LET’S MOVIE 299 – propone QUANDO HAI 17 ANNI e commenta PREVENGE e CAFE’ SOCIETY

LET’S MOVIE 299 – propone QUANDO HAI 17 ANNI e commenta PREVENGE e CAFE’ SOCIETY

QUANDO HAI 17 ANNI
di André Téchiné
Francia, 2016, ‘116
Lunedì 10 / Monday 10
21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Festa Fellows,

Mi sa che ci ho preso gusto, con ‘sta faccenda dei festival cinematografici. Per chissà quale motivo, me li sono negati tutta la vita ― c’era sempre qualcosa da fare, oppure un rinvio da architettare, oppure il “tanto posso andarci l’anno prossimo”, che poi è la fabbrica delle occasioni perdute. Ma quest’anno la Mostra del Cine di Venezia mi ha dimostrato quanto speciale e imperdibile un evento del genere possa essere. Allora ho deciso di fare domanda per l’accredito stampa anche alla Festa di Roma, e tentar la fortuna di nuovo. Lez Muvi ha fatto il miracolo una volta, perché non concedere il bis? E infatti… Ecco che mi dicono certo Board, vieni pure. E io dico ma grazie cari, preparo il bagaglio da brava cinefila, il posto per il badge sul petto che non ho, e arrivo, aspettatemi. 🙂 Quindi mi appresto a fare una quattro-giorni capitolina in cui mi strafogherò di cinema fino a scoppiare, fino a morire, come ne “La grande abbuffata”.
Sono attesi al Parco della Musica Meryl Streep, Tom Hanks, Oliver Stone, Roberto Benigni e Jovanotti… Seppur magnifici, gli ultimi quattro non reggono il confronto con Meryl: uno dei miei obbiettivi sarà quello d’intrufolarmi al suo talk. Immagino sarà già sold-out ora. Ma non ho detto “intrufolarmi” a caso… 😉
Sono curiosa anche di vedere in cosa Mostra di Venezia e Festa di Roma si differenziano. E di capire come mai si detestino così come si detestano. Sarò la vostra gola profonda… 😉

Ora però devo raccontarvi un po’ del Biathlon di lunedì. Più che un Biathlon stavolta è stata una staffetta: la Vanilla, presentissima con me al primo film, “Prevenge”, ha passato il testimone a cinque corridori d’eccezione: l’Anarcozumi e Ugo The Boss― mentre l’Anarco Baby Boss stava pacifico dagli anarco-nonni ― il WG Mat, che ha fatto la grazia perché a lui Woody Allen sta un po’ indigesto, lo Strawberry Field e il McDuck che non hanno fatto la grazia perché a loro Woody Allen scivola giù come il più dolce dei rosoli (rosoli?? Bah…).

Non vorrei propinarvi due pipponi… Ma certo se insistete così… 🙂 Mi burlo un po’ di voi solo per dire “mi burlo” ― gran verbo. Infatti l’idea di partenza era di scegliere il film che mi aveva convinto di più e concentrarmi su quello. Ma poi le cose subiscono sempre dei cambiamenti in corso d’opera: mi aspettavo che Woody avrebbe finito per mangiarsi tutta la mia attenzione, e che il “piccolo” film della Settimana della Critica, sarebbe stato giusto un antipastino, di gusto, magari, ma certo non ai livelli di Allen ― sia che Allen fosse stato un successo, sia che fosse stato un disastro…

Poi “Prevenge” comincia e capisci immediatamente che del fingerfood non ha proprio nulla. E ti basta poco per renderti conto che quello, quello e non Woody, sarà il piatto forte della serata.
Ruth è all’ottavo mese di gravidanza. Entra in un negozio di animali, finge d’interessarsi a iguane e tarantole e poi di punto in bianco, sfila una lama da trenta cm e zack, taglia la gola al commesso del negozio. Pubblico sotto shock. Non t’immagini che chi porta dentro di sé una vita possa toglierla, in maniera tanto normale, tanto brutale, a un essere umano. “Prevenge” non è nulla di mainstream: è qualcosa che ti sconvolge, e non già grazie a un uso sapiente della macchina da presa ― la regista, Alice Lowe, è al suo primo lungometraggio, e si vede ―ma grazie a una storia che rasenta l’abominio agli occhi dei benpensanti. Cosa c’è di più abominevole di una futura mamma schiava di un feto cattivissimo che le parla, con vocina horror, dall’interno-pancia e le “ordina” di commettere omicidi? Cosa c’è di meno esplorato nella cinematografia, ― be’, nell’arte tutta ― della madre assassina, o del nascituro malvagio? Alice Lowe decide di avventurarsi in queste terre pericolose, mostrando il mostro e le sue origini: un dolore, quando grande e potente, può produrre un frutto che ti (cor)rompe la vita. Piano piano apprendiamo che il compagno di Ruth è morto durante un’escursione in montagna. La classica situazione d’emergenza in cui il capocordata deve sacrificare un membro della spedizione per salvare il gruppo. Da quel giorno, la missione di Ruth ― e del feto malefico che porta in grembo ― è di risalire a tutti i partecipanti e vendicare la morte dell’amato. È una Black Mamba di cui Tarantino sarebbe fiero e a cui guarderebbe con grande interesse. Ruth, che non a caso è “ruthless”, ovvero spietata, è il braccio della mente che ha nel ventre ―record di parti del corpo in una proposizione principale! E uccide tutti. Alla fine scopriamo che non c’è nulla di malefico nel povero baby, ma che la follia omicida parte tutta da lei, dal suo dolore esasperato, che ha generato una visione distopica della realtà e del figlio stesso. E il finale, che non vi dico, sembrerebbe normalizzare il suo quadro clinico… E invece… “Prevenge” non è nulla di ché dal punto di vista stilistico ― anzi, in alcuni punti sfiora quasi l’amatoriale ― ma il contenuto è una bomba: distrugge il giardino felice che i cliché hanno costruito intorno all’esperienza della maternità. Non è un caso che la Lowe sia una regista dichiaratamente femminista. Chi mette in discussione il materno, il femminile uterino, se non un pensiero che si pone contro? Le madri killer fanno orrore e di loro non si deve parlare, ma ancora più orrore fa l’idea di un bimbo cattivo. E’ il sovvertimento del modello che ci disorienta completamente: una donna subisce un torto e diventa una sorta di Madonna gotica, con un bambino satanico nel grembo e con l’unico obbiettivo di vendicare l’agnello sacrificale rappresentato dal compagno. Ma in questa parabola in cui tutto è sottosopra, scopriamo che la storia con l’amato compagno, in realtà era finita da un pezzo, e che lui non voleva più avere nulla a che fare con lei. Quindi Ruth ― o il suo inconscio ferito ― non vuole vendicare lui: Ruth cerca di espellere ― forse espiare ― la delusione e l’umiliazione subite. “Prevenge” ci costringe a guardare dentro il pozzo di un irrazionale personale, ma anche dentro la vita di una donna che viene maltrattata e bistrattata dalla società ― vedi l’ostetrica che la tratta come una menomata ― dagli uomini ― vedi il deejay che cerca di portarsela a letto ― e dal mondo lavorativo ― vedi il colloquio con una datrice di lavoro dai modi molto bitchy… Pertanto il film non è SOLO il racconto originale di una follia omicida sviluppata a seguito di una sofferenza. Ma anche una critica verso il modo a cui si guarda alle donne incinte.
Una curiosità: è la regista stessa, in attesa del primo figlio, che interpreta il personaggio di Ruth. Interpretare un ruolo del genere mentre aspetti tuo figlio, insomma, non dev’essere stato proprio una passeggiata ― un po’ inquietante, direi. Tuttavia mi dimostra che questa Lowe sa il fatto suo, come donna e come regista, e che di lei, donna e regista, sentiremo senz’altro parlare.

Non vorrei sentir parlare troppo di “Café Society”, invece.
Mi spiego. Non è un brutto film. Senz’altro è migliore di “Sposerai l’uomo dei tuoi sogni” o “Basta che funzioni” ― ma certo “Blue Jasmine” aveva tutt’altra profondità. Solo che, Fellows, è fiacco! Le battute, fatte salve un paio, mancano del mordente tipico di Allen. E la trama è sempre la solita trama, il triangolo amoroso in cui per un po’ vige l’equivoco che ricorda molto e sempre le commedie shakespeariane, per poi passare al lato serio della vita, in cui i protagonisti che abbiamo incontrato ragazzi ―con la spensieratezza e l’“anything is possible” tipico dei ragazzi ― crescono, cambiano vita, perdono il sogno e diventano gli ennesimi adulti con gli ennesimi rimpianti.
Per darvi un po’ di contesto… Bobby è un giovane d’origine ebrea che, nei primi anni ‘30, lascia New York alla volta di Hollywood, dove uno zio pezzo grosso del cinema, gli trova un posto nella sua casa di produzione. Bobby s’innamora di Vonnie, progetta di sposarla e tornare a New York, ma viene fuori che lei è l’amante dello zio. Combattuta fra i due, Vonnie alla fine decide di sposare lo zio. Bobby torna a New York da solo, si mette a gestire il locale del fratello, ha successo, fa quattrini a palate, trova moglie e diventa padre. Poi però un bel giorno Vonnie arriva a New York e i due ritrovano quel feeling/filo che li aveva legati a Los Angeles. Ma ormai è troppo tardi…

Il film è facile, strutturalmente parlando ― troppo. Anni felici a Los Angeles per Bobby: anche se non trova appagamento nel business dello zio, trova comunque l’amore. E via di cenette in localini da poco alla “Lilli e il Vagabondo”. E via di pomeriggi sulla spiaggia a Laguna Beach, ad amoreggiare e rimirare il tramonto… Poi ecco l’elemento che destabilizza l’ordine: lo zio ― l’altro tra lui e lei ― che costringe Vonnie a una scelta. E Vonnie sceglie e spezza l’idillio. Dato che il sogno non è più, ci trasferiamo fisicamente dalla terra del sogno per eccellenza ― Los Angeles ― a quella del concreto, del business ― New York. Bobby cambia. Dal timido ragazzotto con gli occhi sgranati davanti alle stelle del jet set nelle ville hollywoodiane, diventa l’abile gestore di uno dei locali più in voga della città. Anche Vonnie cambia: si trasforma esattamente in quello che diceva non sarebbe mai voluta diventare ―ricca borghese moglie di un ricco borghese con in bocca i discorsi dei ricchi borghesi.

Los Angeles è sprofondata in una luce dorata e calda mentre New York appare più livida e fredda, anche se poi gli interni delle case riprendono sempre quella luce caravaggesca che è il marchio di fabbrica di Vittorio Storaro, a cui Storaro, in qualità di direttore della fotografia, non sa proprio rinunciare. Ma questo crea una magniloquenza visiva, un manierismo tale, che tutto sembra artificiale. Le macchine sono troppo lucide, i capelli troppo azzimati, e c’è questa insistenza nell’uso della luce fuori campo che rischiara i volti e li tinge di ocra che richiama alla mente proprio la pittura di Caravaggio –che non ha nulla a che fare con Los Angeles, o la luce californiana. Comprendo bene che l’obbiettivo di Allen sia quello di evocare la nostalgia per un mondo irreversibilmente perduto ― i meravigliosi Anni Ruggenti ― che trova una controparte nella vicenda fra Vonnie e Bobby: anche loro irrimediabilmente perduti l’uno per l’altra. Capisco che, accanto alla luce voluttuosa di Storaro, il regista punti a calcare su arredi e costumi, a caricare le scene di dettagli, oggetti e vestiti, che si ergono a vestigia di un passato morto e sepolto. Così come Proust ne “La recherche du temps perdu” scriveva frasi lunghe mezze pagine, Allen “scrive” le sue scene con una sovrabbondanza che traduce quello stesso senso di mancanza, di transitorietà, di Eldorado passato. Ciò detto, il risultato è affettato, in certi punti stucchevole a limiti della sopportazione… E ve lo dice una che ha adorato i costumi di scena: le gonne pantalone a vita alta di Vonnie, le scarpe con i calzini, il cipria delle camicette, il sabbia dei completi degli invitati ai cocktail pomeridiani nelle ville di Bel Air, e soprattutto, l’abito di raso cremisi di Blake Lively ― il sogno di ogni donna con un briciolo di fame estetica addosso. Ma non mi basta. Non posso accontentarmi di un film che si piange addosso così, che spegne l’azione. Con “spegnere l’azione” intendo che non c’é una critica, o una messa in discussione, neppure una blanda presa in giro, della “Café Society” ritratta. Allen la guarda sconsolato, nostalgico, non ci ride insieme e non ci ride sopra. Il modo in cui indulge su certi dialoghi trasuda il “give me those good old days back!” ― e per inciso, se non t’intendi di storia hollywoodiana degli anni ’30 rischi di perdere molti riferimenti.
Io mi chiedo, dove sei, Woody? Quello che si burlava (due “burlarsi” oggi!) dell’intellighenzia di Uptown New York (vedi “Manhattan” o il più recente “Melinda&Melinda”)? Che se la rideva di analisti e pazienti, ridendo prima di tutti di se stesso, eterno paziente di chissà quanti analisti?
E va bene, Dio non esiste, tutto passa e dobbiamo imparare a gestire il sapore amaro dei rimpianti, ma non perdiamo l’irriverenza. Vorrei che Woody la ritrovasse, che tornasse a essere caustico, istrionico e buffo.
Forse a 80 anni, farebbe meglio a stracciare il contratto che gli impone di girare un film all’anno ―mi rifiuto di credere che sia una sua scelta ― e a godersi quella libertà intellettuale che gli consentirebbe di uscire con un “Matchpoint” invece che con un “From Rome with love”…if you know what I mean…

E questa settimana… dreams are my reality, the only kind of reeeal faaaantasy…

QUANDO HAI 17 ANNI
di André Téchiné

Presentato in concorso all’ultima Berlinale, “Quando hai 17 anni” ci farà ricordare quel momento tra incubo, estasi e capelli sbagliati che è l’adolescenza.
Il film è alle 9 pm, ma io conto di essere lì per le 8:32 pm. Questa volta davvero: c’è molto di cui parlare…
E vi ricordo che la settimana prossima raggiungiamo 300 LET’S MOVIE! Cifra tonda! Festeggeremo col botto, ve lo garantisco … Quindi, stay tuned, e ripeto, venite lunedi’. Non rimandate a domani ciò che domani magari non si potrà più fare…

Oggi il Maesltrom è tutto presidenziale… Il Presidente è andato a vedere “La verità sta in cielo”, di Roberto Faenza, e ci ha fatto la cortesia di scrivere un commento che ci risparmia una serata davanti a un film sbagliato… GRAZIE Presidente! Ci fosse una targa per premiare chi salva il tempo, porterebbe il tuo nome. 🙂

E prima di salutarvi, un Frullato a base di Arles e del film “Brama di vivere” 😉
“Arles – Brama di vivere e fotografare” – http://www.magazzino26.it/arles-brama-di-vivere-e-fotografare/

E ancora vi ripeto, COME AND JOIN US TOMORROW… 😉

E ora ringraziamenti, tanti, e saluti, stasera, allegramente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dal Presidente, “La verità sta in cielo… e lì resta”

Quando Emanuela Orlandi venne rapita nelle 1983 io avevo 16 anni, esattamente la sua stessa età. È normale quindi che io abbia seguito la vicenda con una certa trepidazione e con una certa partecipazione dell’epoca, ed è altrettanto ovvio che io mi sia accostato alla visione del film con una certa curiosità anche dal punto di vista, diciamo così, storiografico. Le mie attese però sono state assolutamente deluse: il film è un gigantesco polpettone che sbanda dal genere tipo mafia italiana/ western, con eccedenza di tratti patinati in cui il regista indugia quasi maniacalmente su costumi, automobili dell’epoca e momenti che vorrebbero essere di denuncia storica o di docu-film ma che in realtà sono supportati da poco e niente: alla fine l’impressione è che il regista abbia voluto buttare dentro nel film tutta una serie di elementi e di spunti che però non riesce ad elaborare e a seguire completamente. Il risultato finale è una sorta di nausea che colpisce lo spettatore che non sa più a che cosa deve credere. Soprattutto, mi sembra che la memoria della povera Emanuela Orlandi sia così quasi infangata e banalizzata.
Peccato perché l’occasione era davvero ghiotta per fare un bel film e per mettere il focus su uno dei tanti e misteri irrisolti dell’Italia degli anni 80. Per quanto mi riguarda, mentre guardavo i corpi nudi dei protagonisti su cui il regista indulge, ho pensato che la povera Manuela, l’hanno un po’ uccisa due volte.

QUANDO HAI 17 ANNI: Damien è il viziato figlio adolescente di un soldato e di un medico. Vive con la madre in una caserma dell’esercito nel sud della Francia mentre suo padre è in missione militare nella Repubblica centrale africana. Prende lezioni di combattimento da un amico del padre per difendersi dai bulli che a scuola lo scherniscono per i suoi modi effeminati. Quando incontra Tom, il figlio adottivo di una coppia di agricoltori locali, tra i due è odio a prima vista. La tensione tra i due ragazzi si fa sempre più palpabile quando poi la madre di Damien si offre di ospitare nella propria casa Tom, dal momento che sua madre è costretta ad andare in ospedale.

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