LET’S MOVIE 302 New York City – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 302 New York City – Fru From Far Off

Fortuna Fellows

che i guardian angels lavorano anche qui.
Una sera mi spediscono nel New Jersey alla Montclair University a seguire una conferenza nel Dipartimento d’Italianistica. Vi assicuro che, nonostante il nome dell’Ateneo, gli studenti non sono tutti paninari e pischelle con le Timberland ai piedi. L’esperienza vale come viaggio di (in)formazione per me. Immaginatevi salire su un regionale alla stazione ferroviaria di Penn Station, e partire alla volta del profondo west provinciale — qui lo chiamano dodgy Jersey. Tenete ben presente che qui TUTTO è un viaggio d’(in)formazione per me, anche andare a ritirare la tessera della biblioteca (fatta!).
Dunque il treno sta rallentando. Siamo quasi a Montclair Heights, la mia fermata. Tutta euforica per l’arrivo in Jerseyland, mi preparo a scendere. Il treno, puntuale, si ferma. Io aspetto, impaziente e fiduciosa, l’apertura della porta. Ma la porta automatica non si apre. Accanto a me un uomo bassissimo, l’uomo più basso dello Stato di New York, con baffi e occhiali gentilmente offerti da Starsky&Hutch. Entrambi guardiamo le porte che non si aprono. Nessuna maniglia, nessun pulsante. Ci guardiamo, ci capiamo, lui sbotta “Oh shit!” e ci fiondiamo giù per tutto il vagone, alla porta successiva. Anche quella, chiusa. Nessuna maniglia, nessun pulsante. Damn it. Arriviamo a quella dopo. Anche lì, nulla. Con la differenza che il treno, nel frattempo — il treno, e NON il paesaggio tutt’intorno — comincia a muoversi…
Il piccoletto inizia a disperare. Noooo, he was supposed to meet someone, and now… Oh noooo… Il controllore, sopraggiunto, ci dice, sì, unfortunately alcune banchine di alcune fermate sono troppo corte e per scendere dal treno occorre stare in centro al treno. (Lezione imparata, Board). E comunque no worries, la prossima fermata è appena a cinque minuti. Possiamo tornare indietro con il prossimo treno, fra 14 minuti.
L’ometto nel frattempo armeggia con due telefoni per avvertire la tipa che lo aspetta al binario di Mountain Heights, tutto tremolante. Io, con una calma da Osho, scopro che mi sto americanizzando e gli dico la tipica americanata con cui tutta la cinematografia made-in-US, e gli US, si riempiono la bocca. “Don’t worry, we will be fine”.
Arriviamo alla fermata successiva, scendiamo dal treno e lui ri-armeggia con i cellulari mentre io cerco da che parte andare, in the middle of God-forgotten Jersey.
“Excuse me”, sento da dietro. Mi si avvicina un nice guy e mi dice di aver sentito cosa ci è capitato, e che gli è capitata la stessa cosa la settimana prima, “I felt so bad for you, guys”. Se volete uno strappo in macchina, vi riporto alla fermata prima. It’d take me no more than five minutes. Io lo guardo e non penso ai serial killer, naturalmente. Penso all’Arcangelo Gabriele sceso in terra sotto le spoglie di un nice guy del Jersey. E così, io e Barry, il piccoletto del Queens, saliamo in macchina di quello che scopriamo essere Maxim, un programmatore pendolare tra Caldwell (NJ) e Manhattan (NY), e attraversiamo i 5 minuti di Jersey che ci separano dalla nostra fermata.
Credo che 5 minuti di Jersey nella vita bastino. Quartiere finto posh, tutte le tipiche case con il vialetto tipiche dell’universo piccolo bourgeois americano. L’auto parcheggiata davanti al garage — mai nel garage, chissà poi perché — le prime luminarie intorno alle porte e le casine che hanno quell’aria precaria di chi teme un tornado da un momento all’altro.
In macchina si chiacchiera, ed essere in macchina con l’Arcangelo Gabriele in forma di nerd, con il piccoletto nevrastenico del Queens in mezzo al Jersey non suona strano. Suona naturalissimo.

Tutta questa storia per dirvi che da quando sono qui, tutto ciò che di bizzarro, o straordinario che mi sta capitando — e di cose bizzarre e straordinarie che mi stanno capitando, ce ne sono — appaiono anche perfettamente, quintessenzialmente, naturalissime.
Anche per dirvi, e dirmi, che quando viaggio in treno qui, devo stare attenta agli annunci, e non fare tanto la viaggiatrice spavalda e figurarsi se ho dei problemi su un treno per Jerseyland, pfui…
La storia si conclude con il piccoletto del Queens che trova l’amica che lo aspettava a Mountain Heights, io che mi accodo a loro e mi faccio accompagnare nell’edificio della mia conferenza. La Montclair University è grande come Trentoville e dintorni. Probabilmente sarei ancora là a vagare tra School of Business e Department of Mathematics se non mi avessero indirizzato loro. E l’happy-ending sta nel mio arrivo puntuale — suonato come un’utopia, nell’istante in cui ho visto la mia fermata scivolarmi via da sotto i piedi…

Come vi dicevo, storie come questa, qui a NYC, capitano tutti i giorni. E se non capitano ci sono altre storie che riguardano altri — passeggeri della metro, passanti, frequentatori di biblioteche e supermercati — che varrebbero tutte un racconto.

Due parole ora sul Trumpismo, il periodo storico in cui ci approcciamo a entrare. La petizione pro-Hillary continua, così come le proteste più o meno pacifiche in tutto il paese. Quella speranza rimane, ma stiamo anche assistendo alla formazione dei ministri della squadra Trump — casomai Donald Duck venisse confermato presidente.
Dunque, Jeff Sessions, senatore dell’Alabama. Accusato di razzismo, nel 1986 un giudice federale ha provato a metterlo sotto inchiesta per alcune sue dichiarazioni pro Ku Klux Klan. Chi meglio di lui al Ministero della Giustizia… Un deputato del Kansas nel Congresso da nemmeno sei anni. E se lo mettessimo a capo della CIA? Massì, why not… Il Segretario di Stato finirà, con ogni probabilità sotto le chiappe di Mitt Romney, il conservatore che non dette alcun filo da torcere a Obama nel 2012 mentre il Vice-Presidente, lo sapete tutti, è Mike Pence che qui mi descrivono come una versione molto brutta di Trump — se Trump, per qualche ragione dovesse incappare in un Impeachment, Pence lo succederebbe, e questo spaventa gli americani persino più di avere Trump come presidente. Vedete un po’ come stiamo messi… Out of the frying pan into the fire.
Di positivo c’è che Trump ha smorzato un po’ i toni. O questo i media vogliono farci credere … In Times Square, giovedì sera, campeggiava un immagine video di una stretta di mano fra Obama e Donald… Poi però il muro con il Messico è stato confermato.
Come ripeto sempre Let’s see where we will end up to.

Cinematograficamente, questa settimana sono particolarmente felice perché non ho nessun titolo TO SKIP da dirvi di evitare, ma ho in saccoccia un bel TO SEE per voi. Dovrebbe uscire nelle sale italiane a breve “Bleed for this – Vivo per combattere”, di Ben Younger, la vera storia del pugile italo-americano Vinny Pazienza — detto Paz — che tornò a vincere il titolo mondiale dopo un terribile incidente stradale che lo colpì poco più che ventenne. Uno di quegli schianti che vi fanno/faranno saltare sulla sedia quando lo ved(r)ete, e che vi assicuro, vale i soldi del biglietto.
Ora voi sbufferete, eh no Board eh. No. Ancora il pugile italo-americano sull’ascensore dalle stelle alle stalle. Basta Balboa, Board. Basta. Io vi dico, ok Fellows, sono d’accordo, capisco la vostra refrattarietà (ho scritto davvero “refrattarietà”??). Sulla carta le storie dei pugili si somigliano un po’ tutte. Il ragazzone cresciuto in periferia — qui siamo nel Rhodeisland, che non so nemmeno come si scrive — niente testa per lo studio, ma una gran voglia di menare le mani sul ring. Gli ingredienti sono quelli. Ma Vinny Pazienza non è un underdog senza famiglia che punta al riscatto. Non c’è tutta quella parte di rivalsa sociale o raziale che ha fatto di Ali Ali o Hurricane Hurricane. Vinny era circondato da una famiglia affiatata — immaginate l’italoamericanità più spinta: spaghetti&meatballs nel piatto, Madonne&santini appesi ovunque accanto alle foto del “piccolo” di famiglia in guantoni e paradenti, statuine kitsch, centrini e dispenser di Parm (=parmiggiano) in tavola… Vinny sceglie il pugilato come mestiere. Subisce un incidente e si vede privato di quel mestiere. I medici lo infilano per sei mesi in un busto per riattaccargli due vertebre del collo. E gli dicono, scordati la box. Vinny, che non sa fare altro nella vita se non stare su un ring, e che per la box ha una passione senza precedenti su questi schermi, non ci sta. E comincia ad allenarsi di nascosto, con il busto addosso — una specie di scafandro letteralmente imbullonato alla testa che gli tiene il collo fermo. Dopo sei mesi d’inferno, Vinny torna sul ring. E indovinate come va a finire…? Siamo pur sempre in You-Can-Do-It America…
Cosa mi è piaciuto del film? Fa ridere! Anche se c’è il dramma dell’incidente e il calvario di questo atleta, non ci si dispera mai — lui in primis non si dispera mai. In più si propone un ritratto buffissimo ma al contempo realistico dell’universo italoamericano negli USA. Chissà se gli italoamericani che lo vedranno, coglieranno l’ironia che corre in tutto il film… E poi c’è un’interpretazione di estrema bravura di Miles Teller nei panni di Paz. Ve lo ricordate il protagonista di Whiplash, il talento della batteria? Ecco, LUI! Ha messo su una massa di muscoli miketyson e si è fatto qualcosa al naso — sembra davvero un naso da pugile. Recita come un attore dovrebbe recitare. Diventando il personaggio. And to drop a cherry on the top of the cake, la colonna sonora… Andate anche solo per la colonna sonora…
Prodotto da Martin Mito Scorsese, il film è stato inserito dal Los Angeles Times nella top ten dei film di cui “sentiremo parlare agli Oscar 2017”…
Spero di avervi convinto…

E ora Fellows, vi saluto e vi ringrazio dell’attenzione. Ho aggiornato il Frunyc, l’album fotografico che vi passa quello che vedo, quindi se volete, dateci un’occhiata. 😉
https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88

Nel Maelstrom trovate il contributo del vostro Board a La Voce di New York, se volete gradire. 🙂

E per oggi è tutto, my faraway Fellows. Vi ringrazio tanto per esserci –ci siete sempre– e vi porgo dei saluti, stasera, provvidenzialmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi un pezzo su un bel Festival di cortometraggi che ho visto al Symphony Space, sulla 96esima, http://www.lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2016/11/19/nycshorts12-quando-il-corto-la-dice-lunga/ 😉

Mentre questa è l’intervista a Sara Cavazza Facchini, Direttore Artistico della Maison GENNY, raccolta (l’intervista, non lei) a SoHo… Un’ora e mezza dentro Nonsolomod… 🙂
http://www.lavocedinewyork.com/lifestyles/fashion/2016/11/19/il-grande-ritorno-di-genny-negli-usa/

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