LET’S MOVIE 303 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 303 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

Friday Fellows,

Di black che vorrei parlarvi non c’è tanto il venerdì, una ricorrenza che ha perso il suo ruolo di corsa ai saldi più pazza d’America nel momento in cui, qualche anno fa, i nerd di questo paese hanno introdotto il Cyber Monday nella settimana post-Thanksgiving. Ciber-lunedì perché agli albori del worldwideweb, quando internet era privilegio di pochi o, nella maggior parte dei casi, del datore di lavoro, gli impiegati non vedevano l’ora di fiondarsi in ufficio, il lunedì dopo le feste, e comprare online tutto il comprabile possibile. Di qui il nome. Il venerdì nero, invece, non riecheggia quello del crollo della Borsa nel ’29, come credevo. Mi è stato spiegato che i conti dei negozi sono in rosso per tutto l’anno, mentre il venerdì dopo il Giorno del Ringraziamento — il venerdì che apre ufficialmente la stagione natalizia — comincia il mese d’oro per i commercianti: l’unico mese in cui i conti non sono più in rosso, ovvero in perdita, ma in nero — in pari. Di qui, Black Friday. 🙂

Mi sono tenuta ben lontana da postacci come Bloomingdale e Macy’s, evitando alzatacce e spintoni. Quando sei in una città in cui puoi trovare di tutto, perché scegliere la robaglia in serie proposta dalle catene, dico io? E poi questo tipo di shopping va fatto con cautela, altrimenti si corre il rischio di venir risucchiati dall’euforia del “50% off” e, invece di risparmiare, finisce che spendi il triplo di quello che puoi spendere. Ho scoperto che UNITED NUDE, un negozio di scarpe stratosferiche che avevo conosciuto ad Amsterdam — il designer è il figlio dell’architetto Koolhaas, lo dico per i miei Moviers architetti — ha una sede anche a New York. UNITED NUDE sta a me come Jimmy Choo stava a Carrie Bradshaw, fate conto.
La sede newyorchese ha pensato bene, per il Black Friday, a una sample sale. Ora vi devo parlare di questo fenomeno che ha preso piede negli ultimi tempi qui a New York, e che sicuramente fra 4 o 5 anni arriverà anche in Italia. Le sample sales sono delle svendite di campionario accessibili a tutti, non solo agli addetti ai lavori, come in Italia. Il brand fa sapere il luogo, l’ora, solitamente via internet, e ci si presenta — una specie di Let’s Movie dello Shopping, ecco. Il luogo di solito è un grande magazzino abbandonato, oppure un appartamento al trentesimo piano di un edificio a Midtown in cui pensi ci siano solo uffici… E lì trovi capi delle precedenti stagioni a prezzi irrisori e ti getti sul gettabile.

UNITED NUDE faceva una sample sale nel proprio negozio. Quando sono entrata, in una viuzza di SoHo, lontano dalla marmaglia di Prince Street, mi si è spalancato il firmamento delle calzature. Abbinamenti venusiani, materiali pregiati, tacchi dervisci… Dopo aver discosto lo sguardo da tanto bendiddio, lo porto sui prezzi. Il punto dolente. Dai 350 dollari in su. Del resto, con scarpe del genere, sospiro… A quel punto una commessa — un angelo nero disceso direttamente dall’Empireo di Harlem — mi si avvicina: “Le scarpe sono scontate all’80%. In più, c’è un ulteriore sconto del 20% per via del Black Friday”…. Questo vuol dire che le scarpe che tengo in mano, $375 di qualità fusa a creatività e follia, costano 60 dollari. Sessantadollari! Ho mantenuto un contegno nella gestualità — nessuna manifestazione di venerazione mariana, tranquilli — ma non ho potuto trattenere un preoccupato “You are not kidding, aren’t you?”. No perché con i sentimenti e con le scarpe non si scherza…

Naturalmente non potevo accontentarmi di un pezzo di paradiso. E ne ho portati a casa due. Due pezzi di paradiso che indosserò tre volte nella vita — specie a New York, in cui mi dicono che l’inverno, con la neve, si esce a stento con i moonboot, che non ho, figurarsi con la qualità fusa a creatività e follia… Ma poco importa. Al paradiso non si comanda. 🙂

Ma dicevo all’inzio… di black che vorrei parlarvi non c’è il venerdì, quanto questa città. New York City è una città nera. Il mio quartiere in primis, Harlem. L’unica bianca sono io. E vi assicuro che lo giro a tutte le ore del giorno e della notte. La popolazione è nera o latina.
Quando ero stata due settimane a Brooklyn, nel 2011, avevo casa in una zona della Brooklyn profonda chiamata Bushwick. Anche lì, nemmeno un bianco. Voi mi direte, sono tutti a Midtown Manhattan. O nell’Upper West Side. O nel Greenwich Village, o nel Lower East Side. E io vi dico, sì, in quelle aree ce ne sono di più. Ma non poi così tanti di più. Nella metro, mezzo plebeo per eccellenza che mi vede giornaliera frequentatrice, mi propone altri dati. Se in un vagone ci sono 20 persone — cerco di escludere i turisti, distinguibili lontano un miglio — di quelle 20 almeno 13-14 sono non-bianche — latine, asiatiche, di colore. E posso trovarmi alla fermata di Columbus Circle, o Penn Station o Times Square…
Vi sto dicendo tutto questo non perché io voglia i bianchi. Ma per illustrare lo stato oggettivo delle cose.

Mi sono posta la questione anche perché mi è capitato di vedere un documentario che vi prego di segnarvi, “13th”, di Ava DuVernay, il regista che girò “Selma”, il bel film rievocazione delle marce da Selma a Montgomery che dal 1965 segnarono l’inizio della rivolta per i diritti civili negli USA. Vi prego di segnarvi “13th” perché forse c’è più speranza che venga distribuito in Europa/Italia, che fatto circolare qui, visti i temi scottanti che affronta. “Tredicesimo” si riferisce all’Emendamento della Costituzione Americana, che abolisce ufficialmente la schiavitù per tutti i cittadini, “a eccezione di coloro i quali siano stati riconosciuti colpevoli di reati”. Se un individuo commette un crimine, non ha più diritto allo stato di libertà.

Il documentario è una riflessione sul fenomeno della “mass-incarceration”, una delle piaghe attuali di questo paese di cui noi, in Italia, non sappiamo nulla, e ancor meno, sembrano VOLERNE sapere qui. Sette detenuti su dieci sono di colore. Sette su dieci. E non perché sono colpevoli, ma perché non possono pagarsi la cauzione, oppure perché vengono convinti che il male minore sia dichiararsi colpevoli e scontare la pena, piuttosto che affrontare il male maggiore: assumere un avvocato, andare incontro alle spese legali, correre il rischio di non provare la propria innocenza e finire dentro per chissà quanto tempo. Il risultato è che ci sono le carceri strapiene di afroamericani/latini innocenti, che stanno covando una rabbia che potete immaginare, e che vengono sottoposti a tutta una serie di soprusi e maltrattamenti, che anche quelli potete immaginare.
Alla fine della proiezione, organizzata al College of Liberal Arts per conto di un’associazione per la difesa dei diritti civili, la Lang Civic Engagement and Social Justice, c’è stato un talkback. Sulla novantina di spettatori presenti, tre bianchi. Io e altre due donne, di cui una seduta al tavolo dei conferenzieri.
Ho chiesto come è messo il paese quanto a livello di consapevolezza del problema “incarcerazione di massa”. E il panelist, un attivista per i diritti civili, ha risposto, che il livello è bassissimo. Che da qualche anno a questa parte alcune associazioni come la loro hanno cominciato a parlarne, ma non è che la punta dell’iceberg del lavoro che c’è da fare per informare gli americani.

Ora, questo paese, dal 9 novembre, è nelle mani di un individuo dalle idee apertamente razziste. “Fra di loro [messicani, afroamericani, immigrati in genere] ci potranno anche essere delle brave persone…”, commenta Trump il Magnanimo, riferendosi a quelli. Come a dire che su 100 mele marce, una o due possono anche essere sane. Queste persone hanno per presidente un tizio che li disprezza e li considera melemarce. E non sono preoccupati tanto per lui, quanto per le leggi che proporrà.
La rabbia che vi citavo prima, che bolle nelle carceri, e nelle periferie, nella musica rap, e sui graffiti per strada, nei ragazzi che vedi sui marciapiedi, o negli uomini chiusi in un silenzio di ghiaccio nella metro, cerca di trovare sfogo positivo in campagne intelligenti tipo “Black Lives Matter” per i neri, e “Se puede” per i latino-americani — movimenti di cui in Italia, again, non sappiamo nulla e che sono molto seguiti qui. Ma quella rabbia c’è, esiste, è un fatto. E non potrà che aumentare, visto il nuovo Presidente Eletto. E questo dovrebbe fare terrore. Non l’ISIS.
Credo che l’America non si stia rendendo conto della bomba nera e bruna che si porta in pancia.

Ho fatto un pensiero, che confido alle vostre orecchie italiane, sperando che rimanga solo il frutto di una mia lugubre fantasia. Se tutti i non-bianchi di Manhattan trovassero un leader carismatico, un Malcolm X 50 anni dopo, che li incitasse e guidasse una rivolta o una sommossa come successe con i riots di Los Angeles nel 1992, che misero in fuga la borghesia bianca della città, se tutti i non-bianchi si unissero e rovesciassero questo sistema xenofobo dalla radice alle punte, la minoranza bianca verrebbe letteralmente spazzata via.
Faccio questo discorso razziale perché qui la questione non è cambiata dai tempi di Rosa Parks. Mi piacerebbe non farlo, essere politically correct come l’Intelligentia newyorkese vorrebbe, ma qui siamo ancora davanti a una questione di pura e semplice razza. Sono cambiati i modi, ma la questione della piccola supremazia bianca e della disparità di trattamento è evidente. Quando io mi muovo a West Harlem, il mio quartiere, mi sento al sicuro. Chiacchiero con la signora che mi dice “You look good today, sweetie. Wanna look even better?” e mi indica, furba, il salone di bellezza della figlia…. Alzo il pollice e rido quando corro e un vecchino mi dice “Keep goin’, babe, keep goin’”. Ma sento che c’è qualcosa di storto nella mia coscienza. Qualcosa che va raddrizzato.

Io credo che noi dobbiamo assumerci le responsabilità di chi ha agito male prima di noi. Le colpe dei padri ricadono sui figli quando i figli continuano a essere dei privilegiati dal Sistema. New York ti mette di fronte anche a queste realtà, ai privilegi che la Storia ha accordato a una minoranza di cittadini, e alle ingiustizie a cui ha esposto la maggioranza. Non so di preciso cosa si possa fare. Al talkback dopo il film, mi hanno detto di usare la mia “Whiteness”, e la mia “Italianness” e la mia penna, per far sapere del problema. Io lo faccio e lo farò.
E non smetto un solo secondo di ringraziare questa città che mi costringe a ragionare su questioni che vanno oltre il mio giardinetto. Come vedete, qui non è tutto tacchi UNITED NUDE…

Un altro film che ho visto — poco fa — all’Angelika Film Center, è “Lion”, di Garth Davis.
Saroo, bambino di 5 anni di una regione sperduta nell’India rurale, seguendo l’amato fratello, finisce per sbaglio su un treno. 2 giorni di viaggio, 1600 chilometri dopo, arriva a Calcutta. Non conosce nessuno, non sa una parola di bengalese, né è in grado di spiegare a nessuno quale sia il suo paese d’origine. Dopo dei mesi assurdi finisce in orfanotrofio e di lì in Tasmania (!) adottato da una coppia di australiani… Ma quel passato da “lost”, da perduto, lo perseguita, e decide, adulto, di ritrovare la via di casa…grazie a Google Earth… E’ una storia che ha dell’incredibile — o forse non poi così tanto…— e ha ridotto in lacrime una platea di Newyorkesi. Non male, farlo uscire intorno a Natale, il periodo dell’emotional… Cinismo a parte, è davvero un film toccante: tira fuori un tema archetipico, quello della perdita della sicurezza, della casa — intesa come luogo affettivo, più che fisico — e del ricongiungimento del figlio con la madre. Essendo un argomento così universale, un trauma così lacerante, tocca le corde di tutti — per questo, fiumi di lacrime tra NoHo e Little Italy.
Consiglio di vederlo anche per entrambi gli attori che interpretano Saroo bambino e Saroo adulto — il primo adorabile, il secondo, ancora di più… 😉

E anche per oggi, da Sugar Hill, è tutto. Ho aggiornato il Frunyc… quindi feel free to indulge, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88  🙂

E saluti, oggi, settimanalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Un film che sono stata lieta di recuperare al MoMA è “Zootopia”. Vedete un po’… In Italia i film d’animazione sono confinati ai cinema per le famiglie e alle sale commerciali — lo Smelly, appunto. Se non si tratta di Miyazaki, vengono ghettizzati — e persino lui, il Maestro viene ghettizzato. Qui, è il MoMA a proporlo — il MoMA, non il Messner Museum.
“Zootopia” segue la scia di Toy Story 3, in cui il primo dei buoni e degli insospettabili, è il più cattivo dei cattivi. Erroneamente tradotto in italiano con “Zootropolis” — il gioco di parole in inglese rinvia alla crasi Zoo+Utopia, la polis non c’entra un ficosecco! — il film racconta di quanto i sogni di ciascuno devono essere sempre perseguiti, ma magari non sono proprio proprio come ce li aspettavamo… Pur avendo l’utopia nel titolo originale, è un film realista nel messaggio che restituisce al pubblico, e attualissimo nella riflessione sulla paura come strumento di potere del governo. Ma è soprattutto un inno all’autodeterminazione: Judy, una coniglietta grande come un soldo di cacio, riesce a diventare ciò che vuole diventare — una poliziotta in un Quartier Generale pieno di elefanti ed emu e tigri.
Ma è l’idea di fondo che il “debole”, o il “considerato debole”, in realtà si scopra essere il più prepotente dei prepotenti, ad avermi conquistata…
Se l’avete perso nelle sale, vedetevelo in DVD o su Netflix. E’ davvero uno spasso, uno spasso smart… 😉

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