Posts made in febbraio, 2017

LET’S MOVIE 316 FROM NYC commenta IL CLIENTE

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Philly Fellows,

Partendo per la vicina Pennsylvania, e nello specifico per la città le cui strade Bruce Boss Springsteen ha cantato così mirabilmente, mi aspettavo di trovare uno slum dietro l’altro, graffiti e underdogs, una fatale combinazione di criminoso e trasandato che avrebbe attentato alla mia vita. Ma l’unica cosa trasandata, nella mia due-giorni a Philadelphia per trascorrere il President’s Day (20 febbraio, ricorrenza ancora poco chiara), è stato il Greyhound che mi ci ha portato. I Greyhound sono una garanzia di sciatteria, che si viaggia da Calgary a Banff, oppure da New York City a Philly. Quanto al criminoso, direi il Philadelphia Cheesesteak, il piatto tipico del posto, che io tremo anche solo a sentirlo nominare, figurarsi vederlo morto in un piatto.
Arrivando dalla schizzotica New York — dove schizofrenia e caos si amano 24 ore su 24 — par di trovarsi in campagna. Tutto tranquillo, spazi aperti e ariosi. Strade larghe e poco frequentate dalle macchine — che è un altro modo per dire “poco traffico”. Tutto scorre lemme lemme a Philly. Un lemme lemme piacevole se siete abituati al folle folle newyorkese. Per un paio di giorni, beninteso. Come la campagna, al terzo giorno viene a noia. Ma quei due giorni lì sono assolutamente da viversi.

Philadelphia nasconde una miniera di bellezze artistiche e architettoniche che non ha nulla da invidiare ad altre città più pubblicizzate da Tripadvisor. Prendete la Barnes Foundation, per esempio. Questo museo raccoglie la bellezza di 900 dipinti, fra cui la più grande collezione di Renoir DEL MONDO (181 dipinti), 59 Matisse, 69 Cezanne, 16 Modigliani, 21 Soutine e 7 Van Gogh. Voi lo sapete, io non sono molto per i numeri. Ma 7 Van Gogh, uno più incredibile dell’altro, e 59 Matisse, ti fanno letteralmente girare la testa. Accanto a loro, Picasso, Seurat, De Chirico, Rubens, Tiziano, Gaugin, Monet, Goya… Però c’è un però. In questo bendidio di collezione, i dipinti sono disposti seguendo il metodo ACDC — Alla Caz*o Di Cane. Quindi ti ritrovi Tiziano circondato da Henri Rousseau, De Chirico accanto a El Greco. I quadri sono appiccicati l’uno all’altro, e non c’è nessuna targhetta che ti dica nome dell’opera e autore — ogni stanza ha una specie di menu in varie copie con i dettagli dell’opera: ma se una stanza è troppo affollata, e le copie sono tutte prese, ti tocca aspettare che qualcuno passi nella stanza accanto e ti lasci il menu… Metodo che risale, occhio e croce, all’era quaternaria della museografia. Quindi se siete per i musei che espongono un quadro in una stanza, molto spesso accompagnandolo con tanto di spiegone achillebonitooliva, se siete per una certa cronologia, o per lo meno una logica espositiva, farete un po’ di fatica a mantenere il sangue freddo alla Barnes Foundation. Ma vi assicuro che ogni vostro sforzo sarà premiato. Se poi la Fondazione non vi basta, avete il Philadelphia Museum of Art a saziarvi. Anche lì, una qualità talmente alta di opere esposte da far impallidire Reijksmuseum e MoMA.
Se invece siete stufi di arte, potrete godervi la scalinata che porta al museo. Su quei gradini, un giovane di nome Robert Balboa, noto al pugilato come Rocky Non-fa-male Balboa, sfoggiava uno scatto boltiano e alzava le braccia al cielo vittorioso su una colonna sonora che tutti ricorderete. Questa scena è piantata nella memoria un po’ di tutti, quindi un po’ tutti, trovandosi a Philadelphia, ripercorrono quegli scalini, con quella colonna sonora nelle orecchie, arrivano in cima alla scalinata e alzano le braccia al cielo, come se loro stessi fossero Rocky e avessero vinto il titolo di Campioni del Mondo dopo una vita di sacrifici e uova crude a colazione. Io, che faccio parte dei tutti, non ho fatto eccezione. E in cima alla gradinata mi ha accolto, sul pavimento, il calco delle All Stars di Rocky, nella posizione in cui esultava. Per un Board — e pure Runner! — capirete, sono piccoli grandi momenti di estasi personale professionale. Nella mia corsa ho aggiunto anche la parte lungo i binari: Philadelphia ha una ciclabile pazzesca fiancheggiata dal fiume Schuylkill da una parte e da dei fantastici binari arrugginiti dall’altro che rendono il vostro running un’esperienza fra Rivoluzione Industriale e una promenade lelong de la Seine.

Architettonicamente, avrei tutt’un tour da proporvi, che parte dal Comcast Center, il grattacielo più alto della città, continua con un’occhiata lunga un’ora — come minimo — a un oggetto strepitoso chiamato Cira Center disegnato dal molto francese César Pelli — i miei Fellows architetti saranno un po’ proud di me — per continuare poi con la meraviglia delle meraviglie, il Krishna Center for Nanotechnology, una creazione con un’ala sporgente che ti fa pensare a un uccello avveniristico sul punto di spiccare il volto. Se invece siete più per l’Art Déco, vi piacerà un sacco il Philadelphia Art Center, che potrebbe essere stato disegnato da Macintosh — e io credo che l’abbia disegnato lui, per quanto lui stesse a Glasgow. E poi trovate edifici anni ’20 che vi ricordano il Dakota Building — copiato e scopiazzato un po’ dappertutto— e quel neo-gotico con gargoyles annessi che vi fa pensare a una Gotham City rurale. E poi c’è naturalmente la parte “vecchia”, casette di mattoni rossi risalenti al 1720 che vi riportano all’Inghilterra dei Padri Pellegrini. Troverete quindi una coesistenza di stili diversi, che tuttavia non stonano. Coesistono amichevolmente. E non è cosa da poco.

Quindi, possiamo dire, rivelazione Philadelphia. Tuttavia, lasciatemi tornare al rurale. A Philadelphia, per quanto ricca di tesori artistici e architettonici, si respira un’aria di provincia. Certo, concordo con voi: una volta provata NYC, è difficile trovare città che mantenga il livello. Vedete, a Philadelphia non mi è capitato di fermarmi e voltare la testa dietro a un’opera d’arte tutta umana — una donna con una combinazione di indumenti particolare/assurdo, un uomo con un incedere da anni ’40 o 2020 che ti sbuca fuori così, all’improvviso e che ti parla di cosa sia il vero stile, e di quanto indefinibile e inimitabile esso sia. A New York mi fermo e mi volto in continuazione. Il passato e il futuro ti si palesano in continuazione. A volte vorrei non dovermi voltare — magari sto correndo da qualche parte, sono di fretta, e non potrei concedermi il lusso di perdere tempo dietro al modo di esistere nel mondo newyorkese di un essere umano. Ma lo faccio ogni volta. Mi concedo il lusso. Mi fermo e mi volto.
Ecco, a Philadelphia — così come in tante altre città — non è capitato nemmeno una volta. Per questo parlo di provincialità. Manca la follia. Ma in cambio avete la calma, una città a misura d’uomo, prezzi abbordabili, il confortevole sonnolento che, a un certo punto, fa gola a molti. Credo che tante persone potrebbero dire “potrei farci dei figli, a Philadelphia”. Una specie di Trentino urbano ma con qualche milione di abitate in più.

Ovviamente non potevo rinunciare all’esperienza cinematografica — uno non è che va in Pennsylvania e ritorna nello Stato di New York senza andare al cine. Allora ho scelto il Ritz Five, una sala in cui davano un film che in realtà non volevo proprio vedere — c’è davvero qualcuno che VUOLE vedere un film di Fahradi? I film di Fahradi li vedi perché vanno visti, non perché vuoi vederli. La differenza è tanto macroscopica quanto sostanziale nell’economia delle vostre scelte cinematografiche. “Il cliente” appartiene a quella tipologia di film simili alla visita dei Musei Vaticani, o a Floating Piers di Christo — ricordate? Ti sorbisci una ressa per ore, fai del gran sforzo, ma alla fine ne valeva la pena. Ecco. “Il cliente” si inserisce in questo pattern. In caso non siate per questo genere di commitment, nessun problema. Vi farete del gran sonno.

Funziona così. Una moglie, Rana (questo nome mi crea molti problemi…) e un marito, Emad, sono costretti a spostarsi in un appartamento in affitto perché il palazzo in cui vivono rischia il crollo — violenta la scena iniziale con la casa che sta per crollare e il corricorri generale. Una sera, appena trasferiti nel nuovo appartamento, squilla il citofono e Rana, pensando sia il marito, apre, lasciando la porta d’entrata socchiusa. Ma non è Emad. È un cliente della prostituta che viveva nell’appartamento prima dei due sposini. Lo sconosciuto aggredisce Rana sotto la doccia. Anche se non sappiamo, di preciso cosa succeda — c’è una felice e strategica ellissi che silenzia e oscura il fatto. Dopo lo shock del momento, Emad, partendo dalle tracce che lo sconosciuto si è lasciato appresso — le chiavi di un furgone e il cellulare — comincia una vera e propria caccia al colpevole che lo porterà a stanare l’uomo e a metterlo davanti al suo destino. Fahradi, a cui non bastava il dramma della vendetta, intreccia la trama a quella di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller, la pièce teatrale che Rana ed Emad stanno interpretando a teatro in quei giorni — entrambi sono attori.

Partiamo con il dire che uno spettatore che abbia letto un po’ Pirandello, non può non pensare a “L’innesto”, un testo che sostanzialmente tratta lo stesso argomento: una donna viene aggredita, ma non sappiamo fino a che punto, e il rapporto con il marito cambia completamente a causa dal desiderio di vendetta del marito, il cui “territorio” è stato violato — peraltro da “L’innesto” è stato tratto “La scelta”, un film scadentissimo di Michele Placido, risalente a un paio di anni fa. Quindi, niente di nuovo sotto il sole, per quanto mi riguarda, dal punto di vista della trama. Eppure è un film di una profondità che va detta. E questa esce fuori, senza dubbio, nel fatto che la sceneggiatura è imbricata con la pièce di Miller ma non in maniera banale o logica.
Miller, nelle sue opere, investigava temi come il conflitto famigliare, le responsabilità morali dell’individuo e criticava il mito del sogno americano. I protagonisti di “Il cliente” sono animati più o meno dagli stessi motivi dai quali nasce un dissidio che porta prima alla crisi della coppia e poi alla messa in discussione, per quanto riguarda Emad, delle proprie responsabilità morali giacché supera il confine fra giustizia e vendetta.
Farhadi, attraverso il progressista e moderno professore e attore amatoriale Emad, mostra quanto la classe intellettuale borghese iraniana sia, invece, nella pratica quotidiana, orientata al retrogrado, e vittima di pulsioni più dettate dalla pancia — come la vendetta — che domate dall’intelletto. Dopo l’aggressione alla moglie, Emad regredisce a maschio alfa, scorda la legge trans-religiosa del perdono, ed è preso dalla sete di vendetta. La sua non è una ricerca di giustizia nei confronti della moglie: è più una sfida machista, una lotta che deve vincere per affermare il proprio ruolo di uomo di casa e la propria identità machista. Quindi se da un lato quest’uomo aspira ad essere un soggetto culturalmente avanzato e libero — i due recitano in una compagnia il cui lavoro è sottoposto a censura, sfidando il regime — dall’altro risulta intrappolato nell’Alfa della sua mascolinità, in quello che il suo io, non domato dal super-io, gli impone. Tutto questo segue il ritmo lento dei film Fahradiani ma con un crescendo di suspence da thriller psicologico.
“Il cliente” è un film complesso, che richiede stamina, come si dice qui, ma che alla fine vi lascia tanto materiale su cui riflettere. Dire che è un titolo che consiglierei a delle persone a cui volete bene, no, non lo direi… 🙂 Ma sono certa che avete compreso… Se siete stomaci cinematograficamente resistenti, allora, avrete già raccolto la sfida e andrete a vederlo. Per tutti gli altri, consiglio un film di animazione — e ve lo anticipo — che andrò a vedere questa settimana, e che sento essere un capolavoro, “La mia vita da zucchina”… 😉

E anche per oggi, Fellows, è tutto. Torno ora da Chelsea dove ho assistito alla cerimonia degli Oscar a Chelsea, nel Samsung 837, l’hub del gigante della telefonia, disposto su tre piani di design — molto italiano, eh eh — che più che un negozio è un luogo di eventi. Concerti, sfilate di moda, classi di yoga (!), caffè… Prima o poi il concept sbarcherà anche in Italia…. Vi racconto qualcosina nel Maelstrom, ma giusto en passant, vista l’ora…
Nel frattempo ho aggiornato il Frunyc –molto Philly, oggi… 🙂
E ora vi porgo dei saluti, stasera, agronomicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Sicuramente l’highlight della serata Oscar 2017 è stata la proclamazione di “La La Land” come miglior film, per poi scoprire che “ooops c’è stato un errore: the Oscar goes to ‘Moonlight’”! Non si è capito se si sia trattato di un errore del povero Warren Betty — o quello che di Warren Betty rimane — che ha proclamato il vincitore sbagliato, oppure tutt’una messa in scena. Sta di fatto che il finale si è acceso da un sacco di OMG — Oh My God.
Come previsto “La La Land” ha portato a casa un bel bottino con Damien Chezelle, miglior regista — il più giovane della storia degli Academy Awards. Come previsto Ryan Gosling non ha vinto — non è Jean Kelly, dicevamo…No, he is definitely not. Brava Emma Stone, miglior attrice, ma lo sapevamo già dalla Coppa Volpi alla Mostra di Venezia. E bravo Casey Affleck, miglior attore per “Manchester By The Sea” — più che un film una tragedia ambulante. Il premio come miglior documentario non solo è sfuggito a Gianfranco Rosi, ma anche al mio “I am not your negro”. Ma sono comunque contenta sia andato a “OJ Made-in-America”, che mantiene sempre il focus sull’aggressività della polizia e la questione black — sempre che riusciamo a superare i 467 minuti di film. Fuocoammare non ha vinto — e non mi meraviglio — ma se non altro Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini, hanno vinto l’Oscar per il Miglior Trucco di Suicide Squad  — un passato Let’s Movie che ci aveva divertito molto (soprattutto Harley Quinn… ;-)).
Mai Cerimonia Oscar fu tanto soporifera, comunque. Poche battute anti-Trump, poca satira. Il premio al miglior film straniero, indovinate un po’, è andato a “Il cliente” di Fahradi — impossibilitato a ritirarlo dal Muslim Ban. E chi di voi pensa che questo e il fatto che sia oggetto del pippone di oggi sia frutto di una coincidenza, continui pure a pensarlo…
Sui look visti, non diciamo nulla — Ryan Gosling, amareggiatissimo, e si vedeva lontano un miglio, poteva risparmiarsi la camicia da ballo del liceo 1971. Per fortuna ci ha pensato Scarlett Johansonn a portare una ventata di primavera su un palco in cui, di stile, nemmeno l’ombra…

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LET’S MOVIE 315 FROM NYC commenta I AM NOT YOUR NEGRO

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Morgan Moviers,

Quel J.P. lì non solo aveva un gran senso della finanza, ma anche delle cose belle. Forse il senso della finanza l’ha portato a permettersi cose molto belle, ed è noto che più stai nel bello, più bello vuoi.
Se si viene a New York una settimana, la Library sulla Madison che porta il nome di J.P. — John Pierpont…sì, Pierpont! — la raffinatissima Morgan Library, difficilmente rientra nelle mete prescelte. Si preferiscono altre newyorkate del circuito “I Fondamentali”. Non c’è nessun giudizio di merito o demerito in questo. Figurarsi, la prima volta che misi piede a New York — il Fellow Bergamini confermerà — rimbalzai fra Empire State Building, MoMA, Guggenheim, Strawberry Fields e Grand Central Station come la più classica delle impiegate di Vimercate che investono la tredicesima nella Grande Mela, sperando di trovare dei negozi abbordabili su Park Avenue — il che è impossibile quanto il teorema di Arrow. Ma noi abbiamo superato quel livello, e se potessi sabotare le tabelle di marcia delle impiegate, io sostituirei il Guggenheim con la Morgan Library.

Nello studio di Mr J.P. e nella sua biblioteca personale, sarete catapultati in “Harry Potter”, o “L’ombra del vento”. O in qualche racconto di Borges. O ne “Il nome della rosa”, anche se lì siamo più medievali, mentre la biblio di JP ricorda “Indiana Jones e l’ultima crociata” quando Indiana si ritrova nella biblioteca di Venezia — che esiste solo nell’immaginazione di Steven Spielberg e in un teatro di posa californiano, ahinoi…
Per me è stato come ripiombare nella Vecchia Europa. Ma non quella della Brexit, della Le Pen, dell’Isola dei Famosi declinata in ogni lingua. L’Europa dei grandi Voltaire, Spinoza, Gramsci, Locke. L’Europa dell’acume europeo, e dell’intelligenza prima che si trasformasse in classe e diventasse Intellighenzia. In piena America, nel cuore di New York, si nasconde un’isola felice di un paese che non esiste — e proprio per questo esistentissimo — che ha trovato nella residenza di un ricco magnate l’ecosistema ideale per sopravvivere. Mi piace pensare che il meglio storico dell’Europa sia finito in esilio qui, come Napoleone all’Elba, e lì ci sia rimasto, a coltivare i suoi saperi, e a custodire i suoi valori.
Nello studio rosso broccato di J.P., il magnate della finanza con il vizio del bello, tutti gli italiani che abbiano una vaghissima idea dell’arte del nostro paese, riconosceranno immediatamente certe tele, tra cui spicca quella di un certo Perugino… E non vi nascondo che mi fa sempre effetto — e lo farà sempre — ogni volta che m’imbatto in certi capolavori italiani qui in America. Risaltano come fiori spuntati in mezzo a un parcheggio.
L’impiegata di Vimercate che deciderà di lasciare il Guggenheim per la Morgan, troverà inoltre uno stanzino dietro un portone blindato — J.P. era pur sempre nato banchiere, aveva la fissa per i caveau. Lì vi custodiva i libri più preziosi — dato numerico non indifferente: la library conserva 250.000 opere tra manoscritti rari, stampe, partiture musicali, disegni e libri fra i più preziosi del mondo. 250.000. Tra questi — e a questo punto l’impiegata si tenga forte — spartiti originali di Bach, Mozart, Brahms. I diari di Thoreau. Lettere e poesie manoscritte di poeti come Emily Dickinson, John Milton, John Keats, pensatori come Einstein e Voltaire. E, si tenga ancor più forte l’impiegata, tre delle 50 bibbie stampate con i caratteri mobili da nientepopodimenoché Johan Gutenberg.
Certo non è finita qui. Nelle sale della biblioteca sono allestite delle mostre che il Guggenheim — qualcuno lo informi — farebbe carte false per saper allestire. Una tra queste “I am Nobody! Who are you? The Life and Poetry of Emily Dickinson”. E l’impiegata magari non l’avrà mai sentita nominare, questa Emily, ma io le spiegherei che questa Emily ha scritto qualcosa come 1800 poesie e che ne ha viste pubblicate 10. 10. Il che vuol dire 1790 capolavori lasciati in un baule mentre lei respirava l’aria di questo mondo. Poi si sa, uno muore e tutti corrono. La stanzetta al secondo piano è piena zeppa di poesie manoscritte, lettere, un percorso museografico, ripeto, da far invidia ai migliori musei del mondo — questa rimane pur sempre una biblioteca, ricordiamolo.
Se ancora non avrò convinto l’impiegata, mi gioco la carta “Renzo Piano”. Eh già, perché il nostro Renzo, nel 2000, è stato chiamato ad ampliare la Morgan Library. E lui cos’ha fatto? Ha incastrato un oggettino adorabile come una piccola ma funzionalissima scatola di fiammiferi bianca fra i due edifici esistenti. All’interno di questa nuova struttura, la firma di Piano: la piazza. L’architetto ha creato uno spazio ampio, aperto, aria pura. L’idea è quell’incontro, della condivisione. E se siete un po’ abituati allo stile Piano — prendete l’intervento a Postdamer Platz di Berlino — saprete quant’è giustamente fissato con l’idea d’infilare questo luogo che da sempre contraddistingue le nostre città, e di ricrearlo negli spazi su cui gli chiedono di lavorare. Il nuovo progetto ha aggiunto un teatro per concerti, dove si dice ci sia un’acustica incredibile, e tutto, nuovi padiglioni, piazza ed edifici storici sono legati tra di loro da una copertura trasparente di vetro e acciaio — Piano style.
Ecco, se ancora non ho convinto l’impiegata brianzola, aggiungo che la Library sta a pochi isolati da Time Square, così potrà farsi fare un sacco di foto con i pupazzi dei Minions e della Statua della Libertà, nonché farsi allucinare dalle luci tutto luci di quello strano buco nero colorato che è Time Square.
Ad ogni modo io puntavo a convincere voi, Moviers. Una tappa alla Morgan vale i $25 del biglietto. E se siete cost-conscious, come si dice da queste parti l’oculatezza — o la braccineria — potete segnarvi che il venerdì dalle 7 a alle 9 pm, i discendenti di J.P., lasciano che i visitatori visitino la biblioteca gratis. E proprio il venerdì, pecunia a parte, è il giorno migliore: la Library organizza sempre concerti di musicisti che si mettono nella Piazza Piano… e man, ti par davvero, di stare in qualche piazza.

Dal 225 di Madison Avenue, ecco che ci trasferiamo al 209 West di Houston Street, dove sta il Film Forum. Lì, dopo un’attesa di 15 giorni, dopo aver prenotato il biglietto con 4 giorni di anticipo (!), ho visto, finalmente “I am not your Negro”, un documentario necessario sulla vita di James Baldwin diretto da Raoul Peck, che passò, con gran plauso, alla Berlinale dello scorso anno. Il film è candidato all’Oscar come miglior film straniero — il regista è haitiano — e io, Francesco Rosi perdonerà, tiferò, sgolandomi e sgallinandomi, per quest’opera lungimirante e preziosa che dovrebbe essere trasmessa sui maxischermi di Time Square — così anche l’impiegata potrebbe vederla — oltreché nelle scuole e magari negli aeroporti, insomma in tutti i luoghi e non-luoghi che ci vengono in mente.

James Baldwin è stato uno degli intellettuali neri più alti della storia americana moderna. Romanziere, saggista, drammaturgo, omosessuale, nero e voce della comunità afroamericana, vissuto fra gli anni 20 e 70. Immaginate un’alchimia più esplosiva? Baldwin parla di razzismo quando in America il razzismo si praticava e basta, ma non si diceva. Dirlo significava prima ammetterlo, poi doverlo spiegare, poi doverlo affrontare.  Baldwin tira fuori la polvere da sotto il tappeto e ci caccia dentro la faccia di bianchi e neri.  Durante la sua vita, fu una specie di star, era estremamente popolare. E contate che visse tantissimi anni da esule auto-esiliato in Europa, soprattutto a Parigi, dove si sentiva di vivere una vita più libera. Poi, non si sa bene come, Baldwin è stato rimosso, o accantonato — le figure che propongono questioni scottanti, scottano… Peck, il regista, né fa il protagonista di questo film violento già nel titolo, con quella G che artiglia la political correctness di questo paese, e lo costringe a considerare la questione della razza, del colore della pelle. Nigro. Oggi questa è la “N-word”, la parola impronunciabile che comincia per N. Oggi non si può dire perché in passato — un passato recentissimo, un presente nascosto? — è stata usata troppo.
Il documentario di Peck recupera le 30 pagine di quello che doveva essere l’ultimo grande libro di Baldwin, Remember This House, ma che purtroppo non fu mai finito.
E’ una sorta di flusso di coscienza in cui Baldwin ripercorre la propria vita per parlare dell’essere neri, attraverso tre figure che hanno speso la vita — rimettendocela — per il riscatto dei neri americani. Medgar Evers, Malcolm X e Martin Luther King, il primo ucciso nel 1963, il secondo nel 1964, il terzo nel 1968. Tre uomini che Baldwin aveva conosciuto e frequentato, contribuendo ad arricchire e ad ampliare il suo pensiero. Peck chiama Samuel L. Jackson e gli fa leggere quelle 30 pagine fuori campo, accompagnandole con immagini di repertorio, spezzoni di film, scene di realtà contemporanea. E oltre a Remember This House, si sentono anche lettere di Baldwin, i suoi interventi alla tv americana. Ci scorrono davanti le sequenze dei film hollywoodiani che l’hanno formato da ragazzino, E lui, Baldwin, si renderà presto conto che al cinema ci si identifica con l’eroe John Wayne, nella realtà, da nero, gli spetta un ruolo simile a quello degli indiani, soggiogato da Wayne.
Baldwin dedicherà tutta la vita a scrivere e a riflettere sulla condizione dei neri, sull’identità americana, senza nascondere un pessimismo leopardiano circa la possibilità di risolvere la questione. Lo spettatore, bianco o nero che sia, non ha scampo. Ci sono il razzismo, la segregazione, ma anche le fascinazioni reciproche, la condiscendenza del buon americano verso i neri e il fascino esercitato sui neri dalla cultura, dall’immaginario bianco. Bianco e nero. Bianco contro nero.

Attraverso I Am Not Your Negro, vediamo e riviviamo decenni fondamentali – immagini della lotte per i diritti civili, Birmingham, Selma, e, ultimo solo cronologicamente, Ferguson (dove, nel 2014, venne ucciso un ragazzo nero, reo solo di essere stato testimone di un furto in una tabaccheria). Ne esce un film fortissimo, di denuncia — anche classico e tradizionale nel modo in cui denuncia — estremamente politico, come è giusto che sia, come era Baldwin e come dovremmo essere noi, oggi. La tendenza, oggi, è quella di depoliticizzare la realtà.
Baldwin diceva — e questo c’interessa anche cinematograficamente — le persone non hanno voglia di vedere sullo schermo una riproduzione troppo reale della realtà: ne hanno abbastanza, di realtà, con cui fare i conti. Questo le porta a creare realtà “ideali”, immagini di se stessi che non corrispondono — mai potranno corrispondere — con la realtà vera. C’è una perpetrazione della fantasia. La famiglia felice, lo steccato bianco, i figli al sicuro, il frigo sempre pieno, sono un mito americano che raramente trova riscontro effettivo nella realtà. E dice acutamente James, “We are trapped between what we are and what we want to be, and what we will never be”.

Mi si sono impresse a fuoco nella mente, certe parole lette divinamente da Samuel L. Jackson. “Dobbiamo forgiare una nuova identità dove gli uni abbiamo bisogno degli altri, altrimenti non esiste alcun sogno americano”. Se pensiamo alle spinte divisioniste di cui i discorsi di Trump e company sono imbevuti, l’esortazione di Baldwin sembra sempre più lontana… E il film si conclude con un gran peso che Baldwin schiaccia sulle spalle di noi bianchi.
“White is a metaphor for power and it is simply a way for describing Chase Manhattan Bank…. What white people have to do, is try and find out in their own hearts why it was necessary to have a nigger in the first place because I’m not a nigger. I’m a man, but if you think I’m a nigger, it means you need it,” Baldwin says. “If I’m not a nigger here and you invented him — you, the white people, invented him — then you’ve got to find out why. And the future of the country depends on that, whether or not it’s able to ask that question.”

Sono uscita dalla sala stordita, come quando ti caricano addosso un fardello troppo pesante e le gambe cedono. Le gambe non sono le gambe, sono il vuoto delle tesi che ci mancano per articolare una qualsiasi “difesa” verso quello che Baldwin ci sta dicendo. Ha ragione. E’ il bianco che ha inventato il nero, è una sua costruzione. Il nero è un uomo prima di essere un nero, allora perché i bianchi hanno avuto bisogno di vedere la blackness e perseguitarla? Sì Baldwin ha ragione, e sì, le gambe cedono, il pensiero non regge.
Come facciamo, noi bianchi, a uscire da questa colpa?
In sala c’erano bianchi e neri. Ho guardato il film con un’amica — bianca. Al termine, fuori nella hall, io e il mio fiume in piena di impressioni che conoscete bene. Lei timorosa di pronunciare persino le parole “blacks” e “whites”, lo sguardo guardingo, come se qualcuno potesse sentirla pronunciarle, quelle sue parole, “neri” e “bianchi”…
Come faremo a uscire dalle sabbie mobili dell’eccesso sclerotizzante della correttezza politica, e il razzismo duro e puro che vive incontrastato nell’out-there?
Come ne usciamo?

Vi lascio con questa domanda. E come avete visto, sto proponendo film black, e sostengo film black non solo perché tifo per “Moonlight” e “I am not your Negro” ai prossimi Oscar, ma perché qui, sin dal 1976, in febbraio si “festeggia” il Black History Month, il Mese della Storia dei Neri, e ci sono tutta una serie di iniziative vòlte a ricordare, e far parlare e riflettere riguardo la storia black in questo paese — il mese si festeggia anche in Canada e nel Regno Unito. Ovviamente non ne sapevo nulla prima di venire qui.
Ovviamente la mia ignoranza non ha limiti.

Per cui ora, cari Moviers, continuo a ragionare su quanto sopra, e spero che un pochino lo facciate anche voi. In Italia la questione nera è completamente diversa. Pensavo che in Italia fosse spinosa. Ma ora capisco che le spine, quelle vere, sono tutte qui.
E a New York City siamo a New York City. Non a Selma o a Talullah, Louisiana…altroché spine, lì…

Naturalmente ho aggiornato il Frunyc. 🙂
naturalmente vi ringrazio, e naturalmente i saluti, stasera, non potrebbero essere che finanziariamente cinematografici.

Let’s Movie
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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se volete favorire un articolo sulla sostenibilità nelle concerie italiane (!), vedete un po’ di cosa si può scrivere, oltreché di cine… http://www.lavocedinewyork.com/lifestyles/fashion/2017/02/16/leather-leaders-allied-to-disrupt-sustainability/

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LET’S MOVIE 313 FROM NYC commenta A UNITED KINGDOM

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Mary and Mou Moviers,

Sono stati loro a dirmi della bufera. Perché diciamocelo, New York City può essere anche quello. Per l’Italia è indubbiamente anche quello. Ricordo bene le immagini che i TG mandano in onda, o i video che i giornali mettono online. Nel mostrare scene di malcapitati alle prese con l’inferno di cristallo, semafori dindolanti nella tormenta, c’è un perverso quanto mai noto gusto mediatico. Sensazionalismi a parte, s’innesca l’effetto “menomale che sono qui guarda quelli come sono messi là”… Il caldo di casa propria non è mai così caldo fin quando non si sente, anche solo visivamente, il freddo di casa altrui. Questo principio, portato all’estremo, porta all’esaltazione della patria — ve lo lascio come esercizio di stretching mentale…
Quando sei in Italia e vedi tutto questo ti chiedi, ma com’è possibile? Come fanno? Le risposte sono: è possibile, fanno. I newyorkesi hanno un gran spirito pratico e dei gran piedi piantati per terra. Io ho saputo della snowstorm con due giorni d’anticipo. Martedì Mary mi ha disdetto un film che avremmo dovuto vedere il giovedì, giorno della bufera. “Hanno previsto snowstorm, quindi non esco, lavoro da casa”, mi scrive, aggiungendo l’intraducibile quanto usatissimo “Stay warm”.
E qui funziona così per tutti. Mou, che insegna matematica in un liceo del Jersey — la Dwight Morrow High School, dove per altro studiò Sarah Jessica Parker, se volete aggiungere una meta alle vostre mete americane (!) — è stato avvertito dalla scuola che di lì ha due giorni gli elementi si sarebbero scatenati e che le lezioni sarebbero state sospese. Lo stesso è capitato alla mia Vice-Direttrice, con un preavviso di tre giorni. Lezione nel Jersey annullata per maltempo.

Ora io, da brava europea che cova sempre quel briciolo di disincanto nel cuore, come ogni europeo che si rispetti, ho riso un po’ di tutto questo al-lupo al-lupo stelle-e-strisce, e di questa attitudine ottocentesca di mettersi al riparo dalla natura e dagli elementi, non più con fiocina e Pequod, come Melville proponeva contro Moby Dick, ma con bollettini meteo e avvisi alla popolazione. E già calcolavo, fra me e me, le perdite in fatto di ore-uomo che questo allarmismo avrebbe causato — sulla degenerazione della mia mente che si mette a elucubrare circa le perdita ore-uomo discuteremo in separata sede (clinica, presumo). Tra l’altro il giorno precedente era stato tiepido come una primavera inaspettata. Una bufera? Domani? Ma ci faccia il piacere, ci faccia! Accurateweather.com, be accurate, please!
Invece, come da brava europea post-Brexit che si rispetti, sono stata smentita alla stragrande. La bufera si è presentata puntuale come l’avevano annunciata. Nell’arrivo e nella durata. Dal primissimo mattino, fino alle 3 pm, seguita poi da un vento nordico e un cielo tersissimo che ricordavano vagamente certe regioni dell’antartico battute dalle spedizioni che non hanno fatto più ritorno a casa.

Come funziona durante la bufera? Funziona che NON si esce. E’ semplicemente, elementarmente impossibile. Non tanto per la neve in sé, quanto, l’avete capito, per il vento. Non c’è modo. Vince lui. Quindi, che vinca. Qui hanno imparato a rinunciare a tavolino e a fargli fare quello che vuole per tutto il tempo che vuole. Se sai che il mondo finirà giovedì 9 febbraio, ti organizzi. E loro, abbiano detto, si organizzano. Tanto comunque c’è il telelavoro, il telecomando, la tele.
Mi si dice che in passato bufere di questo tipo duravano anche giorni e giorni. Negli ultimi anni, gli inverni sono molto più miti — e questo, statemi tranquilli, non ha nulla a che vedere con il cambiamento climatico, giacché, Trump puntualizza, il cambiamento climatico non è che una bufala messa in giro da quei buffoni degli scienziati. Si consideri piuttosto il surriscaldamento terrestre come una naturale evoluzione degli eventi… Una specie di acne giovanile.

Per tornare alla bufera… Durante il giorno, sembra di stare sospesi nel chissaquando, circondati dal chissadove. Potresti essere nel Wyoming, a pochi passi dalla Locanda di Minnie (!), oppure in pieno Hell’s Kitchen, a quattrocento passi da Times Square.
Fuori vedi il vento fare le sue follie in mezzo alla neve. Se vivi con una finestra che dà su un vialetto interno, senti gli ululati, ma lontani, come se uscissero, solo per metà, da un racconto di Tolstoj. Tu stai dentro, il riscaldamento sparato a mille — non per tua scelta ma per quella della centralizzazione — e aspetti. Aspetti anche che passi l’influenza da bue che ti ha steso — l’influenza newyorchese è potente come le sue bufere, anche lei vince sempre, e anche con lei bisogna arrendersi a tavolino.

Il bello è il giorno dopo. Il giorno dopo il cielo è talmente lustro, la neve talmente bianco shocking, da far male agli occhi. Credo che in alta montagna sia così, ma qui siamo nel bel mezzo dell’urbano metropolitano, quindi quell’abbinamento sembra ancora più improbabile — un cielo dolomitico fra i grattacieli?? Ebbene sì.
Il day-after è la via crucis delle macchine. Gli spazzaneve, che non smettono mai il loro lavoro durante la bufera — sicuramente telecomandati a distanza da un sistema centralizzato, come il riscaldamento, azionato dal Pentagono — spazzano la neve contro le macchine parcheggiate lungo le strade. Questo, capirete, le mette in uno stato di totale prigionia, dal quale liberarle, al mattino, risulta un’impresa di ostetricia avanzata. Centinaia e centinaia di automobilisti alle prese con la povera creatura intrappolata che non vuole saperne di uscire. Gli strilli dei motori — ecco cosa associo al mattino post-bufera. Un coro di partorienti, alle prese col partorire se stesse.

E i newyorchesi? I newyorchesi, tutto scarponi e long johns (=mutande lunghe che i newyorchesi maschi pare portino d’inverno sotto i pantaloni, con sommo giubilo), i newyorchesi spingono, e tirano e mollano. Ma mantenendo una loro calma serafica — ostetrici professionisti. Ho immaginato noi italiani… A imprecare e stendere tanto di geremiadi — popolo d’inventori, esploratori, poeti e prefiche che siamo. Teatralizzeremo anche quello. Loro invece, easy easy. Come se aiutare la tua macchina a partorire se stessa in una mattina di febbraio, con i figli da mandare a scuola e qualche riunione che ti aspetta al lavoro, fosse l’ordine delle cose e non ci sia tanto da scomporsi, you see.
Per tirare le somme, è vero che New York City è la casa dello spirito metropolitano — anzi è lo spirito metropolitano fatto urbano, una trinità in cui madre e padre sono non-pervenuti e si trova solo l’unigenito figlio. Ma è anche vero che la natura è sempre la Natura del Nuovo Mondo, quella che sfidava gli europei appena sbarcati e che ha fatto tribolare migliaia di coloni. Quella natura lì torna fuori ogni bufera e, con uno sguardo ti dice, ché, ti stai dimenticando di me? E ci mette 6 ore di tempo a farti tornare la memoria. Quella Natura non è cambiata di una virgola. Sempre la stessa virulenza indomita, sempre la stessa spietatezza. E noi siamo sempre gli stessi ometti, gli stessi piccoli cowboy dall’ego smisurato. Solo che al posto della Colt abbiamo l’iPhone e cavalchiamo Citibike anziché Mustang.

Dopo l’infRuenza che mi ha steso, mi sono rimessa in piedi con due film due. 🙂 Uno, uno splendido documentario sul blues che solo gli esperti potranno apprezzare — Fellow Lumière in testa — dal titolo “Two Trains Running”, di Sam Pollard, ovvero, la ricerca di due leggende del blues, Skip James e Son House, nel profondo Mississippi durante le tensioni conseguenti al movimento per i diritti civili negli anni ‘60. Ma non è di quello che intendo parlarvi qui, anche se il film che sto per proporvi è sempre black-oriented. Ho visto “A United Kingdom” di Amma Asante, all’Angelika Film Center, sala molto rinomata tra SoHo e NoHo — piccola precisazione da National Geographic: SoHo sta per South of Houston Street, un mega stradone che parte dall’East River, taglia la pancia di Manhattan e sbuca nell’Hudson River; NoHo sta per North of Houston Street…così abbiamo le coordinate 🙂

Sul film in sé, be’, potrebbe essere catalogato come l’ennesimo biopic che racconta l’ennesimo capitolo lasciato in ombra dalla Storia che tutti impariamo a scuola — dovremmo imparare a scuola. Il film, se lo sfiliamo dalla realtà — racconta una storia vera — e se mi si permette di fare un po’ la burlona, comincia come “Il principe cerca moglie” (sì, quello con Eddie Murphy…).

Londra anni ‘50. Seretse è l’erede al trono del Botswana, pronto a tornare in patria e a regnare dopo essersi laureato in una facoltosa università. Ruth è una cara ragazza dell’Inghilterra bene, ma lavoratrice, che Seretse incontra una sera in un locale. Il colpo è di fulmine: il Principe ha trovato moglie! Non fosse che Eddie Murphy la cercava, mentre Seretse proprio no, specie se la fanciulla è bianca come il Granarolo. Siamo nell’Inghilterra in cui i darkie sono darkie e non possono nemmeno sognarle di notte, le bianche. E siamo in un Botswana in cui gli ingressi ai luoghi pubblici sono distinti per razza, i neri non possono ordinare alcol in un locale e il parterre dei cinema è pieno zeppo di visipallidi — e siamo in un paese di neri. Apriti o cielo! Un erede al trono di un paese black che sposa una white… Praticamente “Indovina chi viene a cena?” ma con implicazioni governative al seguito. Sì perché oltre a sconvolgere le rispettive famiglie, scandalizzate da quella temeraria miscela interrazziale, poi ci si mettono la politica e l’economia, visti i rapporti d’interdipendenza tra il governo britannico colonialista e quello africano. Si arriva addirittura all’esilio del re mentre lei, Ruth, è in Botswana. Due anni di separazione, finché, dopo una cordata parlamentare a favore di Seretse e qualche bella gola profonda, finalmente, il re può raggiungere la moglie in Africa, e il suo popolo, sul quale regnerà fino al 1980. A rendere tutta questa realtà ancora più fiabesca, le idee illuminate di questo re, che credeva fermamente nella democratizzazione del suo paese, nell’indipendenza dal Commonwealth (ottenuta poi nel 1960) e nell’uguaglianza di ogni individuo — dal suo speech, “nessun uomo è libero se non è padrone di se stesso”. Praticamente il progenitore di Obama — may He be praised.
E non scordiamoci di Ruth, l’inglesina, tanto carina quando ca*zuta. E’ rimasta a fianco del suo Seretse per tutta la vita, dedicandosi ad attività filantropiche e alla lotta contro l’Aids.

Come dicevo, il film trasuda romance dall’inizio alla fine. La regista sceglie le tinte sfumate — Londra quasi come una Parigi anni ’20 — e l’Africa brulla e aranciotrump sembra quella di Robert Redford e Meryl Streep in “La mia Africa”… Quel senso crepuscolare, quei colori fumé… Ovviamente non mancano gli stereotipi del film in terra esotica. I balli, i canti, gli aerei che sorvolano le piane cotte dal sole, gli sguardi livorosi verso l’inglesina quando sbarca in Botswana, e poi teneri come il burro quando capiscono che la ragazza “giunge in pace”.
La musica, immaginatela… Trionfo d’archi su letto di viole. E poi be’, quell’insistenza sull’archetipo Romeo e Giulietta. L’amore contrastato da tutto e da tutti — qui pure con la componente raziale in mezzo. Però, il film si guarda volentieri, alla fine. E proprio perché ti parla di una storia che non conosci. Una storia che è la Storia. E per una volta, una storia, che è la Storia, finisce bene, e noi posteri, poveri di figure come queste, raccogliamo questi due bei personaggi, Ruth e Sereste, e li archiviamo nella memoria accanto a figure che hanno fatto della loro vita una missione più alta delle loro stesse vite e che servono, per questo, come esempio, come faro. Oggi come oggi, queste vite, questi fari, ci servono più che mai, nella tenebra in cui stiamo riprecipitando dal punto di vista della convivenza interraziale.
Oggi mi rendo conto che il cinema deve servire anche a questo. A insegnare. Puro didattismo. Pensate ai ragazzi delle scuole superiori che vanno a vedere “A United Kindgom”. Forse cominceranno a famigliarizzare con realtà a loro assolutamente ignote, come l’apartheid, e a capire quanti sforzi ci vogliono per fare un metro avanti, e con quanta facilità si può precipitare km indietro — si pensi a oggi, a tutto quello che si sta dicendo, dall’Europa all’America, a quanto ci sia ancora da camminare…
Nel documentario “Two Trains Running”, questo è chiaro più che mai, e lì siamo in Mississippi, dove i neri, negli anni ’60 non solo non votavano, ma dovevano abbassare il capo in segno di rispetto ogni volta che passava un bianco…
Ho visto il docu alla School of Visual Arts, zona Gramercy, prima di dirigermi all’Angelika e vedere “A United Kingdom”, e infilare un Biathlon certo coerente ma assai pesante. Pur sempre un Biathlon, però… 😉

Parlando di km, anche per stasera vi ho propinato la solita maratona settimanale. Meglio che mi congedi, allora, col rammarico per le innumerevoli storie che non ho spazio di raccontarvi… Non prima di avervi proposto il Frunyc aggiornato e avervi spediti nel Maelstrom, dove troverete un approfondimento…

Moviers, per stasera è tutto, ma solo per stasera. Poi torniamo, si sa. Ed è bello, saperlo 🙂
Ringraziamenti incommensurati (!) e saluti, stasera, preventivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vi ricordate la Maratona di Filosofia alla Brooklyn Library? Ecco, se volete saperne più, ci ho scritto sopra un articoletto, “La veglia della filosofia nella notte della democrazia” … Se volete sapere com’è andata nel dettaglio… 😉

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LET’S MOVIE 313 FROM NYC commenta SAVING BANKSY

LET’S MOVIE 313 FROM NYC commenta SAVING BANKSY

Frexit Fellows e MoMA Moviers,

Trump fa il matto e ormai si sa. E’ come essersi trovati in casa — una casa grande come il mondo, vedete un po’ — il figlio pestifero di qualche coppia di amici, che hanno certamente contribuito a fare di lui la peste che è, ma che ne negano ogni responsabilità. Come tutti gli americani che hanno eletto Trump e che ora si ritrovano a fare i conti con un Presidente che mette in imbarazzo il suo paese, e che, buon per noi, sta facendo di tutto per farsi cacciare dalla Casa Bianca. Qui i (tele)giornali non fanno che parlare a ciclo continuo dell’ordine esecutivo di bloccare l’ingresso negli USA ai sette paesi rei di essere mussulmani, e di quanto Trump sia furibondo dopo che la corte d’Appello di Washington ha respinto il ricorso presentato da lui attraverso il Dipartimento di Giustizia contro la decisione di revocare il Travel Ban. Il Presidente batte i piedi, inviperito, e noi tutti cantiamo vittoria — per quel po’ di vittoria che si può cantare.

Il fiume in piena di messaggi twitter che pubblica non fanno che provare quanto Fascio scorra in lui. Venerdì ha sconvolto giornalisti e be’, tutti, twittando “We must keep ‘evil’ out of our country!”. Evil? Forse Donald Duck si sente la reincarnazione dell’Uomo Tigre, che lottava contro il Male. Quando la politica utilizza termini biblici, o dell’animazione giapponese — le forze del Male contro quelle del Bene — siamo in un territorio dell’emotività, non dell’oggettività, e lì non ci sono termini di discussione. Questo, in fin dei conti, è il problema che abbiamo con lui. La sua dispotica convinzione che possa stabilire tutto sulla base delle sue idee personali, e non sulla legge. Ora Trump sta facendo questo. Sta mettendo gli artigli su ciò che non è possibilmente artigliabile in questo paese — la Costituzione. E milioni di americani potranno anche averlo votato, ma la violazione della Costituzione è un atto che non si perdona — ricordate cos’era successo a Clinton quando aveva giurato il falso, negando la relazione con la Lewinski e contravvenendo al suo giuramento… Ecco, questo per dire che io non aspetto altro che i twitter di pel di carota diventino sempre più Fasci, e le sue esternazioni sempre più imbarazzanti per tutti, partito repubblicano in testa. Confido nella speranza che Donald si tolga di mezzo da solo. A ripensarci, Trump non è solo una peste di moccioso alto un metro e novanta, ma è una peste morbo, calamità. Forse ricorderete tutti, che la peste, così come arrivava, se ne andava. Magari sarà così anche per lui, e noi dobbiamo solo aspettare il gradino del suo grattacielo in cui inciamperà.

Ma mi giungono notizie non meno inquietanti dalla Francia… Sentire la bionda Le Pen strillare “Frexit” come una cornacchia da un comizio del Front National, mi fa capire che Donald è solo una faccia del problema. Non basta solo l’idea di indire un referendum per far decidere ai francesi se uscire o no dall’Unione Europea, la biondina propone anche l’uscita dalla Nato e dall’Euro, e il ripristino del franco come moneta nazionale. Ora non facciamo gli allarmisti: per mettere in pratica tutte queste “proposte”, la Le Pen dovrebbe vincere le elezioni. E questo è poco probabile: lo sostengono tutti i sondaggi che hanno dato per certi il NO alla Brexit e la vittoria di Hillary Clinton…

Questo per dirvi che dobbiamo essere pronti anche a una prospettiva di questo genere.
Ma.
Non possiamo vedere solo nuvole là fuori! Quando ci si chiede, sì ma cosa può essere fatto, concretamente?, eccovi che vi rispondo.
Di certo avrete sentito della decisione del MoMA — di cui per altro sono diventata Membra, grazie alla NYC ID, come al MET la scorsa settimana 🙂 — di esporre, nel cuore della sua collezione, al quinto piano, i lavori di artisti provenienti dai sette paesi della black list stilata da Trump. Al fianco di ogni opera, una scritta: “This work is by an artist from a nation whose citizens are being denied entry into the United States, according to a presidential executive order issued on January 27, 2017. This is one of several such artworks from the Museum’s collection installed throughout the fifth-floor galleries to affirm the ideals of welcome and freedom as vital to this Museum, as they are to the United States”.

Ecco, gli americani potranno anche eleggere uno come Trump, ma poi fanno queste cose. E non sono cose da poco. Il MoMA è il museo di arte più importante di tutto il paese. Che si sia schierato così apertamente e che abbia attuato un’iniziativa così materialmente impattante, rivoluzionando il proprio quinto piano — quello con i pezzi forti del ‘900 — costruendo un dialogo visivo fra le opere di grandi nomi occidentali e quelle di artisti “banned” meno conosciuti, aggiunge un paragrafo nella storia della resistenza a Trump che questo paese sta scrivendo.
Lo stesso dicasi per quella coppia che ci ha accompagnato per otto meravigliosi anni e che ora si metterà a lavorare all’Obama Foundation, https://www.youtube.com/watch?v=ODVxuN6m6E8  — ma guardateli, e raffrontateli con la coppia da cartone animato horror che abbiamo ora al loro posto… Donald the Duck e Melan(chol)ia Bonton…

Parlando di arte… Il film che sono andata a vedere questa settimana, concedendomi il salasso del Cinepolis a Chelsea, la sala più cara a New York, presumo — $ 16.50 per un ingresso a un documentario, non un blockbuster in 3D — è “Saving Banksy”, di Colin Day. Racconta la storia di Brian Grief, artista e curatore, che della salvaguardia di un graffito di Banksy, ha fatto una missione di vita.

Un giorno — anzi una notte — Banksy si materializza in cima al Red Victorian Hotel di San Francisco e dipinge “Haight Street Rat”, uno dei suoi iconici topoloni con il cappello socialista e lo spirito dissacrante. Grief ha fatto staccare a sue spese il graffito dalla parete del muro, salvandolo dalle regolamentazioni pubbliche americane che stabiliscono la rimozione di ogni forma d’arte che “deturpi” lo spazio pubblico o privato. L’intenzione di Grief, una volta rimossa l’opera, non era quella di lucrarci — oggi come oggi ci sono decine di art dealers che si arricchiscono rimuovendo la street art dalla street e portandola nei salotti dei ricconi che la pagano fior fior di dollari. Lo scopo di Grief, e che Grief ancora persegue, è quella di far esporre l’opera in un museo, oppure in uno spazio gratuito in cui tutti possano beneficiarne.
Benissimo, iniziativa lodevole, what’s the problem? Be’ il problem sta nel fatto che musei e gallerie d’arte richiedono un certificato dell’artista per esporre l’opera. Ma se Banksy lo firmasse, si dichiarerebbe colpevole di violazione e lesione di proprietà privata. Quindi nessuna struttura museale si fa avanti per esporlo. Il paradosso dei paradossi è che somme da capogiro come 700.000 dollari sono state offerte a Grief da collezionisti privati. Della serie, uno non può esporre in un museo ciò che tutti vorrebbero esporre, ma un privato sì… Grief ha sempre detto no, e continua la sua avventura portando il graffito nel mondo.
Il documentario, coprodotto dallo stesso Grief, vuole essere uno strumento con cui il collezionista spiega la sua “avventura” e la sua posizione. Per farlo si serve di artisti importantissimi del panorama della street art tra cui ROA, RETNA, Herakut, Doze Green, REVOK, Risk, Mars-1, Anthony Lister and Niels “Shoe” Meulman — e guardate un po’ che poesia, iscritta nei loro nomi!
Ben Eine, uno dei maggiori street artist — nonché collaboratore di Banksy — dice questo, saggiamente, “It’s the poor street kids and the multibillionaires. We’re doing everything for nothing, and they’re walking home with Banksys for a million dollars”.

Il film non è quindi solo su Banksy, ma tratta un tema scottante come quello del comportamento nei confronti della street art. Questi artisti, ormai di fama mondiale, possono decidere di lasciare un’opera per strada, oppure di creare qualcosa in studio e venderlo. Rivendicano la libertà di scegliere, ma quello che è per strada “rimane per strada”, come dicono. Per la gente. Non per chi può permetterselo.
Non so voi cosa ne pensiate voi, ma io credo che il graffitismo sia una forma artistica da rispettare, tutelare, incentivare. Se vi capita di avere qualche minuto, googlate il nome di qualche street artist di quelli che ho nominato sopra. Sono i Michelangelo del nostro tempo! La questione, se ci pensate, è davvero controversa. Questi ragazzi infrangono la legge — i graffittari agiscono di notte, sfidando non solo la legge, ma anche le altezze, le posizioni scomode, il freddo, il tempo (devono fare tutto di fretta prima che arrivino i cops, capirete) — sono tutto quello che un borghese “bene” rifiuterebbe. E invece toh, sono disposti a sborsare milioni per averle… Del resto, come non poter NON innamorarsi delle creazioni di Banksy. Capisco la voglia del collezionista di avere l’opera per sé, ma la poetica alla base dell’arte di strada va nella direzione opposta. “What is in the street stays in the street. It is for the people”, dice sempre Ben Eine.
Se un graffito viene rimosso e costretto fra le mura domestiche di qualche tycoon, oppure dentro quelle costose di un museo — certo non tutti hanno $25 dollari per andare a farsi un giro al MoMA, che prenderà anche delle sane prese di posizione contro Trump, ma che è caro impestato — se facciamo di un graffito un quadro da salotto ne corrompiamo quella poetica, ne adulteriamo il senso.
Faceva molta impressione, ve l’assicuro, vedere la panteganona socialista di Banksy in mezzo al padiglione VIP della fiera Art Miami, che la espose per l’edizione 2012. In tutto questo, Banksy non vede un soldo. Dal proprio sito stilla perle d’ironica saggezza, tipo “Alcune persone diventano dei poliziotti perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore. Alcune diventano vandali perché vogliono far diventare il mondo un posto dall’aspetto migliore”… Oppure “A wall is a very big weapon. It’s one of the nastiest things you can hit someone with”…

Ma Banksy è tutto fuorché un burlone. La sua idea di arte, che si oppone al consumismo, all’elitismo, è una satira amarissima, che non vuole far ridere, ma che, attraverso il meccanismo del contrasto — un black block che lancia un mazzo di fiori al posto di una molotov, due cops che si baciano — innesca una riflessione sulla degenerazione dello stile di vita, delle abitudini dell’uomo contemporaneo. Banksy dovrebbe essere studiato nei licei, essere mostrato negli asili: una bambina che si alza in volo grazie a un mazzo di palloncini oppure uno squarcio di cielo in mezzo al cemento è molto più comprensibile di mille pamphlet sull’inutilità dei muri.
Se siete interessati, come me, all’opera banksyana, qui trovate una serie di suoi murales irriverenti.
E quando il documentario “Saving Banksy” arriverà in Italia — so per certo che arriverà 😉 — voi non ve lo perderete, vero??

E ora Fellows è giunta l’ora di salutarci. Nel Maelstrom getto due articoli, uno letterario per la Voce di New York — l’incontro con Paul Auster — e uno cinematografico per Magazzino 26 — che potrebbe servirvi in caso meditiate pellegrinaggi cinematografici qui a New York City…
Al solito, ho aggiornato il Frunyc, che, noto con piacere, sta suscitando grande entusiasmo… 😉
Sempre grazie e sempre saluti, stasera, artisticamente cinematografici.

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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Paul Auster’s reading and New York: Cine-città
🙂

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