LET’S MOVIE NEW YORK CITY 307 – Fru From Far Off commenta STAR WARS – ROGUE ONE

LET’S MOVIE NEW YORK CITY 307 – Fru From Far Off commenta STAR WARS – ROGUE ONE

Flatbush Fellows,

Mercoledì mi ero preparata in assetto da combattimento — psicologico, niente molotov — quando sono andata in questo quartiere di Brooklyn che sta giù a sud. Molto a sud. Fate conto che per arrivarci impieghi un’ora di metro tonda. Un po’ come andare da Trentoville a Verona — mi meraviglio sempre, paragonando tempi e distanze… Flatbush sta sotto Prospect Park, persino sotto Bed-Stuy, il cui motto dice “do or die” — e avete già capito che ore sono… Credevo di trovare il classico environment da Bronx pre Jenny-from-the-block (!), suburbia spinti con i gatti macilenti e cattivissimi che frugano i bidoni della spazzatura cercando di non farsi vedere dai senzatetto, macilenti e cattivissimi più di loro. Poi ci sarebbe stata una volante di cops, ma lontanissima da me, così da farmi sentire in balia degli eventi. Poi naturalmente dello spaccio in bella vista e un paio di All Stars appese per i cordoni ai fili dell’elettricità. E una sensazione di pericolo che ti alita sul collo e che ti fa pentire di essertene andato fin laggiù, quella sera di dicembre in cui avresti potuto benissimo startene a casa, nella tua dolce Upper Manhattan.

Sono partita con questo armamentario nella mente. E tutto per andare al Sycamore, un pub che il mercoledì sera tiene un reading in cui alcuni scrittori più o meno noti della città — più meno che più — si ritrovano per leggere le loro cose.
Dopo un’ora abbondante di metro, arrivo. Ma ad accogliermi non ci sono gli slums, Sesto San Giovanni e Torbellamonaca, Marghera e Melta di Gardolo. La subway mi partorisce in una specie di villaggio da Louisiana di fine ‘800. Tutte casine coloniali con portico e dondolo, e tanto di decorazioni natalizie. Un tripudio di bianco e colori pastello — azzurro polvere e rosa cipria. Il giardino davanti, la station wagon nel vialetto. Cacchio ho sbagliato metro e sono finita in qualche lato del Jersey in cui le donne cucinano ancora i muffin e li portano a spasso in cestini con le tovagliette a quadretti, mi dico…. Invece no, per una volta, niente errori logistici! Sono nel posto giusto. Quello è Flatbush e non c’è teppaglia e sterpaglia. Solo io e dei luoghi comuni.

Il Sycamore non è stato nulla di che. Il reading si teneva nel “Lodge”, una specie di serra annessa al locale, con le pareti non-pareti di nylon. Io ho passato tutto il tempo con il terrore che la stufa a gas che svettava in mezzo alle non-pareti potesse innescare qualche reazione strana, tipo bruciare tutto l’ossigeno e noi pubblico e loro lettori morire soffocati senza accorgercene. Oppure incendiati. O sciolti insieme al nylon, you’ll never know. Non è successo nulla di tutto ciò ovviamente, ma l’odore di pino, birra, letteratura annacquata e marasma di avventori mi ha fatto scappare appena l’evento è finito. Mentre raggiungevo la metro e mi chiedevo, ancora, se quella era veramente New York, ecco che ho la conferma che sì, quella è New York. Un ragazzo, non avrà avuto più di tredici anni, sta appollaiato sopra il semaforo pedonale. Sì, SOPRA! Seduto pacifico tra i due display con il pedone stilizzato Walk e la manina Stop. E i suoi amici giù di sotto lo incitano e lo fotografano. You’re fu*king nuts, se la ridacchiano. Me la ridacchio anch’io, e anch’io lo fotografo.

Potranno anche esserci le case bene e le luminarie alle finestre e i muffin nei cestini quadrettati, ma in fondo, la cosa di Flatbush che mi è piaciuta di più, è stato il tredicenne che sfidava la legge (di gravità). The traffic-light teenager… Molto meglio delle All Stars appese ai fili dell’elettricità e le casette coloniali…

Ma veniamo a noi, cinematograficamente parlando. Questa è la settimana di Star Wars – Rogue One di Gareth Edwards. Un midquel, termine che imparo insieme a voi. Il midquel si piazza tra il prequel e il sequel (!) — logistica cinematografica — ovvero, i fatti di questo Star Wars si ambientano prima del IV Episodio (“Una nuova speranza”) e dopo il terzo (“La vendetta dei Sith”), cioè prima della Principessa Leyla e di Darth Vader — scordammuce ‘o passasto, quinni. Io ho impiegato tre quarti di film a capirlo, ma come dico sempre e ormai lo sapete, io ho i miei tempi bradipi. Voi siete molto più gazzelle di me…

Riguardo ai tempi di percorrenza, lasciatemi subito dire. E’ troppo lungo e troppo diesel. Impiega troppo a decollare, e quando è lassù in cielo, per le galassie lontane lontane, c’è troppa action, troppo poco detto. Per chi di Star Wars ama il coté filosofico — spero che un giorno qualcuno scriva una sorta di studio epistemologico sull’opera starwarsiana se ancora non è stata concepita— per chi insomma s’interroga sui grandi quesiti tra “being a Sith and being a Jedi, this is the question”, il film non è molto innovativo, né intrigante. C’è una discreta storia inventata ex novo, questo sì.
Jyn Erso è la figlia di Galen Erso, un ribelle costretto dall’Impero alla costruzione di un’arma di distruzione di massa nota come la Morte Nera — vi ricorda qualcosa?? Dopo la perdita della madre, e 15 anni passati credendo che il padre fosse morto, Jyn incontra un pilota disertore che le consegna un messaggio segreto — e questo, cosa vi ricorda?? — proveniente proprio da Galen. Insieme al capitano Cassian Andor — che non assomiglia affatto a Han-Solo…— e al suo droide imperiale — che non è affatto una versione meccatronica tra Chewbecca e R2D2 — la ragazza parte alla ricerca del genitore e di una speranza di fermare i piani malvagi dell’imperatore Krennic…
Il fatto è, Moviers, che sa tutto di dejà-entendu. Un deja-entendu a metà — c’è qualcosa di più frustrante?! L’inizio ti dice “A long time ago in a faraway Galaxy”, ma la scritta non scorre nel modo in cui siamo abituati (sigh), e la colonna sonora, almeno all’inizio, è un’altra. Poi però, quando a un certo punto compare lui, il nostro amore-dolore Darth Veder —che amiamo e temiamo come mai personaggio nella storia del cine — allora lì la colonna sonora è quella di sempre, quella che ci fa impazzire tutti, e anche nel finale è quella che ci fa sognare Luke Skywalker e la Principessa Leyla e Yoda.

Diciamo che il macro tema della ribellione costruita sulla speranza e della convinzione nella Forza c’è anche qui — “the Force is in me, I am one with the Force” ripete come un mantra l’orientale cieco che crede nella Forza… Ma è più banalizzato, o forse ridotto ai minimi termini. Non so se ricordate il momento in cui Mastro Yoda — lodato sempre sia — spiegava a un giovanissimo Luke i fondamenti della Forza e la sottile differenza fra Sith e Jedi… Ecco, in Rogue One, non abbiamo nessuna riflessione sulla grammatica. Abbiamo solo il parlato, tradotto in azione… Battaglie intergalattiche spettacolari — e interminabili — e panoramiche di paesaggi tra l’Islanda e la Nuova Zelanda —comunque un posto in –anda — che ti fa sentire orgoglioso del mondo in cui vivi: il mondo in cui vivi ospita posti così. It’s a damn hot thing of a world allora! E va bene, apprezziamo anche il fatto che il regista voleva fare una cosa a sé stante, un episodio slegato dagli altri e che desse (dasse??) il via a una serie tutta nuova, made in Disney. Però non posso non pensare che, appunto, questa sia un’altra cosa. Non è Star Wars. E cerchiamo di essere lucidi e di non eccitarci tutti — come ci eccitiamo — quando sentiamo quel meraviglioso suono roco di respiratore automatico e vediamo quel light-saber scrivere capolavori fluo intorno a sé, o quando sentiamo ripeter battute leggendarie — “I have a bad feeling about that”… “The rebellion is built on hope”… Cerchiamo di non lasciarci obnubilare dall’emotività nerd. Rogue One non è come leggere “Dalla parte di Swann” di Proust. Non è un capitolo di una saga, scritta dalla stessa mano. Se a uno scrittore contemporaneo piace la storia della Monaca di Monza e decide di farci una serie tv con Gertrude che tradisce Egidio con il fratello della Madre Badessa, mentre Lucia si occupa di aggiornarle il profilo Istagram, capirete che quello NON è “I promessi sposi”… E l’effetto è completamente diverso. Rogue One non avrà mai lo stesso effetto su di noi di “Guerre stellari”, “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi”. Se l’obbiettivo è quello di fare multi milioni con gadget e ingressi al cine, benissimo, facciamolo. Ma mettiamo l’opera su un altro scaffale rispetto alla storica trilogia. Star Wars, Episodio III, VI e V accanto a Odissea e Iliade. Rogue One vicino a Ken Follett… e badate, io ho molto letto e apprezzato Ken Follett. Ma Ken Follet non è Omero…

La letteratura e il cine sono luoghi di libertà per eccellenza. Non c’è nulla di più sconfinato e selvaggio della creatività, e quindi via libera a rivisitazioni, prequel, sequel midquel e tutto -quel che vi pare. Però non si confondano i classici.
In Rogue One, io non mi sono affezionata nemmeno un po’ a Jyn — non le sono stata alle calcagna, non ho sofferto con lei, non sono stata lei, come mi era capitato con Han-Solo. La stessa freddezza vale anche per il lato entertainment. I primi tre Star Wars, gli storici, erano grammatici ma anche comici. Si rideva! Qui, ragazzi, non s’è scucito un sorriso. Allora che fine fa l’entertainment? Se togli anche a quello, oltre alla parte filosofica, e al romance — e grazie a Dio non c’è il romance tra Jyn e il capitano, ci mancava anche quello — allora, cosa mi rimane? L’avventura in sé? Ma se poi sarà seguita da altri episodi indipendenti e a sé (loro?) stanti, come ci è stato detto e ridetto, allora, what’s the point?

In più ci sarebbe un’altra questione spinosa che non vorrei aprire, ma che tuttavia apro. Uno dei cattivoni di Rogue One è il generale Tarkin, che compariva già nel primo film della saga, interpretato dall’attore Peter Cushing. Cushing però è morto nel 1994. Le sue sembianze, in Rogue One, sono state ricreate al computer. Questa decisione ha scatenato un inferno di polemiche. La questione non è minore. Come ci comportiamo davanti a questi dilemmi di cin-etica biologica? E’ corretto usare le sembianze di un attore morto? Se sì, in quale misura, e a chi bisogna chiedere il permesso? Agli eredi? Bisogna pagarli? Chi si prende la responsabilità della qualità della sua recitazione? Non è una questione da poco, se ci pensate. Visto che la computer grafica può letteralmente far resuscitare i morti, dobbiamo anche aspettarci di rivedere Brando, Dean, la Monroe e la Magnani, Seymour-Hoffman e Heith Ledger?
Non volevo avventurarmi in questo dedalo cibern-etico, ma credo sia uno dei prossimi argomenti con cui il cinema dovrà fare i conti.

E anche stasera è tutto. Aspettavo la lettura critica del nostro WG Mat, ma gli abbiamo accordato il giorno libero — è pur sempre Natale. 🙂 Quindi check back la settimana prossima: il Maelstrom sarà tutto suo. 😉

E questo Maelstrom è tutto mio: vi racconto una storia di straordinaria amministrazione newyorchese… 😉

Come avete notato, non ho fatto molte scene per via del Natale. Sia perché per voi in Italia è già passato — e sì, Moviers, anche quest’anno siete sopravvissuti, good job! — sia perché se ne fa già un gran parlare… E poi, dovessi anche parlarvi del mio Christmas qui, avrei bisogno di un altro pippone… Ed è meglio che vi lasci al vostro Boxing Day invece :-).

Vi invito come sempre a visitare il Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88  — btw, mi fa molto piacere che mi commentiate gli scatti! Ringrazio i Moviers e le Moviers, sparsi e sparse in tutta Italia, che prendono la briga e il tempo e lo fanno… Special creatures you are… 😉

E ora vi mando dei saluti, stasera, meridionalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come vi dicevo, la straordinaria amministrazione newyorchese… http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2016/12/22/al-piccolo-cafe-si-cucinano-talenti/

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