Posts made in gennaio, 2017

LET’S MOVIE 312 from NYC – commenta LA TARTARUGA ROSSA

LET’S MOVIE 312 from NYC – commenta LA TARTARUGA ROSSA

Philosophy Marathon Fellows Moviers,

Vi parlo sempre delle maratone, mezze, intere e intere + mezze (!), che questi newyorkesi amano tanto correre a Central Park. Sapevo anche di maratone cinematografiche o di serie televisive — il cosiddetto binge-watching — in certi locali, tra cui il Videology, sala di Williamsburg a metà fra la ristorazione e la cinematografia. Ma non avevo idea che declinassero il format anche per la filosofia! …Del resto, sono nella città in cui succede di tutto, vuoi che non succeda una maratona di filosofia??
E’ The Skint — sempre sia lodato — ovvero il mio spacciatore di eventi cheap & free, che mi ha informato di questo evento. “A night of philosophy and ideas. An all-night marathon of philosophical debate, performances, screenings, readings and music. From 7 pm to 7 am” alla Brooklyn Central Library.
Visto che a New York ci sono qualcosa come 87 librerie pubbliche e chissà quante private, ho pensato di cogliere l’occasione, fare un salto in zona Prospect Heights —sopra Flatbush e sotto Boerum Hill— e visitare anche quella.
Mi aspettavo un numero ristretto di partecipanti, un gathering da super nerd con la Fenomenologia di Husserl sul comodino e un sacco di OCD per la testa — altro acronimo in voga da segnare, Obsessive Compulsive Disorder. Invece arrivo in una lobby con centinaia e centinaia di partecipanti! Mi danno in mano un programma e manca poco che perda l’equilibrio — come quando ricevi una bella notizia e le gambe ti abbandonano. Nella scaletta, suddivisa in talks da mezz’ora ciascuno, un nome risplende fra la folla di pensatori invitati. Gayatri Spivak.
Ora magari a voi non dice niente, questo nome. Ma quando vincerà il Nobel, vi dirà qualcosa. E’ una delle menti più raffinate della filosofia e della critica post-colonialista dell’ultimo trentennio. Sull’essenzialismo strategico e il Soggetto Eurocentrico, banchi e banchi di studenti si sono spaccati la testa — me compresa — ma hanno capito che senza questi interpreti del nostro tempo, noi brancoleremmo nel buio dell’ignoranza più trumpiana. Ascoltare 20 minuti di Gayatri Spivak a 2 metri di distanza da Gayatri Spivak, ti fa tornare a credere all’esistenza di una forza superiore che non ha necessariamente a che fare con Dio, ma che ti conferma che “le forze del bene esistono”. Ecco, la Spivak è la Principessa Leila della filosofia post-colonialista post-modernista del secondo ‘900 — lei si definisce “filosofa etica e paradisciplinare”, il che mi sembra un gran bel modo per definirsi e ambire ad essere la nuova eroina di tutte le Guerre Stellari che dobbiamo combattere.
Curiosità: chissà come mai Noam Chomsky — uomo, bianco, americano — è diventato Noam Chomsky e tutti sappiamo chi è, mentre Gayatri Spivak — donna, non-bianca, bengalese — è nota solo agli addetti ai lavori, pur doppiando il buon Noam in termini di vette del pensiero raggiunte… A voi trarre che RAZZA e GENERE di conclusioni volete trarre…

Contemporaneamente al suo intervento, nella sala accanto, parlava un certo Marc Augé, casomai qualcuno di voi avesse dimestichezza con i non-luoghi e la loro architettura… Capirete che non avendo ancora il dono dell’ubiquità, ho dovuto scegliere da chi andare.

Insieme a loro una folla di filosofi o studiosi mai sentiti, oppure sentiti di striscio, che si interrogavano più o meno sul momento che stiamo vivendo. Trump ha scosso l’accademia giù nelle fondamenta, costringendo queste tante teste a calarsi davanti a questioni che vanno aldilà di Husserl e della Fenomenologia.
Non ho sentito molte soluzioni. Purtroppo quelle latitano. Ma ho sentito moltissime idee interessanti. E va bene così.

Per esempio una tale Anna Gotlib — corpo da camionista attorno a una mente niente male — ha tenuto uno speech sul potere che ha il linguaggio di generare e plasmare i fatti — e i fatti fanno la filosofia.  Ha inoltre posto l’accento su un fenomeno: noi non siamo persone, noi diventiamo persone attraverso e grazie al contributo degli altri. L’identità è una costruzione collettiva, quindi. Ma cosa succede se tu sei nero, ispanico, white trash, e il tuo Presidente ti dice, più o meno apertamente, che tu e la tua gente siete inferiori? Tu punti i piedi e dici “no, io non sono inferiore. Io valgo”. Be’, la Gotlib ha osservato che a lungo andare, il ripetersi di “io non sono inferiore, io valgo, io non sono inferiore, io valgo” si svuota del suo significato, e il soggetto finisce per non crederci più. Un po’ come quello che capita a un bambino trascurato da un genitore: cercherà di convincersi che merita la sua attenzione, ma alla lunga, si convincerà che no, non la merita — con tutte le conseguenze che questa conclusione comporterà sulla sua vita…
Quali sono le soluzioni? Una soluzione possibile sta nelle contro-narrazioni. Se l’Amministrazione Trump fa di tutto per scrivere la propria versione dei fatti — viali e gradinate gremiti all’insediamento a Washington (!), nessun inciucio con il Cremlino circa le elezioni (!!)— noi dobbiamo scrivere l’altra Verità, quella “contro”. La Women’s March è stata una grande contro-narrazione. E la Gotlib ha esortato tutti a non smettere di scriverne, in piccolo, in grande, in qualsiasi misura.

Intorno a mezzanotte e mezza me ne sono andata, invidiando i partecipanti che sarebbero riusciti a fare le 7 del mattino. Io avevo il cervello che fumava. Ma sono stata davvero molto grata a The Skint per avermi messo questo evento sulla strada del mio sabato sera, facendomi rimanere impressionata dal seguito della manifestazione. Tanto impressionata e grata, da chiudere un occhio persino sull’architettura della Brooklyn Library, un edificio razionalista deturpato da un portone con inserti egizi/romani/ellenici/massonici fra Stargate e Gardaland davvero poco appealing… Ho chiuso un occhio anche sulla copia della porta di Brandeburgo in cima a Prospect Park, circondata da un trionfo di colonne finto-dorico dal sapore molto Terzo Reich.
Vedere il Frunic per credere, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88

And you see, tutto è stranamente molto coerente in Let’s Movie… Il film di cui vi parlo questa settimana è The Red Turtle, un’animazione dell’olandese Michaël Dudok de Wit co-prodotto dallo Studio Ghibli — casa Miyazaki, per capirci 😉

Più che un film, un racconto filosofico per immagini. Un’opera talmente raffinata che mi sento d’impiegare il termine “video arte” per definirla.
Un uomo solo, in mezzo al mare in tempesta, approda su un’isola deserta. Ecco, pensate voi, Robinson Crusoe. Tom Hanks in Castaway. Niente di tutto ciò. Proprio l’opposto. Tanto quelli erano racconti dell’ingegno umano che gabbava la natura e riusciva a salvarsi — retaggio del mito Odisseo, capace di districarsi da ogni situazione difficile, Maghe e Sirene, Proci e Ciclopi— qui l’uomo esce sconfitto. Per la prima parte del film il naufrago prova disperatamente a scappare dall’isola. Costruisce zattere che vengono sistematicamente distrutte a pochi metri dalla riva. Si ostina, fallisce, riprova, rifallisce. Il fallimento lo frustra talmente tanto da prendersela con una tartaruga rossa che ritiene responsabile dell’ennesimo naufragio. Accecato dalla rabbia, la uccide. Ma questa tartaruga, che lui considera la causa del suo male, si dimostrerà l’esatto contrario… Risulterà poi essere la fonte della sua felicità e della sua realizzazione come essere umano… Non voglio svelarvi troppo, anche perché la poesia di quest’opera va vista, ovvero, vanno visti i disegni, le magie con cui una scena trova il modo di fondersi in un’altra, una tartaruga trasformarsi in una donna, l’odio in amore…

“La tartaruga rossa” è un film filosofico che non ha bisogno di parole che spieghino, né di personaggi che parlino. Non una parola è proferita, eppure il racconto che ne esce è ricchissimo, sa di mitologico, anzi, di pre-mitologico — Upanishads, Gilmesh, ma anche le epiche mitiche disegnate dal Maestro Miyazaki: Ponyo, La Principessa Mononoke
Sembra non succedere nulla, su quest’isola deserta non-così-deserta, ma invece succede tutto quello che ci succede in una vita attraverso gli ostacoli, la solitudine, l’incontro con l’amore, l’approccio con la genitorialità, il rapporto con il figlio e il distacco dal figlio, la vecchiaia e  infine la morte. Tutto questo accompagnato da una presenza viva — respirante direi — come la Natura, mai così sovrana, eppure non priva di una logica superiore e misteriosa, per mezzo della quale gli incidenti e le avversità si sanano in modi inaspettati, solo apparentemente irrazionali.
“La tartaruga rossa” è, anche, un documentario favoloso e metaforico sulla storia dell’uomo, le avversità che deve affrontare, gli impulsi barbari che gli muovono la mano contro creature innocenti — nell’uccisione della tartaruga, impossibile non cogliere il riferimento all’albatros di Coleridge in “The Rime of the Ancient Mariner” — e le meraviglie che gli spuntano dal nulla e gli cambiano la vita. La malinconia è una musica sottile che pervade il racconto dall’inizio alla fine, come se il regista non avesse potuto lasciarla andare nemmeno per un momento, nemmeno quando il protagonista sembra contento — e di questo ringraziamo il regista, coerente fino alla fine. Non immaginatevi la storia dell’uomo che vive in pace a contatto con la natura — non è una favola filo-bioecologica, né, come dicevo, il trionfo dell’umano sul naturale. E’ piuttosto l’uomo nel mondo, in un mondo dominato dalla Natura, in cui le sue manine — le manine dell’omino Uomo — non le fanno nemmeno il solletico.
Scordatevi anche l’estetica ricca e lussureggiante di Casa Ghibli quando Miyazaki crea. I disegni di de Wit sono brulli, scarni, ridotti all’essenziale — spesso siamo ai limiti della bidimensionalità, gli alberi quasi piatti, così come la spiaggia, i promontori. Non si vuole sedurre con il dettaglio rotondeggiante, il colore sgargiante, gli occhioni liquidi dei personaggi ghibliniani. Qui i tre personaggi hanno praticamente lo stesso volto. Non sono connotati. Così come il paesaggio naturale. Tutto è semplicissimo. Se c’è qualcosa che si distingue, è il rosso della tartaruga, e dei capelli della donna. Perché lì, nell’alterità, e nell’incontro con l’altro, può accadere la tragedia dell’incomprensione tanto quanto il miracolo dell’amore…

E’ un film questo, per occhi attenti, animi delicati e stomaci forti. Ciò che mostra — il ciclo inesorabile della vita — è un argomento con cui fatichiamo a discorrere. Ed è per questo che abbiamo riempito il mondo di divinità. Morire non ci piace affatto, a noi umani. E ancora meno ci piace l’idea che tutto questo abbia un senso in se stesso e non rinvii a nient’altro che a questo — nascita, molte pene, qualche gioia, morte, stop.
Ma c’è anche lo spazio per i momenti unici. La scoperta dell’amore, la condivisione con un nuovo essere umano, la dimensione del gioco, la possibilità dell’arte come espressione personale e mezzo di comunicazione. Tutto questo rende una vita valevole di essere vissuta.
Vi prego, pertanto, coglietelo al volo, se lo vedete capitare nelle sale italiane! Era stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, quindi penso sarà distribuito. Ecco, magari non portateci bambini piccoli. Portatevi Platone, Camus, e anche quel menagramo di Schopenhauer… Ma andateci!

Prima di lasciarvi al vostro lunedì italiano, volevo condividere con voi l’incredibile notizia della mia NYC ID. Al momento sono un soggetto immigrato con la cittadinanza italiana e la carta d’identità newyorchese, il che non è affatto male come combinazione. 🙂 Sorvoliamo sul fatto che Trump ha cominciato a fare dei gran macelli con i visti, e non solo ponendo il veto ai paesi spauracchio, ma anche impedendo il rinnovo automatico a tutti gli altri. Nemmeno lui si rende conto del caos burocratico che questo comporterà, ma che ci vogliamo fare, il suo unico neurone— che certo non risiede nel cervello — è impegnato con altre priorità, tipo come fare a costruire un muro e farlo pagare al paese che vuole penalizzare costruendolo…
Non ho fatto domanda per la NYC ID solo per una questione di show-off — capirete, per una fissata con New York da una vita, conquistarne la carta d’identità è un po’ come accaparrarsi Parco della Vittoria (!) al Monopoli…  Ho fatto domanda perché la ID ti permette tutta una serie di sconti a strutture culturali, teatrali, cinematografiche che fanno gran comodo a chiunque si trovi a vivere nella città più cara del mondo. Da oggi detengo ufficialmente una membership al MET, una membership al MoMA e una in corso di approvazione al Film Forum — una delle sale storiche del cinema indipendente newyorchese.
Se avete in testa di trasferirvi qui a New York, vi basterà armarvi di un indirizzo di casa nella City, di un documento che lo provi — meglio se un conto corrente in una banca americana — una lettera di referenza della banca, il passaporto, volendo anche il certificato di nascita, poi vi presentate una prima volta, poi prenotate un secondo appuntamento online, vi ripresentate, e se tutto fila liscio, vi spediscono a casa la ID dopo due settimane…. Sì, lo so, è una trafila un po’ lunga —un mese e dieci giorni! — ma questo per dimostrarvi che anche qui c’è della burocrazia, non solo all’Anagrafe in Italia…
Nel Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88, trovate, tra gli altri, degli scatti a opere del MET che non immaginavo minimamente fossero al MET. E vi dico una cosa. Se pianificate un viaggio qui e dovete scegliere tra i mille musei del Museum Mile sulla Quinta, il MET è da METtere al primo posto. E badate, ho visitato solo l’ala Arte Moderna e Contemporanea e Sculture Italiane e Francesi… Non oso immaginare tutta la parte egizia, arte dei nativi americani, arte dell’antica Roma…

Okay Moviers, mi taccio, ho parlato troppo oggi… Nel Maelstrom vi getto un link, stavolta a Magazzino 26, al Frullato che ho preparato su “La La Land”. So che molti di voi sono andati a vederlo in questo weekend — bravi bravissimi, i miei Moviers&Anti 🙂 — quindi ho pensato che potreste avere piacere a leggere alcune idee che avevo buttato giù quando ne avevo parlato nel Lez Muvi di dicembre quando l’avevo visto qui.

Ora andate pure e moltiplicatevi…No, volevo dire, sparpagliatevi… E accettate questi saluti, socraticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

http://www.magazzino26.it/problemi-con-il-musical-al-cinema-provate-la-la-land/

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LET’S MOVIE 311 FROM NYC – commenta BARRIERE/FENCES

LET’S MOVIE 311 FROM NYC – commenta BARRIERE/FENCES

Millequattrocentosessanta Moviers,

Sono questi i giorni che separavano l’altro ieri, il giorno dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, e la libertà. Questo adesso è l’obbiettivo. 1460 giorni all’alba. Il numeri fa spavento, sembra un’eternità e rimbalza ovunque. In rete, per strada, nei rallies politici, nei reading poetici.
Ma questi sono giorni di cifre, o meglio, di stime. Secondo il New York Times in marcia a Washington ieri c’erano 470.000 donne, e 400.000 a New York. E’ difficile calcolare con precisione. Posso dire che a New York si aspettavano 100.000 donne, ma posso garantirvi che eravamo molte ma molte di più. Un fiume in piena, da Dag Hammarskjold Plaza accanto al Palazzo dell’ONU su su per la Seconda Strada e giù giù per la 42esima e poi accanto a Grand Central, sopra il ponte di Pershing Square e via via fino alla 55esima. Un fiume di tutti i colori, lingue, gender, età, outfit.

La Marcia ha avuto tutt’un altro sapore rispetto al rally di protesta su Central Park West di giovedì sera. In quella manifestazione, organizzata in quattro e quattr’otto dallo zoccolo duro di attori impegnati politicamente — Michael Moore, Bobby De Niro, Julianne Moore, Mark Ruffalo e Cher — l’atmosfera era di lutto. Nessun coro, pochissimi applausi. Una processione, più che una manifestazione. E tutti quegli artisti che a turno hanno preso la parola sul palco, hanno compreso il momento di estrema tristezza e non hanno forzato la mano. Niente incitazioni da stadio. Tutto molto compassato.
Personalmente l’ho molto apprezzato. Era il giorno del lutto nazionale. L’ultimo giorno prima dei 1460. Come lasciare una giornata di sole ed entrare in un tunnel… Nessuno sa come sarà, ma un tunnel è pur sempre un tunnel. E di questo, qui, c’è forte e chiara la percezione. E’ un’austerity, quella che attende il popolo americano — quella che CI attende, perché ora i miei piedi sono su questa terra, e devo accettare quello che è successo. Allora nella manifestazione a Central Park West, c’è stato il momento di accettazione e cordoglio. E lo capivi guardando in faccia le persone. Sentendo il silenzio — il silenzio a una marcia di protesta è qualcosa di innaturale e mette i brividi. Il rumore è la lingua dell’azione. Quando al suo posto c’è silenzio, significa che l’azione non è ancora pronta, e si brancola. In questi giorni ho osservato New York. E mi si spezza il cuore a dirlo, ma aveva l’aria dell’animale preso e legato. Vi ho detto di quanto questa città corra, sempre. Provate a prenderla per il coppino, infilarle un collare e metterla sottochiave. Vedete un po’, l’effetto che può farvi… Ecco, giovedì New York era legata all’angolo — can you imagine?? Poi però c’è stata la Marcia di ieri, e quanta vita! E non c’era solo New York. C’era DC, c’era Chicago, Seattle, Boston, Los Angeles. C’erano tutti i centri nevralgici di questa nazione che non sanno bene cosa fare, ma sanno che qualcosa bisogna fare. E se c’è una cosa che ho capito di questo paese — e di NYC in particolare — da quando sono qui, è che il lutto dura un giorno. Poi si fa. “We will find a way”. Questo si sentiva spesso, ieri. Un modo, lo si troverà. Che questo sia detto più per autoconvinzione che per altro, può starci. Eppure è uno statement forte. E’ la speranza che spunta in mezzo allo sfacelo.

Ieri ho incontrato donne che avevano marciato a Washington contro la Guerra del Vietnam, a favore dell’aborto, in difesa dei diritti civili a donne, gay, neri. “We are still here”, mi hanno detto, con un sospiro. Settantenni, scarpe comode, un piglio fiero e indomito che hanno in comune con certe Rossana Rossanda, Simone de Beauvoir, Emma Bonino, e donne mie amiche che guardo sempre ammirata. “We are still here”. E in questo c’era un po’ di esasperazione — ma siamo ancora qui?? — ma anche fermezza — siamo ancora qui e da qui non ci schiodiamo fin quando anche questa battaglia è combattuta. Una signora aveva sentito Martin Luther King predicare, e partecipato ai comizi di Malcolm X. E ora protesta contro Donald Trump. Noi abbiamo visto tutti questi eventi attraverso le pagine dei libri di storia, oppure sullo schermo del cinema. Sentirle raccontare da bocche vere, è qualcosa che mi rende profondamente riconoscente: queste narrazioni ti gettano dritta dritta nel cuore della storia — o in mezzo alle sue gambe sempre spalancate, that bitch… Devo ancora decidermi sulla sua identità.
E un mio amico di qui mi ha detto “New York is the place to be”. Ha ragione. E’ qui che devo essere. Nella pancia della storia, o in mezzo alle sue gambe. Indipendentemente da quanto penoso possa essere.

Venerdì, il giorno dell’insediamento, è stato penoso sopra ogni cosa. La sconfitta, la vergogna, il senso di perdita, e di smarrimento. Danno, beffa, rabbia. New York che geme, il collo dentro un collare. E’ un giorno che ho vissuto e che non dimentico. Una camicia nera dentro la Casa Bianca. Avete analizzato il discorso di Trump? I tormentoni fascisti, il populismo da Duce, l’autarchia, il ripiegamento su se stessi in una terra che è cresciuta grazie agli altri — che vada a leggerseli, Trump, i dati sulla crescita che gli immigrati hanno contribuito a costruire negli Stati Uniti.

Poi però c’è stato ieri. E questa straordinaria mobilitazione.
E non avete idea della fantasia con cui queste donne — e uomini, e X — hanno riempito le strade di cartelli, slogan, giochi di parole, critiche feroci, battute satiriche, disegni irriverenti… Se avete due minuti, date un’occhiata al Frunyc… https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88

C’è stato un momento, poi, in cui ho spiato, in lontananza un cartello geniale. “Free Melania”. Mi sono fatta largo fra la folla, ho raggiunto l’autrice del cartello, le ho chiesto se potevo fare una foto perché toccava un punto esilarante e dolente, e poi mi sono messa a ridere nella maniera boardiana che conoscete bene, la risata grassa grassissima che rimbomba per mezz’ora quando rimbalza fra le pareti di una stanza (!). E naturalmente tutti quelli intorno a me si sono girati (!!). E hanno cominciato a ridere anche loro la risata grassa grassissima, e la risata ha contaminato i vicini, e i vicini dei vicini, finché tutti, a un certo punto guardavamo il cartello “Free Melania” e ridevamo, ridevamo… E’ stato un momento di liberazione collettiva e condivisione comica.
E lasciatemi dire due parole proprio su di lei, la bambolina Melania, che rappresenta tutto quello contro cui le donne cerebro-munite combattono da sempre. La donna bell’oggetto da esibire nelle occasioni speciali e poi riporre nella custodia di qualche Rotary Club quando non serve più. La donna muta. Melania non parla, e quando parla, non riesce ad articolare un pensiero, oppure ripete a pappagallo slogan tipo “America first” — che sembra il nome di una banca… Melania è la schiava moderna, che si può permettere qualsiasi gingillo Tiffany abbia in catalogo, e che crede, con quel gingillo, di accattivarsi le simpatie del suo opposto, Michelle Obama.
Preferisco di gran lunga Holly Golightly (=Audrey Hepburn), che quei gingilli li sognava solamente, davanti alle vetrine dell’omonimo store a Wall Street, ma che viveva una vita libera, e sfruttava gli uomini con la sua lingua tagliente, il suo cervello finissimo, il suo fascino intelligente. Melania è un cappottino azzurro, è Michelle prima che Michelle si laureasse e sviluppasse un suo pensiero critico. Ma non è colpa sua, alla fin fine, poor miserable Melania: è vittima di un sistema a imbuto che l’ha risucchiata in un mondo a 24 cafoni-carati e da cui non ha la forza, né il modo, di uscire. Quindi sì, “Free Melania”!! 🙂
Tra i cori intonati, oltre “This is not my President”, quello più strillato è stato “This is what democracy looks like”. E davvero la democrazia ha verosimilmente l’aspetto di 400.000 persone che si oppongono a un regime. Non so cosa succederà ora. Nessuno lo sa. Ma non sono così ingenua da credere che sarà facile. E non uso le parole a caso. Trump ha lasciato intendere che il lavoro deve tornare agli americani. Da immigrata quale sono, questa prospettiva non fa splendere molti soli nel mio cielo. Se poi a questo aggiungete che sono una donna, ovvero una pussy con della carne intorno, I don’t belong to the right side of the world, come si dice. Quindi no, niente illusioni. Ma non sono nemmeno senza speranze. Più di un milione di persone si sono mobilitate negli USA ieri. Qualcosa vorrà pur dire. Qualcosa potrà pur valere.
Quindi, forza… E forza Melania! 🙂

Il film che ha coronato la giornata di ieri — dovevo pur concludere in bellezza — è stato Fences, Barriere, diretto, interpretato, prodotto, insomma, tutto il pacchetto completo, da Denzel Washington. Ma se vi aspettate di trovare il Denzel di “Hurricane” o di “Malcolm X”, tutto muscoli e fitness, be’, preparatevi a una bella delusione. Denzel offre una pancia da Oktoberfest che francamente fatichiamo a spiegarci nella sua daily life losangelina… Bah…
“Barriere” è l’adattamento della pièce teatrale che valse all’afroamericano August Wilson il Pulitzer nel 1984, e racconta la storia dell’uomo più amareggiato dalla vita di tutto il secolo.
Pittsburgh, anni ‘50. Troy cerca di mandare giù il fatto di non essere stato accettato nella Baseball Major League per via del colore della sua pelle e fa il netturbino, con l’intento di crescere la sua famiglia. Purtroppo le sue intenzioni non trovano riscontro, molto spesso, nei fatti. Riversa sul figlio minore la propria frustrazione per la mancata carriera nel baseball, e non gli permette di tentare un futuro nel football, tanto da portarlo ad arruolarsi nei Marines. In più Troy non è uno stinco di santo e a un certo punto se ne viene fuori con una notizia bomba: nonostante l’amore ancora molto intenso per la moglie Rose, ecco che le confessa di avere una relazione con un’altra donna e che c’è un bebè in arrivo… Tutto questo è aggravato da un fratello mentalmente disturbato, e da un clima di segregazione raziale molto pesante negli anni ’50 in America.
Avete capito che dopo la Marcia non mi sono ritrovata con una passeggiata di film (!). Troy è un personaggio complesso, a tratti odioso nel modo burbero con cui tratta i figli — scatti d’ira, delirio di onnipotenza-prepotenza, saccenteria, frustrazione. Troy è il tipico maschio schiacciato dalla responsabilità di dover badare alla propria famiglia e rispondere a un certo modello sociale standard, e carico di rancore verso la piega che ha preso la sua vita. L’amarezza di cui è portatore inquina i rapporti famigliari ed è uno degli obbiettivi del film: mostrare fino a che punto un padre può danneggiare i propri figli pur cercando di fare “il loro bene”. E’ verboso, Troy. I suoi monologhi durano decine e decine di minuti, e non è sempre facile stargli dietro senza perdere il filo. La moglie, Rose, se da un lato suscita tutta la nostra solidarietà, ci fa anche incavolare un po’ nel suo livello di totale accettazione. Quando acconsente a crescere la figlia di Troy senza praticamente batter ciglio, be’, a noi ragazze di oggi noi, ci girano un po’…
Un aspetto colto bene è l’autocensura che caratterizza i rapporti tra amici maschi. Troy e l’amico di una vita Bono parlano di tutto e condividono lavoro e vita, ma Troy non riesce a confessargli della sua seconda vita sentimentale, né a dirgli della bambina in arrivo. Come se la confidenza, fra i due, si fermasse a un certo punto. Come se il “parlare di tutto” fosse prerogativa delle donne, mentre gli uomini occultano intere zone di vita quotidiana, forse per il timore del giudizio, della perdita della faccia.
Che il testo origini dal teatro è evidente. L’azione si svolge quasi sempre in casa o in giardino e o dialoghi sono costruiti per il palcoscenico. Denzel è davvero bravo nell’interpretazione che dà di questo personaggio così osso duro, ma la regia, per come la vedo io, non è al livello della sua interpretazione attoriale. Non è nulla di ché. Ma non mi stupirei che lui o Rose si portassero a casa qualche riconoscimento per il lavoro notevole che hanno svolto.
Eppure non riguarderei “Barriere”. Non so bene perché, ma in alcuni punti ho trovato i dialoghi troppo forzati, troppo drammatici. Come se le disgrazie che capitano a questa famiglia non bastassero di per sé, ma avessero bisogno anche di una drammatizzazione linguistica che io ho trovato eccessiva.
E’ tuttavia così raro vedere un’opera drammaturgica/cinematografica black, che esorto tutti a vedere il film. Parlo da Harlemita… 😉

E anche per stasera è tutto… Ho naturalmente aggiornato il Frunyc, e in più ci terrei a farvi conoscere una canzone che è la mia colonna sonora da quando sono qui. Arriverà anche in Italia, fra qualche mese… S’intitola “Black Beatles”, https://www.youtube.com/watch?v=b8m9zhNAgKs.  Mettetela a palla e sentite come si distingue dal rap tradizionale. C’è una sonorità melanconica che l’accompagna, e in più guardate come riscrive i canoni dell’amor cortese ai tempi del terzo millennio, in da City…
“Ya body is like a work of art, baby. Don’t fu*k with me I break ya heart baby”.
🙂

Nel Maelstorm trovate un articolino, in italiano e in inglese, sempre sul musicale, ma più sull’operistico…

E per oggi è tutto, Moviers, grazie per l’ascolto, e saluti, stasera, numericamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Et voilà…
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2017/01/18/gianandrea-noseda-conducting-an-opera-a-miracle/
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2017/01/18/gianandrea-noseda-conducting-an-opera-a-miracle/

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LET’S MOVIE 310 From NYC – commenta THE FOUNDER

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Finisco Fellows

in un vagone sfortunato, nella tratta Trento-Verona, domenica all’alba, diretta in aeroporto. Oppure sul più fortunato che potesse capitarmi — ogni esperienza fa sapienza.

Prendo posto. La carrozza mi sembra vuota. Non mi accorgo che nello scomparto avanti sulla destra, c’è qualcuno che dorme: io mi fermo nello scomparto prima, sulla sinistra.
Il treno si avvia e entrano una marmaglia di individui fra cui due adolescenti. 17 anni circa. Bomber nero, cerchi neri nelle orecchie, anelli lisci di metallo, piercing al sopracciglio e capelli rasati sopra le orecchie con quelle stripes orizzontali che sembrano un errore del rasoio e di cui non si capisce affatto il valore aggiunto che possano avere in un’ottica hair-style. Brufolame sparso su una pelle bianchissima. Sguardo malevolo e uno straordinario odio nei confronti del mondo che non presenti le suddette caratteristiche.
Sì, l’odore nell’aria è quello di Forza Nuova.
Uno dei due annaffia con del Gatorade il sedile nello scomparto avanti al mio, sulla destra. Quello su cui io non ho una visuale. E i due ridono come due adolescenti riderebbero dopo un atto di vandalismo travestito da bravata. Ma da lì, dal nulla — e da sotto una coperta, poi scoprirò — spunta una donna.
Nera.
La donna si arrabbia, giustamente. Perché mi avete fatto questo?, chiede, incredula. Perché’?
La risposta di uno dei due, che potrebbe essere il perfetto rampollo di casa Calderoli-Le Pen, è una sequela di luoghi comuni della Lega vecchia scuola.
Taci, negra di mer*a. Le paghi le tasse? Tornatene a casa. Che ca**o parli tro*a, continua a dormire, str*nza…
Un italiano di mezz’età seduto nello scomparto avanti, si alza e dice ai ragazzi di moderare i toni.
I ragazzi lo ignorano e continuano.
“Io non ho fatto niente”, dice uno dei due ragazzi. “Non so che ca**o dice quella negra. Mi hai visto fare qualcosa?”, chiede il Piccolo Lord nazi al signore, che non aveva visto la scena, essendo nello scomparto avanti.
Io però ero nello scomparto dietro.
Io, la scena, l’ho vista. Ho visto l’arco arancio del Gatorade precipitare nel vuoto. Ma mai avrei immaginato che quel vuoto fosse occupato da un essere umano.
“Io ti ho visto”, dico, alzandomi in piedi, senza nemmeno pensarci. E lo guardo dritto negli occhi e non tolgo gli occhi dai suoi per tutto il tempo. E’ lo sguardo freddissimo che fulmina e incenerisce. So di averlo. E’ lo sguardo da tenere sotto chiave come la bomba H e da non utilizzare mai. Tranne che in questi casi.
Lo colgo alla sprovvista: né lui né il suo amico mi avevano notato, entrando.
E per una frazione di secondo esce fuori il ragazzo che è in lui. Quando cogli alla sprovvista gli adolescenti, fai crollare loro il cm quadrato di sicurezza su cui poggiano le loro All Stars.
Passato quell’istante, arriva l’ignoranza, l’animalità, il razzismo, con tutta la violenza che queste bestie portano con sé, specie se accompagnate dalla giovinezza.
Non sa a cosa appigliarsi ovviamente. Si sente incastrato. Allora si attacca all’età, e alle scuse da serie televisiva.
“Tu non hai visto un ca**o, magari è stato il mio amico e ti sbagli, che ne sai, hai le prove di quello che dici? Vedi abbiamo una Coca e un Gatorade…magari è stato lui…”, indica vittorioso una Coca e il Gatorade.
“No, io ti ho visto”, dico io, sempre con lo sguardo bomba H.
“E che ca**o vuoi fare sono minorenne e poi quella tro*a non ha diritto di parlare”…e va avanti con tutta una serie di improperi illogici che non voglio ripetere, nemmeno tappezzando la sua malalingua di asterischi**.
Il signore si arrabbia e comincia a rimproverarli come un padre, minacciando di andare a chiamare il controllore. La donna, nel frattempo, continua a lamentarsi “perché mi avete fatto questo? Razzisti, razzisti, brutti razzisti, chiamo la polizia…”
Io sono in piedi calmissima, ma attacco con la veemenza che mi contraddistingue — e che ben conoscete quando discuto con il WG Mat! E comincio a dire cose che mi ribollono dentro da centinaia di anni e contro cui loro due non possono ribattere, né lui né il suo compare, che ha gli occhi maligni, ma che segue il boss e senza boss, forse, sarebbe diverso.
Lo guardo dritto negli occhi tutto il tempo. Tutto il tempo con lo sguardo all’idrogeno.
Dico tutto quello che c’è da dire. Che il colore non c’entra niente, che lei è una persona come loro, che ha gli stessi di vivere in Italia o altrove esattamente come loro. E chiedo “ma in che razza di mondo volete vivere?? Nemmeno gli animali si comportano così. Volete essere meno degli animali??”.
Il boss farfuglia qualcosa ma non osa insultarmi — del resto io sono bianca e probabilmente trentina, faccio parte degli eletti — ed esce dallo scomparto, sbrodolando insulti razzisti molto pesanti verso la donna. Lo scagnozzo lo segue e mi dice, un sorrisino post-LSD, “Io non ho fatto niente”. Io gli dico “Se tu avvalli quello che fa lui, è come se lo facessi anche tu”. Lui mi guarda senza aver capito. E io mi rendo immediatamente conto di parlare con un adolescente con un vocabolario medio di 100 parole articoli inclusi, e che non può sapere cosa significa “avvallare”. Riformulo.
Se tu gli permetti di farlo, tu sei come lui.
Mi guarda, e so che ha capito. Ma non vuole capire.
Nel frattempo arriviamo alla stazione di Rovereto e i due scendono.
Dal binario, forti della distanza e del finestrino in mezzo, cominciano a ridere. Il boss si avvicina allo scomparto di mezzo e indirizza un dito medio alla donna di colore.
Non guarda dalla mia parte.
Il treno finalmente riparte.
La donna si alza e mi ringrazia. Io sono mortificata. Mi scuso per quello che è successo. Mi scuso per queste persone (?). Per questo Trentino, quest’Italia, questi bianchi, questi eletti.
Le dico che mi vergogno. E che mi spiace tanto. Lei mi sorride un sorriso di sconfitta che io non scorderò mai.
Certo non mi aspettavo di trovare questo, tornando in Italia. Dopo tanto parlare di razzismo USA, ecco che incappo nel più banale episodio di xenofobia nella mia stessa città, come mai mi era capitato.

Che il razzismo sia una malattia pressoché inguaribile connaturata all’essere umano purtroppo è una realtà con cui devo fare i conti — benché io abbia in tasca tutta una serie di ideali che mi piace portarmi appresso e tastare di quando in quando, sentire che sono lì, sempre con me, pronti a sbocciare.
Parliamo delle reazioni, invece. Se non possiamo eliminare il razzismo in quanto fenomeno imperituro dentro un sistema umano, almeno possiamo combatterlo con il nostro agire. Cominciamo a guarire prima l’organo per poi guarire l’organismo.
Nel vagone era presente anche un altro ragazzo, sui venticinque. Timoroso. Non ha proferito parola.
E’ colpevolizzabile per questo? Nella pratica, le sue parole avrebbero cambiato qualcosa?
No.
Le mie hanno cambiato qualcosa?
No.
Allora perché parlare, rischiare, esporsi?
La risposta è difficile e traballa su un filo di lana.
Per contrastare la legge del tacito assenso. Il mio silenzio accetta il detto altrui, e finché si fa la scimmia che si tappa gli occhi, gli orecchi e non parla, il mondo perpetuerà questi episodi.
Credere che parlare sia un atto eroico è anche sbagliato. Io penso di aver fatto quello che tutti avrebbero fatto e che sta scritto nella più grande Costituzione che sia mai stata vergata: quella della coscienza di ognuno.
Se mi chiedete come si contrasta la vergogna, questo proprio non lo so. E non ho ancora trovato il modo di scoprirlo.

Per complicare ulteriormente il resoconto, potrei aggiungere che il resto della marmaglia entrata nello scomparto con i due nazi, era gente dell’Est Europa fieramente senza biglietto. Conoscevano i due nazi, ma non hanno mosso un dito né detto nulla.
Sono rimasti a bordo fino a Verona, passando tutto il viaggio sul chi va là, pronti a scendere all’arrivo del controllore e decidendo quale scusa raccontargli in caso di controllo.
Quindi non pensiate che io creda nel mito dell’Immigrato Santo — come una volta c’era il mito del “Bon Sauvage”. Ma meglio non mettere troppa carne al fuoco…

Passano le mille miglia che devono passare e arrivo dal mio amore, New York City.
Alla fermata dell’A train, alla 145esima, la mia, non c’è alcun ascensore, ma tre rampe irte di scale, lo so. Ci penso sin dall’aeroporto di Venezia. Tre rampe con 23 kg di valigia più 12 di bagaglio a mano tra zaino e borsa. E purtroppo nessuna stazza Mike Tyson intorno al mio essere.
Quando mi ritrovo ai piedi delle tre rampe, valutando il daffarsi e maledicendomi come sempre, ecco che mi si affianca un latino. Alto più o meno come un Pitufo, ovvero un Puffo alla latina — courtesy Fellow Killer. 😉 Ha un trolley versione puffo. Guarda il mio trolley versione Bue Grasso.
“What if I take yours and you take mine?”, mi dice, con un inglese che sa di Puerto Vallarta. Io sospiro ciò che mi avete sentito già sospirare in un’altra occasione nel Jersey.
“You are an angel”.
Mi sorride. E facciamo tre rampe così. Io con il suo trolley, lui con il mio.
In cima, non so come ringraziarlo.
“De nada, de nada”, cinguetta.
Sono a casa. E i nazi sono due punti neri che satellitano in giro alla ricerca di pericolosi elenchi…

Ora cerco di scavalcare il buio oltre la siepe trentino e le sfaticate post-viaggio e di buttarmi nella luce del cine.
Avevo lanciato un Let’s Movie da New York prima di partire, proponendo “Acquarius”. Poi il Mastro ha pensato bene di evitarci un film di 149 dubbi minuti e mi ha messo sul piatto una portata che volevo servirmi in qualche sala newyorkese una volta rientrata. La gola è stata troppa e quindi con il WG Mat, l’Onassis Jr e l’[A]ndy/ynda(C) — i miei Cavalieri con lo Zodiaco ma senza Paolo Fox — ci siamo fiondati da “The Founder” di John Lee Hancock.
Qui negli USA si dice che il film farà faville agli Oscar il mese prossimo. Per il momento non si è portato a casa nemmeno un Golden Globe, che si sa, è il premio Cassandra delle competition stelle&strisce: vinto quello, la statuetta è praticamente in mano tua — se non ti chiami Leonardo No-Oscar No-Cry Di Caprio… A ogni modo, il film è presto detto: racconta la storia, in maniera assai piatta e incolore, di Ray Kroc, il venditore di frullatori porta-a-porta che, grazie alla sua scaltrezza e soprattutto ai suoi 2 metri di pelo sullo stomaco, riuscì a portare via il marchio MacDonald’s dai due fratelli, Mac e Dick McDonald’s, che quel marchio lo idearono aprendo il primo storico fast-food nella San Bernardino Valley.

Un biopic tutto sommato mediocre, senza nessun particolare fuoco d’artificio nella sceneggiatura né nell’interpretazione di Michael Keaton, che mi aveva convinto molto di più in “Birdman”. Ma a sua discolpa possiamo dire che il personaggio da interpretare non lasciava molto agio. Quando ti trovi a vestire i panni di un individuo assolutamente privo di coscienza, un opportunista interessato al proprio profitto e incurante dei desideri e delle volontà altrui. Quando ti devi calare in quel ruolo be’ non hai molta scelta. Cerchi di lasciar filtrare il meno possibile, con il rischio di passare per gli strali della recitazione monotonica — one man, one tone. Ray Krroc si è comportato in maniera talmente bassa con i due fratelli McDonald, portandogli via il loro amato ristorante con astuzia, perizia e forse anche un poco di furbizia, — giusto per rigirarsi un po’ gli anni ’80 animati in bocca — talmente meschina e, diciamocelo, bastarda, che non c’è molto da dire su di lui. Rappresenta quel lato dell’America tutta greed&grit che, guarda un po’, è ben incarnata dal nostro nuovo Presidente Eletto… L’arrivista che calpesta e non guarda in faccia nessuno e che propone l’“upgrade” della filosofia dog-eat-dog con quella del rat-eat-rat.

Siccome io sono crescita con JR Ewin di “Dallas” e credendo che quello fosse l’Hannibal Lecter degli affari americani, trovandomi davanti Ray Kroc capisco che c’è di molto peggio. Capisco anche che magari lo scopo di “The Founder” è proprio informativo: far conoscere il dark side dell’impero MacDonald’s a chi non ne sa nulla. E di questo bisogna dar atto al regista. Fossi una cliente, dopo la visione del film, passerei a Burger King — esiste ancora, per altro?? Ma come dicevo, dal punto di vista dello spessore del film, viaggiamo a zero metri sul livello del mare…

Ci sarebbe anche un discorso da fare sul ruolo del villain — il cattivo — negli affari. Come mai JR Ewin era un GFDP, ovvero un Greatsonofabitch del business petrolifero texano, eppure ci piaceva? Come mai alcuni spietati ci intrigano, nella loro malignità, e altri invece ci stanno solo sulle scatole, tipo Ray Kroc? Pensate al Jocker in Batman, a Jack Torrence in Shining a Drugo di Arancia Meccanica, a Dracula, e a lui, il sommo e unico Padre-Io-Sono-Tuo-Padre di tutti i Cattivi, Darth Vader… Perché a volte funziona e a volte no? Forse in “The Founder” c’è la storia vera dietro, e allora il nostro inconscio dice, ehi wait a minute, questo farabutto è esistito davvero. Tutte queste carognate, le ha fatte sul serio. Ma allora come mai il farabutto Jordan Belfort di “The Wolf of Wall Street”, farabutto realmente esistito, in fondo in fondo alla fine un po’ ci piaceva, come Lupin? Canaglia, ma in fondo simpatica? Come mai alcuni cattivi sono ottimi, e altri cattivi sono pessimi?
Mmm… Magari anche la caratterizzazione dei due MacDonald brothers ha inciso. Sono troppo troppo orsacchiottoni con animo Winnie Da Pooh per essere attaccati in alcun modo… Insomma, c’è qualcosa che non mi quadra nel film. Se Hancock, il regista, era convinto dello scopo didattico del film, allora sarebbe stato apprezzabile maggior materiale di repertorio —immagini, voci, filmati— durante tutto il film, e non solo alla fine.
Mah, sarà anche il rimando a una tipologia di aggressività commerciale che evoca incubi trumpiani, forse…

Moviers, oggi la mia giornata è durata 48 ore e due continenti, quindi credo sia ora che giunga al termine. Voi invece state per cominciarne un’altra, il tempo burlone…

Oggi il Frunyc non è aggiornato, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88. Potrei mettere le foto di Trentoville imbiancata a lutto (!), ma quella la conoscete bene anche senza foto… 🙂
Però nel Maelstrom getto un articolo su Pirandello 150 che potrebbe interessare centomila di voi, o magari nessuno, ma speriamo almeno uno… 😉
E per oggi è tutto (!), come sempre GRAZIE e saluti, stasera terminatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E a voi Moviers, Giganti della Montagna, Così è (se vi piace) … 😉
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2017/01/11/pirandello-150-a-birthday-celebration-at-film-forum/

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LET’S MOVIE 309 Back to Town for One Shot – Propone ACQUARIUS e commenta PATERSON

LET’S MOVIE 309 Back to Town for One Shot – Propone ACQUARIUS e commenta PATERSON

ACQUARIUS
di Kleber Mendonça Filho
USA, 2017, ‘140
Giovedì 12/Thursday 12
Ore: around 9 pm – controllate telefonando al Mastro!
Astra/ Dal Mastro (eddove sennò!)

 

Mande Moviers,

Qui la stand-up comedy va per la maggiore. Anzi. Qui la stand-up comedy è nata — e Los Angeles taccia, di laggiù! Ce n’è per tutti i gusti e soprattutto per tutti i portafogli. Qua molto dipende dal portafogli, ma che ci volete fare? New York è pur sempre la città dei bling-bling. Se non siete tycoon di professione, ma v’industriate come potete, e volete godere della comicità live, ci sono tutta una serie di occasioni da cogliere al volo in bar, bistrot, ex piscine trasformate in pub — ebbene sì — e non c’è davvero che l’imbarazzo della scelta. Quindi alla fin fine non occorre essere un tycoon di professione, occorre avere gli occhi aperti — e soprattutto essere iscritti a The Skint, il mio provider ufficiale di eventi nascosti e cheap in da City 🙂
Ho scoperto il favoloso mondo dei last-minute tickets. Se sei fast abbastanza da ricevere la notizia e iscriverti, puoi ricevere dei biglietti for free, oppure dei posti disdetti. Ed è successo che una sera della settimana scorsa sia stata fast abbastanza e abbia beneficiato di un biglietto gratuito o disdetto — vallo a sapere — per il Joe Mande Show.

Questo Joe Mande è uno dei comedian più in voga del momento. 33 anni, ebreo, magrino, piccoletto, lingua biforcuta, sarcastico, irriverente. Praticamente Woody Allen, meno 60 anni e al netto di Soon Yi. Io non avevo minimante idea di chi fosse, né di come sarebbe stato lo show — you try your luck, si dice da queste parti. Ma avevo notato la location: Highline Ballroom, un locale a Chelsea noto per ospitare concerti di hip hop e jazz. Se volete, potete anche prenotarlo per le vostre cerimonie — ma sul costo, non posso garantire nulla di accessibile.
Morivo dalla curiosità di assistere a una vera stand-up comedy in un locale così: è nei locali così che la stand-up comedy nasce. I comedians sul palchetto a dire le loro cattiverie, e il pubblico giù in sala al tavolino o in platea, a ridere amaramente della vita sorseggiando un drink, generalmente doppio…
Quindi mi presento all’ora stabilita, mi aggiungo alla fila che aspetta fuori, e aspetto cercando di trascendere il freddo — pratica in cui sto raggiungendo vette vediche. Dopo un po’ ci fanno entrare e ci sparpagliano fra la platea e i tavolini. Dopo dieci minuti di un comico riscalda-pubblico — e già solo lui sarebbe bastato — ecco Joe. Ed è stato davvero uno show. Un’ora e un quarto da solo sul palco, tempi comici direi olimpici, non un’incertezza. Show.

In realtà non sono andata all’Highline Ballroom solo per la location, o per Joe Mande in sé, quanto per sentire su cosa satirizzano questi americani. Il bilancio è: matrimonio/relazione uomo-donna, sesso, droga, ebraismo, ISIS — che qui si pronuncia ai es, e ho impiegato anche qui un qualche bel minuto per capire, sempre per la questione acronimi…. Questi sono i macro-argomenti trattati dalla satira americana. Anche in altri posti in cui ho avuto modo di andare ad assistere a una stand-up comedy — fra cui lo storico Over the Eight Pub a Williamsburg, nell’ultima serata prima della chiusura, sigh — ho capito che quelli sono i topic classici. Di politica interna si parla poco: qualche accenno a Donald Duck, ma più riferendosi a lui come elemento fumetto che come oggetto di una vera e propria critica articolata. Forse perché a quello pensano già certo talk-shaw sui canali più seguiti — a quanto capisco, Stephen Colbert ha preso il posto del leggendario David Letterman. Non penso si tratti di una questione di timore, comunque. Credo sia culturalmente più ardito per un americano, spiattellare su un palco le dinamiche di letto che la squadra di governo del nuovo Presidente Eletto — c’è sempre un sottofondo di padrepellegrinica pruderie dietro a questi argomenti. E arditi, questi comedians, lo sono davvero! Riescono a far battute sull’Olocausto, o sul terrorismo, in una maniera spiazzante e al limite dell’eticamente consentito. Volano sempre lì, attorno a quel limite. Sono degli acrobati straordinari: in qualche modo, riescono a non superarlo mai, pur sfiorandolo tutto il tempo
Lo show era registrato per la tv, e sarà mandato in onda. Mi domando se qualche MOIGE versione americana taglierà qualcosa, oppure se tutto verrà mantenuto così com’è. Se la seconda ipotesi risulterà vera, be’, dovrò ricredermi sulla politica di censura che pensavo applicassero qui…

Comunque a questo proposito mi è tornato in mente un documentario proprio su questo argomento che avevano passato alla Festa del Cinema di Roma, “The Last Laugh” di Feste Perlestein, che s’interroga su un punto scottante: si può ridere dell’Olocausto? Speriamo arrivi presto nelle sale italiane perché è un argomento di cui non si parla mai — guardate che effetto fanno i tabù…

Invece, cinematograficamente, questa per me è stata la settimana di Jim Jarmusch. E potrebbe esserlo anche per voi, Moviers, visto che il film è anche nelle sale italiane 😉
Paterson vive a Paterson, New Jersey, e guida l’autobus. Già il personaggio che porta lo stesso nome della città in cui vive ci fa drizzare le orecchie — un soggetto, un luogo. Man mano che il film procede capisci che questa sovrapposizione di soggetto e luogo è oltremodo felice: Paterson è una persona apparentemente comune, la cui vita è scandita dalla routine lavorativa: sveglia, colazione, autobus, casa, passeggiata con il cane, birra al bar e casa. E la cittadina è una cittadina come infinite cittadine degli Stati Uniti. Planimetria urbana a griglia, il take-away cinese, il diner, la chiesa bianca, lo scuolabus giallo. Eppure Paterson non è affatto un tipo comune. E’ un poeta, senza velleità di sfondare nel mondo dell’editoria. Eppure è un poeta, su questo non ci piove — lo sappiamo perché il film è percorso dai suoi versi in voiceover, e trascritti on-screen. Allo stesso modo, Paterson la città, sarà anche un comunissimo paese del dodgy Jersey come tanti, ma è anche un luogo speciale che ha dato i natali al grande poeta William Carlos Williams, o dal quale sono passati Iggy Pop, Allen Ginsberg, Lou Costello e persino Gaetano Bresci — l’assassino del Re Umberto I di Savoia, casomai qualcuno avesse delle amnesie in storia… Jarmusch, attraverso questa sovrapposizione di ordinarietà e straordinarietà, traccia il profilo filosofico del film: attento spettatore, ci dice, la banalità può essere solo uno schermo dietro il quale si nasconde ben altro.
E questo è un discorso che potrebbe essere riferito persino al suo stile registico: attento spettatore, l’apparente “non succede niente in questo film” in realtà nasconde molto altro. Se siete un po’ avvezzi al cinema di Jarmusch, saprete che è stratificato e denso, ricchissimo di citazioni e di rimandi — una vera gioia per i cinéphile a cui si sa, scavare e scavare piace un sacco. Tuttavia non propone un cinema saputo — almeno non in “Paterson” — oppure elitista. Se non conosci Petrarca, trova comunque il modo di farti arrivare il nesso che ha portato alla sua citazione — e per uno spettatore italiano, sentir nominare Petrarca o Gaetano Bresci in un film sepolto nel Jersey, fa un effetto scioccante e gratificante insieme.

“Paterson” non è solo Paterson, ma è anche Laura, sua moglie, una creatura dolcissima, un po’ sognatrice — in senso sia letterale che figurato — un po’ bambina. Quelle anime entusiaste che le provano tutte nella ricerca della propria strada e che non si scoraggiano, né si fanno remore a passare di passione in passione. La pittura, la musica country, i cupcakes. Non sa nemmeno lei quale sia il suo talento. Ma cerca, in continuazione, e nel frattempo crea — casa Paterson è tutt’un pattern (!) bianco-nero a pois e zebrato: ossessione primaria di Laura. Oltre a questo — e a me, scusate, ma pare già tanto — “Paterson” non parla semplicemente di poesie o di un poeta, ma va a monitorare e estrinsecare (!) i meccanismi della scrittura in versi, della nascita dell’ispirazione, del rapporto tra parola e immagine. E soprattutto la nascita della meraviglia che può scaturire da uno strano gioco di coincidenze e che rende il quotidiano un luogo sempre speciale. Esempio. All’inizio del film, Laura sogna una coppia di gemelli. E in tutto il film, Paterson non fa che incontrare coppie di gemelli! L’ironia soffonde il film dall’inizio alla fine, sia nelle piccole disavventure che costellano la vita di Paterson, come l’odio per il cane Marvin, pupillo di Laura — “Marvin, I hate you”, sussurra a un certo punto Paterson, e Marvin, per vendetta gli divora il suo taccuino di poesie…
E’ raro, -issimo, trovare un film che riesca a guardare dentro agli ingranaggi della poesia, e al tempo stesso lasci una sensazione di serenità e di benessere. L’ho colta sul viso di tutti gli spettatori che uscivano dalla sala del Sunshine, nell’East Village, un cine che amo particolarmente perché propone sempre film giusti, e che prima del “play” getta sotto il maxischermo un povero addetto del cine che vi fa la ramanzina sul divieto di filmare con lo smart-phone pena reclusione a vita in qualche carcere di massima sicurezza — qui sono assai angosciati dal pericolo pirateria. Al Regal in Times Square — cine truzzo per eccellenza — la sala è piantonata da due omoni della security il cui compito è quello di osservare che nessuno smart-phone salti fuori da qualche borsa e abbia il coraggio di riprendere il film.
Pertanto io vi chiedo, come favore personale, di dare a Jarmusch il beneficio del dubbio, e di andare a vedere “Paterson” senza preconcetti…

E questa settimana, Moviers, colpo di scena! Let’s Movie comes back to town per uno special, giovedì, allo spettacolo intorno alle 9 pm per vedere

ACQUARIUS
di Kleber Mendonça Filho

Il Board rimane in Trentoville town per tre giorni tre, poi se ne ritorna a casa, di là dall’oceano 😉 Se volete salutarmi, questa è l’occasione! Io certo speravo di venire personalmente a casa di ciascuno —come quando si consegnano gli inviti ai matrimoni… paura!— ma purtroppo non so se arrivo con tutti… 🙂
Spero di farcela per il Let’s Movie Back-in-Town. Casomai non dovessi, voi prendete pure posto. 😉

Nel frattempo, se volete favorire, ho aggiornato il Frunyc… https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88

E con un paio di settimane di attesa, finalmente arriva il mega-pippone del nostro WG Mat su Star Wars – Rogue One, che sobbolle laggiù nel Maelstrom in attesa del vostro palato… Devo dire che è valsa la pena aspettare: guardate che po’ po’ di square meal acculturato e accorato che ci serve il WG. E sì, la logorrea è una malattia che colpisce tutti i cinepatici, non solo il Board… 🙂

E vi porgo saluti, comediantemente cinematografici, e vi dico a presto…

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

A te la parola Mat!

“A scanso di equivoci lo dico subito: la trilogia originale è nell’olimpo dell’epica e sono mitologici, nel senso che fondano una propria mitologia e parlano di archetipi dell’inconscio collettivo che in quanto tali sono assoluti, cioè con valore universale. (come nell’epica, nelle religioni, nelle mitologie).
Non è un caso che Lucas li scrisse basandosi sul lavoro di Campbell (a sua volta basato su Jung) e il mito dell’eroe, a cui rimando http://www.archetipi.org/mitologia/joseph-campbell per approfondire.
I prequel tra alti e bassi sono uno scaffale di sotto (per usare la metafora Fru) ma delimitano meglio il protagonista della saga originaria – Anakin / Darth Vader – che racchiude in sè tutti i temi.
Ecco, Rogue One non è nello stesso scaffale. Ma Star Wars è un proprio universo con i suoi temi cari ricorrenti, ed è nello spirito della saga la continuazione di questi e il passaggio del racconto in nuove mani (alla maniera degli aedi), lo diceva anche Yoda no?  “Always pass on what you have learned.”
Il topos principale è sempre l’espiazione eschilea della colpa dei padri, unito al tema forte della speranza e della Forza (la Forza in italiano rende meno che “the Force”, […] an energy field created by all living things. It surrounds us and penetrates us; it binds the galaxy together.”) contro la macchina. Da Luke che spegne il computer del suo xwing per distruggere la Morte Nera usando i suoi sensi, a Darth Vader ormai mezza macchina e non più umano, alla ribellione “disperata” contro la macchina militare perfetta con i suoi strumenti e soldati obbedienti dell’impero
Con questi temi però in questo capitolo il nuovo regista Edwards ha voluto sperimentare rispetto agli altri capitoli con altri linguaggi, e un po’ mi ha sorpreso considerando che la produzione è Disney.
Ed il film riprende i primi Star Wars e se ne distacca allo stesso tempo: come i classici anche qui c’è un universo sporco, una specie di far west galattico in cui gli abitanti, i più vari per colori e specie, si arrabattano per vivere e sono oppressi da un impero rappresentato palesemente come fascista (le divise tra l’altro sono sempre state ispirate a quelle tedesche degli anni 40) e uniforme e che non tollera nessuna differenza.
Le novità assolute di questo film però è che per la prima volta non ci sono Jedi, sterminati nelle purghe di Darth Vader e dell’Imperatore degli anni precedenti, e che il racconto avviene al culmine del potere dell’Impero, nel momento più cupo della galassia.
Ciò che rimane dei Jedi, e di ciò che rappresentavano sono ormai solo il vago ricordo di pochi, e alcune statue abbattute davanti ai templi Jedi razziati dall’impero.
Narrativamente la sfida è raccontare cos’è l’universo di Star Wars per i normali abitanti di quel mondo, non per gli eroi mitologici che abbiamo sempre seguito (e si, concordo con la Fru che forse così si perde parte della caratteristica epica, perchè l’eterno equilibrio del mondo tra il lato Chiaro e il lato Oscuro della Forza, tra Jedi e Sith e ciò che rappresentano è ciò che più ci affascina)
La prima metà è sicuramente più lenta e debole, ma è evidente un influsso di generi di film di guerra del filone alla Sporca dozzina / Inglorious Bastards. Il tema poi è quello e sono stati tanti i critici a ritrovarcisi: ambientazione guerra e occupazione militare col pugno di ferro, ribelli partigiani che si organizzano eu un manipolo di eroi improbabili che dovrà portare a termine una missione disperata. Uno svolgimento che richiama anche Platoon e Salvate il soldato Ryan.
La seconda metà in un crescendo di ritmo e di dimensione epica ci ricorda più lo Star Wars che siamo abituati a vedere, certo lo ammetto con qualcosa di riproposto come schema narrativo (missione contro il tempo contro una base nemica) ma come racconto di guerra sono evidenti qui i modelli a cui il regista fa riferimento come film bellici.
Lo scontro tra l’Impero e l’Alleanza è lo scontro più violento e senza pietà mai visto in Star Wars. Ciò che racconta è semplice: la guerra è l’inferno. Ed infatti il film è pieno a riferimenti non nascosti all’immaginario sconvolgente visto in film e documenti sul Vietnam, include le dispute tra fazioni di ribelli e ne caratterizza alcuni come estremisti (uno stormtrooper ad un certo punta urla anche “puntate al terrorista”, indicando un ribello che stava per attaccare un mercato pubblico), mina l’utilità di una repubblica democratica, e dipinge un mondo pieno di personaggi che hanno subito danni incommensurabili e non sono eroi perché hanno fatto cose orribili.
E questa è la vera novità di Rogue One, sicuramente sotto il livello dell’epica della trilogia classica ma con una propria dignità.
Ultima cosa ma non meno importante: ci tengo a sottolineare ancora la distinzione di Star Wars tra impero omologatore, fascista, che annienta ogni diversità e una ribellione fatta di diversità e specie e colori diversi.
Guardate bene, la squadra di Jyn Erso della ribellione non ha un solo maschio bianco, sono tutti di etnie diverse (più un robot) guidate da una donna forte.
E Star Wars è universo in cui il genere non ha mai contato, e ricordiamo tutti solo come esempio la Principessa Leia della grande Carrie Fisher, l’unica principessa che già dagli anni 70 non aveva bisogno di essere salvata ma che finiva lei per salvare gli altri.
La Disney ha spinto ancora oltre questo anche già con Episodio VII del 2015, anche li con una protagonista femminile, anche lei come Jyn forte perchè protagonista, e non “nonostante” sia donna o “in quanto” donna, è una domanda che nessuno dei personaggi non si fa mai.
Ecco, a livello di industria culturale Star Wars è e sarà una pietra miliare della cultura pop, e la Disney credo abbia fatto una bella operazione, e anche se qualcuno dirà “è solo un film”, beh io rispondo che le idee che un film, un libro, una canzone ci raccontano sono ben più forti di quel che si possa credere”.

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LET’S MOVIE NEW YORK CITY 308 – Frum From Far Off commenta TONI ERDMANN

LET’S MOVIE NEW YORK CITY 308 – Frum From Far Off commenta TONI ERDMANN

Fulmicotone Fellows,

Credevo di essere sufficientemente preparata alla mania che gli americani hanno per gli acronimi. Invece no. Qui devo farmi strada ogni giorno tra domande tipo “do you have an SSN?”, o “Your EAT?”.
La sensazione data dalla mancata comprensione somiglia molto a quando annaspi in mare, o pedali a vuoto. Ecco fate conto che mi capita spesso, quando ci sono di mezzo gli acronimi.
Nel primo caso, SSN, ci si riferisce all’agognato Social Security Number — i soldi possono magari non comprare la felicità, ma è sicuro che non possono comprare il Social Security Number, e la Green Card…
Nel secondo caso, EAT, mi sono scervellata non poco quando me l’hanno chiesto via sms. Alla fine ho dovuto arrendermi e domandare, con somma vergogna della just-landed.
“Estimated Arrival Time”
(Certo, ecchi non c’arriva??)

Noi chiediamo “quando conti di essere qui?”, “per quando pensi di arrivare?”. Loro digitano “Your EAT?”
E badate, questo non è dovuto al linguaggio millennial/social, in cui si punta ad accorciare tutto o a rottamare le CH in K (!!). Questo è proprio un modo tutto americano di esprimersi, a cui, volente o nolente, devo abituarmi.
L’esempio più incredibile di sintesi fulminante in cui sono incappata è l’ENT.

Nell’ultima settimana ho avuto qualche piccolo incidente di percorso con la gola e le detestevoli orecchie, tanto da non potermi arrangiare con i rimedi della granny, e costringermi a sentire il medico. Noi in Italia andiamo dall’otorinolaringoiatra — se cominciate a contare le sillabe ora finite per il capodanno 2018. Loro, qui, vanno dall’ENT, che sta per Ears Nose Throat.
Paragonando Otorinolaringoiatria a ENT, mi viene in mente l’Azzeccagarbugli, e la tendenza tutta italiana a complicare sempre tutto, quando tutto potrebbe essere “that simple”. Burocrazia e incartamenti che poi, lo sappiamo, costringono il furbo di turno ad aggiungere l’ennesimo ingranaggio alla macchina del “fatta la legge, trovato l’inganno”. Non faccio manifesti per l’ipersemplificazione linguistica — lo immaginate, da linguacciuta (!) qual sono — eppure questo paragone mi fa riflettere.

Certo, all that glitters is not gold… Se per caso vi trovate nella posizione di dover richiedere un visto e dovete affrontare la trafila che esso comporta, possa qualsiasi santo in Paradiso assistervi — possa quindi qualsiasi santo del Paradiso assisterMi. Temo che la tendenza a complicare questo o quell’aspetto della società possa nascondere una meschina volontà di selezione naturale: chi possiede la conoscenza per infilarsi nel dedalo e uscirne vittorioso, allora possiede le caratteristiche giuste per farcela, per essere premiato con questo documento, quel visto…Chi si arena a metà percorso, fa la fine delle giraffe con il collo troppo corto — estinte! Questo non ha nulla a che fare con l’americanità o l’italianità: è una tendenza universale, che forse solo Darwin potrebbe spiegarci…

Quello che posso spiegarvi, io, tutt’al più, è che il vero Capodanno NYC 2017 non si è svolto a Times Square, con il milione di persone che avrete sicuramente visto al TG. Il vero Capodanno NYC 2017 si è svolto a Coney Island!
Ieri sera ho avuto la riprova che Coney Island spacca più della ball drop sulla 42esima Strada 🙂
C’è una community, molto diversificata nelle etnie ma molto coesa negli intenti, che vive in quel quartiere sul mare a sud di Brooklyn, e che sta facendo di tutto per farlo sbocciare. Hanno organizzato un party accanto al molo, e al Luna Park storico — io non lo sapevo ma “Luna Park” prende il nome dal primo parco di divertimenti della storia aperto proprio qui a Coney Island nel 1895, chiamato così in onore della sorella di uno dei proprietari: il Parco di Luna 🙂 — per il New Year’s Eve 2017 hanno aperto una delle giostre storiche e chiamato band e deejay davvero hot. E’ stato molto divertente vedere come la piccola Coney Island sfidasse il gigante Times Square — e con quale pride degli abitanti!

New Year’s Eve a parte, Coney Island è un luogo che dovete inserire nella lista delle vostre destinazioni newyorchesi. E’ un posto pagliaccio. Colori fuori, anima triste dentro. Dopo i fasti della fine dell’‘800 quando il Luna Park aprì, dopo la costruzione della Wonder Wheel nel ‘20— la famosa Ruota Panoramica, you know what I am talking about — e di Cyclone, l’ottovolante in legno, nel ‘27, Coney Island ha subito un graduale, inesorabile degrado. Da lì si origina la tristezza clownesca di cui vi dicevo. E’ un posto nato per far divertire, ma è invecchiato, abbruttito dalla vita. E’ un artificio, qualcosa di fake — c’è qualcosa di più fake di un luna park??— ma anche assolutamente vero e onesto nel modo in cui vi si presenta. Un ossimoro metropolitano. E poi come dimenticare il poeta beat Lawrence Ferlighetti che scrisse la raccolta “Coney Island of the Mind”, costruendo un correlativo onirico-poetico del luogo??
Insomma, un giorno che vi capiterà di passare da queste parti, riservatevi un paio di orette per questo posto — per raggiungerlo in metro da Midtown impiegate un’ora buona — e trovare il pontile camminato da chissà quanti freaks dall’800 in poi — fenomeni prima da circo, e poi solo fenomeni — e disseminato da chissà quanti popcorn, l’odore di zucchero filato ancora nell’aria, e poi Nathan’s (dove l’hot dog, udite udite, ufficialmente nacque) e la spiaggia modesta ad accompagnarvi, lungo il Boardwalk.
Ecco, forse è questo che mi piace di Coney Island. Dietro i panni dell’esibizionista, la modestia.

Per quanto riguarda il film della settimana, decisamente “Toni Erdmann”, di Maren Ade, che fece ridere un sacco Cannes e che uscirà in Italia questo mese con il titolo “Vi presento Tony Erdmann”.
Winfried, un padre burlone, e Ines, una figlia businesswoman, che non si parlano da anni. Loro due sono i protagonisti. Il film ruota tutto attorno al complicatissimo ma tenero rapporto di questa donna “che non deve chiedere mai” e vede solo successo e carriera, e il padre, un insegnante di musica in pensione che fa di tutto per farle tornare il senso dell’umorismo e della leggerezza.
Immaginate cosa voglia dire per una control-freak apparentemente fredda come il ghiaccio vedersi piombare in casa, senza preavviso, il padre, che ha avuto la brillante idea di farle visita e di passare qualche giorno con lei. Giorni imbarazzantissimi per Ines: tra i due c’è disagio, il suo lavoro che ostacola i momenti insieme, oltre a regali sbagliati, frasi non dette… Tutto sembrerebbe finire così, miseramente, non fosse che Winfried non si arrende: si mette una parrucca e una dentiera artificiale e comincia irrompere nella vita della figlia facendosi passare per Toni Erdmann. Prima quando lei è con una coppia di amiche, e poi quando lei è sul posto di lavoro. Lì per lì Ines rimane completamente senza parole — scioccata! — ma poi, capisce il gioco, e comincia, lei stessa, a stare al gioco.

“Toni Erdmann” è un film assolutamente spiazzante. Non ti aspetteresti mai di trovare quello che trovi in questa pellicola, a prescindere da tutti i riassunti&commenti che possiate leggere in merito. E’ una storia commovente — e divertentissima — su un padre che vede una figlia annaspare nel mare del liberismo e nel gelo umanitario che esso comporta, e che cerca di salvarla, e di riportarla al mondo del sorriso, e soprattutto della sdrammatizzazione. Per farlo, si sdoppia, letteralmente. Assume un’identità inventata, diventa un altro — addirittura “un animale”, nel finale, esilarante a dir poco… Lo spettatore assiste al graduale scioglimento della ice-woman Ines, che dalla frustrazione nei confronti di questo genitore imbarazzante/ingombrante passa piano piano alla comprensione e alla condivisione del suo atteggiamento nei confronti della vita. L’agnizione massima di Ines si ha con una delle scene clou del film, in cui lei intona la canzone “Greatest Love of All” di Whitney Houston, accompagnata al piano dal padre — comicissima! Oppure quando Ines decide di trasformare un cocktail-party di lavoro a casa sua in un evento dressless-code (ovvero nude-look!), e il padre fa il suo ingresso travestito da enorme mostro peloso. Scena spassosissima che si concluderà nel più giocoso dei modi.

Abbiamo detto che Winfried alias “Toni Erdmann” insegna alla figlia a non prendersi troppo sul serio e a lasciarsi andare di più alla vita. Detta così potrebbe sembrarvi una missione che rischia di spingere il film verso derive sentimentaloidi. E invece no, ed è lì che sta la specialità del film, che rimane pure sempre un film tetesco-ja! Riprese rigorose, stile che è stato definito “antiestetico”, nulla che veramente invogli a vederlo… Eppure è imperdibile… Non a caso ha ottenuto una sfilza di nomination a vari premi e concorrerà come film per la Germania ai prossimi Oscar nella sezione “Film Straniero”, giocandosela con “Fuocammare” — e non chiedetemi chi preferirei che vincesse tra i due perché sarei costretta a passare per esterofila… E’ più facile, quando Italia-Germania se le danno in campo, lì non ci sono dubbi su chi tifare…

E ora, Moviers tutti, vi saluto come ogni domenica/lunedì, con il Frunyc aggiornato, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88 e dimenticavo… Happy New Year!
Auguriamoci che il 2017 porti tanto rosso, giallo, arancio, rosa, porpora, oro, celeste, ma soprattutto tanto tanto verde greencard, nella vita di tutti! 🙂

Vi ringrazio dell’attenzione e porgo saluti, sinteticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Visto che il WG Mat non si palesa con la sua lettura critica di Star Wars – Rogue One, ci penso io, a riempire il Maelstrom 😉

Se avete una passione per Dino Risi, come quelli del MoMA, vogliate pure gradire, http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2016/12/23/the-bitter-sweet-taste-of-dino-risi-cinema-at-moma/

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