LET’S MOVIE NEW YORK CITY 308 – Frum From Far Off commenta TONI ERDMANN

LET’S MOVIE NEW YORK CITY 308 – Frum From Far Off commenta TONI ERDMANN

Fulmicotone Fellows,

Credevo di essere sufficientemente preparata alla mania che gli americani hanno per gli acronimi. Invece no. Qui devo farmi strada ogni giorno tra domande tipo “do you have an SSN?”, o “Your EAT?”.
La sensazione data dalla mancata comprensione somiglia molto a quando annaspi in mare, o pedali a vuoto. Ecco fate conto che mi capita spesso, quando ci sono di mezzo gli acronimi.
Nel primo caso, SSN, ci si riferisce all’agognato Social Security Number — i soldi possono magari non comprare la felicità, ma è sicuro che non possono comprare il Social Security Number, e la Green Card…
Nel secondo caso, EAT, mi sono scervellata non poco quando me l’hanno chiesto via sms. Alla fine ho dovuto arrendermi e domandare, con somma vergogna della just-landed.
“Estimated Arrival Time”
(Certo, ecchi non c’arriva??)

Noi chiediamo “quando conti di essere qui?”, “per quando pensi di arrivare?”. Loro digitano “Your EAT?”
E badate, questo non è dovuto al linguaggio millennial/social, in cui si punta ad accorciare tutto o a rottamare le CH in K (!!). Questo è proprio un modo tutto americano di esprimersi, a cui, volente o nolente, devo abituarmi.
L’esempio più incredibile di sintesi fulminante in cui sono incappata è l’ENT.

Nell’ultima settimana ho avuto qualche piccolo incidente di percorso con la gola e le detestevoli orecchie, tanto da non potermi arrangiare con i rimedi della granny, e costringermi a sentire il medico. Noi in Italia andiamo dall’otorinolaringoiatra — se cominciate a contare le sillabe ora finite per il capodanno 2018. Loro, qui, vanno dall’ENT, che sta per Ears Nose Throat.
Paragonando Otorinolaringoiatria a ENT, mi viene in mente l’Azzeccagarbugli, e la tendenza tutta italiana a complicare sempre tutto, quando tutto potrebbe essere “that simple”. Burocrazia e incartamenti che poi, lo sappiamo, costringono il furbo di turno ad aggiungere l’ennesimo ingranaggio alla macchina del “fatta la legge, trovato l’inganno”. Non faccio manifesti per l’ipersemplificazione linguistica — lo immaginate, da linguacciuta (!) qual sono — eppure questo paragone mi fa riflettere.

Certo, all that glitters is not gold… Se per caso vi trovate nella posizione di dover richiedere un visto e dovete affrontare la trafila che esso comporta, possa qualsiasi santo in Paradiso assistervi — possa quindi qualsiasi santo del Paradiso assisterMi. Temo che la tendenza a complicare questo o quell’aspetto della società possa nascondere una meschina volontà di selezione naturale: chi possiede la conoscenza per infilarsi nel dedalo e uscirne vittorioso, allora possiede le caratteristiche giuste per farcela, per essere premiato con questo documento, quel visto…Chi si arena a metà percorso, fa la fine delle giraffe con il collo troppo corto — estinte! Questo non ha nulla a che fare con l’americanità o l’italianità: è una tendenza universale, che forse solo Darwin potrebbe spiegarci…

Quello che posso spiegarvi, io, tutt’al più, è che il vero Capodanno NYC 2017 non si è svolto a Times Square, con il milione di persone che avrete sicuramente visto al TG. Il vero Capodanno NYC 2017 si è svolto a Coney Island!
Ieri sera ho avuto la riprova che Coney Island spacca più della ball drop sulla 42esima Strada 🙂
C’è una community, molto diversificata nelle etnie ma molto coesa negli intenti, che vive in quel quartiere sul mare a sud di Brooklyn, e che sta facendo di tutto per farlo sbocciare. Hanno organizzato un party accanto al molo, e al Luna Park storico — io non lo sapevo ma “Luna Park” prende il nome dal primo parco di divertimenti della storia aperto proprio qui a Coney Island nel 1895, chiamato così in onore della sorella di uno dei proprietari: il Parco di Luna 🙂 — per il New Year’s Eve 2017 hanno aperto una delle giostre storiche e chiamato band e deejay davvero hot. E’ stato molto divertente vedere come la piccola Coney Island sfidasse il gigante Times Square — e con quale pride degli abitanti!

New Year’s Eve a parte, Coney Island è un luogo che dovete inserire nella lista delle vostre destinazioni newyorchesi. E’ un posto pagliaccio. Colori fuori, anima triste dentro. Dopo i fasti della fine dell’‘800 quando il Luna Park aprì, dopo la costruzione della Wonder Wheel nel ‘20— la famosa Ruota Panoramica, you know what I am talking about — e di Cyclone, l’ottovolante in legno, nel ‘27, Coney Island ha subito un graduale, inesorabile degrado. Da lì si origina la tristezza clownesca di cui vi dicevo. E’ un posto nato per far divertire, ma è invecchiato, abbruttito dalla vita. E’ un artificio, qualcosa di fake — c’è qualcosa di più fake di un luna park??— ma anche assolutamente vero e onesto nel modo in cui vi si presenta. Un ossimoro metropolitano. E poi come dimenticare il poeta beat Lawrence Ferlighetti che scrisse la raccolta “Coney Island of the Mind”, costruendo un correlativo onirico-poetico del luogo??
Insomma, un giorno che vi capiterà di passare da queste parti, riservatevi un paio di orette per questo posto — per raggiungerlo in metro da Midtown impiegate un’ora buona — e trovare il pontile camminato da chissà quanti freaks dall’800 in poi — fenomeni prima da circo, e poi solo fenomeni — e disseminato da chissà quanti popcorn, l’odore di zucchero filato ancora nell’aria, e poi Nathan’s (dove l’hot dog, udite udite, ufficialmente nacque) e la spiaggia modesta ad accompagnarvi, lungo il Boardwalk.
Ecco, forse è questo che mi piace di Coney Island. Dietro i panni dell’esibizionista, la modestia.

Per quanto riguarda il film della settimana, decisamente “Toni Erdmann”, di Maren Ade, che fece ridere un sacco Cannes e che uscirà in Italia questo mese con il titolo “Vi presento Tony Erdmann”.
Winfried, un padre burlone, e Ines, una figlia businesswoman, che non si parlano da anni. Loro due sono i protagonisti. Il film ruota tutto attorno al complicatissimo ma tenero rapporto di questa donna “che non deve chiedere mai” e vede solo successo e carriera, e il padre, un insegnante di musica in pensione che fa di tutto per farle tornare il senso dell’umorismo e della leggerezza.
Immaginate cosa voglia dire per una control-freak apparentemente fredda come il ghiaccio vedersi piombare in casa, senza preavviso, il padre, che ha avuto la brillante idea di farle visita e di passare qualche giorno con lei. Giorni imbarazzantissimi per Ines: tra i due c’è disagio, il suo lavoro che ostacola i momenti insieme, oltre a regali sbagliati, frasi non dette… Tutto sembrerebbe finire così, miseramente, non fosse che Winfried non si arrende: si mette una parrucca e una dentiera artificiale e comincia irrompere nella vita della figlia facendosi passare per Toni Erdmann. Prima quando lei è con una coppia di amiche, e poi quando lei è sul posto di lavoro. Lì per lì Ines rimane completamente senza parole — scioccata! — ma poi, capisce il gioco, e comincia, lei stessa, a stare al gioco.

“Toni Erdmann” è un film assolutamente spiazzante. Non ti aspetteresti mai di trovare quello che trovi in questa pellicola, a prescindere da tutti i riassunti&commenti che possiate leggere in merito. E’ una storia commovente — e divertentissima — su un padre che vede una figlia annaspare nel mare del liberismo e nel gelo umanitario che esso comporta, e che cerca di salvarla, e di riportarla al mondo del sorriso, e soprattutto della sdrammatizzazione. Per farlo, si sdoppia, letteralmente. Assume un’identità inventata, diventa un altro — addirittura “un animale”, nel finale, esilarante a dir poco… Lo spettatore assiste al graduale scioglimento della ice-woman Ines, che dalla frustrazione nei confronti di questo genitore imbarazzante/ingombrante passa piano piano alla comprensione e alla condivisione del suo atteggiamento nei confronti della vita. L’agnizione massima di Ines si ha con una delle scene clou del film, in cui lei intona la canzone “Greatest Love of All” di Whitney Houston, accompagnata al piano dal padre — comicissima! Oppure quando Ines decide di trasformare un cocktail-party di lavoro a casa sua in un evento dressless-code (ovvero nude-look!), e il padre fa il suo ingresso travestito da enorme mostro peloso. Scena spassosissima che si concluderà nel più giocoso dei modi.

Abbiamo detto che Winfried alias “Toni Erdmann” insegna alla figlia a non prendersi troppo sul serio e a lasciarsi andare di più alla vita. Detta così potrebbe sembrarvi una missione che rischia di spingere il film verso derive sentimentaloidi. E invece no, ed è lì che sta la specialità del film, che rimane pure sempre un film tetesco-ja! Riprese rigorose, stile che è stato definito “antiestetico”, nulla che veramente invogli a vederlo… Eppure è imperdibile… Non a caso ha ottenuto una sfilza di nomination a vari premi e concorrerà come film per la Germania ai prossimi Oscar nella sezione “Film Straniero”, giocandosela con “Fuocammare” — e non chiedetemi chi preferirei che vincesse tra i due perché sarei costretta a passare per esterofila… E’ più facile, quando Italia-Germania se le danno in campo, lì non ci sono dubbi su chi tifare…

E ora, Moviers tutti, vi saluto come ogni domenica/lunedì, con il Frunyc aggiornato, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88 e dimenticavo… Happy New Year!
Auguriamoci che il 2017 porti tanto rosso, giallo, arancio, rosa, porpora, oro, celeste, ma soprattutto tanto tanto verde greencard, nella vita di tutti! 🙂

Vi ringrazio dell’attenzione e porgo saluti, sinteticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Visto che il WG Mat non si palesa con la sua lettura critica di Star Wars – Rogue One, ci penso io, a riempire il Maelstrom 😉

Se avete una passione per Dino Risi, come quelli del MoMA, vogliate pure gradire, http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2016/12/23/the-bitter-sweet-taste-of-dino-risi-cinema-at-moma/

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