LET’S MOVIE 315 FROM NYC commenta I AM NOT YOUR NEGRO

LET’S MOVIE 315 FROM NYC commenta I AM NOT YOUR NEGRO

Morgan Moviers,

Quel J.P. lì non solo aveva un gran senso della finanza, ma anche delle cose belle. Forse il senso della finanza l’ha portato a permettersi cose molto belle, ed è noto che più stai nel bello, più bello vuoi.
Se si viene a New York una settimana, la Library sulla Madison che porta il nome di J.P. — John Pierpont…sì, Pierpont! — la raffinatissima Morgan Library, difficilmente rientra nelle mete prescelte. Si preferiscono altre newyorkate del circuito “I Fondamentali”. Non c’è nessun giudizio di merito o demerito in questo. Figurarsi, la prima volta che misi piede a New York — il Fellow Bergamini confermerà — rimbalzai fra Empire State Building, MoMA, Guggenheim, Strawberry Fields e Grand Central Station come la più classica delle impiegate di Vimercate che investono la tredicesima nella Grande Mela, sperando di trovare dei negozi abbordabili su Park Avenue — il che è impossibile quanto il teorema di Arrow. Ma noi abbiamo superato quel livello, e se potessi sabotare le tabelle di marcia delle impiegate, io sostituirei il Guggenheim con la Morgan Library.

Nello studio di Mr J.P. e nella sua biblioteca personale, sarete catapultati in “Harry Potter”, o “L’ombra del vento”. O in qualche racconto di Borges. O ne “Il nome della rosa”, anche se lì siamo più medievali, mentre la biblio di JP ricorda “Indiana Jones e l’ultima crociata” quando Indiana si ritrova nella biblioteca di Venezia — che esiste solo nell’immaginazione di Steven Spielberg e in un teatro di posa californiano, ahinoi…
Per me è stato come ripiombare nella Vecchia Europa. Ma non quella della Brexit, della Le Pen, dell’Isola dei Famosi declinata in ogni lingua. L’Europa dei grandi Voltaire, Spinoza, Gramsci, Locke. L’Europa dell’acume europeo, e dell’intelligenza prima che si trasformasse in classe e diventasse Intellighenzia. In piena America, nel cuore di New York, si nasconde un’isola felice di un paese che non esiste — e proprio per questo esistentissimo — che ha trovato nella residenza di un ricco magnate l’ecosistema ideale per sopravvivere. Mi piace pensare che il meglio storico dell’Europa sia finito in esilio qui, come Napoleone all’Elba, e lì ci sia rimasto, a coltivare i suoi saperi, e a custodire i suoi valori.
Nello studio rosso broccato di J.P., il magnate della finanza con il vizio del bello, tutti gli italiani che abbiano una vaghissima idea dell’arte del nostro paese, riconosceranno immediatamente certe tele, tra cui spicca quella di un certo Perugino… E non vi nascondo che mi fa sempre effetto — e lo farà sempre — ogni volta che m’imbatto in certi capolavori italiani qui in America. Risaltano come fiori spuntati in mezzo a un parcheggio.
L’impiegata di Vimercate che deciderà di lasciare il Guggenheim per la Morgan, troverà inoltre uno stanzino dietro un portone blindato — J.P. era pur sempre nato banchiere, aveva la fissa per i caveau. Lì vi custodiva i libri più preziosi — dato numerico non indifferente: la library conserva 250.000 opere tra manoscritti rari, stampe, partiture musicali, disegni e libri fra i più preziosi del mondo. 250.000. Tra questi — e a questo punto l’impiegata si tenga forte — spartiti originali di Bach, Mozart, Brahms. I diari di Thoreau. Lettere e poesie manoscritte di poeti come Emily Dickinson, John Milton, John Keats, pensatori come Einstein e Voltaire. E, si tenga ancor più forte l’impiegata, tre delle 50 bibbie stampate con i caratteri mobili da nientepopodimenoché Johan Gutenberg.
Certo non è finita qui. Nelle sale della biblioteca sono allestite delle mostre che il Guggenheim — qualcuno lo informi — farebbe carte false per saper allestire. Una tra queste “I am Nobody! Who are you? The Life and Poetry of Emily Dickinson”. E l’impiegata magari non l’avrà mai sentita nominare, questa Emily, ma io le spiegherei che questa Emily ha scritto qualcosa come 1800 poesie e che ne ha viste pubblicate 10. 10. Il che vuol dire 1790 capolavori lasciati in un baule mentre lei respirava l’aria di questo mondo. Poi si sa, uno muore e tutti corrono. La stanzetta al secondo piano è piena zeppa di poesie manoscritte, lettere, un percorso museografico, ripeto, da far invidia ai migliori musei del mondo — questa rimane pur sempre una biblioteca, ricordiamolo.
Se ancora non avrò convinto l’impiegata, mi gioco la carta “Renzo Piano”. Eh già, perché il nostro Renzo, nel 2000, è stato chiamato ad ampliare la Morgan Library. E lui cos’ha fatto? Ha incastrato un oggettino adorabile come una piccola ma funzionalissima scatola di fiammiferi bianca fra i due edifici esistenti. All’interno di questa nuova struttura, la firma di Piano: la piazza. L’architetto ha creato uno spazio ampio, aperto, aria pura. L’idea è quell’incontro, della condivisione. E se siete un po’ abituati allo stile Piano — prendete l’intervento a Postdamer Platz di Berlino — saprete quant’è giustamente fissato con l’idea d’infilare questo luogo che da sempre contraddistingue le nostre città, e di ricrearlo negli spazi su cui gli chiedono di lavorare. Il nuovo progetto ha aggiunto un teatro per concerti, dove si dice ci sia un’acustica incredibile, e tutto, nuovi padiglioni, piazza ed edifici storici sono legati tra di loro da una copertura trasparente di vetro e acciaio — Piano style.
Ecco, se ancora non ho convinto l’impiegata brianzola, aggiungo che la Library sta a pochi isolati da Time Square, così potrà farsi fare un sacco di foto con i pupazzi dei Minions e della Statua della Libertà, nonché farsi allucinare dalle luci tutto luci di quello strano buco nero colorato che è Time Square.
Ad ogni modo io puntavo a convincere voi, Moviers. Una tappa alla Morgan vale i $25 del biglietto. E se siete cost-conscious, come si dice da queste parti l’oculatezza — o la braccineria — potete segnarvi che il venerdì dalle 7 a alle 9 pm, i discendenti di J.P., lasciano che i visitatori visitino la biblioteca gratis. E proprio il venerdì, pecunia a parte, è il giorno migliore: la Library organizza sempre concerti di musicisti che si mettono nella Piazza Piano… e man, ti par davvero, di stare in qualche piazza.

Dal 225 di Madison Avenue, ecco che ci trasferiamo al 209 West di Houston Street, dove sta il Film Forum. Lì, dopo un’attesa di 15 giorni, dopo aver prenotato il biglietto con 4 giorni di anticipo (!), ho visto, finalmente “I am not your Negro”, un documentario necessario sulla vita di James Baldwin diretto da Raoul Peck, che passò, con gran plauso, alla Berlinale dello scorso anno. Il film è candidato all’Oscar come miglior film straniero — il regista è haitiano — e io, Francesco Rosi perdonerà, tiferò, sgolandomi e sgallinandomi, per quest’opera lungimirante e preziosa che dovrebbe essere trasmessa sui maxischermi di Time Square — così anche l’impiegata potrebbe vederla — oltreché nelle scuole e magari negli aeroporti, insomma in tutti i luoghi e non-luoghi che ci vengono in mente.

James Baldwin è stato uno degli intellettuali neri più alti della storia americana moderna. Romanziere, saggista, drammaturgo, omosessuale, nero e voce della comunità afroamericana, vissuto fra gli anni 20 e 70. Immaginate un’alchimia più esplosiva? Baldwin parla di razzismo quando in America il razzismo si praticava e basta, ma non si diceva. Dirlo significava prima ammetterlo, poi doverlo spiegare, poi doverlo affrontare.  Baldwin tira fuori la polvere da sotto il tappeto e ci caccia dentro la faccia di bianchi e neri.  Durante la sua vita, fu una specie di star, era estremamente popolare. E contate che visse tantissimi anni da esule auto-esiliato in Europa, soprattutto a Parigi, dove si sentiva di vivere una vita più libera. Poi, non si sa bene come, Baldwin è stato rimosso, o accantonato — le figure che propongono questioni scottanti, scottano… Peck, il regista, né fa il protagonista di questo film violento già nel titolo, con quella G che artiglia la political correctness di questo paese, e lo costringe a considerare la questione della razza, del colore della pelle. Nigro. Oggi questa è la “N-word”, la parola impronunciabile che comincia per N. Oggi non si può dire perché in passato — un passato recentissimo, un presente nascosto? — è stata usata troppo.
Il documentario di Peck recupera le 30 pagine di quello che doveva essere l’ultimo grande libro di Baldwin, Remember This House, ma che purtroppo non fu mai finito.
E’ una sorta di flusso di coscienza in cui Baldwin ripercorre la propria vita per parlare dell’essere neri, attraverso tre figure che hanno speso la vita — rimettendocela — per il riscatto dei neri americani. Medgar Evers, Malcolm X e Martin Luther King, il primo ucciso nel 1963, il secondo nel 1964, il terzo nel 1968. Tre uomini che Baldwin aveva conosciuto e frequentato, contribuendo ad arricchire e ad ampliare il suo pensiero. Peck chiama Samuel L. Jackson e gli fa leggere quelle 30 pagine fuori campo, accompagnandole con immagini di repertorio, spezzoni di film, scene di realtà contemporanea. E oltre a Remember This House, si sentono anche lettere di Baldwin, i suoi interventi alla tv americana. Ci scorrono davanti le sequenze dei film hollywoodiani che l’hanno formato da ragazzino, E lui, Baldwin, si renderà presto conto che al cinema ci si identifica con l’eroe John Wayne, nella realtà, da nero, gli spetta un ruolo simile a quello degli indiani, soggiogato da Wayne.
Baldwin dedicherà tutta la vita a scrivere e a riflettere sulla condizione dei neri, sull’identità americana, senza nascondere un pessimismo leopardiano circa la possibilità di risolvere la questione. Lo spettatore, bianco o nero che sia, non ha scampo. Ci sono il razzismo, la segregazione, ma anche le fascinazioni reciproche, la condiscendenza del buon americano verso i neri e il fascino esercitato sui neri dalla cultura, dall’immaginario bianco. Bianco e nero. Bianco contro nero.

Attraverso I Am Not Your Negro, vediamo e riviviamo decenni fondamentali – immagini della lotte per i diritti civili, Birmingham, Selma, e, ultimo solo cronologicamente, Ferguson (dove, nel 2014, venne ucciso un ragazzo nero, reo solo di essere stato testimone di un furto in una tabaccheria). Ne esce un film fortissimo, di denuncia — anche classico e tradizionale nel modo in cui denuncia — estremamente politico, come è giusto che sia, come era Baldwin e come dovremmo essere noi, oggi. La tendenza, oggi, è quella di depoliticizzare la realtà.
Baldwin diceva — e questo c’interessa anche cinematograficamente — le persone non hanno voglia di vedere sullo schermo una riproduzione troppo reale della realtà: ne hanno abbastanza, di realtà, con cui fare i conti. Questo le porta a creare realtà “ideali”, immagini di se stessi che non corrispondono — mai potranno corrispondere — con la realtà vera. C’è una perpetrazione della fantasia. La famiglia felice, lo steccato bianco, i figli al sicuro, il frigo sempre pieno, sono un mito americano che raramente trova riscontro effettivo nella realtà. E dice acutamente James, “We are trapped between what we are and what we want to be, and what we will never be”.

Mi si sono impresse a fuoco nella mente, certe parole lette divinamente da Samuel L. Jackson. “Dobbiamo forgiare una nuova identità dove gli uni abbiamo bisogno degli altri, altrimenti non esiste alcun sogno americano”. Se pensiamo alle spinte divisioniste di cui i discorsi di Trump e company sono imbevuti, l’esortazione di Baldwin sembra sempre più lontana… E il film si conclude con un gran peso che Baldwin schiaccia sulle spalle di noi bianchi.
“White is a metaphor for power and it is simply a way for describing Chase Manhattan Bank…. What white people have to do, is try and find out in their own hearts why it was necessary to have a nigger in the first place because I’m not a nigger. I’m a man, but if you think I’m a nigger, it means you need it,” Baldwin says. “If I’m not a nigger here and you invented him — you, the white people, invented him — then you’ve got to find out why. And the future of the country depends on that, whether or not it’s able to ask that question.”

Sono uscita dalla sala stordita, come quando ti caricano addosso un fardello troppo pesante e le gambe cedono. Le gambe non sono le gambe, sono il vuoto delle tesi che ci mancano per articolare una qualsiasi “difesa” verso quello che Baldwin ci sta dicendo. Ha ragione. E’ il bianco che ha inventato il nero, è una sua costruzione. Il nero è un uomo prima di essere un nero, allora perché i bianchi hanno avuto bisogno di vedere la blackness e perseguitarla? Sì Baldwin ha ragione, e sì, le gambe cedono, il pensiero non regge.
Come facciamo, noi bianchi, a uscire da questa colpa?
In sala c’erano bianchi e neri. Ho guardato il film con un’amica — bianca. Al termine, fuori nella hall, io e il mio fiume in piena di impressioni che conoscete bene. Lei timorosa di pronunciare persino le parole “blacks” e “whites”, lo sguardo guardingo, come se qualcuno potesse sentirla pronunciarle, quelle sue parole, “neri” e “bianchi”…
Come faremo a uscire dalle sabbie mobili dell’eccesso sclerotizzante della correttezza politica, e il razzismo duro e puro che vive incontrastato nell’out-there?
Come ne usciamo?

Vi lascio con questa domanda. E come avete visto, sto proponendo film black, e sostengo film black non solo perché tifo per “Moonlight” e “I am not your Negro” ai prossimi Oscar, ma perché qui, sin dal 1976, in febbraio si “festeggia” il Black History Month, il Mese della Storia dei Neri, e ci sono tutta una serie di iniziative vòlte a ricordare, e far parlare e riflettere riguardo la storia black in questo paese — il mese si festeggia anche in Canada e nel Regno Unito. Ovviamente non ne sapevo nulla prima di venire qui.
Ovviamente la mia ignoranza non ha limiti.

Per cui ora, cari Moviers, continuo a ragionare su quanto sopra, e spero che un pochino lo facciate anche voi. In Italia la questione nera è completamente diversa. Pensavo che in Italia fosse spinosa. Ma ora capisco che le spine, quelle vere, sono tutte qui.
E a New York City siamo a New York City. Non a Selma o a Talullah, Louisiana…altroché spine, lì…

Naturalmente ho aggiornato il Frunyc. 🙂
naturalmente vi ringrazio, e naturalmente i saluti, stasera, non potrebbero essere che finanziariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se volete favorire un articolo sulla sostenibilità nelle concerie italiane (!), vedete un po’ di cosa si può scrivere, oltreché di cine… http://www.lavocedinewyork.com/lifestyles/fashion/2017/02/16/leather-leaders-allied-to-disrupt-sustainability/

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply