LET’S MOVIE 313 FROM NYC commenta A UNITED KINGDOM

LET’S MOVIE 313 FROM NYC commenta A UNITED KINGDOM

Mary and Mou Moviers,

Sono stati loro a dirmi della bufera. Perché diciamocelo, New York City può essere anche quello. Per l’Italia è indubbiamente anche quello. Ricordo bene le immagini che i TG mandano in onda, o i video che i giornali mettono online. Nel mostrare scene di malcapitati alle prese con l’inferno di cristallo, semafori dindolanti nella tormenta, c’è un perverso quanto mai noto gusto mediatico. Sensazionalismi a parte, s’innesca l’effetto “menomale che sono qui guarda quelli come sono messi là”… Il caldo di casa propria non è mai così caldo fin quando non si sente, anche solo visivamente, il freddo di casa altrui. Questo principio, portato all’estremo, porta all’esaltazione della patria — ve lo lascio come esercizio di stretching mentale…
Quando sei in Italia e vedi tutto questo ti chiedi, ma com’è possibile? Come fanno? Le risposte sono: è possibile, fanno. I newyorkesi hanno un gran spirito pratico e dei gran piedi piantati per terra. Io ho saputo della snowstorm con due giorni d’anticipo. Martedì Mary mi ha disdetto un film che avremmo dovuto vedere il giovedì, giorno della bufera. “Hanno previsto snowstorm, quindi non esco, lavoro da casa”, mi scrive, aggiungendo l’intraducibile quanto usatissimo “Stay warm”.
E qui funziona così per tutti. Mou, che insegna matematica in un liceo del Jersey — la Dwight Morrow High School, dove per altro studiò Sarah Jessica Parker, se volete aggiungere una meta alle vostre mete americane (!) — è stato avvertito dalla scuola che di lì ha due giorni gli elementi si sarebbero scatenati e che le lezioni sarebbero state sospese. Lo stesso è capitato alla mia Vice-Direttrice, con un preavviso di tre giorni. Lezione nel Jersey annullata per maltempo.

Ora io, da brava europea che cova sempre quel briciolo di disincanto nel cuore, come ogni europeo che si rispetti, ho riso un po’ di tutto questo al-lupo al-lupo stelle-e-strisce, e di questa attitudine ottocentesca di mettersi al riparo dalla natura e dagli elementi, non più con fiocina e Pequod, come Melville proponeva contro Moby Dick, ma con bollettini meteo e avvisi alla popolazione. E già calcolavo, fra me e me, le perdite in fatto di ore-uomo che questo allarmismo avrebbe causato — sulla degenerazione della mia mente che si mette a elucubrare circa le perdita ore-uomo discuteremo in separata sede (clinica, presumo). Tra l’altro il giorno precedente era stato tiepido come una primavera inaspettata. Una bufera? Domani? Ma ci faccia il piacere, ci faccia! Accurateweather.com, be accurate, please!
Invece, come da brava europea post-Brexit che si rispetti, sono stata smentita alla stragrande. La bufera si è presentata puntuale come l’avevano annunciata. Nell’arrivo e nella durata. Dal primissimo mattino, fino alle 3 pm, seguita poi da un vento nordico e un cielo tersissimo che ricordavano vagamente certe regioni dell’antartico battute dalle spedizioni che non hanno fatto più ritorno a casa.

Come funziona durante la bufera? Funziona che NON si esce. E’ semplicemente, elementarmente impossibile. Non tanto per la neve in sé, quanto, l’avete capito, per il vento. Non c’è modo. Vince lui. Quindi, che vinca. Qui hanno imparato a rinunciare a tavolino e a fargli fare quello che vuole per tutto il tempo che vuole. Se sai che il mondo finirà giovedì 9 febbraio, ti organizzi. E loro, abbiano detto, si organizzano. Tanto comunque c’è il telelavoro, il telecomando, la tele.
Mi si dice che in passato bufere di questo tipo duravano anche giorni e giorni. Negli ultimi anni, gli inverni sono molto più miti — e questo, statemi tranquilli, non ha nulla a che vedere con il cambiamento climatico, giacché, Trump puntualizza, il cambiamento climatico non è che una bufala messa in giro da quei buffoni degli scienziati. Si consideri piuttosto il surriscaldamento terrestre come una naturale evoluzione degli eventi… Una specie di acne giovanile.

Per tornare alla bufera… Durante il giorno, sembra di stare sospesi nel chissaquando, circondati dal chissadove. Potresti essere nel Wyoming, a pochi passi dalla Locanda di Minnie (!), oppure in pieno Hell’s Kitchen, a quattrocento passi da Times Square.
Fuori vedi il vento fare le sue follie in mezzo alla neve. Se vivi con una finestra che dà su un vialetto interno, senti gli ululati, ma lontani, come se uscissero, solo per metà, da un racconto di Tolstoj. Tu stai dentro, il riscaldamento sparato a mille — non per tua scelta ma per quella della centralizzazione — e aspetti. Aspetti anche che passi l’influenza da bue che ti ha steso — l’influenza newyorchese è potente come le sue bufere, anche lei vince sempre, e anche con lei bisogna arrendersi a tavolino.

Il bello è il giorno dopo. Il giorno dopo il cielo è talmente lustro, la neve talmente bianco shocking, da far male agli occhi. Credo che in alta montagna sia così, ma qui siamo nel bel mezzo dell’urbano metropolitano, quindi quell’abbinamento sembra ancora più improbabile — un cielo dolomitico fra i grattacieli?? Ebbene sì.
Il day-after è la via crucis delle macchine. Gli spazzaneve, che non smettono mai il loro lavoro durante la bufera — sicuramente telecomandati a distanza da un sistema centralizzato, come il riscaldamento, azionato dal Pentagono — spazzano la neve contro le macchine parcheggiate lungo le strade. Questo, capirete, le mette in uno stato di totale prigionia, dal quale liberarle, al mattino, risulta un’impresa di ostetricia avanzata. Centinaia e centinaia di automobilisti alle prese con la povera creatura intrappolata che non vuole saperne di uscire. Gli strilli dei motori — ecco cosa associo al mattino post-bufera. Un coro di partorienti, alle prese col partorire se stesse.

E i newyorchesi? I newyorchesi, tutto scarponi e long johns (=mutande lunghe che i newyorchesi maschi pare portino d’inverno sotto i pantaloni, con sommo giubilo), i newyorchesi spingono, e tirano e mollano. Ma mantenendo una loro calma serafica — ostetrici professionisti. Ho immaginato noi italiani… A imprecare e stendere tanto di geremiadi — popolo d’inventori, esploratori, poeti e prefiche che siamo. Teatralizzeremo anche quello. Loro invece, easy easy. Come se aiutare la tua macchina a partorire se stessa in una mattina di febbraio, con i figli da mandare a scuola e qualche riunione che ti aspetta al lavoro, fosse l’ordine delle cose e non ci sia tanto da scomporsi, you see.
Per tirare le somme, è vero che New York City è la casa dello spirito metropolitano — anzi è lo spirito metropolitano fatto urbano, una trinità in cui madre e padre sono non-pervenuti e si trova solo l’unigenito figlio. Ma è anche vero che la natura è sempre la Natura del Nuovo Mondo, quella che sfidava gli europei appena sbarcati e che ha fatto tribolare migliaia di coloni. Quella natura lì torna fuori ogni bufera e, con uno sguardo ti dice, ché, ti stai dimenticando di me? E ci mette 6 ore di tempo a farti tornare la memoria. Quella Natura non è cambiata di una virgola. Sempre la stessa virulenza indomita, sempre la stessa spietatezza. E noi siamo sempre gli stessi ometti, gli stessi piccoli cowboy dall’ego smisurato. Solo che al posto della Colt abbiamo l’iPhone e cavalchiamo Citibike anziché Mustang.

Dopo l’infRuenza che mi ha steso, mi sono rimessa in piedi con due film due. 🙂 Uno, uno splendido documentario sul blues che solo gli esperti potranno apprezzare — Fellow Lumière in testa — dal titolo “Two Trains Running”, di Sam Pollard, ovvero, la ricerca di due leggende del blues, Skip James e Son House, nel profondo Mississippi durante le tensioni conseguenti al movimento per i diritti civili negli anni ‘60. Ma non è di quello che intendo parlarvi qui, anche se il film che sto per proporvi è sempre black-oriented. Ho visto “A United Kingdom” di Amma Asante, all’Angelika Film Center, sala molto rinomata tra SoHo e NoHo — piccola precisazione da National Geographic: SoHo sta per South of Houston Street, un mega stradone che parte dall’East River, taglia la pancia di Manhattan e sbuca nell’Hudson River; NoHo sta per North of Houston Street…così abbiamo le coordinate 🙂

Sul film in sé, be’, potrebbe essere catalogato come l’ennesimo biopic che racconta l’ennesimo capitolo lasciato in ombra dalla Storia che tutti impariamo a scuola — dovremmo imparare a scuola. Il film, se lo sfiliamo dalla realtà — racconta una storia vera — e se mi si permette di fare un po’ la burlona, comincia come “Il principe cerca moglie” (sì, quello con Eddie Murphy…).

Londra anni ‘50. Seretse è l’erede al trono del Botswana, pronto a tornare in patria e a regnare dopo essersi laureato in una facoltosa università. Ruth è una cara ragazza dell’Inghilterra bene, ma lavoratrice, che Seretse incontra una sera in un locale. Il colpo è di fulmine: il Principe ha trovato moglie! Non fosse che Eddie Murphy la cercava, mentre Seretse proprio no, specie se la fanciulla è bianca come il Granarolo. Siamo nell’Inghilterra in cui i darkie sono darkie e non possono nemmeno sognarle di notte, le bianche. E siamo in un Botswana in cui gli ingressi ai luoghi pubblici sono distinti per razza, i neri non possono ordinare alcol in un locale e il parterre dei cinema è pieno zeppo di visipallidi — e siamo in un paese di neri. Apriti o cielo! Un erede al trono di un paese black che sposa una white… Praticamente “Indovina chi viene a cena?” ma con implicazioni governative al seguito. Sì perché oltre a sconvolgere le rispettive famiglie, scandalizzate da quella temeraria miscela interrazziale, poi ci si mettono la politica e l’economia, visti i rapporti d’interdipendenza tra il governo britannico colonialista e quello africano. Si arriva addirittura all’esilio del re mentre lei, Ruth, è in Botswana. Due anni di separazione, finché, dopo una cordata parlamentare a favore di Seretse e qualche bella gola profonda, finalmente, il re può raggiungere la moglie in Africa, e il suo popolo, sul quale regnerà fino al 1980. A rendere tutta questa realtà ancora più fiabesca, le idee illuminate di questo re, che credeva fermamente nella democratizzazione del suo paese, nell’indipendenza dal Commonwealth (ottenuta poi nel 1960) e nell’uguaglianza di ogni individuo — dal suo speech, “nessun uomo è libero se non è padrone di se stesso”. Praticamente il progenitore di Obama — may He be praised.
E non scordiamoci di Ruth, l’inglesina, tanto carina quando ca*zuta. E’ rimasta a fianco del suo Seretse per tutta la vita, dedicandosi ad attività filantropiche e alla lotta contro l’Aids.

Come dicevo, il film trasuda romance dall’inizio alla fine. La regista sceglie le tinte sfumate — Londra quasi come una Parigi anni ’20 — e l’Africa brulla e aranciotrump sembra quella di Robert Redford e Meryl Streep in “La mia Africa”… Quel senso crepuscolare, quei colori fumé… Ovviamente non mancano gli stereotipi del film in terra esotica. I balli, i canti, gli aerei che sorvolano le piane cotte dal sole, gli sguardi livorosi verso l’inglesina quando sbarca in Botswana, e poi teneri come il burro quando capiscono che la ragazza “giunge in pace”.
La musica, immaginatela… Trionfo d’archi su letto di viole. E poi be’, quell’insistenza sull’archetipo Romeo e Giulietta. L’amore contrastato da tutto e da tutti — qui pure con la componente raziale in mezzo. Però, il film si guarda volentieri, alla fine. E proprio perché ti parla di una storia che non conosci. Una storia che è la Storia. E per una volta, una storia, che è la Storia, finisce bene, e noi posteri, poveri di figure come queste, raccogliamo questi due bei personaggi, Ruth e Sereste, e li archiviamo nella memoria accanto a figure che hanno fatto della loro vita una missione più alta delle loro stesse vite e che servono, per questo, come esempio, come faro. Oggi come oggi, queste vite, questi fari, ci servono più che mai, nella tenebra in cui stiamo riprecipitando dal punto di vista della convivenza interraziale.
Oggi mi rendo conto che il cinema deve servire anche a questo. A insegnare. Puro didattismo. Pensate ai ragazzi delle scuole superiori che vanno a vedere “A United Kindgom”. Forse cominceranno a famigliarizzare con realtà a loro assolutamente ignote, come l’apartheid, e a capire quanti sforzi ci vogliono per fare un metro avanti, e con quanta facilità si può precipitare km indietro — si pensi a oggi, a tutto quello che si sta dicendo, dall’Europa all’America, a quanto ci sia ancora da camminare…
Nel documentario “Two Trains Running”, questo è chiaro più che mai, e lì siamo in Mississippi, dove i neri, negli anni ’60 non solo non votavano, ma dovevano abbassare il capo in segno di rispetto ogni volta che passava un bianco…
Ho visto il docu alla School of Visual Arts, zona Gramercy, prima di dirigermi all’Angelika e vedere “A United Kingdom”, e infilare un Biathlon certo coerente ma assai pesante. Pur sempre un Biathlon, però… 😉

Parlando di km, anche per stasera vi ho propinato la solita maratona settimanale. Meglio che mi congedi, allora, col rammarico per le innumerevoli storie che non ho spazio di raccontarvi… Non prima di avervi proposto il Frunyc aggiornato e avervi spediti nel Maelstrom, dove troverete un approfondimento…

Moviers, per stasera è tutto, ma solo per stasera. Poi torniamo, si sa. Ed è bello, saperlo 🙂
Ringraziamenti incommensurati (!) e saluti, stasera, preventivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vi ricordate la Maratona di Filosofia alla Brooklyn Library? Ecco, se volete saperne più, ci ho scritto sopra un articoletto, “La veglia della filosofia nella notte della democrazia” … Se volete sapere com’è andata nel dettaglio… 😉

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