LET’S MOVIE 304 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 304 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

Micromondo Moviers,

L’America mi regala una quantità di dubbi quotidiani che sto considerando l’ipotesi di ritirarmi in una botte come il filosofo scorbutico Diogene e da lì meditare a tutte le risposte su cui non faccio in tempo a meditare — quanto al capitolo “Il tempo nella città senza tempo”, rimando a un saggio di prossima stesura che quando avrò TEMPO scriverò. Uno di questi dubbi è. Ma com’è che nella città emblema dell’occidentalità, del progresso, del capitalismo. In una città in cui il primo dei senzatetto ha l’ultimo degli iPhone e in cui lo spreco è talmente diffuso da farmi credere che sia protetto da qualche emendamento della Costituzione. In una città così, com’è possibile che la lavatrice sia considerata ancora oggi un elettrodomestico di lusso, e che possedere una Zoppass in bagno equivalga ad avere un Cayenne in zona Brera?

Visto che qui le cose stanno così, i comuni mortali che non vantano alcuna Zoppass, hanno due possibilità. O un laundromat più o meno vicino casa in cui andare a fare il bucato — con questa abitudine siete entrati in contatto attraverso tutti i film con tutti i personaggi comuni mortali che vanno a fare il bucato “all’angolo”. Oppure, se il comune mortale è fortunato, ha la zona lavanderia nell’interrato del proprio condominio. Ecco, io sono una comune mortale fortunata e non devo andare all’angolo. Mi basta premere G sulla tastiera dell’ascensore e dal quarto piano arrivo direttamente in lavanderia.

L’altro notte però, anziché premere G, ho premuto la B di Basement. Era la prima volta che mi serviva la lavanderia, non avevo dimestichezza. Naturalmente era mezzanotte — quando fai il bucato a New York, “la città senza tempo” se non a mezzanotte?? E sono finita chissadove — Dunnowhere. Dunnowhere è un luogo il cui pavimento è tutto storto, come se, sotto il linoleum color blu velvet, ronfasse un qualche animale preistorico e tu gli camminassi ora sulla colonna vertebrale ora giù per il coppino. Mi sono inoltrata in questo posto credendo che la lavanderia fosse lì da qualche parte, in una di quelle stanze con le porte chiuse, circondate da una quantità imbarazzante di elettrodomestici più o meno dismessi, più o meno 80s, 90s, millennial. Frigoriferi, televisori, schermi ultrapiatti, piatti o schermi e basta. Frullatori, lampade, testiere di letti, sedie e poltrone, tavoli zoppi e tavoli dalla postura perfetta. Mentre mi chiedevo madovecavolosonofinita, sento delle voci, e d’un tratto compare un uomo, con delle carte da gioco in mano. Latino. Ma avrebbe anche potuto essere italiano. Io dico, Sorry, I was looking for the laundry and got lost — sul “getting lost in NYC” promettiamo l’uscita di un saggio a parte. Lui, con fare molto deferente chiama un tizio, che esce da una stanza da cui sento provenire altre voci, tante voci, e mi dice, con un gran sorriso, yu gat to press the G to go to the londry, miss. Io ringrazio e mi sento assai idiota come tutte le volte che ricevo un’indicazione che avrei dovuto sapere. I due se ne spariscono nella stanza. Io percorro i metri di Dunnowhere che mi separano dall’ascensore.

Una volta arrivata nella laundry scopro che è un luogo con un neon da obitorio, le asciugatrici che t’interrogano con quella bocca spalancata e le lavatrici chiuse nel loro religioso silenzio. La presenza di Jack Torrence  o di qualche spaventoso personaggio kubrickiano/lynchiano è evidente, e io spero solo che non decida di materializzarsi proprio mentre io sto facendo il bucato. Quando capisco come funziona la tessera del bucato e tutto sembra filare liscio, ripenso all’interrato e al dovecavolosonofinita.
Che razza di posto era quello? E che ci facevano a mezzanotte passata questi a giocare a carte in un interrato, circondati da un cimitero di elettrodomestici? Inservienti del palazzo? In servizio a mezzanotte? For what? Poi faccio qualche associazione.
Ogni piano del palazzo affaccia su un giroscale tramite una porta a molla. Ogni pianerottolo ha tre bidoni per i rifiuti. E qui esce fuori tutta l’indisciplinatezza dei newyorkesi. Questi tre bidoni contengono indifferentemente carta, plastica e metallo: non ce n’è uno singolo per ogni singolo materiale. Tutto randomizzato. Il mio primo giorno la mia coinquilina, molto green nel cuore, mi aveva detto, con un piglio inkazzoso, che “ci pensava il palazzo”. “The building takes care of sorting the trash…”.

E così è. Qualcuno si prende la briga di differenziare la spazzatura che i condomini randomizzanti mescolano piano per piano, e di portarla via. Per noi questa è pura follia. A Trento se non differenzi giusto ti arriva la polizia sotto casa. Qui hai una popolazione che vive nell’interrato che lo fa per te.
Mi sono chiesta spesso, in questi giorni, ma usciranno, queste persone, da Dunnowhere? Vedranno la luce? Staranno lì solo la notte e dormiranno di giorno? Vivranno fra tutti i mobili che tutte le generazioni di affittuari e subaffittuari hanno lasciato lì negli anni? Cosa faranno oltreché smistare la spazzatura e aiutare nei traslochi e direzionare sbadate straniere che si perdono fra ground e basement?

Da quando ho scoperto questa cosa, non prendo più l’ascensore. Faccio sempre le scale. Scopro cose stupefacenti. Letteralmente. L’altro giorno, su uno scalino, ho trovato un cuoricino minuscolo di nylon trasparente. Grande non più di un’unghia. Bianco — immaginate come spiccava sulle scale nere.  Polverina bianca all’interno.
Un cuore di cocaina che pulsava su una scalinata nera, in pieno giorno.
Ieri c’era un ventilatore da soffitto, con le pale da elicottero, stile salotto anni 90, in uno dei bidoni “del riciclo”. Il giorno prima una sedia da computer. Quello prima ancora un materasso arrotolato.

Adoro il mio palazzo, per tutto questo. L’imperfezione. Alcuni dei portinai e delle portinaie che coprono le 24 ore di servizio vengono dall’Europa dell’Est, dal Montenegro. Faticano a parlare inglese. Ma mi dicono “we are neighbours”, alludendo al fatto che sono italiana. Sono adorabili e mi fanno una tenerezza infinita. Sono la carne che finirà nel macello di Trump. La parte che vive nell’ombra, underground. La gente umile che sta a Forest Hills, nel Queens, oppure su a Wakefield, nel nord.
Chi ci penserà, a loro?

Cinematograficamente questa settimana sono andata al Sunshine Theater, sulla Second Avenue, nell’East Village, a vedermi “Jackie” di Pablo Larrain. Ce l’avevo in mente dall’ultima Mostra del Cine di Venezia. La storia la sapete: è la Storia. Uccisione di JFK. La moglie Jackie affronta l’omicidio, il post-omicidio, il funerale. Il film ruota attorno all’intervista personale che un reporter realizza con la vedova, una settimana dopo i funerali. Jackie vorrebbe una parata spettacolare, tipo quella che era stata per Lincoln, poi però rinuncia all’idea quando capisce che non sarebbe sicuro per il nuovo presidente Lyndon Johnson. Ma alla fine ci ri-ripensa e decide di organizzare i funerali che poi sarebbero passati alla storia.

E’ un film scritto con grande intelligenza. Larrain arriva là dove la Storia non può arrivare. Mentre Jackie rilascia l’intervista, confessa dei pensieri e delle opinioni che subito censura. “Questo non lo scriverà nell’articolo”, “Non le permetterò mai di inserire quello che ho appena detto nell’articolo”. Tuttavia le ha appena rivelate a noi, uditori privilegiati. Così facendo il personaggio storico Jackie Kennedy rimane personaggio, il suo silenzio intatto, ma noi conosciamo qualcosa di più della persona, che si confessa —a un giornalista, a un prete, e appunto, tramite loro, a noi.

Jackie esce fuori in tutta la sua fragilità — immaginatevi il momento — nella sua ansia di apparire sposa perfetta, madre perfetta, first lady first. Questo suo lato prende forse più spazio, quindi a volte Jackie ci risulta distante, come se nemmeno il dolore grandissimo che ha provato — e che Natalie Portman restituisce in maniera impeccabile — colmasse quella lontananza. In qualche modo ci risulta fredda, controllata. Ma forse la Kennedy era veramente così — qui ci vorrebbe un jaquelinista, qualcuno che l’ha studiata. E non mi stupirei che così fosse stata. Il film è estremamente mimetico. Fin troppo. Natalie Portman, che adoriamo e adoreremo da qui all’eternità e che in ogni film supera se stessa, qui imita pedissequamente il modo di parlare di Jackie, la sua mimica, il suo incedere. E’ come se avesse imparato a memoria il documentario originale in qui la Kennedy apriva, per la prima volta nella storia, le porte degli appartamenti privati della Casa Bianca alle telecamere. Quel documentario fece storia e Jackie appare effettivamente come la prima donna che apre le porta della Casa Bianca al mondo: è molto impostata, innaturale, scandisce le parole come se stesse parlando a un bambino — milioni di bambinoni americani… Il documentario ritorna nel film, con Natalie Portman in bianco e nero nei panni di Jackie Kennedy, che parla come Jackie Kennedy e cerca di fare Jackie Kennedy. Ma per quanto brava e per quanto suprema, Natalie Portman non è Jackie Kennedy, e lo scarto, per quanto minimo, si nota. Se nel doppiaggio in italiano, il parlato della Portman vi sembrerà artificioso e innaturale, sappiate che anche l’originale, una volta tanto, è così.

Un’altra componente che forse sarà un po’ difficile da digerire per lo spettatore è la musica. Archi, praticamente tutto uno stridio d’archi dall’inizio alla fine. Come se il regista avesse voluto trasmettere, attraverso una musica ai limiti della cacofonia, i contrasti all’interno e all’esterno del personaggio. Concettualmente, o metaforicamente, la scelta potrebbe anche essere azzeccata, ma forse se si fosse tolto qualche inserto, l’effetto sarebbe stato meno invadente, meno disturbante e più tollerabile. Così si fatica un po’.
Mi sono piaciuti invece i primi piani, la macchina da presa che sta addosso alla figura di Jackie, soprattutto il viso, come se non volesse mollarla per un secondo: l’avranno fatta sentire così, quei giorni, braccata, dall’America, dalle responsabilità, da “quello che si aspettava da lei”. La pressione che lei sente addosso, noi la sentiamo standole fisicamente addosso. E mi è piaciuta l’onestà di Larrain, che non la censura nei difetti, nelle sue debolezze, come la vanità — la vanità è parte integrante del personaggio, per quanto il personaggio abbia sempre lavorato molto per allontanarvisi. E nemmeno censura l’intento di Jackie di “dare una versione” delle cose che non corrispondeva proprio alla realtà delle cose, ma a quello che stava meglio dire — del resto eravamo negli anni ’60: nascondere la polvere sotto il tappeto era una pratica che non escludeva certo il tappeto della Casa Bianca.

Però ho visto biopic migliori di questo, più coinvolgenti, lo devo dire — e mi perdonerà Natalie, la straordinaria Natalie. “Marilyn”, con Michelle Williams, mi aveva convinto di più. Forse per via della figura 100% tragica, quindi 100% umana, della Monroe.
Vi consiglio tuttavia di vedere “Jackie”, che rimane, a oggi, una delle icone del ‘900.

Ecco Fellows, anche per questa domenica sono arrivata a fondo pagina.
Ho aggiornato il Frunyc, se vi va di dare un’occhiata a New York, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88.
E a questo punto non mi resta che porgervi dei saluti, minimamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E per i vostri momenti down, qualche articolino dal vostro Board… 🙂
http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2016/11/28/la-gr-gallery-canta-la-grande-bellezza-di-venezia/
http://www.lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2016/11/30/harrys-bar-il-mitico-locale-veneziano-diventa-un-film/
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2016/11/30/italian-political-cinema/

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