Posts made in ottobre, 2016

LET’S MOVIE 300 – propone NOCTURNAL ANIMALS e commenta LA FESTA DEL CINEMA DI ROMA e QUANDO HAI 17 ANNI

LET’S MOVIE 300 – propone NOCTURNAL ANIMALS e commenta LA FESTA DEL CINEMA DI ROMA e QUANDO HAI 17 ANNI

NOCTURNAL ANIMALS
di Tom Ford
USA, 2016, ‘116
Lunedì 17/Monday 17
Ore 21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro
Ingresso 3 Euro

 

Farewell Fellows,

Mi piace pensare che Il Manzoni nazionale non se la prenderebbe troppo per il mio furto. Il monologo interiore della Mon(d)ella Lucia potrebbe benissimo finire nella mia bocca. Tanto più se prendiamo in considerazione il mio paesaggio natale, che include un lago ― the one and only, e non mi dite che Caldonazzo è un lago, perché allora Moccia è Stendhal e io sono un drago in trigonometria.
Ci giro intorno perché non è facile scrivere quello che sto per scrivere. Ho sempre saputo che sarebbe arrivato il momento. Ma un conto è saperlo, un conto è viverlo.
Dopo un corteggiamento di quasi dieci anni, la mia destinazione, la mia patria d’elezione, my geographical soul-mate come dico io, finalmente mi ha detto sì, e mi fa vieni-vieni con l’indice. E io non posso che obbedirle ― gli amanti sono animali docili.
Per aiutarvi a capire di che destinazione si tratti, immaginatevi un Board in miniatura, che salta sulle due vette in cima a una N, poi si tuffa nel Cosmopolitan di una Y e infine rotola giù per la pancia di una C… Avete indovinato?
NYC
New York City…
🙂
Sì lo so. Lo so. È scioccante e pazzesco e quasi incredibile. Ma è vero.
La partenza è fissata il 2 novembre. Quale giorno migliore di quello dei morti per rinascere? Direi che più catartica di così non potevo essere 🙂
In questo periodo ho cercato di impedire alla tristezza di contaminare il mare di euforia in cui sto sguazzando. Eppure c’è. Sono legata a voi, a Lez Muvi, il mio baby-boy. Agli affetti, le trame che si costruiscono negli anni.
Non sono legata alla città, questo no, va detto, e lo sapete già.
Ho passato sei anni a cercare la voce di Trento. Niente, non mi ha mai parlato. Non ho mai capito se si tratti di una questione personale, oppure se anche voi altri, tutti, avete affrontato e state affrontando questo silenzio. Ovviamente non mi sto riferendo (solo) alla quiete pubblica ― ottenuta attraverso chiusure selvagge di locali del centro che danno troppo disturbo. Parlo di quello che le città ti strillano, ti sussurrano, o ti cantano, quando le cammini. Parigi snocciola i suoi aneddoti, la più felina di tutte le seduttrici. Roma ti accarezza come un sole, o una mamma, e ti fiacca come un pomeriggio di febbre. Los Angeles ha un bicchiere di whisky in mano e ti farfuglia i suoi amori naufragati. Venezia ti guarda dall’alto in basso, ma ti versa un’ombra e t’invita a stanare tutti i suoi segreti. Chicago rappa tutto il tempo e Toronto ti recita a memoria tutte le etnie che la abitano. Ogni città, una lingua corrente. Trento scena muta.
Ma forse sono io. Le mie orecchie cercano il gorgoglio di altre acque, chissà.

In questi sei anni ho conosciuto anime meravigliose. Ho cercato di veicolarne la maggior parte in Let’s Movie, così da averle sempre intorno. Così da non perderle ― possessiva. E portarle con me.
Siamo arrivati a 300 Let’s Movie ― potrei dire “tutto calcolato, naturalmente”, e bullarmi della cifra tonda proprio mentre vi dico della mia partenza, ma in realtà è solo frutto di una felice coincidenza. E vedete, i giornali non potevano titolare “Let’s Movie muore il giorno in cui tocca la vetta dei 300”.
Let’s Movie, proprio come Misery, non deve morire. Cambierà ― ovviamente non potremmo più trovarci in Sala, e questa è la parte più penosa per me, perché quella, la Sala, era il vero cuore pulsante di Lez Muvi. Lei e voi, il get-together. Con le corse dal Mastro, le zuffe fuori dal Mastro, gli istinti omicidi allo Smelly contro la dittatura del popcorn.
Non so bene come cambierà. Ma Let’s Movie proverà a esserci. Questo è l’obbiettivo che vi presento da Board. Conto di parlarvi in anteprima dei film che in anteprima vedrò in America. E farò quello che un bravo Board dovrebbe fare: stuzzicarvi la voglia e mettervi in guardia.
Poi voi potreste dirmi cosa avete visto di bello in Europa, e io lo posterei.
Lo so. Non sarà com’era. Sarà diverso. Ma non ho molta scelta. Proviamo. 😉
Vi chiedo solo un po’ di tempo per assestarmi.
E poi, Fellows, New York chiama da fuori. Ma l’Italia abita dentro di me.

Per il momento vi dico che anche alla Festa del Cinema di Roma l’aria era diversa rispetto a quella della Mostra di Venezia. Credo che questo sia dovuto alla differenza d’età tra i due eventi, uno senior l’altro junior, perché film di qualità ne ho visti anche a Roma, e pure qualche personaggio. A partire da Tom Hanks, un mattatore molto sagoma, molto consapevole di esserlo, molto “I am the American star, let’s rock&roll”. E poi Oliver Stone, il regista di Platoon che gira il biopic “Snowden” per rendere comprensibile la storia del genio informatico che nel 2013 rivelò pubblicamente dettagli di programmi di sorveglianza del governo USA e UK, fino ad allora tenuti segreti. Film necessario per capire fino a che punto la tutela della nostra privacy da parte delle forze di sicurezze governative ― non solo quelle americano-inglesi ― di fatto è la più grande menzogna a cui potremmo credere. Una vicenda, quella di Snowden, che Stone ha definito “kafkiana”, in conferenza stampa: Snowden si trovava intrappolato in un sistema che lo obbligava a fare ciò che non voleva fare. E il gesto che ha compiuto, scoperchiare il vaso di Pandora, era l’unico modo che aveva per non finirne schiacciato, e per far sapere a tutti tutto ciò che non si poteva sapere. Il regista ha confessato che il pubblico americano non si è dimostrato così interessato come sperava… Forse perché il film è super-politico: ne escono malmesse tutte le istituzioni di sicurezza governativa, e tutte le Amministrazioni ― Bush, Obama, regardless. Vi dico, il ritratto che di Snowden esce è parziale ― lui è l’eroe, gli altri sono i cattivi. Magari è davvero così. Comunque il paracadute del “magari” è sempre meglio aprirlo in testa a un’opinione che manca del quadro d’insieme… In ogni caso è un film che dovete segnarvi. Che non dovete perdervi.
E poi c’è stato il Presidente della Repubblica, nella serata di opening, l’Emerito Mattarella ― il primo Presidente che vedo della mia vita e lo vedo in una sala cinematografica: ottimi presupposti per un’amicizia duratura 🙂 Il film visto, “Moonlight”, una bella mazzata emotiva: storia di un little “nigga” della periferia del sobborgo del ghetto dello slum di Miami con un’infanzia da Save The Children ― madre cocainomane, padre assente e uno spacciatore per mentore ― un’adolescenza da incubo ―smilzo, taciturno e gay, ovvero carne da macello per tutti i bad bros del quartiere e della scuola ―  e una giovinezza irrimediabilmente segnata da infanzia e adolescenza.
Poi c’è stato l’immancabile melodrammone americano, “Manchester-by-Sea”, storia di Lee, un padre di famiglia a cui capitano le classiche cinquanta sfumature di nero (potevo anche dire marrone, ma sono una Signora). Lee perde tutto: figlie in un incendio, moglie dopo l’incendio, fratello d’infarto, e si ritrova a fare da tutore legale al nipote, Patrick, la cui madre, ex-alcolista, si è rifatta una vita in cui lui non è contemplato… Ci siamo capiti, vero? Eppure il film è meno peggio di quello che sembra ― uso lacrimoso delle musiche a parte.
E poi “The Birth of a Nation”, una specie di “12 anni schiavo” ma senza la profondità che McQueen.aveva saputo dare alla sua storia di oppressione nera. Diciannovesimo secolo, piantagioni del Sud degli USA. Lo schiavo intelligente Nat Turner, dopo una vita di soprusi visti e subiti, decide di sollevarsi contro i padroni bianchi insieme a un gruppo di compagni. La fine, la prevedete anche voi… Peccato che il simbolo del Cristo nero che si immola per la causa ― con la figura del Giuda redento nel finale ― sia una lettura troppo facile per dei lettori acuti ed esigenti come i Moviers… Inoltre, vedere la brutalità con gli occhi è certo un modo immediato per impressionare il pubblico. Ma dato che il pubblico è iper esposto a scene di violenza, mi chiedo se quello sia davvero il canale efficace per ficcare nelle teste degli spettatori ciò che e stato. Temo che i registi, oggi, debbano trovare altre vie.
E poi, e lo tengo per ultimo, il film della Festa. Se alla Mostra di Venezia il mio film era stato “Nocturnal Animals”, il film della Festa è stato senz’altro “Sing Street” di John Carney, una specie di formazione sentimentale-musicale del 16enne Connor nella Dublino anni ’80. Cosa si può arrivare a fare per conquistare la ragazza più intrigante della zona? Be’, per esempio fingere di avere una band. Questo è solo il pretesto per Connor, il punto di partenza, che gli permette di scoprire la sua strada verso la musica. Lo spettatore assiste alla formazione della band ― i Sing Street ― e della coscienza artistica del ragazzo. Accanto a questo, il suo tentativo di gestire l’innamoramento per la bella e sfuggente Raphina, musa, croce e delizia che Connor trasporrà nei suoi testi. Timidone all’inizio, sempre più consapevole della propria voglia di fare arte con la musica mano a mano che il film progredisce ― insieme ai suoi look! ― Connor ci mostra il suo percorso di crescita personale accanto a quello musicale britannico degli 80s, con il passaggio dai concerti ai video musicali, e il fenomeno massmediatico delle nuove popstar, come i Duran Duran, i Depeche Mode, etc. “Sing Street” non è soltanto divertentissimo e tenero, ma anche interessante dal punto di vista del significato che la musica ricopre nel film: uno strumento di costruzione della propria identità e del proprio io in un’età incasinata al massimo grado come l’adolescenza. È anche uno sprone a credere sempre al proprio sogno, e ad avere il coraggio di inseguirlo: Connor e Raphina sognano entrambi Londra, la terra promessa a una manciata di km di mare dall’Irlanda. E la storia si conclude con una scena magari un po’ poco verosimile eromance ma di grande impatto metaforico, con il fratello di Connor, che aveva rinunciato al proprio sogno di cantare, e che aiuta i due sedicenni a realizzare il proprio, imbarcandoli fisicamente verso la loro nuova avventura…
It is simply adorable, and oh-so-funny… Segnatelo!

Ma qui abbiamo anche il Lez Muvi 299 di cui parlare! E rimaniamo in area teenager… “Quando hai 17 anni” ha raccolto un fitto numero di Moviers ― “fitto numero di”, molto enzobiagi― tra cui la Vanilla, la Cristina Casaclima (con un’esclusiva composizione floreale certificata LEED per il leaving Board!), il Pizzo, la Modenella, l’{Andy(Candy)[T]he} e il WG Mat.
Dici il titolo ― che origina da un verso di Rimbaud ― e hai detto gran parte del film. “Quando hai 17 anni” riferisce a quell’età grama, ingrata e ingrama che è l’adolescenza ― fateci caso, chi canta le lodi di quel periodo lo fa solo quando lo guarda da una distanza di sicurezza di almeno 20 anni.
Il contesto è una zona montana tra i Pirenei. I protagonisti sono due diciassettenni, Damien e Tom, apparentemente diversissimi ― damerino biondino l’uno, di origini modeste e magrebine l’altro. Damien è figlio di una dottoressa che cura i pazienti in cambio di polli e galline, e di un elicotterista in missione da qualche parte in Medio Oriente. Damien sembrerebbe il classico bravo ragazzo: va bene in matematica, è molto legato alla madre, cucina, insomma manca solo il volontariato e poi abbiamo il boyscout versione 3.0. Tuttavia, cova dentro di sé una sorta di rabbia repressa che sfoga contro un punching-ball oppure addosso a Thomas.
Thomas è il suo opposto. Figlio adottivo di una coppia di contadini che vivono sui monti con Annette, ovvero in una fattoria nel mezzo del nowhere pirenaico. È chiuso, taciturno, assai malmostoso insomma. A scuola arranca, ma non perché non ce la faccia, ma perché, come intuite tutti, non si applica. I due passano la prima metà del film a guardarsi in cagnesco e a prendersi a pugni ogni volta che capita l’occasione. E se l’occasione non capita se la vanno a cercare, raggiungendo spiazzi sperduti fra i boschi e dandosele di santa ragione. Poi succede che, su suggerimento della madre di Damien, che vuole dare una mano a Thomas e mettere un punto a questa rivalità, Thomas va a stare a casa loro in valle ― come trasferirsi da Kamauz a Pergine, fate conto. E lì tutto cambia. Scopriamo che Damien è gay. E il risentimento che prova nei confronti di Thomas, altri non è che un amore nascosto sotto una corazza di autodifesa. Sulle prime Thomas lo respinge violentemente ― moi, gay, ce n’est pas possible! ― ma poi… Poi si rende conto che Damien non gli è indifferente, no, proprio no… e che lui forse non è così etero come credeva di essere…
“Quando hai 17 anni” non è un capolavoro in termini di montaggio o di originalità contenutistica. La prima metà, nella quale il nostro occhio, attraverso la macchina da presa, pedina i due ragazzi nei rispettivi contesti domestici opposti e li segue nelle loro baruffe molto poco chioggiote, scorre un po’ troppo a rilento, e la seconda non necessitava del colpo di scena ― prevedibilissimo per altro ― della morte del padre eroe-elicotterista-marito-devoto ― si sapeva che sarebbe morto, dai, sono sempre i migliori ad andarsene… Quindi se me lo chiedete, sì, è un film con dei difetti. Eppure non avrei smesso di guardarli, questi due ragazzi colti nel mezzo delle loro crisi identitarie.
E mi è piaciuta la scelta del regista di servirsi di due adolescenti per mostrare due modi diversi di vivere la propria confusione sessuale. Damien non ha problemi a dire a Thomas “Non so se m’interessano i ragazzi, o se mi interessi solo tu”, mentre Thomas fa a cazzotti anche con la possibilità di essere diverso da quello che credeva di essere. Poi cede alla sua vera natura, ma il processo è più lento e accidentato di quello del coetaneo. E in fondo, questi due rampolli ― anche solo polli o anche solo ram, e per chi bazzica l’inglese sa cosa intendo con ram ― questi due, quando si scornano, in realtà fanno a botte con la loro identità che vuole uscire fuori dai confini disegnati dal normotipo. Non è una banale questione di testosterone, ma di un io che cerca a tutti i costi di emergere. Il regista è sensibile nel catturare l’attrazione-repulsione vissuta da due maschi che la società vorrebbe alfa e che invece sono altro. E anche nel proporre i comportamenti apparentemente inspiegabili, ma perfettamente comprensibili, dei due ragazzi. Damien che si sfascia contro un punching-ball nella neve, Thomas che si tuffa nel lago ghiacciato, o i suoi occhi che corteggiano la vetta di una montagna, come a dire, prima o poi ti prendo, no matter how risky you are. Tutti questi sono quella lavatrice di comportamenti in cui l’adolescenza ti getta e da cui esci solo dopo averci trascorso quei quattro anni di centrifuga che ti spettano di default.
Pertanto alla fine promuovo il film. Anche per aver mostrato una scena di rapporto fisico tra i due ragazzi che potrebbe essere considerata “forte”. Il cinema è sempre pronto a mostrare sparatorie, incidenti apocalittici, action o, come detto sopra, torture indicibili. Ma a (auto)censurare momenti di amore queer. Riflettiamoci.
Per questa settimana il Mastro sembra avermi fatto il regalo dei regali, visto che ha smosso mari e monti per farmi concludere il Let’s Movie old-school con il film che ho tanto amato a Venezia, e che a Venezia ha trionfato ― no really??
NOCTURNAL ANIMALS
di Tom Ford

E’ one-shot, Fellows, ovvero, lo vedete ora o mai più… Credo sia proprio giunto il momento di alzarsi da quel divano, Moviers, e venire al cine 🙂

In più io conto di andare a vedermi anche “Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi” di Werner Herzog, mercoledì alle ore 9 pm, sempre all’Astra 😉

Nella pagina “Cos’è Let’s Movie”, http://www.letsmovie.it/vuoi-sapere-cosa-e-lets-movie/, un giovane Board (non che ora non lo sia più, vero?!? :-)) scriveva: “Nel corso degli anni abbiamo notato che i Fellow Moviers possono essere latitanti, indisciplinati, pigri, persino riottosi, ma sono intrinsecamente irresistibili. Mentre il Board può essere inflessibile, rigoroso, intollerante, persino dittatoriale, ma è intrinsecamente magnanimo. Il Board adora i suoi Moviers, intrinsecamente.
Sopra ogni cosa, Let’s Movie rocks and rules”.
Ero giovane e superba, you know… 🙂
Mi sembra il miglior modo per congedarmi. Negli anni mi avete accompagnato in quello che ho descritto come “mondo parallelo di cinema, meraviglia e fun”. L’esservi lasciati trascinare in questa piccola scellerataggine ― grazie a Dario Fo per aver rispolverato per me questa bella parola ― l’aver accettato una cineidentità nuova, aver partecipato a questa cosa senza fini di lucro e al solo scopo di fun, mi ha fatto capire che le persone hanno bisogno SEMPRE, in ogni stagione della loro vita, di Isole che non ci sono, di binari nove e tre quarti, di Terre di Mezzo, di Paesi delle Meraviglie, di Atlantidi, Eldoradi, Citta di Smeraldo, di Camelot, Fantàsia e Tatooine.
Io non ho fatto altro che aggiungere Let’s Movie alla lista. Messa in altri termini, questo cercavo di fare https://www.youtube.com/watch?v=WdQp08J8hLY
E calcolate che questo https://www.youtube.com/watch?v=VX4FgU8NZzU è il Board. Gamin e Charlot. Buffoneria e tacchi.
Davanti alla tristezza, sempre un sorriso. 🙂
Grazie!
Nel Maelstrom, altri ringraziamenti lezmuviani, e ora dei saluti eternamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non posso nominarvi tutti, 193 che siete! Ma negli anni ci sono stati tre Moviers speciali che hanno reso tutto questo possibile. Il WG Mat, per aver dato forma al sogno ― signal to noise. L’Honorary Member Mic, che non ha mai smesso di credere, credermi, crederci ― una CdA così, all’Academy, se lo sognano. L’Anarcozumi, per il suo inossidabile incoraggiamento supportivo-sovversivo. Loro tre sono i Movier-moschettieri storici, i Trustee di questa istituzione della fantasia che è Lez Muvi.
E poi il gruppo di Antagonisti Lezmuviani attivi via Uozzap, che saranno pure dei ribelli, ma prima di tutto sono dei Moviers, e dei grandi amanti del cinema. La nemesi sottoforma di D-Bridge, La Vanilla detta Van, la More, il Felix, la BB, il Pizzo, laModenella (Afef who??), l’Andy{Candy)The, l’Onassis JR (versione con o senza braccino).

Ringrazio il Mastro, con cui ho condiviso tante chiacchierate pre e post visione ― soprattutto post. Ho impiegato due anni per parlargli: mi faceva soggezione, con tutto quel retaggio da cinematografo che vantava! Ora glielo posso confessare.
Che soggezione mi facevi, Mastro! Poi la Zu ha rotto il ghiaccio, e quante terre sono emerse! 🙂

Non ringrazio lo Smelly e nemmeno il Viktor Viktoria, ma non porto rancore: giorno verrà in cui si libereranno anche loro dalla dittatura del salato e raggiungeranno i paradisi del cine senza ruminanti. Quel giorno, magari, offriranno il cine a tutti. 🙂
Ringrazio tutte le sale improvvisate in cui sono finita pur di vedere qualsiasi cosa filmata ― spazzatura compresa.
E se me lo permettete, ringrazio questa cavolo di disciplina che mi ha permesso di mandarvi pipponi ogni domenica, per sei anni.
C’è del metodo nella sua follia, diceva Polonio di Amleto… 😉

NOCTURNAL ANIMALS: Una “storia dentro una storia”, in cui la prima parte segue una donna di nome Susan che riceve un manoscritto dal suo ex marito, un uomo che ha lasciato 20 anni prima, e che ora chiede la sua opinione. Il secondo elemento segue il manoscritto reale, chiamato “Nocturnal Animals”, che ruota attorno ad un uomo la cui vacanza in famiglia diventa violenta e mortale. Si continua a seguire la storia di Susan, che si ritrova a ricordare il suo primo matrimonio e ad affrontare alcune oscure verità che la riguardano.

LO AND BEHOLD: Che cos’è Internet oggi? Che ruolo ha nelle nostre vite e come influirà sul nostro futuro? Il genio del cinema Werner Herzog ci guida nell’esplorazione del favoloso mondo digitale contemporaneo, in dieci atti che analizzano ciascuno una delle numerose facce di questa realtà complicata e onnipotente che è il Web, alla scoperta dei suoi lati meno conosciuti tra robotica e hacking, nuovi fenomeni psicologici e dinamiche sociali, rischi e meraviglie. E, nel delineare un quadro completo di dove siamo, ci permette di intravedere dove stiamo andando: un futuro in cui forse Internet sarà capace di sognare se stessa, gli asceti avranno bisogno del wi-fi e i robot sapranno giocare a calcio meglio di noi.

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LET’S MOVIE 299 – propone QUANDO HAI 17 ANNI e commenta PREVENGE e CAFE’ SOCIETY

LET’S MOVIE 299 – propone QUANDO HAI 17 ANNI e commenta PREVENGE e CAFE’ SOCIETY

QUANDO HAI 17 ANNI
di André Téchiné
Francia, 2016, ‘116
Lunedì 10 / Monday 10
21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Festa Fellows,

Mi sa che ci ho preso gusto, con ‘sta faccenda dei festival cinematografici. Per chissà quale motivo, me li sono negati tutta la vita ― c’era sempre qualcosa da fare, oppure un rinvio da architettare, oppure il “tanto posso andarci l’anno prossimo”, che poi è la fabbrica delle occasioni perdute. Ma quest’anno la Mostra del Cine di Venezia mi ha dimostrato quanto speciale e imperdibile un evento del genere possa essere. Allora ho deciso di fare domanda per l’accredito stampa anche alla Festa di Roma, e tentar la fortuna di nuovo. Lez Muvi ha fatto il miracolo una volta, perché non concedere il bis? E infatti… Ecco che mi dicono certo Board, vieni pure. E io dico ma grazie cari, preparo il bagaglio da brava cinefila, il posto per il badge sul petto che non ho, e arrivo, aspettatemi. 🙂 Quindi mi appresto a fare una quattro-giorni capitolina in cui mi strafogherò di cinema fino a scoppiare, fino a morire, come ne “La grande abbuffata”.
Sono attesi al Parco della Musica Meryl Streep, Tom Hanks, Oliver Stone, Roberto Benigni e Jovanotti… Seppur magnifici, gli ultimi quattro non reggono il confronto con Meryl: uno dei miei obbiettivi sarà quello d’intrufolarmi al suo talk. Immagino sarà già sold-out ora. Ma non ho detto “intrufolarmi” a caso… 😉
Sono curiosa anche di vedere in cosa Mostra di Venezia e Festa di Roma si differenziano. E di capire come mai si detestino così come si detestano. Sarò la vostra gola profonda… 😉

Ora però devo raccontarvi un po’ del Biathlon di lunedì. Più che un Biathlon stavolta è stata una staffetta: la Vanilla, presentissima con me al primo film, “Prevenge”, ha passato il testimone a cinque corridori d’eccezione: l’Anarcozumi e Ugo The Boss― mentre l’Anarco Baby Boss stava pacifico dagli anarco-nonni ― il WG Mat, che ha fatto la grazia perché a lui Woody Allen sta un po’ indigesto, lo Strawberry Field e il McDuck che non hanno fatto la grazia perché a loro Woody Allen scivola giù come il più dolce dei rosoli (rosoli?? Bah…).

Non vorrei propinarvi due pipponi… Ma certo se insistete così… 🙂 Mi burlo un po’ di voi solo per dire “mi burlo” ― gran verbo. Infatti l’idea di partenza era di scegliere il film che mi aveva convinto di più e concentrarmi su quello. Ma poi le cose subiscono sempre dei cambiamenti in corso d’opera: mi aspettavo che Woody avrebbe finito per mangiarsi tutta la mia attenzione, e che il “piccolo” film della Settimana della Critica, sarebbe stato giusto un antipastino, di gusto, magari, ma certo non ai livelli di Allen ― sia che Allen fosse stato un successo, sia che fosse stato un disastro…

Poi “Prevenge” comincia e capisci immediatamente che del fingerfood non ha proprio nulla. E ti basta poco per renderti conto che quello, quello e non Woody, sarà il piatto forte della serata.
Ruth è all’ottavo mese di gravidanza. Entra in un negozio di animali, finge d’interessarsi a iguane e tarantole e poi di punto in bianco, sfila una lama da trenta cm e zack, taglia la gola al commesso del negozio. Pubblico sotto shock. Non t’immagini che chi porta dentro di sé una vita possa toglierla, in maniera tanto normale, tanto brutale, a un essere umano. “Prevenge” non è nulla di mainstream: è qualcosa che ti sconvolge, e non già grazie a un uso sapiente della macchina da presa ― la regista, Alice Lowe, è al suo primo lungometraggio, e si vede ―ma grazie a una storia che rasenta l’abominio agli occhi dei benpensanti. Cosa c’è di più abominevole di una futura mamma schiava di un feto cattivissimo che le parla, con vocina horror, dall’interno-pancia e le “ordina” di commettere omicidi? Cosa c’è di meno esplorato nella cinematografia, ― be’, nell’arte tutta ― della madre assassina, o del nascituro malvagio? Alice Lowe decide di avventurarsi in queste terre pericolose, mostrando il mostro e le sue origini: un dolore, quando grande e potente, può produrre un frutto che ti (cor)rompe la vita. Piano piano apprendiamo che il compagno di Ruth è morto durante un’escursione in montagna. La classica situazione d’emergenza in cui il capocordata deve sacrificare un membro della spedizione per salvare il gruppo. Da quel giorno, la missione di Ruth ― e del feto malefico che porta in grembo ― è di risalire a tutti i partecipanti e vendicare la morte dell’amato. È una Black Mamba di cui Tarantino sarebbe fiero e a cui guarderebbe con grande interesse. Ruth, che non a caso è “ruthless”, ovvero spietata, è il braccio della mente che ha nel ventre ―record di parti del corpo in una proposizione principale! E uccide tutti. Alla fine scopriamo che non c’è nulla di malefico nel povero baby, ma che la follia omicida parte tutta da lei, dal suo dolore esasperato, che ha generato una visione distopica della realtà e del figlio stesso. E il finale, che non vi dico, sembrerebbe normalizzare il suo quadro clinico… E invece… “Prevenge” non è nulla di ché dal punto di vista stilistico ― anzi, in alcuni punti sfiora quasi l’amatoriale ― ma il contenuto è una bomba: distrugge il giardino felice che i cliché hanno costruito intorno all’esperienza della maternità. Non è un caso che la Lowe sia una regista dichiaratamente femminista. Chi mette in discussione il materno, il femminile uterino, se non un pensiero che si pone contro? Le madri killer fanno orrore e di loro non si deve parlare, ma ancora più orrore fa l’idea di un bimbo cattivo. E’ il sovvertimento del modello che ci disorienta completamente: una donna subisce un torto e diventa una sorta di Madonna gotica, con un bambino satanico nel grembo e con l’unico obbiettivo di vendicare l’agnello sacrificale rappresentato dal compagno. Ma in questa parabola in cui tutto è sottosopra, scopriamo che la storia con l’amato compagno, in realtà era finita da un pezzo, e che lui non voleva più avere nulla a che fare con lei. Quindi Ruth ― o il suo inconscio ferito ― non vuole vendicare lui: Ruth cerca di espellere ― forse espiare ― la delusione e l’umiliazione subite. “Prevenge” ci costringe a guardare dentro il pozzo di un irrazionale personale, ma anche dentro la vita di una donna che viene maltrattata e bistrattata dalla società ― vedi l’ostetrica che la tratta come una menomata ― dagli uomini ― vedi il deejay che cerca di portarsela a letto ― e dal mondo lavorativo ― vedi il colloquio con una datrice di lavoro dai modi molto bitchy… Pertanto il film non è SOLO il racconto originale di una follia omicida sviluppata a seguito di una sofferenza. Ma anche una critica verso il modo a cui si guarda alle donne incinte.
Una curiosità: è la regista stessa, in attesa del primo figlio, che interpreta il personaggio di Ruth. Interpretare un ruolo del genere mentre aspetti tuo figlio, insomma, non dev’essere stato proprio una passeggiata ― un po’ inquietante, direi. Tuttavia mi dimostra che questa Lowe sa il fatto suo, come donna e come regista, e che di lei, donna e regista, sentiremo senz’altro parlare.

Non vorrei sentir parlare troppo di “Café Society”, invece.
Mi spiego. Non è un brutto film. Senz’altro è migliore di “Sposerai l’uomo dei tuoi sogni” o “Basta che funzioni” ― ma certo “Blue Jasmine” aveva tutt’altra profondità. Solo che, Fellows, è fiacco! Le battute, fatte salve un paio, mancano del mordente tipico di Allen. E la trama è sempre la solita trama, il triangolo amoroso in cui per un po’ vige l’equivoco che ricorda molto e sempre le commedie shakespeariane, per poi passare al lato serio della vita, in cui i protagonisti che abbiamo incontrato ragazzi ―con la spensieratezza e l’“anything is possible” tipico dei ragazzi ― crescono, cambiano vita, perdono il sogno e diventano gli ennesimi adulti con gli ennesimi rimpianti.
Per darvi un po’ di contesto… Bobby è un giovane d’origine ebrea che, nei primi anni ‘30, lascia New York alla volta di Hollywood, dove uno zio pezzo grosso del cinema, gli trova un posto nella sua casa di produzione. Bobby s’innamora di Vonnie, progetta di sposarla e tornare a New York, ma viene fuori che lei è l’amante dello zio. Combattuta fra i due, Vonnie alla fine decide di sposare lo zio. Bobby torna a New York da solo, si mette a gestire il locale del fratello, ha successo, fa quattrini a palate, trova moglie e diventa padre. Poi però un bel giorno Vonnie arriva a New York e i due ritrovano quel feeling/filo che li aveva legati a Los Angeles. Ma ormai è troppo tardi…

Il film è facile, strutturalmente parlando ― troppo. Anni felici a Los Angeles per Bobby: anche se non trova appagamento nel business dello zio, trova comunque l’amore. E via di cenette in localini da poco alla “Lilli e il Vagabondo”. E via di pomeriggi sulla spiaggia a Laguna Beach, ad amoreggiare e rimirare il tramonto… Poi ecco l’elemento che destabilizza l’ordine: lo zio ― l’altro tra lui e lei ― che costringe Vonnie a una scelta. E Vonnie sceglie e spezza l’idillio. Dato che il sogno non è più, ci trasferiamo fisicamente dalla terra del sogno per eccellenza ― Los Angeles ― a quella del concreto, del business ― New York. Bobby cambia. Dal timido ragazzotto con gli occhi sgranati davanti alle stelle del jet set nelle ville hollywoodiane, diventa l’abile gestore di uno dei locali più in voga della città. Anche Vonnie cambia: si trasforma esattamente in quello che diceva non sarebbe mai voluta diventare ―ricca borghese moglie di un ricco borghese con in bocca i discorsi dei ricchi borghesi.

Los Angeles è sprofondata in una luce dorata e calda mentre New York appare più livida e fredda, anche se poi gli interni delle case riprendono sempre quella luce caravaggesca che è il marchio di fabbrica di Vittorio Storaro, a cui Storaro, in qualità di direttore della fotografia, non sa proprio rinunciare. Ma questo crea una magniloquenza visiva, un manierismo tale, che tutto sembra artificiale. Le macchine sono troppo lucide, i capelli troppo azzimati, e c’è questa insistenza nell’uso della luce fuori campo che rischiara i volti e li tinge di ocra che richiama alla mente proprio la pittura di Caravaggio –che non ha nulla a che fare con Los Angeles, o la luce californiana. Comprendo bene che l’obbiettivo di Allen sia quello di evocare la nostalgia per un mondo irreversibilmente perduto ― i meravigliosi Anni Ruggenti ― che trova una controparte nella vicenda fra Vonnie e Bobby: anche loro irrimediabilmente perduti l’uno per l’altra. Capisco che, accanto alla luce voluttuosa di Storaro, il regista punti a calcare su arredi e costumi, a caricare le scene di dettagli, oggetti e vestiti, che si ergono a vestigia di un passato morto e sepolto. Così come Proust ne “La recherche du temps perdu” scriveva frasi lunghe mezze pagine, Allen “scrive” le sue scene con una sovrabbondanza che traduce quello stesso senso di mancanza, di transitorietà, di Eldorado passato. Ciò detto, il risultato è affettato, in certi punti stucchevole a limiti della sopportazione… E ve lo dice una che ha adorato i costumi di scena: le gonne pantalone a vita alta di Vonnie, le scarpe con i calzini, il cipria delle camicette, il sabbia dei completi degli invitati ai cocktail pomeridiani nelle ville di Bel Air, e soprattutto, l’abito di raso cremisi di Blake Lively ― il sogno di ogni donna con un briciolo di fame estetica addosso. Ma non mi basta. Non posso accontentarmi di un film che si piange addosso così, che spegne l’azione. Con “spegnere l’azione” intendo che non c’é una critica, o una messa in discussione, neppure una blanda presa in giro, della “Café Society” ritratta. Allen la guarda sconsolato, nostalgico, non ci ride insieme e non ci ride sopra. Il modo in cui indulge su certi dialoghi trasuda il “give me those good old days back!” ― e per inciso, se non t’intendi di storia hollywoodiana degli anni ’30 rischi di perdere molti riferimenti.
Io mi chiedo, dove sei, Woody? Quello che si burlava (due “burlarsi” oggi!) dell’intellighenzia di Uptown New York (vedi “Manhattan” o il più recente “Melinda&Melinda”)? Che se la rideva di analisti e pazienti, ridendo prima di tutti di se stesso, eterno paziente di chissà quanti analisti?
E va bene, Dio non esiste, tutto passa e dobbiamo imparare a gestire il sapore amaro dei rimpianti, ma non perdiamo l’irriverenza. Vorrei che Woody la ritrovasse, che tornasse a essere caustico, istrionico e buffo.
Forse a 80 anni, farebbe meglio a stracciare il contratto che gli impone di girare un film all’anno ―mi rifiuto di credere che sia una sua scelta ― e a godersi quella libertà intellettuale che gli consentirebbe di uscire con un “Matchpoint” invece che con un “From Rome with love”…if you know what I mean…

E questa settimana… dreams are my reality, the only kind of reeeal faaaantasy…

QUANDO HAI 17 ANNI
di André Téchiné

Presentato in concorso all’ultima Berlinale, “Quando hai 17 anni” ci farà ricordare quel momento tra incubo, estasi e capelli sbagliati che è l’adolescenza.
Il film è alle 9 pm, ma io conto di essere lì per le 8:32 pm. Questa volta davvero: c’è molto di cui parlare…
E vi ricordo che la settimana prossima raggiungiamo 300 LET’S MOVIE! Cifra tonda! Festeggeremo col botto, ve lo garantisco … Quindi, stay tuned, e ripeto, venite lunedi’. Non rimandate a domani ciò che domani magari non si potrà più fare…

Oggi il Maesltrom è tutto presidenziale… Il Presidente è andato a vedere “La verità sta in cielo”, di Roberto Faenza, e ci ha fatto la cortesia di scrivere un commento che ci risparmia una serata davanti a un film sbagliato… GRAZIE Presidente! Ci fosse una targa per premiare chi salva il tempo, porterebbe il tuo nome. 🙂

E prima di salutarvi, un Frullato a base di Arles e del film “Brama di vivere” 😉
“Arles – Brama di vivere e fotografare” – http://www.magazzino26.it/arles-brama-di-vivere-e-fotografare/

E ancora vi ripeto, COME AND JOIN US TOMORROW… 😉

E ora ringraziamenti, tanti, e saluti, stasera, allegramente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dal Presidente, “La verità sta in cielo… e lì resta”

Quando Emanuela Orlandi venne rapita nelle 1983 io avevo 16 anni, esattamente la sua stessa età. È normale quindi che io abbia seguito la vicenda con una certa trepidazione e con una certa partecipazione dell’epoca, ed è altrettanto ovvio che io mi sia accostato alla visione del film con una certa curiosità anche dal punto di vista, diciamo così, storiografico. Le mie attese però sono state assolutamente deluse: il film è un gigantesco polpettone che sbanda dal genere tipo mafia italiana/ western, con eccedenza di tratti patinati in cui il regista indugia quasi maniacalmente su costumi, automobili dell’epoca e momenti che vorrebbero essere di denuncia storica o di docu-film ma che in realtà sono supportati da poco e niente: alla fine l’impressione è che il regista abbia voluto buttare dentro nel film tutta una serie di elementi e di spunti che però non riesce ad elaborare e a seguire completamente. Il risultato finale è una sorta di nausea che colpisce lo spettatore che non sa più a che cosa deve credere. Soprattutto, mi sembra che la memoria della povera Emanuela Orlandi sia così quasi infangata e banalizzata.
Peccato perché l’occasione era davvero ghiotta per fare un bel film e per mettere il focus su uno dei tanti e misteri irrisolti dell’Italia degli anni 80. Per quanto mi riguarda, mentre guardavo i corpi nudi dei protagonisti su cui il regista indulge, ho pensato che la povera Manuela, l’hanno un po’ uccisa due volte.

QUANDO HAI 17 ANNI: Damien è il viziato figlio adolescente di un soldato e di un medico. Vive con la madre in una caserma dell’esercito nel sud della Francia mentre suo padre è in missione militare nella Repubblica centrale africana. Prende lezioni di combattimento da un amico del padre per difendersi dai bulli che a scuola lo scherniscono per i suoi modi effeminati. Quando incontra Tom, il figlio adottivo di una coppia di agricoltori locali, tra i due è odio a prima vista. La tensione tra i due ragazzi si fa sempre più palpabile quando poi la madre di Damien si offre di ospitare nella propria casa Tom, dal momento che sua madre è costretta ad andare in ospedale.

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LET’S MOVIE 298 propone CAFE SOCIETY e commenta ELVIS&NIXON

LET’S MOVIE 298 propone CAFE SOCIETY e commenta ELVIS&NIXON

CAFE SOCIETY
di Woody Allen
USA, 2016, ‘96
Lunedì 3/ Monday 3
Ore 21:30 / 9:30 pm
Astra / Dal Mastro

 

Freddie Mercury Fellow Movier,

Qualche tempo fa ho letto dell’Asteroide 1991 FM3 che l’Unione Astronomica Internazionale ha dedicato al King dei Queen. Per chi non fosse pratico di astronomia ― tutti tranne la Fellow Killer 🙂 ― un asteroide è un corpo celeste più piccolo della terra che vaga per l’universo. Quando furono avvistati per la prima volta, all’inizio dell’800, furono battezzati “pianetini” ― very cute.
Trovo un’idea strepitosa, ma soprattutto doverosa, che l’UAI abbia dedicato un pianetino a un personaggio che ha segnato, con la sua arte, un buon ventennio della storia della musica. Personalmente, sono molto legata alla figura di questo zanzibarese dalle origini parsi e indiane che, all’età di 18 anni, s’imbarcò alla volta di Londra, in cerca della sua strada. E che fu capace di fare ciò che fece.
Mi sono sempre interrogata sul perché le grandi major del cinema non abbiano mai concretizzato i tentativi di realizzare un biopic su Freddie. Ormai sono trascorsi più di vent’anni dalla sua morte (1994). Non è una ferita fresca come la perdita di Prince. Mercury è nell’immaginario musicollettivo da anni e anni, e meriterebbe un film che parlasse di lui, che ripercorresse la sua storia, la facesse conoscere a chi era troppo giovane per conoscerla all’epoca e a chi la vorrebbe ricordata come si deve.
Lo scorso anno aleggiava nell’aria un progetto, con Sacha Baron Cohen nei panni di Freddie ― per via della somiglianza, suppongo: non ho altri motivi per vedere un nesso fra Cohen e il contante… Poi qualche tempo fa l’attore ha abbandonato il progetto a causa di dissidi con i Queen. Da allora non se ne sa più nulla.
Come mai, secondo voi, nessun film è stato girato ancora in suo onore? Io ho una teoria all’odor di cospirazionismo… Alla fine degli anni ’70 e soprattutto negli anni ’80, Freddie aveva assunto uno stile di vita da party animal piuttosto dissoluto. Festini sex, drugs and rock&roll. Nulla di sconvolgente, a mio avviso. Attraverso la fase wild sono passati la maggior parte dei cantanti più famosi e idolatrati della storia. Eppure Jim Morrison ha avuto il suo “The Doors”, Amy Winehouse il suo “Amy”, Michael Jackson il suo “This is it”, Kurt Cobain il suo “Cobain: Montage of Heck”, Ray Charles il suo “Ray”, e persino Mozart il suo “Amadeus”. Quindi perché Freddie Mercury non ha ancora avuto il suo bravo biopic/documentario che lo immortali anche sul grande schermo così come meriterebbe? Perché gli altri sì e lui no? C’entrerà forse la sua promiscuità sessuale? Siamo ancora fermi a questo punto bigotto? Non vogliamo mostrare ciò che era e faceva perché questo lederebbe il ricordo a certi benpensanti? Pensiamo ancora che l’orientamento sessuale diverso non debba essere in alcun modo associato al talento? Guarda caso tutti i cantanti che ho citato sopra erano etero…

Vi passo molto volentieri questi interrogativi, mentre io vi parlo del Lez Muvi di lunedì, alla presenza del Woodstock. E fortuna che c’era lui in sala con me, altrimenti la sala avrebbe contato una testa in meno ― e già le teste erano cinque… Cinque! Ma come si fa, il lunedì sera, la giornata del “Lunedifilm” ― per chi di voi si ricorda RAI 1 e la sigla con la pellicola in forma di uccello che spiccava le ali, https://www.youtube.com/watch?v=4F9D4Y21M9s ― come si fa a trovare cinque persone in sala?? Il Mastro mi ha confermato che la stagione stenta a decollare, che la gente latita. Io sono del parere che tentar non nuoce mai. Che una chance, al cine, vale la pena darla SEMPRE.

Elvis&Nixon è uno di quei film piccoli piccoli ma dal cuore grande grande. E pensate, nasce da una foto: la più richiesta agli Archivi della Casa Bianca. Uno scatto che immortala l’incontro e la stretta di mano fra il presidente forse più conservatore della storia americana ―ma certo Donald Duck Trump aveva ancora da arrivare― e la star più sopra le righe e più popolare del periodo. Due individui agli antipodi, che scoprono, in verità di non essere poi così agli antipodi…
Sentite un po’. Elvis è il Re della musica, ma anche delle stranezze: nel dicembre del 1971 vuole a tutti i costi farsi nominare agente segreto dell’FBI per combattere la droga e la decadenza dei costumi, conseguenza a suo dire, del Comunismo e di certe band ― tipo i Beatles ― che diffondono fra i giovani dei messaggi degeneri… Allora cosa fa? Si mette a scrivere una letterina al Presidente, e la consegna brevi manu alla Casa Bianca.
Ora voi potete immaginare, Elvis-the-Pelvis-in-the-Memphis che si presenta ai cancelli della Casa Bianca per consegnare una lettera per il Nixon… Questi, sulle prime, non vuole incontrarlo, ma poi cede alle pressioni della figlia ― innamorata di Elvis, come il 99% delle donne americane in quell’epoca. Già cominciate a sorridere, e vi assicuro che non smettere mai fino alla fine: l’ironia è la cifra del film, e raggiunge il suo apice nella scena dell’incontro fra i due, nella sala ovale. Un po’ come assistere a due galli dentro un pollaio che battagliano per dimostrare chi ce l’ha più grande…La casa, che avevate capito! Con Nixon che snocciola il numero di stanze della White House, ed Elvis che controbatte a ettari di Graceland.
E qui bisogna rendere grazie a due attori che sanno fare il loro mestiere in maniera ineccepibile. Kevin Spacey aveva una bella gatta da pelare: far scordare Frank Langella che se l’era cavata alla grande nel bel film di Ron Howard “Frost/Nixon: il duello”. Spacey interpreta naturalmente, senza scimmiottare, la postura ingoffita di Nixon, il suo aspetto bolso misto a quella tracotanza ben nota a tutti quanti. L’attore cammina sempre sul filo tra la naturalezza e la caricatura, ma non mette mai il piede in fallo. Lo stesso vale per Michael Shannon, un attore che sulla carta e sullo schermo sembrerebbe anni luce da Elvis. Lineamenti severi, sguardo di ghiaccio, un allure che lo avvicina più al cavaliere solitario che al mite e rassicurante Presley. Anche lui riesce a mantenere l’equilibrio fra un Elvis perfettamente consapevole di essere ormai prigioniero del proprio personaggio, e un Elvis personaggio assurdo, dalle richieste strampalate, dai comportamenti a dir poco discutibili ― vedasi la fissa delle armi che porta ovunque e i distintivi che colleziona. Shannon accentua i tic della star, esaspera anche certi suoi movimenti, ma li filtra attraverso quella sua fisicità austera di cui dicevamo sopra, e non scivola mai per la china della caricatura.
Se loro due se la cavano egregiamente, un “brava bravissima” lo riserviamo alla regista, Liza Johnson, che ha scelto il meno Elvis degli Elvis. Di sosia, ne avrebbe trovati a bizzeffe, ma l’elemento vincente dell’interpretazione di Shannon sta proprio nell’evitare la somiglianza, e nel far viaggiare il suo personaggio fra demenzialità e ironia.
Tutto il film rema verso la scena dell’incontro, in cui Nixon e Presley appaiono come una coppia di bambini e di pavoni gonfiati (!!) compressi dentro un maschio alfa dalle fisicità opposte. Davanti a due uomini del genere che hanno segnato, nel bene e nel male, la storia, e che detengono il potere ― un Presidente e un Re ― una donna rimane incredula. E credo sia stato anche questo, lo scopo della regista. Istillarci un po’ di senso critico. Far sorgere nello spettatore un dubbio: come possiamo invaghirci di figure simili?? Perché sì, Elvis sarà anche stato Elvis, ma aveva comunque certe idee repubblicane che avrebbero fatto accapponare la pelle a Clint Eastwood ― che di Repubblicanesimo ne sa qualcosa… E aveva certe manie, certe ossessioni, che lo tirano giù dal trono del mito e lo mostrano in tutta la sua ridicolezza. E così vale per Nixon.
La comicità nasce anche dal fatto che lo spettatore conosce come sarebbero andate a finire le cose per questa strana coppia che predicava bene ma che razzolava proprio male: Nixon si sarebbe dimesso nel 1974 a seguito dello scandalo Watergate, ed Elvis sarebbe morto di lì a tre anni, vittima dei suoi deliri e dell’abuso di farmaci ― altra declinazione di quelle droghe contro cui tanto veementemente (veementemente??) si scagliava.
Mi piace l’angolo in cui la Johnson ha scelto di porre la sua cinepresa per sconsacrare due mostri sacri della politica e del rock. Mi piace quando qualcuno ti fa vedere l’aspetto piccolo dei grandi, o anche solo il loro lato umano. E mi è piaciuta la scelta di non inserire nessuna canzone di Presley e nessun riferimento alla politica nixoniana: perché questo non è un film su Elvis o su Nixon. Ma sulla ricerca della verità, se ci pensate.
Certo sono una pessima critica… Non ho dato al punto di forza del film il rilievo che merita. È uno spasso! Leggero, ma non superficiale, né tantomeno superfluo. Quindi, se l’avete perso, vedete di ritrovarlo… 😉

Questa settimana vediamo cosa ci ha combinato Woody con

CAFE SOCIETY
di Woody Allen

Sulle ultime opere di Allen è meglio non dire… Ma lui ha partorito meraviglie come “Io e Annie”, “Manhattan”, “Zelig”, “Matchpoint”, solo per citarne alcune…. Possiamo accordargli un’altra chance, dai.

Questo è il Lez Muvi ufficiale, ma ho necessità di chiamare un BIATHLON questa settimana! Due film uno dietro l’altro, per i cinefili duri e puri, e quelli che amano il cine di qualità.
Questa settimana, infatti, prende il via l’edizione 2016 de “Le Giornate della Mostra del Cinema di Venezia. I Film della Settimana della Critica”: questo significa che le opere provenienti dalla 31esima Settimana Internazionale della Critica verranno proiettate GRATIS nelle sale convenzionate FICE, tra cui spicca il nostro Mastro e il suo Cinema Astra. 🙂

Quindi lunedì, prima di “Café Society” i duri&puri verranno con me a vedere il film di apertura della Settimana della Critica

PREVENGE
di Alice Lowe
UK, 2016, ‘92
Lunedì 3 / Monday 3
Ore 19:15 / 7:15 pm
Astra / Dal Mastro

E visto che il primo BIATHLON era stato un successo, vediamo cosa ci riserva la seconda edizione…

Per gli appassionati come me di Marina Abramovic, segnalo il documentario “THE SPACE IN BETWEEN ― Marina Abramovic and Brazil”, mercoledì 5, ore 20:00 allo Smelly Modena, all’interno della rassegna “Cinema e Arte” (Costo del biglietto: 10 Euri ― ma se amate Marina, farete questo investimento).

Prima di pubblicizzare il Maelstrom, vi servo un paio di Frullati, il primo dei quali vi era stato promesso:
“La bruta bellezza di ‘Nocturnal Animals’” ― http://www.magazzino26.it/la-bruta-bellezza-di-nocturnal-animals/
“Gioie e dolori dalla Mostra del Cinema di Venezia” ― http://www.magazzino26.it/gioie-e-dolori-dalla-mostra-del-cinema/ 

Se li scorrete, proverete forse la sensazione del dejà-vu, anzi del dejà-lu, dato che vi ho fatto un reportage dalla Mostra del Cinema di Venezia… Ma diciamo che nei Frullati metto più ingredienti… 😉

E ora Maelstrom ― mi raccomando, è molto utile ― ringraziamenti e saluti, stasera, regalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il Maelstrom di oggi è utile perché vi propone la programmazione dei film dellaSETTIMANA DELLA CRITICA. Così non correte il rischio di perderveli per strada…
Per trame e quant’altro, eccovi la brochure, http://sicvenezia.it/download/2016/sic31-brochure-decentramento.pdf

MULTISALA ASTRA
LUN 3/10, 19,15, PREVENGE di Alice Lowe
21,15, LOS NADIE (The Nobodies) di Juan Sebastián Mesa Film vincitore 31^ edizione della SIC

MULTISALA MODENA
MAR 4/10, 19,00, SINGING IN GRAVEYARDS di Bradley Liew
21,30, JOURS DE FRANCE di Jérôme Reybaud

MULTISALA ASTRA
LUN 10/10, 19,15, TABL (Drum) di Keywan Karimi
21,15, LE ULTIME COSE di Irene Dionisio

MULTISALA MODENA
MAR 11/10, 19,15, AKHED WAHED FINA (The Last of Us) di Ala Eddine Slim – Premio Mario Serandrei, Hotel Saturnia e Leone del Futuro / Premio Venezia Opera Prima Luigi De Laurentiis

CAFE SOCIETY: Un giovane uomo arriva a Hollywood nel corso del 1930 nella speranza di lavorare nell’industria cinematografica. Lì si innamora, e si ritrova catapultato al centro di un vivace “Café Society” che ben rispecchiava lo spirito dell’epoca.
PREVENGE: Una donna incinta cerca vendetta, in preda a una furia omicida tanto feroce quanto spassosa. Cosa porterà la maternità alla spietata Ruth, redenzione o distruzione?
THE SPACE IN BETWEEN: In viaggio in Brasile alla ricerca di nuovi stimoli creativi, Marina Abramovic intraprende un percorso di guarigione spirituale. Incontra medium a Abadiania, erboristi a Chapada, sciamani a Curitiba. . . Il sincretismo religioso del Brasile più profondo si fa percorso personale e artistico e racconto per immagini, in un seducente intreccio di profondità e ironia. Tra cerimonie di purificazione e trip psichedelici, Marina riflette sulle affinità tra performance artistiche e rituali e si mette totalmente a nudo, in un tragitto anche interiore nei meandri del suo passato difficile. Un film autenticamente “in between”, sospeso tra arte e vita, tra road movie e spiritual thriller, tra diario intimo e osservazione antropologica.

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