Posts made in dicembre, 2016

LET’S MOVIE NEW YORK CITY 307 – Fru From Far Off commenta STAR WARS – ROGUE ONE

LET’S MOVIE NEW YORK CITY 307 – Fru From Far Off commenta STAR WARS – ROGUE ONE

Flatbush Fellows,

Mercoledì mi ero preparata in assetto da combattimento — psicologico, niente molotov — quando sono andata in questo quartiere di Brooklyn che sta giù a sud. Molto a sud. Fate conto che per arrivarci impieghi un’ora di metro tonda. Un po’ come andare da Trentoville a Verona — mi meraviglio sempre, paragonando tempi e distanze… Flatbush sta sotto Prospect Park, persino sotto Bed-Stuy, il cui motto dice “do or die” — e avete già capito che ore sono… Credevo di trovare il classico environment da Bronx pre Jenny-from-the-block (!), suburbia spinti con i gatti macilenti e cattivissimi che frugano i bidoni della spazzatura cercando di non farsi vedere dai senzatetto, macilenti e cattivissimi più di loro. Poi ci sarebbe stata una volante di cops, ma lontanissima da me, così da farmi sentire in balia degli eventi. Poi naturalmente dello spaccio in bella vista e un paio di All Stars appese per i cordoni ai fili dell’elettricità. E una sensazione di pericolo che ti alita sul collo e che ti fa pentire di essertene andato fin laggiù, quella sera di dicembre in cui avresti potuto benissimo startene a casa, nella tua dolce Upper Manhattan.

Sono partita con questo armamentario nella mente. E tutto per andare al Sycamore, un pub che il mercoledì sera tiene un reading in cui alcuni scrittori più o meno noti della città — più meno che più — si ritrovano per leggere le loro cose.
Dopo un’ora abbondante di metro, arrivo. Ma ad accogliermi non ci sono gli slums, Sesto San Giovanni e Torbellamonaca, Marghera e Melta di Gardolo. La subway mi partorisce in una specie di villaggio da Louisiana di fine ‘800. Tutte casine coloniali con portico e dondolo, e tanto di decorazioni natalizie. Un tripudio di bianco e colori pastello — azzurro polvere e rosa cipria. Il giardino davanti, la station wagon nel vialetto. Cacchio ho sbagliato metro e sono finita in qualche lato del Jersey in cui le donne cucinano ancora i muffin e li portano a spasso in cestini con le tovagliette a quadretti, mi dico…. Invece no, per una volta, niente errori logistici! Sono nel posto giusto. Quello è Flatbush e non c’è teppaglia e sterpaglia. Solo io e dei luoghi comuni.

Il Sycamore non è stato nulla di che. Il reading si teneva nel “Lodge”, una specie di serra annessa al locale, con le pareti non-pareti di nylon. Io ho passato tutto il tempo con il terrore che la stufa a gas che svettava in mezzo alle non-pareti potesse innescare qualche reazione strana, tipo bruciare tutto l’ossigeno e noi pubblico e loro lettori morire soffocati senza accorgercene. Oppure incendiati. O sciolti insieme al nylon, you’ll never know. Non è successo nulla di tutto ciò ovviamente, ma l’odore di pino, birra, letteratura annacquata e marasma di avventori mi ha fatto scappare appena l’evento è finito. Mentre raggiungevo la metro e mi chiedevo, ancora, se quella era veramente New York, ecco che ho la conferma che sì, quella è New York. Un ragazzo, non avrà avuto più di tredici anni, sta appollaiato sopra il semaforo pedonale. Sì, SOPRA! Seduto pacifico tra i due display con il pedone stilizzato Walk e la manina Stop. E i suoi amici giù di sotto lo incitano e lo fotografano. You’re fu*king nuts, se la ridacchiano. Me la ridacchio anch’io, e anch’io lo fotografo.

Potranno anche esserci le case bene e le luminarie alle finestre e i muffin nei cestini quadrettati, ma in fondo, la cosa di Flatbush che mi è piaciuta di più, è stato il tredicenne che sfidava la legge (di gravità). The traffic-light teenager… Molto meglio delle All Stars appese ai fili dell’elettricità e le casette coloniali…

Ma veniamo a noi, cinematograficamente parlando. Questa è la settimana di Star Wars – Rogue One di Gareth Edwards. Un midquel, termine che imparo insieme a voi. Il midquel si piazza tra il prequel e il sequel (!) — logistica cinematografica — ovvero, i fatti di questo Star Wars si ambientano prima del IV Episodio (“Una nuova speranza”) e dopo il terzo (“La vendetta dei Sith”), cioè prima della Principessa Leyla e di Darth Vader — scordammuce ‘o passasto, quinni. Io ho impiegato tre quarti di film a capirlo, ma come dico sempre e ormai lo sapete, io ho i miei tempi bradipi. Voi siete molto più gazzelle di me…

Riguardo ai tempi di percorrenza, lasciatemi subito dire. E’ troppo lungo e troppo diesel. Impiega troppo a decollare, e quando è lassù in cielo, per le galassie lontane lontane, c’è troppa action, troppo poco detto. Per chi di Star Wars ama il coté filosofico — spero che un giorno qualcuno scriva una sorta di studio epistemologico sull’opera starwarsiana se ancora non è stata concepita— per chi insomma s’interroga sui grandi quesiti tra “being a Sith and being a Jedi, this is the question”, il film non è molto innovativo, né intrigante. C’è una discreta storia inventata ex novo, questo sì.
Jyn Erso è la figlia di Galen Erso, un ribelle costretto dall’Impero alla costruzione di un’arma di distruzione di massa nota come la Morte Nera — vi ricorda qualcosa?? Dopo la perdita della madre, e 15 anni passati credendo che il padre fosse morto, Jyn incontra un pilota disertore che le consegna un messaggio segreto — e questo, cosa vi ricorda?? — proveniente proprio da Galen. Insieme al capitano Cassian Andor — che non assomiglia affatto a Han-Solo…— e al suo droide imperiale — che non è affatto una versione meccatronica tra Chewbecca e R2D2 — la ragazza parte alla ricerca del genitore e di una speranza di fermare i piani malvagi dell’imperatore Krennic…
Il fatto è, Moviers, che sa tutto di dejà-entendu. Un deja-entendu a metà — c’è qualcosa di più frustrante?! L’inizio ti dice “A long time ago in a faraway Galaxy”, ma la scritta non scorre nel modo in cui siamo abituati (sigh), e la colonna sonora, almeno all’inizio, è un’altra. Poi però, quando a un certo punto compare lui, il nostro amore-dolore Darth Veder —che amiamo e temiamo come mai personaggio nella storia del cine — allora lì la colonna sonora è quella di sempre, quella che ci fa impazzire tutti, e anche nel finale è quella che ci fa sognare Luke Skywalker e la Principessa Leyla e Yoda.

Diciamo che il macro tema della ribellione costruita sulla speranza e della convinzione nella Forza c’è anche qui — “the Force is in me, I am one with the Force” ripete come un mantra l’orientale cieco che crede nella Forza… Ma è più banalizzato, o forse ridotto ai minimi termini. Non so se ricordate il momento in cui Mastro Yoda — lodato sempre sia — spiegava a un giovanissimo Luke i fondamenti della Forza e la sottile differenza fra Sith e Jedi… Ecco, in Rogue One, non abbiamo nessuna riflessione sulla grammatica. Abbiamo solo il parlato, tradotto in azione… Battaglie intergalattiche spettacolari — e interminabili — e panoramiche di paesaggi tra l’Islanda e la Nuova Zelanda —comunque un posto in –anda — che ti fa sentire orgoglioso del mondo in cui vivi: il mondo in cui vivi ospita posti così. It’s a damn hot thing of a world allora! E va bene, apprezziamo anche il fatto che il regista voleva fare una cosa a sé stante, un episodio slegato dagli altri e che desse (dasse??) il via a una serie tutta nuova, made in Disney. Però non posso non pensare che, appunto, questa sia un’altra cosa. Non è Star Wars. E cerchiamo di essere lucidi e di non eccitarci tutti — come ci eccitiamo — quando sentiamo quel meraviglioso suono roco di respiratore automatico e vediamo quel light-saber scrivere capolavori fluo intorno a sé, o quando sentiamo ripeter battute leggendarie — “I have a bad feeling about that”… “The rebellion is built on hope”… Cerchiamo di non lasciarci obnubilare dall’emotività nerd. Rogue One non è come leggere “Dalla parte di Swann” di Proust. Non è un capitolo di una saga, scritta dalla stessa mano. Se a uno scrittore contemporaneo piace la storia della Monaca di Monza e decide di farci una serie tv con Gertrude che tradisce Egidio con il fratello della Madre Badessa, mentre Lucia si occupa di aggiornarle il profilo Istagram, capirete che quello NON è “I promessi sposi”… E l’effetto è completamente diverso. Rogue One non avrà mai lo stesso effetto su di noi di “Guerre stellari”, “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi”. Se l’obbiettivo è quello di fare multi milioni con gadget e ingressi al cine, benissimo, facciamolo. Ma mettiamo l’opera su un altro scaffale rispetto alla storica trilogia. Star Wars, Episodio III, VI e V accanto a Odissea e Iliade. Rogue One vicino a Ken Follett… e badate, io ho molto letto e apprezzato Ken Follett. Ma Ken Follet non è Omero…

La letteratura e il cine sono luoghi di libertà per eccellenza. Non c’è nulla di più sconfinato e selvaggio della creatività, e quindi via libera a rivisitazioni, prequel, sequel midquel e tutto -quel che vi pare. Però non si confondano i classici.
In Rogue One, io non mi sono affezionata nemmeno un po’ a Jyn — non le sono stata alle calcagna, non ho sofferto con lei, non sono stata lei, come mi era capitato con Han-Solo. La stessa freddezza vale anche per il lato entertainment. I primi tre Star Wars, gli storici, erano grammatici ma anche comici. Si rideva! Qui, ragazzi, non s’è scucito un sorriso. Allora che fine fa l’entertainment? Se togli anche a quello, oltre alla parte filosofica, e al romance — e grazie a Dio non c’è il romance tra Jyn e il capitano, ci mancava anche quello — allora, cosa mi rimane? L’avventura in sé? Ma se poi sarà seguita da altri episodi indipendenti e a sé (loro?) stanti, come ci è stato detto e ridetto, allora, what’s the point?

In più ci sarebbe un’altra questione spinosa che non vorrei aprire, ma che tuttavia apro. Uno dei cattivoni di Rogue One è il generale Tarkin, che compariva già nel primo film della saga, interpretato dall’attore Peter Cushing. Cushing però è morto nel 1994. Le sue sembianze, in Rogue One, sono state ricreate al computer. Questa decisione ha scatenato un inferno di polemiche. La questione non è minore. Come ci comportiamo davanti a questi dilemmi di cin-etica biologica? E’ corretto usare le sembianze di un attore morto? Se sì, in quale misura, e a chi bisogna chiedere il permesso? Agli eredi? Bisogna pagarli? Chi si prende la responsabilità della qualità della sua recitazione? Non è una questione da poco, se ci pensate. Visto che la computer grafica può letteralmente far resuscitare i morti, dobbiamo anche aspettarci di rivedere Brando, Dean, la Monroe e la Magnani, Seymour-Hoffman e Heith Ledger?
Non volevo avventurarmi in questo dedalo cibern-etico, ma credo sia uno dei prossimi argomenti con cui il cinema dovrà fare i conti.

E anche stasera è tutto. Aspettavo la lettura critica del nostro WG Mat, ma gli abbiamo accordato il giorno libero — è pur sempre Natale. 🙂 Quindi check back la settimana prossima: il Maelstrom sarà tutto suo. 😉

E questo Maelstrom è tutto mio: vi racconto una storia di straordinaria amministrazione newyorchese… 😉

Come avete notato, non ho fatto molte scene per via del Natale. Sia perché per voi in Italia è già passato — e sì, Moviers, anche quest’anno siete sopravvissuti, good job! — sia perché se ne fa già un gran parlare… E poi, dovessi anche parlarvi del mio Christmas qui, avrei bisogno di un altro pippone… Ed è meglio che vi lasci al vostro Boxing Day invece :-).

Vi invito come sempre a visitare il Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88  — btw, mi fa molto piacere che mi commentiate gli scatti! Ringrazio i Moviers e le Moviers, sparsi e sparse in tutta Italia, che prendono la briga e il tempo e lo fanno… Special creatures you are… 😉

E ora vi mando dei saluti, stasera, meridionalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come vi dicevo, la straordinaria amministrazione newyorchese… http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2016/12/22/al-piccolo-cafe-si-cucinano-talenti/

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LET’S MOVIE 306 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 306 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

Mispancio Moviers

dalle risate quando New York mi spiazza così. Venerdì è arrivato. E’ arrivato il freddo. Quello autentico. Nero come la notte e vivo come la vita. Quello che non ti fa respirare se non hai qualche forma di riparo davanti alla bocca per filtrare l’aria e scaldartela un pochino. Quello che se decide di mettersi in combutta con il vento, sei spacciato.
Il vento. Per dieci secondi fa il diavolo a quattro e ti spazza come se dovesse ripulirti da capo a piedi. E’ un vento gelido, come mai ne ho provati, se non quando venni qui negli anni scorsi. E dopo dieci secondi di diavolo a quattro sparisce per tre. E in quei tre secondi tu ti rendi conto di quanto sia benedetto il mondo senza vento. Tutto tranquillo, vivibile. Quando ti stai per abituare all’idea, e ti coccoli con il pensiero “ok è passato”, ecco che riprende. Lo shock fisico si aggiunge allo smacco morale — me l’ha fatta un’altra volta. Screwed!
Non ero pronta, naturalmente — non lo sono mai. Uscita di corsa con un paio di guanti mingherlini e quando sono a Central Park, capisco che le dita non vanno bene. Cerco di muoverle tutto il tempo, ma non è che hai molto margine di movimento mentre corri con un cellulare in mano…
Quando arrivo a casa, la faccia bordeaux e le orecchie finite chissà dove, cerco di allontanarmi mentalmente dalle mie dita: non vuoi sentire i diavoli ballare la rumba all’interno delle tue falangi. E sono rimasta così, cercando di ignorare quel dolore potente che solo chi l’ha provato può capire. I diavoli hanno ballato mezz’ora. Io ho aspettato, maledicendomi tutto il tempo.
Quella sera, a un evento nel West Side raggiunto con grande coraggio, mi dicono che fa meno 12 gradi.

E ieri mattina sento che qualcosa non quadra. Troppo silenzio. Come a Trento, quando nevica, c’è uno strano silenzio. Vale anche qui. Mi affaccio e whaddafa*k, nevica. Per strada ci sono già cinque sei centimetri. Allora aspetto. Mi hanno insegnato che a New York vale la regola del New England: if you do not like the weather, wait five minutes. Ne ho aspettati un po’ di più…Ma poi ha smesso. I fiocchi si sono trasformati in drizzle, e il manto bianco in pantano. Io mi sono avventurata fuori — cosa siamo qui a fare sennò, la calza?? Nel giro di un paio d’ore la temperatura si è alzata di brutto, e la neve si è sciolta. Mi sono messa a fare quello che da un po’ avevo in mente di fare. Prendere le misure di questa città.

Vedete, la metro falsa le distanze. Ti fa credere che da qui a là ci siano miglia e miglia, quando invece non ci sono che dieci minuti di passeggiata.
Ho capito che da Central Park sud (altezza 59esima strada) al Greenwich Village (Washington Square, per capirci, altezza 8ava strada), ci sono tipo quaranta minuti a passo svelto. Certo, le condizioni ieri non erano proprio ottimali, ma tant’è. Lo stesso ho fatto dopo aver visto “Neruda” al Lincoln Center, 66esima Strada — “Neruda” è il film di oggi. 🙂 Da lì, ho camminato su e su e su e su per tutta la Broadway e sono arrivata a casa mia, 150esima strada. La temperatura si era alzata e passeggiare era come passeggiare dentro un film.

New York deve ancora perdere quest’aurea cinematografica per me. I diners che passi, con dentro il bancone, e seduto al bancone l’uomo solo che affoga i dispiaceri in una tazza di brodaglia, oppure il gruppo di amici un tavolo rotondo che chiacchierano e che potrebbero essere Friends di passaggio dopo il Central Perk… Stamane, visto che non volevo ripetere l’esperienza dei diavoli nelle falangi, mi sono bardata con strato e doppio strato di tutto, prontissima per la corsa contro il freddo. Ecco, esco di casa, e un phön che potrebbe benissimo spirare dritto da Tripoli, m’investe, mentre la radio mi dice che ci sono 57 Fahrenheit — tipo 14 gradi. Io scoppio a ridere, perché non ne azzecco mai una! E perché New York mi spiazza sempre. E’ la creatura che mi frega più di tutte quelle che io abbia mai contrato, umane incluse. Mi testa in continuazione. E’ sempre un passo più avanti di te, ma non è cattiva. Si gira, ti guarda, sorride un po’, come a dire “vieni?”, con quello sguardo a cui non puoi oggettivamente resistere, e tu cosa puoi fare se non correrle dietro? Le corri dietro. Questa città è quello che è — frenetica, pazza, adrenalinica— perché ci sono 8 milioni e mezzo d’innamorati che le corrono dietro. Ed è un po’ come la vita: te ne fa capitare di tutti i colori, ti fa arrabbiare, e imprecare anche, ma poi ti porta un vento africano in mezzo al gelo natalizio. E ti guarda con quell’aria innocente, e tu ti sciogli. E sì, cominci a correrle dietro — nel vento subsahariano, nella pioggerella tiepida, e who cares about the wrong outfit…

Ero al Lincoln Center ieri per vedere “Neruda”, di Pablo Larrain. E sono contenta perché so che al momento è dal Mastro e quindi siamo ufficialmente in sync! Mi è capitato questo, durante la visione. Per metà buona del film — forse anche un po’ di più — ho litigato con il regista. Ma checcavolo, decidi di fare un film su Neruda, il Poeta di tutti i tempi, di tutti mondi. Il Poeta forse più conosciuto, letto, abusato, scimmiottato ma senza alcun dubbio amato del ‘900, e ne tiri fuori un film così noioso? Tutto il tempo a litigare non è un bel guardare, converrete con me. Poi però, piano piano — sono lenta, lo sapete — ho capito dove voleva portarmi. E mi ci ha portato — Larrain 1 Board 0.

Partiamo con il dire che la storia che “Neruda” racconta è inventata. Il contorno è vero — 1948, Cile, Neruda è costretto all’esilio per sfuggire al governo di Gabriel Gonzalez Videla, presidente filo-americano e anti-comunista. Il plot proposto è un’invenzione larraniana — per sfuggire alla cattura, Neruda deve depistare Oscar Peluchonneau, l’ispettore di polizia che Videla gli mette alle calcagna. Il film è sostanzialmente una caccia-al-ladro: Lupin Neruda sfugge a Zenigata Peluchonneau. Questa trama non è che un pretesto di cui Larrain si serve per fare un film “nerudiano” non “su Neruda”: Neruda crea il personaggio dell’ispettore — così come tutto ciò che crea nella sua poesia. E’ come se il Poeta fosse il Dio che partorisce l’uomo che gli dà la caccia… Ed è come se questa creatura, a un certo punto, prendesse consapevolezza e vita propria — il mostro creato dal Dr Frankenstein?? — e rivendicasse la propria esistenza, il proprio diritto a esistere.

“Neruda” è un film sottilissimo, per spettatori che sanno apprezzare uno stravolgimento delle regole classiche del biopic, in cuj il regista rispetta un patto di verità, o per lo meno di verosimiglianza, nei confronti della vita del personaggio storico che racconta. Larrain sovverte lo schema e realizza un film di finzione su un personaggio vero, ricorrendo agli stilemi del noir americano anni ’40. Inoltre inserisce il rapporto onirico tra carnefice e vittima in una cornice assolutamente realistica — quella del Cile in dittatura di quegli anni. E più il film progredisce, più ti rendi conto del piano del regista: fare del film una creazione uscita dalla mente di Neruda, e non già un film su di lui. Non scordiamoci che Larrain è nelle sale anche con “Jackie”, di cui abbiamo parlato due settimane fa. Il biopic è senz’altro un genere che lo affascina molto e che gli permette di scardinarne le basi classiche. Anche “Jackie” non segue le regole. Invece che costruire un quadro chiaro della persona e della personalità di questa donna, ci restituisce una figura piena di contraddizioni, ambigua. E noi usciamo dalla sala con moltissimi dubbi.
Lo stesso dicasi per “Neruda”. Alla fine chi è Neruda? Il grande cantore del mondo moderno, oppure un dissoluto a cui piaceva correre dietro alle donne? Oppure un egocentrico tale da arrivare a creare la sua stessa nemesi pur di sconfiggerla e vincere? Oppure un semplice esule, come un po’ tutti i poeti? Ed è interessante notare come i due biopic, in fondo, non raccontino la Storia, ma la interroghino. Chi erano questi personaggi? Larrain, con i suoi film, sembra dirci che non è più possibile realizzare biografie che diano una visione monodimensionale o univoca del personaggio, o una semplice resa cronachistica degli eventi. E’ come se la sua cinepresa frantumasse lo specchio dentro cui la Storia ha sempre proiettato l’immagine di queste figure di spicco. Larrain ci propone un’altra prospettiva.
Bravo, gli ho detto, dopo averlo tanto rimbrottato. Però c’è un però. “Neruda”, così come era stato “Jackie”, è un film freddo. E’ celebrale, esce dritto da un piano programmatico, è scritto con il bisturi. Se da un lato questo mi lusinga molto — come ogni operazione dell’intelletto — dall’altro manca di quella parte calda, palpitante che ogni forma d’arte deve contenere. Se non la contiene, what’s the point in enjoying any art?

Quindi consiglio Larrain per gli intenditori, per quelli a cui piace il metalavoro che un regista può attuare consapevolmente su un genere. E’ un film un po’ per secchioni, ecco… Per questo lo dico a voi, Moviers. In fondo voi siete quelli che collezionano i Cahiers du Cinéma sin dal 1951, no? 🙂

Ecco, mi sembra di avervi detto non-tutto anche per oggi — ogni volta che devo salutarvi mi sento assai frustrata perché ho la lista di cose a cui non ho nemmeno fatto accenno che mi preme sul groppone…

Come sempre ho aggiornato il Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88. Purtroppo non sono stata in grado di scattare nessuna foto al Whitney Museum per via del freddo di venerdì sera — l’idea di togliere due paia di guanti e sfidare il vento dell’Hudson per fotografare il palazzo di Renzino Piano mi è sembrata semplicemente impraticabile. Però ho fotografato una foto di Madonna che più bella di così non si poteva…  Ritornerò senz’altro nel Meatpacking District, dove il nuovo Whitney si trova… e magari rimarrò anche più impressed dalle nuove mostre, visto che questa, be’ insomma, anche no… http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2016/11/18/dreamlands-il-mondo-dei-sogni-in-mostra-al-whitney/

Nel Maelstrom vi mando un articolino, se vi piace l’arte al cine… E un altro cine-regalo che vi consiglio di non perdere… Direttamente dal Fellow Lumière 🙂

E ora saluti, spiritosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Po’ ‘nteressà? 🙂
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2016/12/16/art-stars-on-screen-at-casa-italiana-nyu/

Questo di sicuro… https://www.youtube.com/watch?v=bF2cBloiYT8
E’ un corto rimusicato da quei talenti dei Radio Days, che scovano — God knows how — tutte queste perle dal passato e ce le restituiscono, corredandole di musica… We are so damned lucky, Fellows!
Grazie Lumière!

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LET’S MOVIE 305 NEW YORK CITY – Fru from Far Off

LET’S MOVIE 305 NEW YORK CITY – Fru from Far Off

Faint-hearted Fellows,

No, New York non è città per deboli di cuore, né per deboli whatsoever. Nemmeno per vecchi —per buona pace di Tarantino e di McCarthy prima di lui— ma in qualche modo, se hanno abitato qui per tanti anni si sono abituati, hanno costruito l’armatura che permette loro di sopravvivere. Di sicuro non è una città a misura di ruote — sedie a rotelle, deambulatori, passeggini, carrozzine. Tutto quello che deve passare sopra il cordolo di un marciapiede oppure che necessiterebbe una rampa al posto di una scala, è tagliato fuori. Nella metro gli ascensori e le scale mobili sono un lusso concesso solo a fermate dai nomi cinematografici — Penn Station, Grand Central, Times Square, Columbus Circle. Per il resto, gambe in spalla. E se di gambe vi avanza un moncherino, magari guadagnatovi in qualche guerra, sul Mekong o in Kuwait, o anche solo da un qualche incidente, allora fareste meglio a valutare un trasferimento — possibilmente non a Los Angeles perché lì, i mendicanti, li (cal)pestano. No, niente animi troppo teneri.

Ci sono un numero innumerevole di persone a cui basterebbe giusto un po’ di assistenza psicologica, ma che, i balia di loro stessi e dei loro demoni, finiscono per diventare i matti della metro. Quelli che parlano da soli, disegnando nell’aria chissà quali architetture con le loro braccia troppo secche, o troppo grasse. L’altro giorno c’era un uomo impalato sul marciapiede, lo sguardo perso nel vuoto. Il bianco degli occhi, giallo — un uovo impazzito. Io passavo di corsa. Mi sono fermata e sono tornata indietro. Era immobile come una statua. Completamente perso in chissà quali mondi. “Everything all right?”, ho domandato. Chissà perché ai senzatetto sdraiati per terra non chiedi nulla e a questo invece ho chiesto everything all right. Forse perché pensi che dormano — scacciando dalla mente il pensiero che il tipo di sonno che dormono sia un altro. Ma con lui, in piedi e immobile, non ho potuto far finta di niente. Non si è nemmeno girato dalla mia parte. Non mi vedeva e non mi sentiva. Mentre mi allontanavo, e lui rimaneva lì impalato, mi sono chiesta per quanto sarebbe rimasto lì, se qualcuno l’avrebbe portato da qualche parte prima o poi, se la giacca strappata una volta non lo era e a quale uomo apparteneva. Un altro, nella metro — fonte inesauribile di vita allo stato metropolitano — continuava a ripetere “My Mary, where is my Mary My Mary where is my Mary My Mary where is my Mary”.
La gente passa, lo sente o non lo sente, cammina via, di fretta. Anche lì, a chiedermi ma chi sarà Mary? Dove sarà? Cosa gli avrà fatto? E anche Mary starà pronunciando il nome di lui senza sosta?
Queste persone non si trascinano solo per gli interstizi della città, ma sono ovunque. Li trovi ovunque. Ricordate qualche anno fa la trasmissione di Marco Berrì, “Gli invisibili”? Ecco, no, loro non sono invisibili: sono visibilissimi. Quindi no, Fellows, niente deboli di spirito per New York, città d’elezione e di selezione, con la sua catena evolutiva nella quale gli anelli deboli trovano posto laggiù, in fondo.

Però New York è anche la sede del Palazzo di Vetro. E perdonate se faccio ancora dell’autobiografismo — ormai ci sarete abituati, dopo 6 anni di me e un mese di me newyorkese. Mi è capitata l’occasione di entrare nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che qui chiamano UNGA, United Nation General Assembly. Per capirci, è quella in cui si riuniscono i rappresentanti di tutti gli stati membri. E’ quella con la moquette verde per terra, i banchi a ferro di cavallo che abbracciano il grande leggio al centro, da cui tante volte Kofi Annan ha parlato, e Ban Ki-moon dopo di lui. Mi è capitata la fortuna sfacciata di salire lì sopra. Davanti alla parete dorata, sotto il grosso tondo della bandiera dell’ONU, con il mondo sopra e i due rami di ulivo sotto. E lì, sì, in quel momento mi sono tremate un po’ le gambe. Perché lì, bene o male, si decide del mantenimento della pace e della sicurezza del mondo. In una sala dalla moquette verde, e dal nulla di speciale, si sono prese decisioni che hanno fatto la storia. Ed è un posto “normale”, in sé. Niente affreschi, niente modanature né barocchi-roco-rococò. Eppure è un posto speciale. Fa parte della geografia etica dell’umanità — ben più importante di quella politica. Così come speciale è il Consiglio di Sicurezza, quello con le poltrone azzurre e rosse, dove si delibera su tutti gli atti di aggressione o di minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Lì non ho potuto accedere alle sedie e al tavolo centrale — è consentito solo ai sederi di quelli che vi si siedono— ma la sensazione è stata quella del “qui si riunisce il mondo e vengono prese decisioni che riguardano il mondo”. Il mondo. Oggi siamo abituati a parlare di globalità per via di internet. Ma scordiamo di pensare a quelli che operano in queste istituzioni. Che cooperano. Vedere quelle due sale vuote, i funzionari ormai pronti ad affrontare la sera newyorkese, pensare che c’è questa macchina trasparente che cerca di far funzionare le cose, nonostante tutto, fa provare un senso di appartenenza, e non già a un paese, a una specifica nazione, ma a un’idea. E questo mi ha portato all’Europa, a quanto sia frammentata e divisa. E questo perché consideriamo l’Europa solo come un oggetto economico — per altro difettoso — e abbiamo smesso di considerarla come un’idea, un’idea comunitaria con delle radici culturali comunitarie.

Oh ma qui sto facendo della politica internazionale invece di parlarvi di un film che andrete a vedere perché vincerà tra i quattro e i cinque Oscar in febbraio. “La La Land” di Damien Chazelle — il regista di “Whiplash”. Dunque parto con il dirvi che è un musical. Forse non lo sapete, ma io tendo a evitare il musical. O meglio, i film con il musical dentro. Se voglio vedere un musical vado a Broadway — e ora lo posso pure fare! — nel senso, se voglio vedere un musical, vado a teatro. Non vado al cinema. E’ come vedere il teatro in televisione. Ci sono certe forme d’arte che hanno bisogno del loro ambiente, altrimenti perdono la magia. Secondo me il musical sullo schermo perde la magia, ma questa ovviamente è un’opinione.
Con “La La land” ho superato il pregiudizio per vari motivi. Fu il film d’apertura della Mostra del Cine di Venezia. La sala gremita di vips, veri e presunti, mentre noi plebe, vera e vera, rimanemmo fuori. Ricordo che un’orda di critici, di solito molto composti e seriosi, uscì dalla sala con i lucciconi agli occhi e le gambe ballerine. Il titolo mi s’impresse in testa, e lì è rimasto, fino a l’altro ieri, quando lo vedi al cinema Regal di Union Square.

Los Angeles, i giorni nostri. Mia è un’aspirante attrice che serve cappuccini e sogna d’imbroccare il provino giusto che la farà sbarcare finalmente nel mondo del cinema. Sebastian è un pianista jazz con una passione da purista del jazz che sogna di aprire un locale tutto suo in cui suonare jazz, puro jazz. Ma nel frattempo sbarca il lunario suonando canzoni natalizie nei pianobar. I due prima si scontrano — classico odi-et-amo — poi s’incontrano. E scocca l’amore. Sebastian e Mia si supportano l’uno nell’altra nelle reciproche ambizioni: Mia scrive un one-woman show per se stessa, Sebastian cerca il modo di mettere in piedi il suo locale. Un anno, scandito dai capitoli inverno-primavera-estate-autunno passa nel più roseo dei modi, ma poi la vita ha sempre il modo di mettere i paletti fra le ruote dei sogni. Forse Sebastian dovrebbe essere un po’ meno purista e accettare di suonare in una band più commerciale, e assicurarsi uno stipendio fisso, provvedere a Mia… Forse Mia non è poi così brava come crede — o invece sì? E i due prendono due strade diverse…. Ma se però ricorressimo allo stratagemma “Sliding doors”, e se quel giorno in cui Mia e Sebastian si fossero “incontrati”, invece che “scontrati”, le cose, come sarebbero andate? Rimango vaga perché non voglio in alcun modo rovinarvi la sorpresa di un film che è una sorpresa continua, una festa per gli occhi, gli orecchi, le gambe e l’animo. Pur avendo cucito una trama intrisa di sentimento — e di sentimentale, in molte parti — Chazelle non crede agli happy-ending, pur regalandocene uno, attraverso una delle lezioni più difficili che la vita t’insegna, e che insegna ai suoi personaggi: se vuoi una cosa, e la vuoi a tutti i costi devi essere disposto a sacrificare tutto, anche l’amore, anche chi ti sta accanto. Non è il solito rockybalboismo — la filosofia per cui se insisti, ce la fai. Chazelle punta il riflettore sulla malinconia che la realizzazione della propria vocazione genera. E questo è un tema che sta particolarmente a cuore del regista trentunenne — ebbene sì, trentunenne. Anche in “Whiplash”, il protagonista sacrificava tutto, tutto tutto tutto, pur di riuscire a farcela nel jazz. Qui i personaggi sono due, e c’è l’amore di mezzo. Ma la tristezza del perdere X nella conquista di Y è parte integrante anche di questo suo ultimo film. Se a questo bel cruccio esistenziale aggiungete musiche coinvolgenti, coreografie — specie quella corale, magnifica, con cui il film si apre — ironia tra i due innamorati, romanticismo q.b. e una bella intesa fra i due attori, avreste già molto per cui essere contenti. A tutto questo aggiungete un altro ingrediente vincente: “La La Land” trasuda cinema da tutte le parti. Non mero citazionismo. Il film ha il sapore del cinema anni ‘40 e ’50 pur essendo ambientato nei giorni nostri. Fa rivivere i luoghi dei classici, come l’Osservatorio Griffith di “Gioventù bruciata” facendo entrare —letteralmente — i suoi protagonisti in quei luoghi, in quel’Osservatorio. Utilizza certe pratiche note al musical: come quella di marcare il passaggio del tempo e delle stagioni, con certi cambiamenti che alludono a crisi socioeconomiche —come per esempio la chiusura di una sala cinematografica, un tempo considerata di culto.
Se guardiamo alla scelta di Chezelle da una prospettiva più ampia, ci rendiamo conto che non è l’unico ad aver sentito lo stimolo di guardare a una certa Hollywood cinematografica dei good old days. Vi ricordate il Premio Oscar “The Artist”, qualche anno fa? Azavinicius non aveva forse fatto esattamente la stessa operazione?
Un’ultima cosa prima di lasciarvi andare al cinema a vederlo. Ricordatevi che Ryan Gosling, il mio Ryan Gosling, non è un ballerino. Si sforza e ci prova, e se la cava anche, qua e là. Ma non è Gene Kelly. Non è “Singing in the Rain”, “Un americano a Parigi”… Insomma, è un po’ goffo, qui e là. Ma è pur sempre divino quando recita. Quindi gli perdoniamo anche un po’ di rigidezza e clumsiness…

E ora Moviers, s’è fatta una certa qui a Sugar Hill… Ho aggiornato il Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88  e vi ho lasciato un pensierino per gli amanti di David Lynch 😉
Ora vi mando saluti, cardiacamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per tutti gli amanti di Lynch, artista e regista 🙂
http://www.lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2016/12/07/david-lynch-una-vita-fatta-darte/

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LET’S MOVIE 304 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 304 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

Micromondo Moviers,

L’America mi regala una quantità di dubbi quotidiani che sto considerando l’ipotesi di ritirarmi in una botte come il filosofo scorbutico Diogene e da lì meditare a tutte le risposte su cui non faccio in tempo a meditare — quanto al capitolo “Il tempo nella città senza tempo”, rimando a un saggio di prossima stesura che quando avrò TEMPO scriverò. Uno di questi dubbi è. Ma com’è che nella città emblema dell’occidentalità, del progresso, del capitalismo. In una città in cui il primo dei senzatetto ha l’ultimo degli iPhone e in cui lo spreco è talmente diffuso da farmi credere che sia protetto da qualche emendamento della Costituzione. In una città così, com’è possibile che la lavatrice sia considerata ancora oggi un elettrodomestico di lusso, e che possedere una Zoppass in bagno equivalga ad avere un Cayenne in zona Brera?

Visto che qui le cose stanno così, i comuni mortali che non vantano alcuna Zoppass, hanno due possibilità. O un laundromat più o meno vicino casa in cui andare a fare il bucato — con questa abitudine siete entrati in contatto attraverso tutti i film con tutti i personaggi comuni mortali che vanno a fare il bucato “all’angolo”. Oppure, se il comune mortale è fortunato, ha la zona lavanderia nell’interrato del proprio condominio. Ecco, io sono una comune mortale fortunata e non devo andare all’angolo. Mi basta premere G sulla tastiera dell’ascensore e dal quarto piano arrivo direttamente in lavanderia.

L’altro notte però, anziché premere G, ho premuto la B di Basement. Era la prima volta che mi serviva la lavanderia, non avevo dimestichezza. Naturalmente era mezzanotte — quando fai il bucato a New York, “la città senza tempo” se non a mezzanotte?? E sono finita chissadove — Dunnowhere. Dunnowhere è un luogo il cui pavimento è tutto storto, come se, sotto il linoleum color blu velvet, ronfasse un qualche animale preistorico e tu gli camminassi ora sulla colonna vertebrale ora giù per il coppino. Mi sono inoltrata in questo posto credendo che la lavanderia fosse lì da qualche parte, in una di quelle stanze con le porte chiuse, circondate da una quantità imbarazzante di elettrodomestici più o meno dismessi, più o meno 80s, 90s, millennial. Frigoriferi, televisori, schermi ultrapiatti, piatti o schermi e basta. Frullatori, lampade, testiere di letti, sedie e poltrone, tavoli zoppi e tavoli dalla postura perfetta. Mentre mi chiedevo madovecavolosonofinita, sento delle voci, e d’un tratto compare un uomo, con delle carte da gioco in mano. Latino. Ma avrebbe anche potuto essere italiano. Io dico, Sorry, I was looking for the laundry and got lost — sul “getting lost in NYC” promettiamo l’uscita di un saggio a parte. Lui, con fare molto deferente chiama un tizio, che esce da una stanza da cui sento provenire altre voci, tante voci, e mi dice, con un gran sorriso, yu gat to press the G to go to the londry, miss. Io ringrazio e mi sento assai idiota come tutte le volte che ricevo un’indicazione che avrei dovuto sapere. I due se ne spariscono nella stanza. Io percorro i metri di Dunnowhere che mi separano dall’ascensore.

Una volta arrivata nella laundry scopro che è un luogo con un neon da obitorio, le asciugatrici che t’interrogano con quella bocca spalancata e le lavatrici chiuse nel loro religioso silenzio. La presenza di Jack Torrence  o di qualche spaventoso personaggio kubrickiano/lynchiano è evidente, e io spero solo che non decida di materializzarsi proprio mentre io sto facendo il bucato. Quando capisco come funziona la tessera del bucato e tutto sembra filare liscio, ripenso all’interrato e al dovecavolosonofinita.
Che razza di posto era quello? E che ci facevano a mezzanotte passata questi a giocare a carte in un interrato, circondati da un cimitero di elettrodomestici? Inservienti del palazzo? In servizio a mezzanotte? For what? Poi faccio qualche associazione.
Ogni piano del palazzo affaccia su un giroscale tramite una porta a molla. Ogni pianerottolo ha tre bidoni per i rifiuti. E qui esce fuori tutta l’indisciplinatezza dei newyorkesi. Questi tre bidoni contengono indifferentemente carta, plastica e metallo: non ce n’è uno singolo per ogni singolo materiale. Tutto randomizzato. Il mio primo giorno la mia coinquilina, molto green nel cuore, mi aveva detto, con un piglio inkazzoso, che “ci pensava il palazzo”. “The building takes care of sorting the trash…”.

E così è. Qualcuno si prende la briga di differenziare la spazzatura che i condomini randomizzanti mescolano piano per piano, e di portarla via. Per noi questa è pura follia. A Trento se non differenzi giusto ti arriva la polizia sotto casa. Qui hai una popolazione che vive nell’interrato che lo fa per te.
Mi sono chiesta spesso, in questi giorni, ma usciranno, queste persone, da Dunnowhere? Vedranno la luce? Staranno lì solo la notte e dormiranno di giorno? Vivranno fra tutti i mobili che tutte le generazioni di affittuari e subaffittuari hanno lasciato lì negli anni? Cosa faranno oltreché smistare la spazzatura e aiutare nei traslochi e direzionare sbadate straniere che si perdono fra ground e basement?

Da quando ho scoperto questa cosa, non prendo più l’ascensore. Faccio sempre le scale. Scopro cose stupefacenti. Letteralmente. L’altro giorno, su uno scalino, ho trovato un cuoricino minuscolo di nylon trasparente. Grande non più di un’unghia. Bianco — immaginate come spiccava sulle scale nere.  Polverina bianca all’interno.
Un cuore di cocaina che pulsava su una scalinata nera, in pieno giorno.
Ieri c’era un ventilatore da soffitto, con le pale da elicottero, stile salotto anni 90, in uno dei bidoni “del riciclo”. Il giorno prima una sedia da computer. Quello prima ancora un materasso arrotolato.

Adoro il mio palazzo, per tutto questo. L’imperfezione. Alcuni dei portinai e delle portinaie che coprono le 24 ore di servizio vengono dall’Europa dell’Est, dal Montenegro. Faticano a parlare inglese. Ma mi dicono “we are neighbours”, alludendo al fatto che sono italiana. Sono adorabili e mi fanno una tenerezza infinita. Sono la carne che finirà nel macello di Trump. La parte che vive nell’ombra, underground. La gente umile che sta a Forest Hills, nel Queens, oppure su a Wakefield, nel nord.
Chi ci penserà, a loro?

Cinematograficamente questa settimana sono andata al Sunshine Theater, sulla Second Avenue, nell’East Village, a vedermi “Jackie” di Pablo Larrain. Ce l’avevo in mente dall’ultima Mostra del Cine di Venezia. La storia la sapete: è la Storia. Uccisione di JFK. La moglie Jackie affronta l’omicidio, il post-omicidio, il funerale. Il film ruota attorno all’intervista personale che un reporter realizza con la vedova, una settimana dopo i funerali. Jackie vorrebbe una parata spettacolare, tipo quella che era stata per Lincoln, poi però rinuncia all’idea quando capisce che non sarebbe sicuro per il nuovo presidente Lyndon Johnson. Ma alla fine ci ri-ripensa e decide di organizzare i funerali che poi sarebbero passati alla storia.

E’ un film scritto con grande intelligenza. Larrain arriva là dove la Storia non può arrivare. Mentre Jackie rilascia l’intervista, confessa dei pensieri e delle opinioni che subito censura. “Questo non lo scriverà nell’articolo”, “Non le permetterò mai di inserire quello che ho appena detto nell’articolo”. Tuttavia le ha appena rivelate a noi, uditori privilegiati. Così facendo il personaggio storico Jackie Kennedy rimane personaggio, il suo silenzio intatto, ma noi conosciamo qualcosa di più della persona, che si confessa —a un giornalista, a un prete, e appunto, tramite loro, a noi.

Jackie esce fuori in tutta la sua fragilità — immaginatevi il momento — nella sua ansia di apparire sposa perfetta, madre perfetta, first lady first. Questo suo lato prende forse più spazio, quindi a volte Jackie ci risulta distante, come se nemmeno il dolore grandissimo che ha provato — e che Natalie Portman restituisce in maniera impeccabile — colmasse quella lontananza. In qualche modo ci risulta fredda, controllata. Ma forse la Kennedy era veramente così — qui ci vorrebbe un jaquelinista, qualcuno che l’ha studiata. E non mi stupirei che così fosse stata. Il film è estremamente mimetico. Fin troppo. Natalie Portman, che adoriamo e adoreremo da qui all’eternità e che in ogni film supera se stessa, qui imita pedissequamente il modo di parlare di Jackie, la sua mimica, il suo incedere. E’ come se avesse imparato a memoria il documentario originale in qui la Kennedy apriva, per la prima volta nella storia, le porte degli appartamenti privati della Casa Bianca alle telecamere. Quel documentario fece storia e Jackie appare effettivamente come la prima donna che apre le porta della Casa Bianca al mondo: è molto impostata, innaturale, scandisce le parole come se stesse parlando a un bambino — milioni di bambinoni americani… Il documentario ritorna nel film, con Natalie Portman in bianco e nero nei panni di Jackie Kennedy, che parla come Jackie Kennedy e cerca di fare Jackie Kennedy. Ma per quanto brava e per quanto suprema, Natalie Portman non è Jackie Kennedy, e lo scarto, per quanto minimo, si nota. Se nel doppiaggio in italiano, il parlato della Portman vi sembrerà artificioso e innaturale, sappiate che anche l’originale, una volta tanto, è così.

Un’altra componente che forse sarà un po’ difficile da digerire per lo spettatore è la musica. Archi, praticamente tutto uno stridio d’archi dall’inizio alla fine. Come se il regista avesse voluto trasmettere, attraverso una musica ai limiti della cacofonia, i contrasti all’interno e all’esterno del personaggio. Concettualmente, o metaforicamente, la scelta potrebbe anche essere azzeccata, ma forse se si fosse tolto qualche inserto, l’effetto sarebbe stato meno invadente, meno disturbante e più tollerabile. Così si fatica un po’.
Mi sono piaciuti invece i primi piani, la macchina da presa che sta addosso alla figura di Jackie, soprattutto il viso, come se non volesse mollarla per un secondo: l’avranno fatta sentire così, quei giorni, braccata, dall’America, dalle responsabilità, da “quello che si aspettava da lei”. La pressione che lei sente addosso, noi la sentiamo standole fisicamente addosso. E mi è piaciuta l’onestà di Larrain, che non la censura nei difetti, nelle sue debolezze, come la vanità — la vanità è parte integrante del personaggio, per quanto il personaggio abbia sempre lavorato molto per allontanarvisi. E nemmeno censura l’intento di Jackie di “dare una versione” delle cose che non corrispondeva proprio alla realtà delle cose, ma a quello che stava meglio dire — del resto eravamo negli anni ’60: nascondere la polvere sotto il tappeto era una pratica che non escludeva certo il tappeto della Casa Bianca.

Però ho visto biopic migliori di questo, più coinvolgenti, lo devo dire — e mi perdonerà Natalie, la straordinaria Natalie. “Marilyn”, con Michelle Williams, mi aveva convinto di più. Forse per via della figura 100% tragica, quindi 100% umana, della Monroe.
Vi consiglio tuttavia di vedere “Jackie”, che rimane, a oggi, una delle icone del ‘900.

Ecco Fellows, anche per questa domenica sono arrivata a fondo pagina.
Ho aggiornato il Frunyc, se vi va di dare un’occhiata a New York, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88.
E a questo punto non mi resta che porgervi dei saluti, minimamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E per i vostri momenti down, qualche articolino dal vostro Board… 🙂
http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2016/11/28/la-gr-gallery-canta-la-grande-bellezza-di-venezia/
http://www.lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2016/11/30/harrys-bar-il-mitico-locale-veneziano-diventa-un-film/
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2016/11/30/italian-political-cinema/

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