LET’S MOVIE 313 FROM NYC commenta SAVING BANKSY

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Frexit Fellows e MoMA Moviers,

Trump fa il matto e ormai si sa. E’ come essersi trovati in casa — una casa grande come il mondo, vedete un po’ — il figlio pestifero di qualche coppia di amici, che hanno certamente contribuito a fare di lui la peste che è, ma che ne negano ogni responsabilità. Come tutti gli americani che hanno eletto Trump e che ora si ritrovano a fare i conti con un Presidente che mette in imbarazzo il suo paese, e che, buon per noi, sta facendo di tutto per farsi cacciare dalla Casa Bianca. Qui i (tele)giornali non fanno che parlare a ciclo continuo dell’ordine esecutivo di bloccare l’ingresso negli USA ai sette paesi rei di essere mussulmani, e di quanto Trump sia furibondo dopo che la corte d’Appello di Washington ha respinto il ricorso presentato da lui attraverso il Dipartimento di Giustizia contro la decisione di revocare il Travel Ban. Il Presidente batte i piedi, inviperito, e noi tutti cantiamo vittoria — per quel po’ di vittoria che si può cantare.

Il fiume in piena di messaggi twitter che pubblica non fanno che provare quanto Fascio scorra in lui. Venerdì ha sconvolto giornalisti e be’, tutti, twittando “We must keep ‘evil’ out of our country!”. Evil? Forse Donald Duck si sente la reincarnazione dell’Uomo Tigre, che lottava contro il Male. Quando la politica utilizza termini biblici, o dell’animazione giapponese — le forze del Male contro quelle del Bene — siamo in un territorio dell’emotività, non dell’oggettività, e lì non ci sono termini di discussione. Questo, in fin dei conti, è il problema che abbiamo con lui. La sua dispotica convinzione che possa stabilire tutto sulla base delle sue idee personali, e non sulla legge. Ora Trump sta facendo questo. Sta mettendo gli artigli su ciò che non è possibilmente artigliabile in questo paese — la Costituzione. E milioni di americani potranno anche averlo votato, ma la violazione della Costituzione è un atto che non si perdona — ricordate cos’era successo a Clinton quando aveva giurato il falso, negando la relazione con la Lewinski e contravvenendo al suo giuramento… Ecco, questo per dire che io non aspetto altro che i twitter di pel di carota diventino sempre più Fasci, e le sue esternazioni sempre più imbarazzanti per tutti, partito repubblicano in testa. Confido nella speranza che Donald si tolga di mezzo da solo. A ripensarci, Trump non è solo una peste di moccioso alto un metro e novanta, ma è una peste morbo, calamità. Forse ricorderete tutti, che la peste, così come arrivava, se ne andava. Magari sarà così anche per lui, e noi dobbiamo solo aspettare il gradino del suo grattacielo in cui inciamperà.

Ma mi giungono notizie non meno inquietanti dalla Francia… Sentire la bionda Le Pen strillare “Frexit” come una cornacchia da un comizio del Front National, mi fa capire che Donald è solo una faccia del problema. Non basta solo l’idea di indire un referendum per far decidere ai francesi se uscire o no dall’Unione Europea, la biondina propone anche l’uscita dalla Nato e dall’Euro, e il ripristino del franco come moneta nazionale. Ora non facciamo gli allarmisti: per mettere in pratica tutte queste “proposte”, la Le Pen dovrebbe vincere le elezioni. E questo è poco probabile: lo sostengono tutti i sondaggi che hanno dato per certi il NO alla Brexit e la vittoria di Hillary Clinton…

Questo per dirvi che dobbiamo essere pronti anche a una prospettiva di questo genere.
Ma.
Non possiamo vedere solo nuvole là fuori! Quando ci si chiede, sì ma cosa può essere fatto, concretamente?, eccovi che vi rispondo.
Di certo avrete sentito della decisione del MoMA — di cui per altro sono diventata Membra, grazie alla NYC ID, come al MET la scorsa settimana 🙂 — di esporre, nel cuore della sua collezione, al quinto piano, i lavori di artisti provenienti dai sette paesi della black list stilata da Trump. Al fianco di ogni opera, una scritta: “This work is by an artist from a nation whose citizens are being denied entry into the United States, according to a presidential executive order issued on January 27, 2017. This is one of several such artworks from the Museum’s collection installed throughout the fifth-floor galleries to affirm the ideals of welcome and freedom as vital to this Museum, as they are to the United States”.

Ecco, gli americani potranno anche eleggere uno come Trump, ma poi fanno queste cose. E non sono cose da poco. Il MoMA è il museo di arte più importante di tutto il paese. Che si sia schierato così apertamente e che abbia attuato un’iniziativa così materialmente impattante, rivoluzionando il proprio quinto piano — quello con i pezzi forti del ‘900 — costruendo un dialogo visivo fra le opere di grandi nomi occidentali e quelle di artisti “banned” meno conosciuti, aggiunge un paragrafo nella storia della resistenza a Trump che questo paese sta scrivendo.
Lo stesso dicasi per quella coppia che ci ha accompagnato per otto meravigliosi anni e che ora si metterà a lavorare all’Obama Foundation, https://www.youtube.com/watch?v=ODVxuN6m6E8  — ma guardateli, e raffrontateli con la coppia da cartone animato horror che abbiamo ora al loro posto… Donald the Duck e Melan(chol)ia Bonton…

Parlando di arte… Il film che sono andata a vedere questa settimana, concedendomi il salasso del Cinepolis a Chelsea, la sala più cara a New York, presumo — $ 16.50 per un ingresso a un documentario, non un blockbuster in 3D — è “Saving Banksy”, di Colin Day. Racconta la storia di Brian Grief, artista e curatore, che della salvaguardia di un graffito di Banksy, ha fatto una missione di vita.

Un giorno — anzi una notte — Banksy si materializza in cima al Red Victorian Hotel di San Francisco e dipinge “Haight Street Rat”, uno dei suoi iconici topoloni con il cappello socialista e lo spirito dissacrante. Grief ha fatto staccare a sue spese il graffito dalla parete del muro, salvandolo dalle regolamentazioni pubbliche americane che stabiliscono la rimozione di ogni forma d’arte che “deturpi” lo spazio pubblico o privato. L’intenzione di Grief, una volta rimossa l’opera, non era quella di lucrarci — oggi come oggi ci sono decine di art dealers che si arricchiscono rimuovendo la street art dalla street e portandola nei salotti dei ricconi che la pagano fior fior di dollari. Lo scopo di Grief, e che Grief ancora persegue, è quella di far esporre l’opera in un museo, oppure in uno spazio gratuito in cui tutti possano beneficiarne.
Benissimo, iniziativa lodevole, what’s the problem? Be’ il problem sta nel fatto che musei e gallerie d’arte richiedono un certificato dell’artista per esporre l’opera. Ma se Banksy lo firmasse, si dichiarerebbe colpevole di violazione e lesione di proprietà privata. Quindi nessuna struttura museale si fa avanti per esporlo. Il paradosso dei paradossi è che somme da capogiro come 700.000 dollari sono state offerte a Grief da collezionisti privati. Della serie, uno non può esporre in un museo ciò che tutti vorrebbero esporre, ma un privato sì… Grief ha sempre detto no, e continua la sua avventura portando il graffito nel mondo.
Il documentario, coprodotto dallo stesso Grief, vuole essere uno strumento con cui il collezionista spiega la sua “avventura” e la sua posizione. Per farlo si serve di artisti importantissimi del panorama della street art tra cui ROA, RETNA, Herakut, Doze Green, REVOK, Risk, Mars-1, Anthony Lister and Niels “Shoe” Meulman — e guardate un po’ che poesia, iscritta nei loro nomi!
Ben Eine, uno dei maggiori street artist — nonché collaboratore di Banksy — dice questo, saggiamente, “It’s the poor street kids and the multibillionaires. We’re doing everything for nothing, and they’re walking home with Banksys for a million dollars”.

Il film non è quindi solo su Banksy, ma tratta un tema scottante come quello del comportamento nei confronti della street art. Questi artisti, ormai di fama mondiale, possono decidere di lasciare un’opera per strada, oppure di creare qualcosa in studio e venderlo. Rivendicano la libertà di scegliere, ma quello che è per strada “rimane per strada”, come dicono. Per la gente. Non per chi può permetterselo.
Non so voi cosa ne pensiate voi, ma io credo che il graffitismo sia una forma artistica da rispettare, tutelare, incentivare. Se vi capita di avere qualche minuto, googlate il nome di qualche street artist di quelli che ho nominato sopra. Sono i Michelangelo del nostro tempo! La questione, se ci pensate, è davvero controversa. Questi ragazzi infrangono la legge — i graffittari agiscono di notte, sfidando non solo la legge, ma anche le altezze, le posizioni scomode, il freddo, il tempo (devono fare tutto di fretta prima che arrivino i cops, capirete) — sono tutto quello che un borghese “bene” rifiuterebbe. E invece toh, sono disposti a sborsare milioni per averle… Del resto, come non poter NON innamorarsi delle creazioni di Banksy. Capisco la voglia del collezionista di avere l’opera per sé, ma la poetica alla base dell’arte di strada va nella direzione opposta. “What is in the street stays in the street. It is for the people”, dice sempre Ben Eine.
Se un graffito viene rimosso e costretto fra le mura domestiche di qualche tycoon, oppure dentro quelle costose di un museo — certo non tutti hanno $25 dollari per andare a farsi un giro al MoMA, che prenderà anche delle sane prese di posizione contro Trump, ma che è caro impestato — se facciamo di un graffito un quadro da salotto ne corrompiamo quella poetica, ne adulteriamo il senso.
Faceva molta impressione, ve l’assicuro, vedere la panteganona socialista di Banksy in mezzo al padiglione VIP della fiera Art Miami, che la espose per l’edizione 2012. In tutto questo, Banksy non vede un soldo. Dal proprio sito stilla perle d’ironica saggezza, tipo “Alcune persone diventano dei poliziotti perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore. Alcune diventano vandali perché vogliono far diventare il mondo un posto dall’aspetto migliore”… Oppure “A wall is a very big weapon. It’s one of the nastiest things you can hit someone with”…

Ma Banksy è tutto fuorché un burlone. La sua idea di arte, che si oppone al consumismo, all’elitismo, è una satira amarissima, che non vuole far ridere, ma che, attraverso il meccanismo del contrasto — un black block che lancia un mazzo di fiori al posto di una molotov, due cops che si baciano — innesca una riflessione sulla degenerazione dello stile di vita, delle abitudini dell’uomo contemporaneo. Banksy dovrebbe essere studiato nei licei, essere mostrato negli asili: una bambina che si alza in volo grazie a un mazzo di palloncini oppure uno squarcio di cielo in mezzo al cemento è molto più comprensibile di mille pamphlet sull’inutilità dei muri.
Se siete interessati, come me, all’opera banksyana, qui trovate una serie di suoi murales irriverenti.
E quando il documentario “Saving Banksy” arriverà in Italia — so per certo che arriverà 😉 — voi non ve lo perderete, vero??

E ora Fellows è giunta l’ora di salutarci. Nel Maelstrom getto due articoli, uno letterario per la Voce di New York — l’incontro con Paul Auster — e uno cinematografico per Magazzino 26 — che potrebbe servirvi in caso meditiate pellegrinaggi cinematografici qui a New York City…
Al solito, ho aggiornato il Frunyc, che, noto con piacere, sta suscitando grande entusiasmo… 😉
Sempre grazie e sempre saluti, stasera, artisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Paul Auster’s reading and New York: Cine-città
🙂

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