LET’S MOVIE 305 NEW YORK CITY – Fru from Far Off

LET’S MOVIE 305 NEW YORK CITY – Fru from Far Off

Faint-hearted Fellows,

No, New York non è città per deboli di cuore, né per deboli whatsoever. Nemmeno per vecchi —per buona pace di Tarantino e di McCarthy prima di lui— ma in qualche modo, se hanno abitato qui per tanti anni si sono abituati, hanno costruito l’armatura che permette loro di sopravvivere. Di sicuro non è una città a misura di ruote — sedie a rotelle, deambulatori, passeggini, carrozzine. Tutto quello che deve passare sopra il cordolo di un marciapiede oppure che necessiterebbe una rampa al posto di una scala, è tagliato fuori. Nella metro gli ascensori e le scale mobili sono un lusso concesso solo a fermate dai nomi cinematografici — Penn Station, Grand Central, Times Square, Columbus Circle. Per il resto, gambe in spalla. E se di gambe vi avanza un moncherino, magari guadagnatovi in qualche guerra, sul Mekong o in Kuwait, o anche solo da un qualche incidente, allora fareste meglio a valutare un trasferimento — possibilmente non a Los Angeles perché lì, i mendicanti, li (cal)pestano. No, niente animi troppo teneri.

Ci sono un numero innumerevole di persone a cui basterebbe giusto un po’ di assistenza psicologica, ma che, i balia di loro stessi e dei loro demoni, finiscono per diventare i matti della metro. Quelli che parlano da soli, disegnando nell’aria chissà quali architetture con le loro braccia troppo secche, o troppo grasse. L’altro giorno c’era un uomo impalato sul marciapiede, lo sguardo perso nel vuoto. Il bianco degli occhi, giallo — un uovo impazzito. Io passavo di corsa. Mi sono fermata e sono tornata indietro. Era immobile come una statua. Completamente perso in chissà quali mondi. “Everything all right?”, ho domandato. Chissà perché ai senzatetto sdraiati per terra non chiedi nulla e a questo invece ho chiesto everything all right. Forse perché pensi che dormano — scacciando dalla mente il pensiero che il tipo di sonno che dormono sia un altro. Ma con lui, in piedi e immobile, non ho potuto far finta di niente. Non si è nemmeno girato dalla mia parte. Non mi vedeva e non mi sentiva. Mentre mi allontanavo, e lui rimaneva lì impalato, mi sono chiesta per quanto sarebbe rimasto lì, se qualcuno l’avrebbe portato da qualche parte prima o poi, se la giacca strappata una volta non lo era e a quale uomo apparteneva. Un altro, nella metro — fonte inesauribile di vita allo stato metropolitano — continuava a ripetere “My Mary, where is my Mary My Mary where is my Mary My Mary where is my Mary”.
La gente passa, lo sente o non lo sente, cammina via, di fretta. Anche lì, a chiedermi ma chi sarà Mary? Dove sarà? Cosa gli avrà fatto? E anche Mary starà pronunciando il nome di lui senza sosta?
Queste persone non si trascinano solo per gli interstizi della città, ma sono ovunque. Li trovi ovunque. Ricordate qualche anno fa la trasmissione di Marco Berrì, “Gli invisibili”? Ecco, no, loro non sono invisibili: sono visibilissimi. Quindi no, Fellows, niente deboli di spirito per New York, città d’elezione e di selezione, con la sua catena evolutiva nella quale gli anelli deboli trovano posto laggiù, in fondo.

Però New York è anche la sede del Palazzo di Vetro. E perdonate se faccio ancora dell’autobiografismo — ormai ci sarete abituati, dopo 6 anni di me e un mese di me newyorkese. Mi è capitata l’occasione di entrare nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che qui chiamano UNGA, United Nation General Assembly. Per capirci, è quella in cui si riuniscono i rappresentanti di tutti gli stati membri. E’ quella con la moquette verde per terra, i banchi a ferro di cavallo che abbracciano il grande leggio al centro, da cui tante volte Kofi Annan ha parlato, e Ban Ki-moon dopo di lui. Mi è capitata la fortuna sfacciata di salire lì sopra. Davanti alla parete dorata, sotto il grosso tondo della bandiera dell’ONU, con il mondo sopra e i due rami di ulivo sotto. E lì, sì, in quel momento mi sono tremate un po’ le gambe. Perché lì, bene o male, si decide del mantenimento della pace e della sicurezza del mondo. In una sala dalla moquette verde, e dal nulla di speciale, si sono prese decisioni che hanno fatto la storia. Ed è un posto “normale”, in sé. Niente affreschi, niente modanature né barocchi-roco-rococò. Eppure è un posto speciale. Fa parte della geografia etica dell’umanità — ben più importante di quella politica. Così come speciale è il Consiglio di Sicurezza, quello con le poltrone azzurre e rosse, dove si delibera su tutti gli atti di aggressione o di minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Lì non ho potuto accedere alle sedie e al tavolo centrale — è consentito solo ai sederi di quelli che vi si siedono— ma la sensazione è stata quella del “qui si riunisce il mondo e vengono prese decisioni che riguardano il mondo”. Il mondo. Oggi siamo abituati a parlare di globalità per via di internet. Ma scordiamo di pensare a quelli che operano in queste istituzioni. Che cooperano. Vedere quelle due sale vuote, i funzionari ormai pronti ad affrontare la sera newyorkese, pensare che c’è questa macchina trasparente che cerca di far funzionare le cose, nonostante tutto, fa provare un senso di appartenenza, e non già a un paese, a una specifica nazione, ma a un’idea. E questo mi ha portato all’Europa, a quanto sia frammentata e divisa. E questo perché consideriamo l’Europa solo come un oggetto economico — per altro difettoso — e abbiamo smesso di considerarla come un’idea, un’idea comunitaria con delle radici culturali comunitarie.

Oh ma qui sto facendo della politica internazionale invece di parlarvi di un film che andrete a vedere perché vincerà tra i quattro e i cinque Oscar in febbraio. “La La Land” di Damien Chazelle — il regista di “Whiplash”. Dunque parto con il dirvi che è un musical. Forse non lo sapete, ma io tendo a evitare il musical. O meglio, i film con il musical dentro. Se voglio vedere un musical vado a Broadway — e ora lo posso pure fare! — nel senso, se voglio vedere un musical, vado a teatro. Non vado al cinema. E’ come vedere il teatro in televisione. Ci sono certe forme d’arte che hanno bisogno del loro ambiente, altrimenti perdono la magia. Secondo me il musical sullo schermo perde la magia, ma questa ovviamente è un’opinione.
Con “La La land” ho superato il pregiudizio per vari motivi. Fu il film d’apertura della Mostra del Cine di Venezia. La sala gremita di vips, veri e presunti, mentre noi plebe, vera e vera, rimanemmo fuori. Ricordo che un’orda di critici, di solito molto composti e seriosi, uscì dalla sala con i lucciconi agli occhi e le gambe ballerine. Il titolo mi s’impresse in testa, e lì è rimasto, fino a l’altro ieri, quando lo vedi al cinema Regal di Union Square.

Los Angeles, i giorni nostri. Mia è un’aspirante attrice che serve cappuccini e sogna d’imbroccare il provino giusto che la farà sbarcare finalmente nel mondo del cinema. Sebastian è un pianista jazz con una passione da purista del jazz che sogna di aprire un locale tutto suo in cui suonare jazz, puro jazz. Ma nel frattempo sbarca il lunario suonando canzoni natalizie nei pianobar. I due prima si scontrano — classico odi-et-amo — poi s’incontrano. E scocca l’amore. Sebastian e Mia si supportano l’uno nell’altra nelle reciproche ambizioni: Mia scrive un one-woman show per se stessa, Sebastian cerca il modo di mettere in piedi il suo locale. Un anno, scandito dai capitoli inverno-primavera-estate-autunno passa nel più roseo dei modi, ma poi la vita ha sempre il modo di mettere i paletti fra le ruote dei sogni. Forse Sebastian dovrebbe essere un po’ meno purista e accettare di suonare in una band più commerciale, e assicurarsi uno stipendio fisso, provvedere a Mia… Forse Mia non è poi così brava come crede — o invece sì? E i due prendono due strade diverse…. Ma se però ricorressimo allo stratagemma “Sliding doors”, e se quel giorno in cui Mia e Sebastian si fossero “incontrati”, invece che “scontrati”, le cose, come sarebbero andate? Rimango vaga perché non voglio in alcun modo rovinarvi la sorpresa di un film che è una sorpresa continua, una festa per gli occhi, gli orecchi, le gambe e l’animo. Pur avendo cucito una trama intrisa di sentimento — e di sentimentale, in molte parti — Chazelle non crede agli happy-ending, pur regalandocene uno, attraverso una delle lezioni più difficili che la vita t’insegna, e che insegna ai suoi personaggi: se vuoi una cosa, e la vuoi a tutti i costi devi essere disposto a sacrificare tutto, anche l’amore, anche chi ti sta accanto. Non è il solito rockybalboismo — la filosofia per cui se insisti, ce la fai. Chazelle punta il riflettore sulla malinconia che la realizzazione della propria vocazione genera. E questo è un tema che sta particolarmente a cuore del regista trentunenne — ebbene sì, trentunenne. Anche in “Whiplash”, il protagonista sacrificava tutto, tutto tutto tutto, pur di riuscire a farcela nel jazz. Qui i personaggi sono due, e c’è l’amore di mezzo. Ma la tristezza del perdere X nella conquista di Y è parte integrante anche di questo suo ultimo film. Se a questo bel cruccio esistenziale aggiungete musiche coinvolgenti, coreografie — specie quella corale, magnifica, con cui il film si apre — ironia tra i due innamorati, romanticismo q.b. e una bella intesa fra i due attori, avreste già molto per cui essere contenti. A tutto questo aggiungete un altro ingrediente vincente: “La La Land” trasuda cinema da tutte le parti. Non mero citazionismo. Il film ha il sapore del cinema anni ‘40 e ’50 pur essendo ambientato nei giorni nostri. Fa rivivere i luoghi dei classici, come l’Osservatorio Griffith di “Gioventù bruciata” facendo entrare —letteralmente — i suoi protagonisti in quei luoghi, in quel’Osservatorio. Utilizza certe pratiche note al musical: come quella di marcare il passaggio del tempo e delle stagioni, con certi cambiamenti che alludono a crisi socioeconomiche —come per esempio la chiusura di una sala cinematografica, un tempo considerata di culto.
Se guardiamo alla scelta di Chezelle da una prospettiva più ampia, ci rendiamo conto che non è l’unico ad aver sentito lo stimolo di guardare a una certa Hollywood cinematografica dei good old days. Vi ricordate il Premio Oscar “The Artist”, qualche anno fa? Azavinicius non aveva forse fatto esattamente la stessa operazione?
Un’ultima cosa prima di lasciarvi andare al cinema a vederlo. Ricordatevi che Ryan Gosling, il mio Ryan Gosling, non è un ballerino. Si sforza e ci prova, e se la cava anche, qua e là. Ma non è Gene Kelly. Non è “Singing in the Rain”, “Un americano a Parigi”… Insomma, è un po’ goffo, qui e là. Ma è pur sempre divino quando recita. Quindi gli perdoniamo anche un po’ di rigidezza e clumsiness…

E ora Moviers, s’è fatta una certa qui a Sugar Hill… Ho aggiornato il Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88  e vi ho lasciato un pensierino per gli amanti di David Lynch 😉
Ora vi mando saluti, cardiacamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per tutti gli amanti di Lynch, artista e regista 🙂
http://www.lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2016/12/07/david-lynch-una-vita-fatta-darte/

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