LET’S MOVIE 301 New York City – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 301 New York City – Fru From Far Off

Figuratevi Fellows

se questa manciata di miglia aerei e marini che ci dividono potevano fermarmi! In quest’era millennial la tecnologia supera in scioltezza la geografia e taglia vittoriosa il traguardo del being-in-touch.
Ora io potrei scendere in strada ad Harlem, fare la tassonomica romantica e mettermi e cantare le meraviglie di questa città. Ma vedete, questo lo feci già nel 2011, quando venni qui da turista e vi mandai un pippone da innamorata cotta — credo sia la città con più spasimanti al mondo, questa, ma bisognerebbe fare un’indagine accurata. Adesso però sono qui da “New Yorker”, o comunque da expat, e sto imparando a viverla senza farmi travolgere. NYC, da amante, è diventata partner.

Quando corro a Central Park, evito tutti i percorsi battuti da calessi di turisti che infilzano il loro egocentrismo con selfie-sticks e pianificano la giornata tra Empire State Building e Statua della Libertà. Vado a scovare i sentierini che fanno sembrare il parco un bosco delle favole o della letteratura, da cui potrebbe spuntarti, da un momento all’altro Artù, oppure qualche personaggio dei cicli carolingi. Aggiungete l’autunno. L’autunno agisce in questo modo sulle piante di tutto il mondo, ma qui c’è questa strana combinazione per cui ti ritrovi tutte le tonalità del rosso, del porpora, del verde, del giallo e del marrone, circondate dall’azzurro, dal cotto, dal grigio dei grattacieli e dei palazzi. L’incontro produce sullo spettatore un’estasi paragonabile alle turbe di cui soffriva Van Gogh. E’ come se un gigantesco camaleonte, cangiante e preistorico, dormisse all’interno di un palazzo di design.

New York City sono le infinite città che la popolano. Per noi italiani è un mito cinematografico: siamo cresciuti tra la Quinta Strada di Arnold, la Brooklyn dei film di Scorsese, i viali di Chelsea battuti dai tacchi di Carrie Bradshow. E certo, NYC è quello, ma è infinito altro. La metro piena di operai, le offerte speciali al supermercato, i bambini che capricciano, il sole che scotta ancora, il vento freddo che ti mangia le mani, la spazzatura non differenziata (o differenziata a modo loro…). Eppure, e questo è uno dei motivi che esercitano più appeal su di me, non perde mai il suo fascino, non esce dall’immaginario. E’ concreta, ma nello stesso tempo idealizzata. La partner perfetta, insomma. 🙂
Ci sarebbe molto altro, ma ho bisogno di tenere un po’ di posto per una questione che ci riguarda tutti.
In questi giorni ne sono capitate di tutti i colori. Tra questi ne spiccano due. L’azzurro della NYC Marathon 2016, che ha invaso New York di runners da tutto il mondo — ed è un’esperienza anche solo vederla senza correrla — e l’arancio del nuovo Presidente Eletto — come lo si chiama qui.

Ora, voi potete anche accusare me della sua elezione. Io mi trasferisco negli USA e il più grande incompetente della storia dei candidati presidenziali vince la Casa Bianca… Questo non farebbe che confermare la mia natura di trouble-maker. Un Movier la cui identità rimarrà segreta mi ha detto che l’America non era pronta al mio arrivo e ha reagito in maniera inconsulta. Credo che gli analisti politici che si stanno scervellando per comprendere le ragioni di questa vittoria, con questa teoria, potrebbero finalmente vedere la luce nel buio in cui brancolano. 🙂

Ho vissuto la giornata delle elezioni, e lo spoglio con il fiato sospeso, come tutti. Ma quando ho fatto quattro passi a Midtown, intorno alle 7pm di martedì scorso, per vedere un po’ l’aria che tirava, non ho trovato quello che mi sarei aspettata di trovare. Una calma irreale. Niente traffico, poche persone. Quais quasi modalità Trentoville… E un presagio si è fatto largo nella mia testa. Un presagio che piano piano, nel corso della serata, ha acquistato sempre più spazio e forza. Ed ecco, ci siamo ritrovati con un Trump eletto.

Il giorno dopo è stato come il giorno dopo della Brexit. Solo moltiplicato in taglia americana — l’America è una XXL abbondante. Persone ammutolite e in lacrime. Nessun cartello o pugno alzato, il 9 novembre. Il sorriso con cui sono andata in giro per tutta la settimana che ha preceduto le elezioni, è sparito e ha rispecchiato le facce sconsolate che mi circondavano. Poi però la sera, nella stazione della metropolitana della Sesta Avenue, mi sono imbattuta in qualcosa che mi ha fatto svoltare. Tutta una parete del lunghissimo corridoio che collegava l’uscita/entrata e i treni, era completamente tappezzato da post-it colorati con messaggi di ogni tipo lasciati dalla gente. Una ragazza, ai piedi delle scale, armata di banchetto, metteva a disposizione dei passanti post-it e penne, e tutti potevano scrivere ciò che sentivano. Un muro lungo più di 200 metri coperto di sfoghi, pensieri, idee, rabbia, speranza, dissenso. A colori. Messaggi semplici e dal cuore — non hai tempo, in una metropolitana, di metterti e comporre settenari…

“Yesterday I was incredibly sad. Today I am ready to fight for everything I believe in”.
“This is not the end. Stay United”.
“Stay strong. We will get through this”
“11/9 = 9/11”
“Organize”
“Read Marx”
“I am not afraid of an army of lions led by a sheep, I am afraid of an army of sheep led by a lion — Alexander The Great”
“Love. Act. Hope”
“Keep the faith. Our work is just beginning!”
“Stay strong NYC! We are a beautiful and diverse city and will triumph over hate”
“You matters”
“Temer! Fora Trump!”
“Fuck Trump!”
“Winter always turns to spring”

200 metri di muro bianco, ricoperto di tutti i colori dell’umano sentire. A quel punto ho capito che qualcosa si stava muovendo. E qualcosa si sta muovendo, Fellows.

Ieri eravamo in migliaia a marciare tra Union Square e la Trump Tower. Immaginate la Quinta Strada, di sabato — l’arteria dello shopping per eccellenza — chiusa al traffico e invasa di manifestanti. Se non immaginate, aiutatevi con queste immagini, http://www.amny.com/news/elections/donald-trump-protests-in-nyc-draw-crowds-see-photos-1.12595493.
Mentre ero lì, circondata da persone di tutte le classi e di tutti i portafogli, poveracci, studenti, ricconi con scarpe strepitose e ragazzini incavolati, veterani, vecchi, gay, lesbiche, etero, e tutti quelli che non riesco a nominare qui, in mezzo a questo nastro umano che sfilava davanti alle vetrine di Salvatore Ferragamo e Cartier, ho realizzato che un evento simile era qualcosa di nuovo per gli Stati Uniti, un paese che negli ultimi 30 anni non è mai sceso in strada, o perlomeno, non in maniera così massiccia. E simili manifestazioni si sono tenute in tutte le principali città degli USA. Bisogna risalire al ’68 per trovare proteste di questo tipo, che comunque non avevano l’efficacia e la rapidità organizzativa di oggi. Oggi basta postare l’annuncio di una manifestazione su internet, e nel giro di qualche ora ti ritrovi un political flash mob dalle proporzioni come quelle che avete visto.
Anche se Trump non è tecnicamente il mio Presidente — Mattarella al momento detiene il ruolo, per quanto gli sia tremata la poltrona sotto il sedere per l’ultima settimana di direzione Obama, la mia prima settimana di permanenza qui, vista la stima (la cotta) che ho per lui— anche se Trump non è che un estraneo dal ciuffo ribelle, io mi sono sentita coinvolta come essere umano. E a questo punto mi piacerebbe aprire un discorso sulla debolezza del concetto di nazionalità e su quanto sentirsi parte di un paese dovrebbe venire DOPO rispetto al sentirsi parte di un universo umano nella graduatoria delle priorità emotive.
Ma torno alla questione americana.

Isabella, la mia coinquilina 26enne di Los Angeles, mi ha fatto osservare un punto molto interessante. Gli Stati Uniti hanno dormito sugli allori per vent’anni. Non sono scesi in piazza, non si sono mai mobilitati. Ora si sono svegliati di colpo — una doccia così fredda forse se la meritavano o forse no, questo non so: nessuno merita un Trump nella propria vita, figurarsi quella istituzionale di un intero paese. Ora è il momento. E guardate, qui la voglia di rivalsa è tanta tanta. E c’è una piccola speranza su cui gli anti-trumpisti contano. Ed è l’evidenza che la Clinton si è aggiudicata il voto popolare, mentre Trump quello dei Grandi Elettori. Purtroppo il sistema elettorale americano si fonda su un grosso paradosso che, in pratica, mina la grande democrazia di cui tutti si riempiono la bocca. Non sono gli elettori a votare direttamente il presidente, ma il Collegio elettorale: il suffragio, quindi, è indiretto. Ecco, Trump ha avuto la maggioranza dei Grandi Elettori, ma la Clinton ha avuto la maggioranza dei voti della gente. Ha quindi preso il via una petizione online per far sì che il 19 dicembre, il giorno in cui i Grandi Elettori che, in rappresentanza del partito vincitore dello stato, andranno a comporre il Collegio elettorale, non votino per Trump, ma per la Clinton, https://www.change.org/p/electoral-college-electors-electoral-college-make-hillary-clinton-president-on-december-19
Questa è la speranza in cui sperano gli americani anti-Trump. Io non so come andrà a finire. Ma ho voglia di saperlo. E soprattutto, ho voglia di vedere un paese pigro e menefreghista come lo sono stati gli USA fino a oggi, smettere di sonnecchiare sul divano con un hamburger sul tavolo e uno in bocca, uscire di casa e muoversi. Se poi Trump dovesse diventare il 45esimo Presidente degli Stati Uniti, va be’, ce ne faremo tutti una ragione, in qualche modo. Non era forse Bush il più barbaro di tutti i barbari, quando fu eletto? Non ci sembra ora il più fine statista dell’ultimo secolo?

E quanto a Donald, credo che sia lui stesso il primo ad aver capito l’errore madornale che ha commesso, candidandosi e vincendo. Nel primo incontro con Obama alla Casa Bianca, è apparso visibilmente goffo e fuori posto — certo in confronto a Barack, il presidente più sexy e preparato di tutti i tempi, chi non sfigurerebbe? In fondo Donald è un bambino che ha visto una Ferrari in vetrina e ha battuto i piedi finché non l’ha avuta, non sapendo nemmeno maneggiare una macchina a pedali. Ora si trova nella condizione di dover imparare a guidarla. E dovrà sottostare a chi dovrà insegnarglielo. La mia speranza è che si stufi, a un certo punto — irascibile com’è, nutro la piacevole fantasia che faccia il muso e sbotti un “io non gioco più!”, si faccia fare i bagagli, ed esca dalla Casa Bianca per tornare nella sua torre dorata. Trump non ha l’acume intellettuale per avere pazienza e piegare il capo. Confido moltissimo in qualche sua sfuriata…
Quindi in realtà, più che la paura di vederlo al potere — che comunque ho — desidero vedere fino a che punto il people power riuscirà a portarci.
E sapete una cosa? Mi piacerà osservare da qui cosa succederà.

So che Let’s Movie dovrebbe occuparsi di cine. Ma in questa congiuntura che mi vede negli USA capiterà che vi parli di altro. Spero non me ne vorrete. E comunque uno fa sempre in tempo a saltare i pipponi, no? Alcuni Moviers sono campioni olimpici di questa disciplina 🙁 🙂
Il nuovo concept lezmuviano prevede che io, impossibilita a venire al cine con voi, vada in avanscoperta qui, vi metta in guardia su quanto ci sia da evitare (TO SKIP) e quanto ci sia da vedere (TO WATCH).
Vedrò di essere breve, oggi, visto il pippone politico…
Quanto al TO SKIP, sicuramente “Certain Women” di Kelly Reichardt. Mi sono lasciata incantare dalla presenza di Michelle Williams, Laura Dern e Kristen Stewart tutte sotto lo stesso tetto. Errore non fu mai così trumpiano! Quattro donne unite dall’asperità di un paesaggio come quello del Montana. Piane cotte dal freddo, nasi rossi, mani sempre in tasca. Succedono piccole cose. Un’avvocatessa è costretta a fare i conti con il maschilismo d’ufficio. Una moglie e madre progetta di costruire la casa dei propri sogni in un lotto di terra che ha acquistato fuori città, ma il progetto troverà degli intoppi, ma non molto chiari. Infine, Kristen Stewart, neo laureata in legge che tiene dei corsi di formazione per arrotondare lo stipendio, un giorno si trova in classe come uditrice una ragazza che lavora in un ranch, e tra le due giovani si instaura una relazione che per la ranchista va oltre l’amicizia…
Il film è mortalmente lento e silenzioso, e non so dove trovare il gusto di guardare tre/quattro donne incastrate in quattro vite assai grame –e per loro scelta.

Quanto al TO WATCH, ma più che altro per i curiosi del regista coreano assai matto Park Chan-wook, senz’altro “The Handmaiden”, un intrico erotico a sfondo saffico co derive splatter che vi spiega perché definisco Chan-wook matto.
La giovane Sookee viene coinvolta nel complotto ordito dal falso conte Fujiwara, che mira al patrimonio della ricca ereditiera Hideko. Sookee diventa la domestica privata di Hideko, ma ben presto tra le due donne nasce un’attrazione che manderà all’aria i piani del Conte.
C’è molta patina, in questo film. E molto commercialismo, anche. Ma in alcuni punti il regista riesce a unire la gran poesia e la gran brutalità che i coreani sanno unire nei loro film. In più, qui si aggiunge anche una componente comica, che rende il film estremamente godibile. Il contrasto che si genera è paradossalmente piacevole — almeno per me.
Certo, non è il Chan-wook di “Old boy”, della trilogia della vendetta… Capolavori assoluti di nippo-orrore e follia…

Vi lascio con la sensazione di avervi raccontato un millesimo di millimetro dei chilometri di vita che sto vivendo qui ma credo sia una sensazione che dovrò abituarmi a gestire.
E per chi di voi volesse dare un’occhiata a New York vista dagli occhi del Board, ho creato lo Spazio Frunyc (si legge Frunik), dove raccoglierò degli scatti che raccontano la mia vita qui. Niente selfie o narcisate del genere: troverete solo luoghi e persone altre da me — tranne la copertina, buffa 🙂
Vista la richiesta di mandare fotografie, ho pensato di creare questo spazio condiviso. You are most welcome to visit.
https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88

Per chi di voi invece si chiedesse che diamine faccio a New York. Ecco, faccio questo, www.lavocedinewyork.com/en/arts/2016/11/13/the-long-lasting-impact-of-mario-merzs-arte-povera/
E non solo… 😉

Da Sugar Hill, la Collina di Zucchero che mi ospita, accanto alla Cherry Walk, la Promenade delle Ciliegie che mi passa accanto — e vi assicuro che non sono in un cartone animato — vi ringrazio dell’ascolto e vi porgo dei saluti, figurativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per chi di voi volesse leggere qualcosa sull’ultimo Lez Muvi, “Nocturnal Animals”, trova un Frullato pronto qui, www.magazzino26.it/la-bruta-bellezza-di-nocturnal-animals/
Enjoy! 🙂

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply