Posts made in novembre, 2016

LET’S MOVIE 303 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 303 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

Friday Fellows,

Di black che vorrei parlarvi non c’è tanto il venerdì, una ricorrenza che ha perso il suo ruolo di corsa ai saldi più pazza d’America nel momento in cui, qualche anno fa, i nerd di questo paese hanno introdotto il Cyber Monday nella settimana post-Thanksgiving. Ciber-lunedì perché agli albori del worldwideweb, quando internet era privilegio di pochi o, nella maggior parte dei casi, del datore di lavoro, gli impiegati non vedevano l’ora di fiondarsi in ufficio, il lunedì dopo le feste, e comprare online tutto il comprabile possibile. Di qui il nome. Il venerdì nero, invece, non riecheggia quello del crollo della Borsa nel ’29, come credevo. Mi è stato spiegato che i conti dei negozi sono in rosso per tutto l’anno, mentre il venerdì dopo il Giorno del Ringraziamento — il venerdì che apre ufficialmente la stagione natalizia — comincia il mese d’oro per i commercianti: l’unico mese in cui i conti non sono più in rosso, ovvero in perdita, ma in nero — in pari. Di qui, Black Friday. 🙂

Mi sono tenuta ben lontana da postacci come Bloomingdale e Macy’s, evitando alzatacce e spintoni. Quando sei in una città in cui puoi trovare di tutto, perché scegliere la robaglia in serie proposta dalle catene, dico io? E poi questo tipo di shopping va fatto con cautela, altrimenti si corre il rischio di venir risucchiati dall’euforia del “50% off” e, invece di risparmiare, finisce che spendi il triplo di quello che puoi spendere. Ho scoperto che UNITED NUDE, un negozio di scarpe stratosferiche che avevo conosciuto ad Amsterdam — il designer è il figlio dell’architetto Koolhaas, lo dico per i miei Moviers architetti — ha una sede anche a New York. UNITED NUDE sta a me come Jimmy Choo stava a Carrie Bradshaw, fate conto.
La sede newyorchese ha pensato bene, per il Black Friday, a una sample sale. Ora vi devo parlare di questo fenomeno che ha preso piede negli ultimi tempi qui a New York, e che sicuramente fra 4 o 5 anni arriverà anche in Italia. Le sample sales sono delle svendite di campionario accessibili a tutti, non solo agli addetti ai lavori, come in Italia. Il brand fa sapere il luogo, l’ora, solitamente via internet, e ci si presenta — una specie di Let’s Movie dello Shopping, ecco. Il luogo di solito è un grande magazzino abbandonato, oppure un appartamento al trentesimo piano di un edificio a Midtown in cui pensi ci siano solo uffici… E lì trovi capi delle precedenti stagioni a prezzi irrisori e ti getti sul gettabile.

UNITED NUDE faceva una sample sale nel proprio negozio. Quando sono entrata, in una viuzza di SoHo, lontano dalla marmaglia di Prince Street, mi si è spalancato il firmamento delle calzature. Abbinamenti venusiani, materiali pregiati, tacchi dervisci… Dopo aver discosto lo sguardo da tanto bendiddio, lo porto sui prezzi. Il punto dolente. Dai 350 dollari in su. Del resto, con scarpe del genere, sospiro… A quel punto una commessa — un angelo nero disceso direttamente dall’Empireo di Harlem — mi si avvicina: “Le scarpe sono scontate all’80%. In più, c’è un ulteriore sconto del 20% per via del Black Friday”…. Questo vuol dire che le scarpe che tengo in mano, $375 di qualità fusa a creatività e follia, costano 60 dollari. Sessantadollari! Ho mantenuto un contegno nella gestualità — nessuna manifestazione di venerazione mariana, tranquilli — ma non ho potuto trattenere un preoccupato “You are not kidding, aren’t you?”. No perché con i sentimenti e con le scarpe non si scherza…

Naturalmente non potevo accontentarmi di un pezzo di paradiso. E ne ho portati a casa due. Due pezzi di paradiso che indosserò tre volte nella vita — specie a New York, in cui mi dicono che l’inverno, con la neve, si esce a stento con i moonboot, che non ho, figurarsi con la qualità fusa a creatività e follia… Ma poco importa. Al paradiso non si comanda. 🙂

Ma dicevo all’inzio… di black che vorrei parlarvi non c’è il venerdì, quanto questa città. New York City è una città nera. Il mio quartiere in primis, Harlem. L’unica bianca sono io. E vi assicuro che lo giro a tutte le ore del giorno e della notte. La popolazione è nera o latina.
Quando ero stata due settimane a Brooklyn, nel 2011, avevo casa in una zona della Brooklyn profonda chiamata Bushwick. Anche lì, nemmeno un bianco. Voi mi direte, sono tutti a Midtown Manhattan. O nell’Upper West Side. O nel Greenwich Village, o nel Lower East Side. E io vi dico, sì, in quelle aree ce ne sono di più. Ma non poi così tanti di più. Nella metro, mezzo plebeo per eccellenza che mi vede giornaliera frequentatrice, mi propone altri dati. Se in un vagone ci sono 20 persone — cerco di escludere i turisti, distinguibili lontano un miglio — di quelle 20 almeno 13-14 sono non-bianche — latine, asiatiche, di colore. E posso trovarmi alla fermata di Columbus Circle, o Penn Station o Times Square…
Vi sto dicendo tutto questo non perché io voglia i bianchi. Ma per illustrare lo stato oggettivo delle cose.

Mi sono posta la questione anche perché mi è capitato di vedere un documentario che vi prego di segnarvi, “13th”, di Ava DuVernay, il regista che girò “Selma”, il bel film rievocazione delle marce da Selma a Montgomery che dal 1965 segnarono l’inizio della rivolta per i diritti civili negli USA. Vi prego di segnarvi “13th” perché forse c’è più speranza che venga distribuito in Europa/Italia, che fatto circolare qui, visti i temi scottanti che affronta. “Tredicesimo” si riferisce all’Emendamento della Costituzione Americana, che abolisce ufficialmente la schiavitù per tutti i cittadini, “a eccezione di coloro i quali siano stati riconosciuti colpevoli di reati”. Se un individuo commette un crimine, non ha più diritto allo stato di libertà.

Il documentario è una riflessione sul fenomeno della “mass-incarceration”, una delle piaghe attuali di questo paese di cui noi, in Italia, non sappiamo nulla, e ancor meno, sembrano VOLERNE sapere qui. Sette detenuti su dieci sono di colore. Sette su dieci. E non perché sono colpevoli, ma perché non possono pagarsi la cauzione, oppure perché vengono convinti che il male minore sia dichiararsi colpevoli e scontare la pena, piuttosto che affrontare il male maggiore: assumere un avvocato, andare incontro alle spese legali, correre il rischio di non provare la propria innocenza e finire dentro per chissà quanto tempo. Il risultato è che ci sono le carceri strapiene di afroamericani/latini innocenti, che stanno covando una rabbia che potete immaginare, e che vengono sottoposti a tutta una serie di soprusi e maltrattamenti, che anche quelli potete immaginare.
Alla fine della proiezione, organizzata al College of Liberal Arts per conto di un’associazione per la difesa dei diritti civili, la Lang Civic Engagement and Social Justice, c’è stato un talkback. Sulla novantina di spettatori presenti, tre bianchi. Io e altre due donne, di cui una seduta al tavolo dei conferenzieri.
Ho chiesto come è messo il paese quanto a livello di consapevolezza del problema “incarcerazione di massa”. E il panelist, un attivista per i diritti civili, ha risposto, che il livello è bassissimo. Che da qualche anno a questa parte alcune associazioni come la loro hanno cominciato a parlarne, ma non è che la punta dell’iceberg del lavoro che c’è da fare per informare gli americani.

Ora, questo paese, dal 9 novembre, è nelle mani di un individuo dalle idee apertamente razziste. “Fra di loro [messicani, afroamericani, immigrati in genere] ci potranno anche essere delle brave persone…”, commenta Trump il Magnanimo, riferendosi a quelli. Come a dire che su 100 mele marce, una o due possono anche essere sane. Queste persone hanno per presidente un tizio che li disprezza e li considera melemarce. E non sono preoccupati tanto per lui, quanto per le leggi che proporrà.
La rabbia che vi citavo prima, che bolle nelle carceri, e nelle periferie, nella musica rap, e sui graffiti per strada, nei ragazzi che vedi sui marciapiedi, o negli uomini chiusi in un silenzio di ghiaccio nella metro, cerca di trovare sfogo positivo in campagne intelligenti tipo “Black Lives Matter” per i neri, e “Se puede” per i latino-americani — movimenti di cui in Italia, again, non sappiamo nulla e che sono molto seguiti qui. Ma quella rabbia c’è, esiste, è un fatto. E non potrà che aumentare, visto il nuovo Presidente Eletto. E questo dovrebbe fare terrore. Non l’ISIS.
Credo che l’America non si stia rendendo conto della bomba nera e bruna che si porta in pancia.

Ho fatto un pensiero, che confido alle vostre orecchie italiane, sperando che rimanga solo il frutto di una mia lugubre fantasia. Se tutti i non-bianchi di Manhattan trovassero un leader carismatico, un Malcolm X 50 anni dopo, che li incitasse e guidasse una rivolta o una sommossa come successe con i riots di Los Angeles nel 1992, che misero in fuga la borghesia bianca della città, se tutti i non-bianchi si unissero e rovesciassero questo sistema xenofobo dalla radice alle punte, la minoranza bianca verrebbe letteralmente spazzata via.
Faccio questo discorso razziale perché qui la questione non è cambiata dai tempi di Rosa Parks. Mi piacerebbe non farlo, essere politically correct come l’Intelligentia newyorkese vorrebbe, ma qui siamo ancora davanti a una questione di pura e semplice razza. Sono cambiati i modi, ma la questione della piccola supremazia bianca e della disparità di trattamento è evidente. Quando io mi muovo a West Harlem, il mio quartiere, mi sento al sicuro. Chiacchiero con la signora che mi dice “You look good today, sweetie. Wanna look even better?” e mi indica, furba, il salone di bellezza della figlia…. Alzo il pollice e rido quando corro e un vecchino mi dice “Keep goin’, babe, keep goin’”. Ma sento che c’è qualcosa di storto nella mia coscienza. Qualcosa che va raddrizzato.

Io credo che noi dobbiamo assumerci le responsabilità di chi ha agito male prima di noi. Le colpe dei padri ricadono sui figli quando i figli continuano a essere dei privilegiati dal Sistema. New York ti mette di fronte anche a queste realtà, ai privilegi che la Storia ha accordato a una minoranza di cittadini, e alle ingiustizie a cui ha esposto la maggioranza. Non so di preciso cosa si possa fare. Al talkback dopo il film, mi hanno detto di usare la mia “Whiteness”, e la mia “Italianness” e la mia penna, per far sapere del problema. Io lo faccio e lo farò.
E non smetto un solo secondo di ringraziare questa città che mi costringe a ragionare su questioni che vanno oltre il mio giardinetto. Come vedete, qui non è tutto tacchi UNITED NUDE…

Un altro film che ho visto — poco fa — all’Angelika Film Center, è “Lion”, di Garth Davis.
Saroo, bambino di 5 anni di una regione sperduta nell’India rurale, seguendo l’amato fratello, finisce per sbaglio su un treno. 2 giorni di viaggio, 1600 chilometri dopo, arriva a Calcutta. Non conosce nessuno, non sa una parola di bengalese, né è in grado di spiegare a nessuno quale sia il suo paese d’origine. Dopo dei mesi assurdi finisce in orfanotrofio e di lì in Tasmania (!) adottato da una coppia di australiani… Ma quel passato da “lost”, da perduto, lo perseguita, e decide, adulto, di ritrovare la via di casa…grazie a Google Earth… E’ una storia che ha dell’incredibile — o forse non poi così tanto…— e ha ridotto in lacrime una platea di Newyorkesi. Non male, farlo uscire intorno a Natale, il periodo dell’emotional… Cinismo a parte, è davvero un film toccante: tira fuori un tema archetipico, quello della perdita della sicurezza, della casa — intesa come luogo affettivo, più che fisico — e del ricongiungimento del figlio con la madre. Essendo un argomento così universale, un trauma così lacerante, tocca le corde di tutti — per questo, fiumi di lacrime tra NoHo e Little Italy.
Consiglio di vederlo anche per entrambi gli attori che interpretano Saroo bambino e Saroo adulto — il primo adorabile, il secondo, ancora di più… 😉

E anche per oggi, da Sugar Hill, è tutto. Ho aggiornato il Frunyc… quindi feel free to indulge, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88  🙂

E saluti, oggi, settimanalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Un film che sono stata lieta di recuperare al MoMA è “Zootopia”. Vedete un po’… In Italia i film d’animazione sono confinati ai cinema per le famiglie e alle sale commerciali — lo Smelly, appunto. Se non si tratta di Miyazaki, vengono ghettizzati — e persino lui, il Maestro viene ghettizzato. Qui, è il MoMA a proporlo — il MoMA, non il Messner Museum.
“Zootopia” segue la scia di Toy Story 3, in cui il primo dei buoni e degli insospettabili, è il più cattivo dei cattivi. Erroneamente tradotto in italiano con “Zootropolis” — il gioco di parole in inglese rinvia alla crasi Zoo+Utopia, la polis non c’entra un ficosecco! — il film racconta di quanto i sogni di ciascuno devono essere sempre perseguiti, ma magari non sono proprio proprio come ce li aspettavamo… Pur avendo l’utopia nel titolo originale, è un film realista nel messaggio che restituisce al pubblico, e attualissimo nella riflessione sulla paura come strumento di potere del governo. Ma è soprattutto un inno all’autodeterminazione: Judy, una coniglietta grande come un soldo di cacio, riesce a diventare ciò che vuole diventare — una poliziotta in un Quartier Generale pieno di elefanti ed emu e tigri.
Ma è l’idea di fondo che il “debole”, o il “considerato debole”, in realtà si scopra essere il più prepotente dei prepotenti, ad avermi conquistata…
Se l’avete perso nelle sale, vedetevelo in DVD o su Netflix. E’ davvero uno spasso, uno spasso smart… 😉

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LET’S MOVIE 302 New York City – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 302 New York City – Fru From Far Off

Fortuna Fellows

che i guardian angels lavorano anche qui.
Una sera mi spediscono nel New Jersey alla Montclair University a seguire una conferenza nel Dipartimento d’Italianistica. Vi assicuro che, nonostante il nome dell’Ateneo, gli studenti non sono tutti paninari e pischelle con le Timberland ai piedi. L’esperienza vale come viaggio di (in)formazione per me. Immaginatevi salire su un regionale alla stazione ferroviaria di Penn Station, e partire alla volta del profondo west provinciale — qui lo chiamano dodgy Jersey. Tenete ben presente che qui TUTTO è un viaggio d’(in)formazione per me, anche andare a ritirare la tessera della biblioteca (fatta!).
Dunque il treno sta rallentando. Siamo quasi a Montclair Heights, la mia fermata. Tutta euforica per l’arrivo in Jerseyland, mi preparo a scendere. Il treno, puntuale, si ferma. Io aspetto, impaziente e fiduciosa, l’apertura della porta. Ma la porta automatica non si apre. Accanto a me un uomo bassissimo, l’uomo più basso dello Stato di New York, con baffi e occhiali gentilmente offerti da Starsky&Hutch. Entrambi guardiamo le porte che non si aprono. Nessuna maniglia, nessun pulsante. Ci guardiamo, ci capiamo, lui sbotta “Oh shit!” e ci fiondiamo giù per tutto il vagone, alla porta successiva. Anche quella, chiusa. Nessuna maniglia, nessun pulsante. Damn it. Arriviamo a quella dopo. Anche lì, nulla. Con la differenza che il treno, nel frattempo — il treno, e NON il paesaggio tutt’intorno — comincia a muoversi…
Il piccoletto inizia a disperare. Noooo, he was supposed to meet someone, and now… Oh noooo… Il controllore, sopraggiunto, ci dice, sì, unfortunately alcune banchine di alcune fermate sono troppo corte e per scendere dal treno occorre stare in centro al treno. (Lezione imparata, Board). E comunque no worries, la prossima fermata è appena a cinque minuti. Possiamo tornare indietro con il prossimo treno, fra 14 minuti.
L’ometto nel frattempo armeggia con due telefoni per avvertire la tipa che lo aspetta al binario di Mountain Heights, tutto tremolante. Io, con una calma da Osho, scopro che mi sto americanizzando e gli dico la tipica americanata con cui tutta la cinematografia made-in-US, e gli US, si riempiono la bocca. “Don’t worry, we will be fine”.
Arriviamo alla fermata successiva, scendiamo dal treno e lui ri-armeggia con i cellulari mentre io cerco da che parte andare, in the middle of God-forgotten Jersey.
“Excuse me”, sento da dietro. Mi si avvicina un nice guy e mi dice di aver sentito cosa ci è capitato, e che gli è capitata la stessa cosa la settimana prima, “I felt so bad for you, guys”. Se volete uno strappo in macchina, vi riporto alla fermata prima. It’d take me no more than five minutes. Io lo guardo e non penso ai serial killer, naturalmente. Penso all’Arcangelo Gabriele sceso in terra sotto le spoglie di un nice guy del Jersey. E così, io e Barry, il piccoletto del Queens, saliamo in macchina di quello che scopriamo essere Maxim, un programmatore pendolare tra Caldwell (NJ) e Manhattan (NY), e attraversiamo i 5 minuti di Jersey che ci separano dalla nostra fermata.
Credo che 5 minuti di Jersey nella vita bastino. Quartiere finto posh, tutte le tipiche case con il vialetto tipiche dell’universo piccolo bourgeois americano. L’auto parcheggiata davanti al garage — mai nel garage, chissà poi perché — le prime luminarie intorno alle porte e le casine che hanno quell’aria precaria di chi teme un tornado da un momento all’altro.
In macchina si chiacchiera, ed essere in macchina con l’Arcangelo Gabriele in forma di nerd, con il piccoletto nevrastenico del Queens in mezzo al Jersey non suona strano. Suona naturalissimo.

Tutta questa storia per dirvi che da quando sono qui, tutto ciò che di bizzarro, o straordinario che mi sta capitando — e di cose bizzarre e straordinarie che mi stanno capitando, ce ne sono — appaiono anche perfettamente, quintessenzialmente, naturalissime.
Anche per dirvi, e dirmi, che quando viaggio in treno qui, devo stare attenta agli annunci, e non fare tanto la viaggiatrice spavalda e figurarsi se ho dei problemi su un treno per Jerseyland, pfui…
La storia si conclude con il piccoletto del Queens che trova l’amica che lo aspettava a Mountain Heights, io che mi accodo a loro e mi faccio accompagnare nell’edificio della mia conferenza. La Montclair University è grande come Trentoville e dintorni. Probabilmente sarei ancora là a vagare tra School of Business e Department of Mathematics se non mi avessero indirizzato loro. E l’happy-ending sta nel mio arrivo puntuale — suonato come un’utopia, nell’istante in cui ho visto la mia fermata scivolarmi via da sotto i piedi…

Come vi dicevo, storie come questa, qui a NYC, capitano tutti i giorni. E se non capitano ci sono altre storie che riguardano altri — passeggeri della metro, passanti, frequentatori di biblioteche e supermercati — che varrebbero tutte un racconto.

Due parole ora sul Trumpismo, il periodo storico in cui ci approcciamo a entrare. La petizione pro-Hillary continua, così come le proteste più o meno pacifiche in tutto il paese. Quella speranza rimane, ma stiamo anche assistendo alla formazione dei ministri della squadra Trump — casomai Donald Duck venisse confermato presidente.
Dunque, Jeff Sessions, senatore dell’Alabama. Accusato di razzismo, nel 1986 un giudice federale ha provato a metterlo sotto inchiesta per alcune sue dichiarazioni pro Ku Klux Klan. Chi meglio di lui al Ministero della Giustizia… Un deputato del Kansas nel Congresso da nemmeno sei anni. E se lo mettessimo a capo della CIA? Massì, why not… Il Segretario di Stato finirà, con ogni probabilità sotto le chiappe di Mitt Romney, il conservatore che non dette alcun filo da torcere a Obama nel 2012 mentre il Vice-Presidente, lo sapete tutti, è Mike Pence che qui mi descrivono come una versione molto brutta di Trump — se Trump, per qualche ragione dovesse incappare in un Impeachment, Pence lo succederebbe, e questo spaventa gli americani persino più di avere Trump come presidente. Vedete un po’ come stiamo messi… Out of the frying pan into the fire.
Di positivo c’è che Trump ha smorzato un po’ i toni. O questo i media vogliono farci credere … In Times Square, giovedì sera, campeggiava un immagine video di una stretta di mano fra Obama e Donald… Poi però il muro con il Messico è stato confermato.
Come ripeto sempre Let’s see where we will end up to.

Cinematograficamente, questa settimana sono particolarmente felice perché non ho nessun titolo TO SKIP da dirvi di evitare, ma ho in saccoccia un bel TO SEE per voi. Dovrebbe uscire nelle sale italiane a breve “Bleed for this – Vivo per combattere”, di Ben Younger, la vera storia del pugile italo-americano Vinny Pazienza — detto Paz — che tornò a vincere il titolo mondiale dopo un terribile incidente stradale che lo colpì poco più che ventenne. Uno di quegli schianti che vi fanno/faranno saltare sulla sedia quando lo ved(r)ete, e che vi assicuro, vale i soldi del biglietto.
Ora voi sbufferete, eh no Board eh. No. Ancora il pugile italo-americano sull’ascensore dalle stelle alle stalle. Basta Balboa, Board. Basta. Io vi dico, ok Fellows, sono d’accordo, capisco la vostra refrattarietà (ho scritto davvero “refrattarietà”??). Sulla carta le storie dei pugili si somigliano un po’ tutte. Il ragazzone cresciuto in periferia — qui siamo nel Rhodeisland, che non so nemmeno come si scrive — niente testa per lo studio, ma una gran voglia di menare le mani sul ring. Gli ingredienti sono quelli. Ma Vinny Pazienza non è un underdog senza famiglia che punta al riscatto. Non c’è tutta quella parte di rivalsa sociale o raziale che ha fatto di Ali Ali o Hurricane Hurricane. Vinny era circondato da una famiglia affiatata — immaginate l’italoamericanità più spinta: spaghetti&meatballs nel piatto, Madonne&santini appesi ovunque accanto alle foto del “piccolo” di famiglia in guantoni e paradenti, statuine kitsch, centrini e dispenser di Parm (=parmiggiano) in tavola… Vinny sceglie il pugilato come mestiere. Subisce un incidente e si vede privato di quel mestiere. I medici lo infilano per sei mesi in un busto per riattaccargli due vertebre del collo. E gli dicono, scordati la box. Vinny, che non sa fare altro nella vita se non stare su un ring, e che per la box ha una passione senza precedenti su questi schermi, non ci sta. E comincia ad allenarsi di nascosto, con il busto addosso — una specie di scafandro letteralmente imbullonato alla testa che gli tiene il collo fermo. Dopo sei mesi d’inferno, Vinny torna sul ring. E indovinate come va a finire…? Siamo pur sempre in You-Can-Do-It America…
Cosa mi è piaciuto del film? Fa ridere! Anche se c’è il dramma dell’incidente e il calvario di questo atleta, non ci si dispera mai — lui in primis non si dispera mai. In più si propone un ritratto buffissimo ma al contempo realistico dell’universo italoamericano negli USA. Chissà se gli italoamericani che lo vedranno, coglieranno l’ironia che corre in tutto il film… E poi c’è un’interpretazione di estrema bravura di Miles Teller nei panni di Paz. Ve lo ricordate il protagonista di Whiplash, il talento della batteria? Ecco, LUI! Ha messo su una massa di muscoli miketyson e si è fatto qualcosa al naso — sembra davvero un naso da pugile. Recita come un attore dovrebbe recitare. Diventando il personaggio. And to drop a cherry on the top of the cake, la colonna sonora… Andate anche solo per la colonna sonora…
Prodotto da Martin Mito Scorsese, il film è stato inserito dal Los Angeles Times nella top ten dei film di cui “sentiremo parlare agli Oscar 2017”…
Spero di avervi convinto…

E ora Fellows, vi saluto e vi ringrazio dell’attenzione. Ho aggiornato il Frunyc, l’album fotografico che vi passa quello che vedo, quindi se volete, dateci un’occhiata. 😉
https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88

Nel Maelstrom trovate il contributo del vostro Board a La Voce di New York, se volete gradire. 🙂

E per oggi è tutto, my faraway Fellows. Vi ringrazio tanto per esserci –ci siete sempre– e vi porgo dei saluti, stasera, provvidenzialmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi un pezzo su un bel Festival di cortometraggi che ho visto al Symphony Space, sulla 96esima, http://www.lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2016/11/19/nycshorts12-quando-il-corto-la-dice-lunga/ 😉

Mentre questa è l’intervista a Sara Cavazza Facchini, Direttore Artistico della Maison GENNY, raccolta (l’intervista, non lei) a SoHo… Un’ora e mezza dentro Nonsolomod… 🙂
http://www.lavocedinewyork.com/lifestyles/fashion/2016/11/19/il-grande-ritorno-di-genny-negli-usa/

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LET’S MOVIE 301 New York City – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 301 New York City – Fru From Far Off

Figuratevi Fellows

se questa manciata di miglia aerei e marini che ci dividono potevano fermarmi! In quest’era millennial la tecnologia supera in scioltezza la geografia e taglia vittoriosa il traguardo del being-in-touch.
Ora io potrei scendere in strada ad Harlem, fare la tassonomica romantica e mettermi e cantare le meraviglie di questa città. Ma vedete, questo lo feci già nel 2011, quando venni qui da turista e vi mandai un pippone da innamorata cotta — credo sia la città con più spasimanti al mondo, questa, ma bisognerebbe fare un’indagine accurata. Adesso però sono qui da “New Yorker”, o comunque da expat, e sto imparando a viverla senza farmi travolgere. NYC, da amante, è diventata partner.

Quando corro a Central Park, evito tutti i percorsi battuti da calessi di turisti che infilzano il loro egocentrismo con selfie-sticks e pianificano la giornata tra Empire State Building e Statua della Libertà. Vado a scovare i sentierini che fanno sembrare il parco un bosco delle favole o della letteratura, da cui potrebbe spuntarti, da un momento all’altro Artù, oppure qualche personaggio dei cicli carolingi. Aggiungete l’autunno. L’autunno agisce in questo modo sulle piante di tutto il mondo, ma qui c’è questa strana combinazione per cui ti ritrovi tutte le tonalità del rosso, del porpora, del verde, del giallo e del marrone, circondate dall’azzurro, dal cotto, dal grigio dei grattacieli e dei palazzi. L’incontro produce sullo spettatore un’estasi paragonabile alle turbe di cui soffriva Van Gogh. E’ come se un gigantesco camaleonte, cangiante e preistorico, dormisse all’interno di un palazzo di design.

New York City sono le infinite città che la popolano. Per noi italiani è un mito cinematografico: siamo cresciuti tra la Quinta Strada di Arnold, la Brooklyn dei film di Scorsese, i viali di Chelsea battuti dai tacchi di Carrie Bradshow. E certo, NYC è quello, ma è infinito altro. La metro piena di operai, le offerte speciali al supermercato, i bambini che capricciano, il sole che scotta ancora, il vento freddo che ti mangia le mani, la spazzatura non differenziata (o differenziata a modo loro…). Eppure, e questo è uno dei motivi che esercitano più appeal su di me, non perde mai il suo fascino, non esce dall’immaginario. E’ concreta, ma nello stesso tempo idealizzata. La partner perfetta, insomma. 🙂
Ci sarebbe molto altro, ma ho bisogno di tenere un po’ di posto per una questione che ci riguarda tutti.
In questi giorni ne sono capitate di tutti i colori. Tra questi ne spiccano due. L’azzurro della NYC Marathon 2016, che ha invaso New York di runners da tutto il mondo — ed è un’esperienza anche solo vederla senza correrla — e l’arancio del nuovo Presidente Eletto — come lo si chiama qui.

Ora, voi potete anche accusare me della sua elezione. Io mi trasferisco negli USA e il più grande incompetente della storia dei candidati presidenziali vince la Casa Bianca… Questo non farebbe che confermare la mia natura di trouble-maker. Un Movier la cui identità rimarrà segreta mi ha detto che l’America non era pronta al mio arrivo e ha reagito in maniera inconsulta. Credo che gli analisti politici che si stanno scervellando per comprendere le ragioni di questa vittoria, con questa teoria, potrebbero finalmente vedere la luce nel buio in cui brancolano. 🙂

Ho vissuto la giornata delle elezioni, e lo spoglio con il fiato sospeso, come tutti. Ma quando ho fatto quattro passi a Midtown, intorno alle 7pm di martedì scorso, per vedere un po’ l’aria che tirava, non ho trovato quello che mi sarei aspettata di trovare. Una calma irreale. Niente traffico, poche persone. Quais quasi modalità Trentoville… E un presagio si è fatto largo nella mia testa. Un presagio che piano piano, nel corso della serata, ha acquistato sempre più spazio e forza. Ed ecco, ci siamo ritrovati con un Trump eletto.

Il giorno dopo è stato come il giorno dopo della Brexit. Solo moltiplicato in taglia americana — l’America è una XXL abbondante. Persone ammutolite e in lacrime. Nessun cartello o pugno alzato, il 9 novembre. Il sorriso con cui sono andata in giro per tutta la settimana che ha preceduto le elezioni, è sparito e ha rispecchiato le facce sconsolate che mi circondavano. Poi però la sera, nella stazione della metropolitana della Sesta Avenue, mi sono imbattuta in qualcosa che mi ha fatto svoltare. Tutta una parete del lunghissimo corridoio che collegava l’uscita/entrata e i treni, era completamente tappezzato da post-it colorati con messaggi di ogni tipo lasciati dalla gente. Una ragazza, ai piedi delle scale, armata di banchetto, metteva a disposizione dei passanti post-it e penne, e tutti potevano scrivere ciò che sentivano. Un muro lungo più di 200 metri coperto di sfoghi, pensieri, idee, rabbia, speranza, dissenso. A colori. Messaggi semplici e dal cuore — non hai tempo, in una metropolitana, di metterti e comporre settenari…

“Yesterday I was incredibly sad. Today I am ready to fight for everything I believe in”.
“This is not the end. Stay United”.
“Stay strong. We will get through this”
“11/9 = 9/11”
“Organize”
“Read Marx”
“I am not afraid of an army of lions led by a sheep, I am afraid of an army of sheep led by a lion — Alexander The Great”
“Love. Act. Hope”
“Keep the faith. Our work is just beginning!”
“Stay strong NYC! We are a beautiful and diverse city and will triumph over hate”
“You matters”
“Temer! Fora Trump!”
“Fuck Trump!”
“Winter always turns to spring”

200 metri di muro bianco, ricoperto di tutti i colori dell’umano sentire. A quel punto ho capito che qualcosa si stava muovendo. E qualcosa si sta muovendo, Fellows.

Ieri eravamo in migliaia a marciare tra Union Square e la Trump Tower. Immaginate la Quinta Strada, di sabato — l’arteria dello shopping per eccellenza — chiusa al traffico e invasa di manifestanti. Se non immaginate, aiutatevi con queste immagini, http://www.amny.com/news/elections/donald-trump-protests-in-nyc-draw-crowds-see-photos-1.12595493.
Mentre ero lì, circondata da persone di tutte le classi e di tutti i portafogli, poveracci, studenti, ricconi con scarpe strepitose e ragazzini incavolati, veterani, vecchi, gay, lesbiche, etero, e tutti quelli che non riesco a nominare qui, in mezzo a questo nastro umano che sfilava davanti alle vetrine di Salvatore Ferragamo e Cartier, ho realizzato che un evento simile era qualcosa di nuovo per gli Stati Uniti, un paese che negli ultimi 30 anni non è mai sceso in strada, o perlomeno, non in maniera così massiccia. E simili manifestazioni si sono tenute in tutte le principali città degli USA. Bisogna risalire al ’68 per trovare proteste di questo tipo, che comunque non avevano l’efficacia e la rapidità organizzativa di oggi. Oggi basta postare l’annuncio di una manifestazione su internet, e nel giro di qualche ora ti ritrovi un political flash mob dalle proporzioni come quelle che avete visto.
Anche se Trump non è tecnicamente il mio Presidente — Mattarella al momento detiene il ruolo, per quanto gli sia tremata la poltrona sotto il sedere per l’ultima settimana di direzione Obama, la mia prima settimana di permanenza qui, vista la stima (la cotta) che ho per lui— anche se Trump non è che un estraneo dal ciuffo ribelle, io mi sono sentita coinvolta come essere umano. E a questo punto mi piacerebbe aprire un discorso sulla debolezza del concetto di nazionalità e su quanto sentirsi parte di un paese dovrebbe venire DOPO rispetto al sentirsi parte di un universo umano nella graduatoria delle priorità emotive.
Ma torno alla questione americana.

Isabella, la mia coinquilina 26enne di Los Angeles, mi ha fatto osservare un punto molto interessante. Gli Stati Uniti hanno dormito sugli allori per vent’anni. Non sono scesi in piazza, non si sono mai mobilitati. Ora si sono svegliati di colpo — una doccia così fredda forse se la meritavano o forse no, questo non so: nessuno merita un Trump nella propria vita, figurarsi quella istituzionale di un intero paese. Ora è il momento. E guardate, qui la voglia di rivalsa è tanta tanta. E c’è una piccola speranza su cui gli anti-trumpisti contano. Ed è l’evidenza che la Clinton si è aggiudicata il voto popolare, mentre Trump quello dei Grandi Elettori. Purtroppo il sistema elettorale americano si fonda su un grosso paradosso che, in pratica, mina la grande democrazia di cui tutti si riempiono la bocca. Non sono gli elettori a votare direttamente il presidente, ma il Collegio elettorale: il suffragio, quindi, è indiretto. Ecco, Trump ha avuto la maggioranza dei Grandi Elettori, ma la Clinton ha avuto la maggioranza dei voti della gente. Ha quindi preso il via una petizione online per far sì che il 19 dicembre, il giorno in cui i Grandi Elettori che, in rappresentanza del partito vincitore dello stato, andranno a comporre il Collegio elettorale, non votino per Trump, ma per la Clinton, https://www.change.org/p/electoral-college-electors-electoral-college-make-hillary-clinton-president-on-december-19
Questa è la speranza in cui sperano gli americani anti-Trump. Io non so come andrà a finire. Ma ho voglia di saperlo. E soprattutto, ho voglia di vedere un paese pigro e menefreghista come lo sono stati gli USA fino a oggi, smettere di sonnecchiare sul divano con un hamburger sul tavolo e uno in bocca, uscire di casa e muoversi. Se poi Trump dovesse diventare il 45esimo Presidente degli Stati Uniti, va be’, ce ne faremo tutti una ragione, in qualche modo. Non era forse Bush il più barbaro di tutti i barbari, quando fu eletto? Non ci sembra ora il più fine statista dell’ultimo secolo?

E quanto a Donald, credo che sia lui stesso il primo ad aver capito l’errore madornale che ha commesso, candidandosi e vincendo. Nel primo incontro con Obama alla Casa Bianca, è apparso visibilmente goffo e fuori posto — certo in confronto a Barack, il presidente più sexy e preparato di tutti i tempi, chi non sfigurerebbe? In fondo Donald è un bambino che ha visto una Ferrari in vetrina e ha battuto i piedi finché non l’ha avuta, non sapendo nemmeno maneggiare una macchina a pedali. Ora si trova nella condizione di dover imparare a guidarla. E dovrà sottostare a chi dovrà insegnarglielo. La mia speranza è che si stufi, a un certo punto — irascibile com’è, nutro la piacevole fantasia che faccia il muso e sbotti un “io non gioco più!”, si faccia fare i bagagli, ed esca dalla Casa Bianca per tornare nella sua torre dorata. Trump non ha l’acume intellettuale per avere pazienza e piegare il capo. Confido moltissimo in qualche sua sfuriata…
Quindi in realtà, più che la paura di vederlo al potere — che comunque ho — desidero vedere fino a che punto il people power riuscirà a portarci.
E sapete una cosa? Mi piacerà osservare da qui cosa succederà.

So che Let’s Movie dovrebbe occuparsi di cine. Ma in questa congiuntura che mi vede negli USA capiterà che vi parli di altro. Spero non me ne vorrete. E comunque uno fa sempre in tempo a saltare i pipponi, no? Alcuni Moviers sono campioni olimpici di questa disciplina 🙁 🙂
Il nuovo concept lezmuviano prevede che io, impossibilita a venire al cine con voi, vada in avanscoperta qui, vi metta in guardia su quanto ci sia da evitare (TO SKIP) e quanto ci sia da vedere (TO WATCH).
Vedrò di essere breve, oggi, visto il pippone politico…
Quanto al TO SKIP, sicuramente “Certain Women” di Kelly Reichardt. Mi sono lasciata incantare dalla presenza di Michelle Williams, Laura Dern e Kristen Stewart tutte sotto lo stesso tetto. Errore non fu mai così trumpiano! Quattro donne unite dall’asperità di un paesaggio come quello del Montana. Piane cotte dal freddo, nasi rossi, mani sempre in tasca. Succedono piccole cose. Un’avvocatessa è costretta a fare i conti con il maschilismo d’ufficio. Una moglie e madre progetta di costruire la casa dei propri sogni in un lotto di terra che ha acquistato fuori città, ma il progetto troverà degli intoppi, ma non molto chiari. Infine, Kristen Stewart, neo laureata in legge che tiene dei corsi di formazione per arrotondare lo stipendio, un giorno si trova in classe come uditrice una ragazza che lavora in un ranch, e tra le due giovani si instaura una relazione che per la ranchista va oltre l’amicizia…
Il film è mortalmente lento e silenzioso, e non so dove trovare il gusto di guardare tre/quattro donne incastrate in quattro vite assai grame –e per loro scelta.

Quanto al TO WATCH, ma più che altro per i curiosi del regista coreano assai matto Park Chan-wook, senz’altro “The Handmaiden”, un intrico erotico a sfondo saffico co derive splatter che vi spiega perché definisco Chan-wook matto.
La giovane Sookee viene coinvolta nel complotto ordito dal falso conte Fujiwara, che mira al patrimonio della ricca ereditiera Hideko. Sookee diventa la domestica privata di Hideko, ma ben presto tra le due donne nasce un’attrazione che manderà all’aria i piani del Conte.
C’è molta patina, in questo film. E molto commercialismo, anche. Ma in alcuni punti il regista riesce a unire la gran poesia e la gran brutalità che i coreani sanno unire nei loro film. In più, qui si aggiunge anche una componente comica, che rende il film estremamente godibile. Il contrasto che si genera è paradossalmente piacevole — almeno per me.
Certo, non è il Chan-wook di “Old boy”, della trilogia della vendetta… Capolavori assoluti di nippo-orrore e follia…

Vi lascio con la sensazione di avervi raccontato un millesimo di millimetro dei chilometri di vita che sto vivendo qui ma credo sia una sensazione che dovrò abituarmi a gestire.
E per chi di voi volesse dare un’occhiata a New York vista dagli occhi del Board, ho creato lo Spazio Frunyc (si legge Frunik), dove raccoglierò degli scatti che raccontano la mia vita qui. Niente selfie o narcisate del genere: troverete solo luoghi e persone altre da me — tranne la copertina, buffa 🙂
Vista la richiesta di mandare fotografie, ho pensato di creare questo spazio condiviso. You are most welcome to visit.
https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88

Per chi di voi invece si chiedesse che diamine faccio a New York. Ecco, faccio questo, www.lavocedinewyork.com/en/arts/2016/11/13/the-long-lasting-impact-of-mario-merzs-arte-povera/
E non solo… 😉

Da Sugar Hill, la Collina di Zucchero che mi ospita, accanto alla Cherry Walk, la Promenade delle Ciliegie che mi passa accanto — e vi assicuro che non sono in un cartone animato — vi ringrazio dell’ascolto e vi porgo dei saluti, figurativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per chi di voi volesse leggere qualcosa sull’ultimo Lez Muvi, “Nocturnal Animals”, trova un Frullato pronto qui, www.magazzino26.it/la-bruta-bellezza-di-nocturnal-animals/
Enjoy! 🙂

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