LET’S MOVIE 300 – propone NOCTURNAL ANIMALS e commenta LA FESTA DEL CINEMA DI ROMA e QUANDO HAI 17 ANNI

LET’S MOVIE 300 – propone NOCTURNAL ANIMALS e commenta LA FESTA DEL CINEMA DI ROMA e QUANDO HAI 17 ANNI

NOCTURNAL ANIMALS
di Tom Ford
USA, 2016, ‘116
Lunedì 17/Monday 17
Ore 21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro
Ingresso 3 Euro

 

Farewell Fellows,

Mi piace pensare che Il Manzoni nazionale non se la prenderebbe troppo per il mio furto. Il monologo interiore della Mon(d)ella Lucia potrebbe benissimo finire nella mia bocca. Tanto più se prendiamo in considerazione il mio paesaggio natale, che include un lago ― the one and only, e non mi dite che Caldonazzo è un lago, perché allora Moccia è Stendhal e io sono un drago in trigonometria.
Ci giro intorno perché non è facile scrivere quello che sto per scrivere. Ho sempre saputo che sarebbe arrivato il momento. Ma un conto è saperlo, un conto è viverlo.
Dopo un corteggiamento di quasi dieci anni, la mia destinazione, la mia patria d’elezione, my geographical soul-mate come dico io, finalmente mi ha detto sì, e mi fa vieni-vieni con l’indice. E io non posso che obbedirle ― gli amanti sono animali docili.
Per aiutarvi a capire di che destinazione si tratti, immaginatevi un Board in miniatura, che salta sulle due vette in cima a una N, poi si tuffa nel Cosmopolitan di una Y e infine rotola giù per la pancia di una C… Avete indovinato?
NYC
New York City…
🙂
Sì lo so. Lo so. È scioccante e pazzesco e quasi incredibile. Ma è vero.
La partenza è fissata il 2 novembre. Quale giorno migliore di quello dei morti per rinascere? Direi che più catartica di così non potevo essere 🙂
In questo periodo ho cercato di impedire alla tristezza di contaminare il mare di euforia in cui sto sguazzando. Eppure c’è. Sono legata a voi, a Lez Muvi, il mio baby-boy. Agli affetti, le trame che si costruiscono negli anni.
Non sono legata alla città, questo no, va detto, e lo sapete già.
Ho passato sei anni a cercare la voce di Trento. Niente, non mi ha mai parlato. Non ho mai capito se si tratti di una questione personale, oppure se anche voi altri, tutti, avete affrontato e state affrontando questo silenzio. Ovviamente non mi sto riferendo (solo) alla quiete pubblica ― ottenuta attraverso chiusure selvagge di locali del centro che danno troppo disturbo. Parlo di quello che le città ti strillano, ti sussurrano, o ti cantano, quando le cammini. Parigi snocciola i suoi aneddoti, la più felina di tutte le seduttrici. Roma ti accarezza come un sole, o una mamma, e ti fiacca come un pomeriggio di febbre. Los Angeles ha un bicchiere di whisky in mano e ti farfuglia i suoi amori naufragati. Venezia ti guarda dall’alto in basso, ma ti versa un’ombra e t’invita a stanare tutti i suoi segreti. Chicago rappa tutto il tempo e Toronto ti recita a memoria tutte le etnie che la abitano. Ogni città, una lingua corrente. Trento scena muta.
Ma forse sono io. Le mie orecchie cercano il gorgoglio di altre acque, chissà.

In questi sei anni ho conosciuto anime meravigliose. Ho cercato di veicolarne la maggior parte in Let’s Movie, così da averle sempre intorno. Così da non perderle ― possessiva. E portarle con me.
Siamo arrivati a 300 Let’s Movie ― potrei dire “tutto calcolato, naturalmente”, e bullarmi della cifra tonda proprio mentre vi dico della mia partenza, ma in realtà è solo frutto di una felice coincidenza. E vedete, i giornali non potevano titolare “Let’s Movie muore il giorno in cui tocca la vetta dei 300”.
Let’s Movie, proprio come Misery, non deve morire. Cambierà ― ovviamente non potremmo più trovarci in Sala, e questa è la parte più penosa per me, perché quella, la Sala, era il vero cuore pulsante di Lez Muvi. Lei e voi, il get-together. Con le corse dal Mastro, le zuffe fuori dal Mastro, gli istinti omicidi allo Smelly contro la dittatura del popcorn.
Non so bene come cambierà. Ma Let’s Movie proverà a esserci. Questo è l’obbiettivo che vi presento da Board. Conto di parlarvi in anteprima dei film che in anteprima vedrò in America. E farò quello che un bravo Board dovrebbe fare: stuzzicarvi la voglia e mettervi in guardia.
Poi voi potreste dirmi cosa avete visto di bello in Europa, e io lo posterei.
Lo so. Non sarà com’era. Sarà diverso. Ma non ho molta scelta. Proviamo. 😉
Vi chiedo solo un po’ di tempo per assestarmi.
E poi, Fellows, New York chiama da fuori. Ma l’Italia abita dentro di me.

Per il momento vi dico che anche alla Festa del Cinema di Roma l’aria era diversa rispetto a quella della Mostra di Venezia. Credo che questo sia dovuto alla differenza d’età tra i due eventi, uno senior l’altro junior, perché film di qualità ne ho visti anche a Roma, e pure qualche personaggio. A partire da Tom Hanks, un mattatore molto sagoma, molto consapevole di esserlo, molto “I am the American star, let’s rock&roll”. E poi Oliver Stone, il regista di Platoon che gira il biopic “Snowden” per rendere comprensibile la storia del genio informatico che nel 2013 rivelò pubblicamente dettagli di programmi di sorveglianza del governo USA e UK, fino ad allora tenuti segreti. Film necessario per capire fino a che punto la tutela della nostra privacy da parte delle forze di sicurezze governative ― non solo quelle americano-inglesi ― di fatto è la più grande menzogna a cui potremmo credere. Una vicenda, quella di Snowden, che Stone ha definito “kafkiana”, in conferenza stampa: Snowden si trovava intrappolato in un sistema che lo obbligava a fare ciò che non voleva fare. E il gesto che ha compiuto, scoperchiare il vaso di Pandora, era l’unico modo che aveva per non finirne schiacciato, e per far sapere a tutti tutto ciò che non si poteva sapere. Il regista ha confessato che il pubblico americano non si è dimostrato così interessato come sperava… Forse perché il film è super-politico: ne escono malmesse tutte le istituzioni di sicurezza governativa, e tutte le Amministrazioni ― Bush, Obama, regardless. Vi dico, il ritratto che di Snowden esce è parziale ― lui è l’eroe, gli altri sono i cattivi. Magari è davvero così. Comunque il paracadute del “magari” è sempre meglio aprirlo in testa a un’opinione che manca del quadro d’insieme… In ogni caso è un film che dovete segnarvi. Che non dovete perdervi.
E poi c’è stato il Presidente della Repubblica, nella serata di opening, l’Emerito Mattarella ― il primo Presidente che vedo della mia vita e lo vedo in una sala cinematografica: ottimi presupposti per un’amicizia duratura 🙂 Il film visto, “Moonlight”, una bella mazzata emotiva: storia di un little “nigga” della periferia del sobborgo del ghetto dello slum di Miami con un’infanzia da Save The Children ― madre cocainomane, padre assente e uno spacciatore per mentore ― un’adolescenza da incubo ―smilzo, taciturno e gay, ovvero carne da macello per tutti i bad bros del quartiere e della scuola ―  e una giovinezza irrimediabilmente segnata da infanzia e adolescenza.
Poi c’è stato l’immancabile melodrammone americano, “Manchester-by-Sea”, storia di Lee, un padre di famiglia a cui capitano le classiche cinquanta sfumature di nero (potevo anche dire marrone, ma sono una Signora). Lee perde tutto: figlie in un incendio, moglie dopo l’incendio, fratello d’infarto, e si ritrova a fare da tutore legale al nipote, Patrick, la cui madre, ex-alcolista, si è rifatta una vita in cui lui non è contemplato… Ci siamo capiti, vero? Eppure il film è meno peggio di quello che sembra ― uso lacrimoso delle musiche a parte.
E poi “The Birth of a Nation”, una specie di “12 anni schiavo” ma senza la profondità che McQueen.aveva saputo dare alla sua storia di oppressione nera. Diciannovesimo secolo, piantagioni del Sud degli USA. Lo schiavo intelligente Nat Turner, dopo una vita di soprusi visti e subiti, decide di sollevarsi contro i padroni bianchi insieme a un gruppo di compagni. La fine, la prevedete anche voi… Peccato che il simbolo del Cristo nero che si immola per la causa ― con la figura del Giuda redento nel finale ― sia una lettura troppo facile per dei lettori acuti ed esigenti come i Moviers… Inoltre, vedere la brutalità con gli occhi è certo un modo immediato per impressionare il pubblico. Ma dato che il pubblico è iper esposto a scene di violenza, mi chiedo se quello sia davvero il canale efficace per ficcare nelle teste degli spettatori ciò che e stato. Temo che i registi, oggi, debbano trovare altre vie.
E poi, e lo tengo per ultimo, il film della Festa. Se alla Mostra di Venezia il mio film era stato “Nocturnal Animals”, il film della Festa è stato senz’altro “Sing Street” di John Carney, una specie di formazione sentimentale-musicale del 16enne Connor nella Dublino anni ’80. Cosa si può arrivare a fare per conquistare la ragazza più intrigante della zona? Be’, per esempio fingere di avere una band. Questo è solo il pretesto per Connor, il punto di partenza, che gli permette di scoprire la sua strada verso la musica. Lo spettatore assiste alla formazione della band ― i Sing Street ― e della coscienza artistica del ragazzo. Accanto a questo, il suo tentativo di gestire l’innamoramento per la bella e sfuggente Raphina, musa, croce e delizia che Connor trasporrà nei suoi testi. Timidone all’inizio, sempre più consapevole della propria voglia di fare arte con la musica mano a mano che il film progredisce ― insieme ai suoi look! ― Connor ci mostra il suo percorso di crescita personale accanto a quello musicale britannico degli 80s, con il passaggio dai concerti ai video musicali, e il fenomeno massmediatico delle nuove popstar, come i Duran Duran, i Depeche Mode, etc. “Sing Street” non è soltanto divertentissimo e tenero, ma anche interessante dal punto di vista del significato che la musica ricopre nel film: uno strumento di costruzione della propria identità e del proprio io in un’età incasinata al massimo grado come l’adolescenza. È anche uno sprone a credere sempre al proprio sogno, e ad avere il coraggio di inseguirlo: Connor e Raphina sognano entrambi Londra, la terra promessa a una manciata di km di mare dall’Irlanda. E la storia si conclude con una scena magari un po’ poco verosimile eromance ma di grande impatto metaforico, con il fratello di Connor, che aveva rinunciato al proprio sogno di cantare, e che aiuta i due sedicenni a realizzare il proprio, imbarcandoli fisicamente verso la loro nuova avventura…
It is simply adorable, and oh-so-funny… Segnatelo!

Ma qui abbiamo anche il Lez Muvi 299 di cui parlare! E rimaniamo in area teenager… “Quando hai 17 anni” ha raccolto un fitto numero di Moviers ― “fitto numero di”, molto enzobiagi― tra cui la Vanilla, la Cristina Casaclima (con un’esclusiva composizione floreale certificata LEED per il leaving Board!), il Pizzo, la Modenella, l’{Andy(Candy)[T]he} e il WG Mat.
Dici il titolo ― che origina da un verso di Rimbaud ― e hai detto gran parte del film. “Quando hai 17 anni” riferisce a quell’età grama, ingrata e ingrama che è l’adolescenza ― fateci caso, chi canta le lodi di quel periodo lo fa solo quando lo guarda da una distanza di sicurezza di almeno 20 anni.
Il contesto è una zona montana tra i Pirenei. I protagonisti sono due diciassettenni, Damien e Tom, apparentemente diversissimi ― damerino biondino l’uno, di origini modeste e magrebine l’altro. Damien è figlio di una dottoressa che cura i pazienti in cambio di polli e galline, e di un elicotterista in missione da qualche parte in Medio Oriente. Damien sembrerebbe il classico bravo ragazzo: va bene in matematica, è molto legato alla madre, cucina, insomma manca solo il volontariato e poi abbiamo il boyscout versione 3.0. Tuttavia, cova dentro di sé una sorta di rabbia repressa che sfoga contro un punching-ball oppure addosso a Thomas.
Thomas è il suo opposto. Figlio adottivo di una coppia di contadini che vivono sui monti con Annette, ovvero in una fattoria nel mezzo del nowhere pirenaico. È chiuso, taciturno, assai malmostoso insomma. A scuola arranca, ma non perché non ce la faccia, ma perché, come intuite tutti, non si applica. I due passano la prima metà del film a guardarsi in cagnesco e a prendersi a pugni ogni volta che capita l’occasione. E se l’occasione non capita se la vanno a cercare, raggiungendo spiazzi sperduti fra i boschi e dandosele di santa ragione. Poi succede che, su suggerimento della madre di Damien, che vuole dare una mano a Thomas e mettere un punto a questa rivalità, Thomas va a stare a casa loro in valle ― come trasferirsi da Kamauz a Pergine, fate conto. E lì tutto cambia. Scopriamo che Damien è gay. E il risentimento che prova nei confronti di Thomas, altri non è che un amore nascosto sotto una corazza di autodifesa. Sulle prime Thomas lo respinge violentemente ― moi, gay, ce n’est pas possible! ― ma poi… Poi si rende conto che Damien non gli è indifferente, no, proprio no… e che lui forse non è così etero come credeva di essere…
“Quando hai 17 anni” non è un capolavoro in termini di montaggio o di originalità contenutistica. La prima metà, nella quale il nostro occhio, attraverso la macchina da presa, pedina i due ragazzi nei rispettivi contesti domestici opposti e li segue nelle loro baruffe molto poco chioggiote, scorre un po’ troppo a rilento, e la seconda non necessitava del colpo di scena ― prevedibilissimo per altro ― della morte del padre eroe-elicotterista-marito-devoto ― si sapeva che sarebbe morto, dai, sono sempre i migliori ad andarsene… Quindi se me lo chiedete, sì, è un film con dei difetti. Eppure non avrei smesso di guardarli, questi due ragazzi colti nel mezzo delle loro crisi identitarie.
E mi è piaciuta la scelta del regista di servirsi di due adolescenti per mostrare due modi diversi di vivere la propria confusione sessuale. Damien non ha problemi a dire a Thomas “Non so se m’interessano i ragazzi, o se mi interessi solo tu”, mentre Thomas fa a cazzotti anche con la possibilità di essere diverso da quello che credeva di essere. Poi cede alla sua vera natura, ma il processo è più lento e accidentato di quello del coetaneo. E in fondo, questi due rampolli ― anche solo polli o anche solo ram, e per chi bazzica l’inglese sa cosa intendo con ram ― questi due, quando si scornano, in realtà fanno a botte con la loro identità che vuole uscire fuori dai confini disegnati dal normotipo. Non è una banale questione di testosterone, ma di un io che cerca a tutti i costi di emergere. Il regista è sensibile nel catturare l’attrazione-repulsione vissuta da due maschi che la società vorrebbe alfa e che invece sono altro. E anche nel proporre i comportamenti apparentemente inspiegabili, ma perfettamente comprensibili, dei due ragazzi. Damien che si sfascia contro un punching-ball nella neve, Thomas che si tuffa nel lago ghiacciato, o i suoi occhi che corteggiano la vetta di una montagna, come a dire, prima o poi ti prendo, no matter how risky you are. Tutti questi sono quella lavatrice di comportamenti in cui l’adolescenza ti getta e da cui esci solo dopo averci trascorso quei quattro anni di centrifuga che ti spettano di default.
Pertanto alla fine promuovo il film. Anche per aver mostrato una scena di rapporto fisico tra i due ragazzi che potrebbe essere considerata “forte”. Il cinema è sempre pronto a mostrare sparatorie, incidenti apocalittici, action o, come detto sopra, torture indicibili. Ma a (auto)censurare momenti di amore queer. Riflettiamoci.
Per questa settimana il Mastro sembra avermi fatto il regalo dei regali, visto che ha smosso mari e monti per farmi concludere il Let’s Movie old-school con il film che ho tanto amato a Venezia, e che a Venezia ha trionfato ― no really??
NOCTURNAL ANIMALS
di Tom Ford

E’ one-shot, Fellows, ovvero, lo vedete ora o mai più… Credo sia proprio giunto il momento di alzarsi da quel divano, Moviers, e venire al cine 🙂

In più io conto di andare a vedermi anche “Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi” di Werner Herzog, mercoledì alle ore 9 pm, sempre all’Astra 😉

Nella pagina “Cos’è Let’s Movie”, http://www.letsmovie.it/vuoi-sapere-cosa-e-lets-movie/, un giovane Board (non che ora non lo sia più, vero?!? :-)) scriveva: “Nel corso degli anni abbiamo notato che i Fellow Moviers possono essere latitanti, indisciplinati, pigri, persino riottosi, ma sono intrinsecamente irresistibili. Mentre il Board può essere inflessibile, rigoroso, intollerante, persino dittatoriale, ma è intrinsecamente magnanimo. Il Board adora i suoi Moviers, intrinsecamente.
Sopra ogni cosa, Let’s Movie rocks and rules”.
Ero giovane e superba, you know… 🙂
Mi sembra il miglior modo per congedarmi. Negli anni mi avete accompagnato in quello che ho descritto come “mondo parallelo di cinema, meraviglia e fun”. L’esservi lasciati trascinare in questa piccola scellerataggine ― grazie a Dario Fo per aver rispolverato per me questa bella parola ― l’aver accettato una cineidentità nuova, aver partecipato a questa cosa senza fini di lucro e al solo scopo di fun, mi ha fatto capire che le persone hanno bisogno SEMPRE, in ogni stagione della loro vita, di Isole che non ci sono, di binari nove e tre quarti, di Terre di Mezzo, di Paesi delle Meraviglie, di Atlantidi, Eldoradi, Citta di Smeraldo, di Camelot, Fantàsia e Tatooine.
Io non ho fatto altro che aggiungere Let’s Movie alla lista. Messa in altri termini, questo cercavo di fare https://www.youtube.com/watch?v=WdQp08J8hLY
E calcolate che questo https://www.youtube.com/watch?v=VX4FgU8NZzU è il Board. Gamin e Charlot. Buffoneria e tacchi.
Davanti alla tristezza, sempre un sorriso. 🙂
Grazie!
Nel Maelstrom, altri ringraziamenti lezmuviani, e ora dei saluti eternamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non posso nominarvi tutti, 193 che siete! Ma negli anni ci sono stati tre Moviers speciali che hanno reso tutto questo possibile. Il WG Mat, per aver dato forma al sogno ― signal to noise. L’Honorary Member Mic, che non ha mai smesso di credere, credermi, crederci ― una CdA così, all’Academy, se lo sognano. L’Anarcozumi, per il suo inossidabile incoraggiamento supportivo-sovversivo. Loro tre sono i Movier-moschettieri storici, i Trustee di questa istituzione della fantasia che è Lez Muvi.
E poi il gruppo di Antagonisti Lezmuviani attivi via Uozzap, che saranno pure dei ribelli, ma prima di tutto sono dei Moviers, e dei grandi amanti del cinema. La nemesi sottoforma di D-Bridge, La Vanilla detta Van, la More, il Felix, la BB, il Pizzo, laModenella (Afef who??), l’Andy{Candy)The, l’Onassis JR (versione con o senza braccino).

Ringrazio il Mastro, con cui ho condiviso tante chiacchierate pre e post visione ― soprattutto post. Ho impiegato due anni per parlargli: mi faceva soggezione, con tutto quel retaggio da cinematografo che vantava! Ora glielo posso confessare.
Che soggezione mi facevi, Mastro! Poi la Zu ha rotto il ghiaccio, e quante terre sono emerse! 🙂

Non ringrazio lo Smelly e nemmeno il Viktor Viktoria, ma non porto rancore: giorno verrà in cui si libereranno anche loro dalla dittatura del salato e raggiungeranno i paradisi del cine senza ruminanti. Quel giorno, magari, offriranno il cine a tutti. 🙂
Ringrazio tutte le sale improvvisate in cui sono finita pur di vedere qualsiasi cosa filmata ― spazzatura compresa.
E se me lo permettete, ringrazio questa cavolo di disciplina che mi ha permesso di mandarvi pipponi ogni domenica, per sei anni.
C’è del metodo nella sua follia, diceva Polonio di Amleto… 😉

NOCTURNAL ANIMALS: Una “storia dentro una storia”, in cui la prima parte segue una donna di nome Susan che riceve un manoscritto dal suo ex marito, un uomo che ha lasciato 20 anni prima, e che ora chiede la sua opinione. Il secondo elemento segue il manoscritto reale, chiamato “Nocturnal Animals”, che ruota attorno ad un uomo la cui vacanza in famiglia diventa violenta e mortale. Si continua a seguire la storia di Susan, che si ritrova a ricordare il suo primo matrimonio e ad affrontare alcune oscure verità che la riguardano.

LO AND BEHOLD: Che cos’è Internet oggi? Che ruolo ha nelle nostre vite e come influirà sul nostro futuro? Il genio del cinema Werner Herzog ci guida nell’esplorazione del favoloso mondo digitale contemporaneo, in dieci atti che analizzano ciascuno una delle numerose facce di questa realtà complicata e onnipotente che è il Web, alla scoperta dei suoi lati meno conosciuti tra robotica e hacking, nuovi fenomeni psicologici e dinamiche sociali, rischi e meraviglie. E, nel delineare un quadro completo di dove siamo, ci permette di intravedere dove stiamo andando: un futuro in cui forse Internet sarà capace di sognare se stessa, gli asceti avranno bisogno del wi-fi e i robot sapranno giocare a calcio meglio di noi.

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