentati in “By the Sea”. Però trovo sia perversamente interessante che il colpo di grazia a due storie d’amore che hanno quattro attori per protagonisti avvenga in un set cinematografico, e che la finzione anticipi ― e alimenti, addirittura acceleri ―ciò a cui la realtà, con il suo passo strascicato, l’andatura neghittosa (neghittosa??) perverrà solo in un secondo momento. L’arte anticipa la vita, Fellows.

Su queste conclusioni, mi sposto verso quello che è stato il Lez Muvi delle sorprese. Sì perché lunedì mi è toccata una diserzione generale annunciata. Quindi mi sono diretta dal Mastro con quel mood “tanto non troverò nessuno” che ha fatto di me una outcast, una di quelle creature da margini della società, in bilico fra pasti alla Caritas e notti all’addiaccio ― salviamo “addiaccio” dalla galera dell’obsolescenza, please.
Invece si realizza la magia lezmuviana ― Lez Muvi perde il pelo ma non lo smalto, a quanto pare 🙂
Ritrovo, direttamente in sala, dei Moviers fedelissimi. Magari un po’ latitanti ― latitanti giustificati, tuttavia!― ma fedelissimi quanto a lettura pippone e curiosità cinematografica. La July Jules ― architetto, superdonna, supermamma, super ― con la Guest Michela, il Woodstock ― chirurgo degli occhi …riuscite a immaginare mano più aerea di quella che opera su uno sguardo?? Io no 🙂  ― e poi lo Strawberry Field e il McDuck, due presenze simbiotiche che perlustrano campi di frutta irrigati da conti correnti e concimati da molto cinema d’essai. 🙂

Sono stata contenta di aver potuto condividere un film rivelazione con loro. Per me l’inaspettato trasforma l’esperienza cinematografica in qualcosa ai limiti del taumaturgico.
“Demolition”, sulla carta della locandina, sembra il tipico film con l’attore di grido del momento ma che non ha molto da dire. Il bel faccione di Gyllenhall, cuffiette, barba incolta e occhiali, non promette molto. Poi andate a vederlo e il film demolisce la vostra sufficienza, scena riuscita dopo scena riuscita…

Davis è in macchina con Julia. Sono marito e moglie e battibeccano sul nulla come tante coppie sposate. Sembrano una bella coppia, di quelle rodate, ma che si divertono ancora, anche se lei si lamenta di lui e lui sbuffa un po’.
Dal nulla, anzi da sinistra, una macchina piomba sulla loro macchina e centra in pieno Julia, che muore sul colpo.
All’ospedale, Davis, senza versare una lacrima, vorrebbe prendersi una confezione di M&Ms da un distributore automatico. Il distributore s’inceppa sul più bello ― sapete no, quando la confezione rimane impigliata nel fusillo di metallo… Davis allora si mette a scrivere una lettera di protesta alla ditta rifornitrice dei distributori automatici per lamentarsi del malservizio. Il padre di Julia, la famiglia, gli amici, tutti piangono la morte della giovane, e Davis comincia a corrispondere con Karen, l’operatrice del Servizio Clienti della ditta…
Ora so cosa state pensando. Ma che razza di trama è??
Una razza di trama ORIGINALE, finalmente! Che continua in un modo sempre più imprevedibile con Davis che subisce una trasformazione. Diventa l’esatto opposto di quello che è sempre stato: il WASP controllato, financial operator a Wall Street, scarpe di fattura e pellame italiani, la vita tranquilla voluta e cantata da Tricarico.
Poi piano piano, e senza ragione apparente ― ma la ragione c’è eccome ― Davis comincia a smontare tutto quello che gli capita sotto mano. Elettrodomestici, porte dei bagni, computer, impianti elettrici. Tutto ciò che può essere smontato, Davis lo smonta. E non lo rimonta.
Il peso metaforico di questo comportamento che diventa ossessivo-compulsivo è facilmente spiegabile. Quando qualcosa s’inceppa ―come il dolore che dovrebbe provare per la moglie e che, per qualche ragione non prova, e non muove verso lo sfogo ― quel qualcosa deve essere riparato. “Se vuoi aggiustare qualcosa, devi smontare tutto e capire cos’è veramente importante”, dice a un certo punto Davis. Così lui prende e smonta. Ma dato che non riesce a capire comunque dov’è il malfunzionamento, dato che forno, computer e lavastoviglie non gli bastano più, Davis prende una mazza ― noleggerà pure un’escavatrice! ― e demolisce, letteralmente rade al suolo, la casa in cui vive. Una casa che rappresenta il suo stile di vita prima dell’incidente. Villa di design, tutto molto essenziale, piani in marmo, tavoli di vetro, l’immancabile mobile baroccheggiante in felice contrasto con l’estetica contemporanea… Davis, aiutato dal figlio di Karen, che nel frattempo è diventata una specie di consigliera, spazza via tutto ciò che è stato il suo prima.
Davis capisce che c’era qualcosa di rotto in quel prima, che non gli permetteva nemmeno di soffrire per la perdita della moglie. Si scoprirà, nel corso del film, che questo qualcosa, questo difetto di sistema, era una menzogna, LA Menzogna, su cui la sua storia con Julia si è basata. Un tradimento scoperto, un aborto nascosto.
Cosa fai allora quando scopri che il tuo matrimonio perfetto, la tua casa perfetta, il lavoro perfetto non poggiano che su una bugia? Prendi una mazza e spacchi tutto. Sgombri e fai spazio al nuovo. Quindi la metafora della demolizione subisce un’evoluzione nel corso del film. All’inizio serve a provare che il personaggio sta cercando di comprendere ― il soggetto smonta un oggetto che non funziona (=il suo dolore inceppato) per trovare la causa del malfunzionamento. Poi, trovato il guasto, il soggetto fa tabula rasa. Prepara lo spazio per qualcosa che verrà. O forse non verrà, chissà, ma di certo è bene preparare il posto per accoglierlo…
La metafora della distruzione si accompagna anche ad altri comportamenti similmente evocativi e “sopra le righe” di cui Davis si fa protagonista. A un certo punto, cambia letteralmente pelle. Toglie giacca e cravatta dell’azionista che era, le scarpe italiane, i completi Boggi, infila un meraviglioso paio di baggy cargo by Carrhart ― che stanno d’incanto intorno a sedere e gambe di Jake Gyllenhaal ― un paio di bretelle, scarponcini da lavoro, e passa di cantiere in cantiere per offrire i suoi servizi da “demolition man”. Il quadro è completato dalla scena ― fichissima! ― di Davis, cuffiette in testa e musica a palla nelle orecchie, che prende a girare New York e a ballare per strada. In mezzo alla fiumana di passanti sulla Quinta Strada, nei cantieri edili, su e giù per le scalinate della città. Davis balla. E tutti sappiamo che mai prima di allora aveva fatto una cosa del genere. Che non è pensabile, per un yuppie di Wall Street, scatenarsi downtown NYC… La sua è una danza dionisiaca, da baccante del nuovo millennio, in mezzo a un mondo controllato dal tecnologico-apollineo.
Il regista non si fa bastare la storia di Davis, e ci affianca quella di Chris, il figlio adolescente di Karen, alle prese con la sua omosessualità in boccio e con i risvolti che questa genera in una società adolescenziale fatta di bulli/buzzurri. La tematica gender potrebbe sembrare un’aggiunta di troppo. Invece la figura molto originale di questo teenager cazzuto e tenero insieme, aiuta Davis a uscire dal suo momento distruttivo, e costruire con lui, anche solo temporaneamente, una relazione autentica.

Consiglio caldamente il film a tutto il mondo. A chi ha appena passato un dolore. A chi non capisce perché a volte le lacrime rimangono incastrate fra il male e il bene e non ne vogliono sapere di scendere. A chi ama il talento duro e puro di Jake Gyllenhall, che non sbaglia un’espressione, che è semplicemente perfetto per interpretare questo angelo sterminatore in guerra con i suoi demoni. E più che perfetto ― direi quasi imperativo ― quando balla per New York in tenuta da muratore griffato sulle note di “I am just swinging through”… vedere per credere https://www.youtube.com/watch?v=tXo52-_Zv04 😉
Un film con tanta originalità dentro non lo si perde per nessuna ragione al mondo.

E per questa settimana uno scontro mooolto insolito…

ELVIS & NIXON
di Liza Johnson

Presentato in anteprima al Biografilm Festival di Bologna, questo biopic ricostruisce l’incontro tra Elvis Presley e Richard Nixon avvenuto nel 1970 ― ma ve li immaginate, due più diversi di questi?? Ne ho sentito parlare così bene, di questo film, che abbiamo il dovere morale di andare a vederlo. Anche così, a scatola chiusa.
Ora vi saluto di fretta frettissima e vi lascio con un cine-suggerimento infrasettimanale nel Maelstrom 🙂

Ringraziamenti e saluti, stasera, istantaneamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se siete appassionati di Beatles e della loro storia, non vi perderete il documentario che Ron Howard (=Ricky Cunningham), ha girato su di loro, “The Beatles. Eight Days A Week”, mercoledì, 19:30 allo Smelly Modena. È considerato un “evento”, quindi probabilmente vi spareranno 10 Euri di biglietto… Ma se siete dei veri appassionati, sono certa che investirete il deca senza drama… 😉

ELVIS & NIXON: La vera storia dell’incontro tra Elvis Presley, il Re del Rock ‘n Roll, e il presidente Richard Nixon. Elvis voleva diventare un agente sotto copertura per aiutare l’America ad affrontare piaghe come la droga e l’anarchia dilagante. L’unica testimonianza di quell’incontro è una fotografia diventata negli anni oggetto di culto.

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