LET’S MOVIE 316 FROM NYC commenta IL CLIENTE

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Philly Fellows,

Partendo per la vicina Pennsylvania, e nello specifico per la città le cui strade Bruce Boss Springsteen ha cantato così mirabilmente, mi aspettavo di trovare uno slum dietro l’altro, graffiti e underdogs, una fatale combinazione di criminoso e trasandato che avrebbe attentato alla mia vita. Ma l’unica cosa trasandata, nella mia due-giorni a Philadelphia per trascorrere il President’s Day (20 febbraio, ricorrenza ancora poco chiara), è stato il Greyhound che mi ci ha portato. I Greyhound sono una garanzia di sciatteria, che si viaggia da Calgary a Banff, oppure da New York City a Philly. Quanto al criminoso, direi il Philadelphia Cheesesteak, il piatto tipico del posto, che io tremo anche solo a sentirlo nominare, figurarsi vederlo morto in un piatto.
Arrivando dalla schizzotica New York — dove schizofrenia e caos si amano 24 ore su 24 — par di trovarsi in campagna. Tutto tranquillo, spazi aperti e ariosi. Strade larghe e poco frequentate dalle macchine — che è un altro modo per dire “poco traffico”. Tutto scorre lemme lemme a Philly. Un lemme lemme piacevole se siete abituati al folle folle newyorkese. Per un paio di giorni, beninteso. Come la campagna, al terzo giorno viene a noia. Ma quei due giorni lì sono assolutamente da viversi.

Philadelphia nasconde una miniera di bellezze artistiche e architettoniche che non ha nulla da invidiare ad altre città più pubblicizzate da Tripadvisor. Prendete la Barnes Foundation, per esempio. Questo museo raccoglie la bellezza di 900 dipinti, fra cui la più grande collezione di Renoir DEL MONDO (181 dipinti), 59 Matisse, 69 Cezanne, 16 Modigliani, 21 Soutine e 7 Van Gogh. Voi lo sapete, io non sono molto per i numeri. Ma 7 Van Gogh, uno più incredibile dell’altro, e 59 Matisse, ti fanno letteralmente girare la testa. Accanto a loro, Picasso, Seurat, De Chirico, Rubens, Tiziano, Gaugin, Monet, Goya… Però c’è un però. In questo bendidio di collezione, i dipinti sono disposti seguendo il metodo ACDC — Alla Caz*o Di Cane. Quindi ti ritrovi Tiziano circondato da Henri Rousseau, De Chirico accanto a El Greco. I quadri sono appiccicati l’uno all’altro, e non c’è nessuna targhetta che ti dica nome dell’opera e autore — ogni stanza ha una specie di menu in varie copie con i dettagli dell’opera: ma se una stanza è troppo affollata, e le copie sono tutte prese, ti tocca aspettare che qualcuno passi nella stanza accanto e ti lasci il menu… Metodo che risale, occhio e croce, all’era quaternaria della museografia. Quindi se siete per i musei che espongono un quadro in una stanza, molto spesso accompagnandolo con tanto di spiegone achillebonitooliva, se siete per una certa cronologia, o per lo meno una logica espositiva, farete un po’ di fatica a mantenere il sangue freddo alla Barnes Foundation. Ma vi assicuro che ogni vostro sforzo sarà premiato. Se poi la Fondazione non vi basta, avete il Philadelphia Museum of Art a saziarvi. Anche lì, una qualità talmente alta di opere esposte da far impallidire Reijksmuseum e MoMA.
Se invece siete stufi di arte, potrete godervi la scalinata che porta al museo. Su quei gradini, un giovane di nome Robert Balboa, noto al pugilato come Rocky Non-fa-male Balboa, sfoggiava uno scatto boltiano e alzava le braccia al cielo vittorioso su una colonna sonora che tutti ricorderete. Questa scena è piantata nella memoria un po’ di tutti, quindi un po’ tutti, trovandosi a Philadelphia, ripercorrono quegli scalini, con quella colonna sonora nelle orecchie, arrivano in cima alla scalinata e alzano le braccia al cielo, come se loro stessi fossero Rocky e avessero vinto il titolo di Campioni del Mondo dopo una vita di sacrifici e uova crude a colazione. Io, che faccio parte dei tutti, non ho fatto eccezione. E in cima alla gradinata mi ha accolto, sul pavimento, il calco delle All Stars di Rocky, nella posizione in cui esultava. Per un Board — e pure Runner! — capirete, sono piccoli grandi momenti di estasi personale professionale. Nella mia corsa ho aggiunto anche la parte lungo i binari: Philadelphia ha una ciclabile pazzesca fiancheggiata dal fiume Schuylkill da una parte e da dei fantastici binari arrugginiti dall’altro che rendono il vostro running un’esperienza fra Rivoluzione Industriale e una promenade lelong de la Seine.

Architettonicamente, avrei tutt’un tour da proporvi, che parte dal Comcast Center, il grattacielo più alto della città, continua con un’occhiata lunga un’ora — come minimo — a un oggetto strepitoso chiamato Cira Center disegnato dal molto francese César Pelli — i miei Fellows architetti saranno un po’ proud di me — per continuare poi con la meraviglia delle meraviglie, il Krishna Center for Nanotechnology, una creazione con un’ala sporgente che ti fa pensare a un uccello avveniristico sul punto di spiccare il volto. Se invece siete più per l’Art Déco, vi piacerà un sacco il Philadelphia Art Center, che potrebbe essere stato disegnato da Macintosh — e io credo che l’abbia disegnato lui, per quanto lui stesse a Glasgow. E poi trovate edifici anni ’20 che vi ricordano il Dakota Building — copiato e scopiazzato un po’ dappertutto— e quel neo-gotico con gargoyles annessi che vi fa pensare a una Gotham City rurale. E poi c’è naturalmente la parte “vecchia”, casette di mattoni rossi risalenti al 1720 che vi riportano all’Inghilterra dei Padri Pellegrini. Troverete quindi una coesistenza di stili diversi, che tuttavia non stonano. Coesistono amichevolmente. E non è cosa da poco.

Quindi, possiamo dire, rivelazione Philadelphia. Tuttavia, lasciatemi tornare al rurale. A Philadelphia, per quanto ricca di tesori artistici e architettonici, si respira un’aria di provincia. Certo, concordo con voi: una volta provata NYC, è difficile trovare città che mantenga il livello. Vedete, a Philadelphia non mi è capitato di fermarmi e voltare la testa dietro a un’opera d’arte tutta umana — una donna con una combinazione di indumenti particolare/assurdo, un uomo con un incedere da anni ’40 o 2020 che ti sbuca fuori così, all’improvviso e che ti parla di cosa sia il vero stile, e di quanto indefinibile e inimitabile esso sia. A New York mi fermo e mi volto in continuazione. Il passato e il futuro ti si palesano in continuazione. A volte vorrei non dovermi voltare — magari sto correndo da qualche parte, sono di fretta, e non potrei concedermi il lusso di perdere tempo dietro al modo di esistere nel mondo newyorkese di un essere umano. Ma lo faccio ogni volta. Mi concedo il lusso. Mi fermo e mi volto.
Ecco, a Philadelphia — così come in tante altre città — non è capitato nemmeno una volta. Per questo parlo di provincialità. Manca la follia. Ma in cambio avete la calma, una città a misura d’uomo, prezzi abbordabili, il confortevole sonnolento che, a un certo punto, fa gola a molti. Credo che tante persone potrebbero dire “potrei farci dei figli, a Philadelphia”. Una specie di Trentino urbano ma con qualche milione di abitate in più.

Ovviamente non potevo rinunciare all’esperienza cinematografica — uno non è che va in Pennsylvania e ritorna nello Stato di New York senza andare al cine. Allora ho scelto il Ritz Five, una sala in cui davano un film che in realtà non volevo proprio vedere — c’è davvero qualcuno che VUOLE vedere un film di Fahradi? I film di Fahradi li vedi perché vanno visti, non perché vuoi vederli. La differenza è tanto macroscopica quanto sostanziale nell’economia delle vostre scelte cinematografiche. “Il cliente” appartiene a quella tipologia di film simili alla visita dei Musei Vaticani, o a Floating Piers di Christo — ricordate? Ti sorbisci una ressa per ore, fai del gran sforzo, ma alla fine ne valeva la pena. Ecco. “Il cliente” si inserisce in questo pattern. In caso non siate per questo genere di commitment, nessun problema. Vi farete del gran sonno.

Funziona così. Una moglie, Rana (questo nome mi crea molti problemi…) e un marito, Emad, sono costretti a spostarsi in un appartamento in affitto perché il palazzo in cui vivono rischia il crollo — violenta la scena iniziale con la casa che sta per crollare e il corricorri generale. Una sera, appena trasferiti nel nuovo appartamento, squilla il citofono e Rana, pensando sia il marito, apre, lasciando la porta d’entrata socchiusa. Ma non è Emad. È un cliente della prostituta che viveva nell’appartamento prima dei due sposini. Lo sconosciuto aggredisce Rana sotto la doccia. Anche se non sappiamo, di preciso cosa succeda — c’è una felice e strategica ellissi che silenzia e oscura il fatto. Dopo lo shock del momento, Emad, partendo dalle tracce che lo sconosciuto si è lasciato appresso — le chiavi di un furgone e il cellulare — comincia una vera e propria caccia al colpevole che lo porterà a stanare l’uomo e a metterlo davanti al suo destino. Fahradi, a cui non bastava il dramma della vendetta, intreccia la trama a quella di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller, la pièce teatrale che Rana ed Emad stanno interpretando a teatro in quei giorni — entrambi sono attori.

Partiamo con il dire che uno spettatore che abbia letto un po’ Pirandello, non può non pensare a “L’innesto”, un testo che sostanzialmente tratta lo stesso argomento: una donna viene aggredita, ma non sappiamo fino a che punto, e il rapporto con il marito cambia completamente a causa dal desiderio di vendetta del marito, il cui “territorio” è stato violato — peraltro da “L’innesto” è stato tratto “La scelta”, un film scadentissimo di Michele Placido, risalente a un paio di anni fa. Quindi, niente di nuovo sotto il sole, per quanto mi riguarda, dal punto di vista della trama. Eppure è un film di una profondità che va detta. E questa esce fuori, senza dubbio, nel fatto che la sceneggiatura è imbricata con la pièce di Miller ma non in maniera banale o logica.
Miller, nelle sue opere, investigava temi come il conflitto famigliare, le responsabilità morali dell’individuo e criticava il mito del sogno americano. I protagonisti di “Il cliente” sono animati più o meno dagli stessi motivi dai quali nasce un dissidio che porta prima alla crisi della coppia e poi alla messa in discussione, per quanto riguarda Emad, delle proprie responsabilità morali giacché supera il confine fra giustizia e vendetta.
Farhadi, attraverso il progressista e moderno professore e attore amatoriale Emad, mostra quanto la classe intellettuale borghese iraniana sia, invece, nella pratica quotidiana, orientata al retrogrado, e vittima di pulsioni più dettate dalla pancia — come la vendetta — che domate dall’intelletto. Dopo l’aggressione alla moglie, Emad regredisce a maschio alfa, scorda la legge trans-religiosa del perdono, ed è preso dalla sete di vendetta. La sua non è una ricerca di giustizia nei confronti della moglie: è più una sfida machista, una lotta che deve vincere per affermare il proprio ruolo di uomo di casa e la propria identità machista. Quindi se da un lato quest’uomo aspira ad essere un soggetto culturalmente avanzato e libero — i due recitano in una compagnia il cui lavoro è sottoposto a censura, sfidando il regime — dall’altro risulta intrappolato nell’Alfa della sua mascolinità, in quello che il suo io, non domato dal super-io, gli impone. Tutto questo segue il ritmo lento dei film Fahradiani ma con un crescendo di suspence da thriller psicologico.
“Il cliente” è un film complesso, che richiede stamina, come si dice qui, ma che alla fine vi lascia tanto materiale su cui riflettere. Dire che è un titolo che consiglierei a delle persone a cui volete bene, no, non lo direi… 🙂 Ma sono certa che avete compreso… Se siete stomaci cinematograficamente resistenti, allora, avrete già raccolto la sfida e andrete a vederlo. Per tutti gli altri, consiglio un film di animazione — e ve lo anticipo — che andrò a vedere questa settimana, e che sento essere un capolavoro, “La mia vita da zucchina”… 😉

E anche per oggi, Fellows, è tutto. Torno ora da Chelsea dove ho assistito alla cerimonia degli Oscar a Chelsea, nel Samsung 837, l’hub del gigante della telefonia, disposto su tre piani di design — molto italiano, eh eh — che più che un negozio è un luogo di eventi. Concerti, sfilate di moda, classi di yoga (!), caffè… Prima o poi il concept sbarcherà anche in Italia…. Vi racconto qualcosina nel Maelstrom, ma giusto en passant, vista l’ora…
Nel frattempo ho aggiornato il Frunyc –molto Philly, oggi… 🙂
E ora vi porgo dei saluti, stasera, agronomicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Sicuramente l’highlight della serata Oscar 2017 è stata la proclamazione di “La La Land” come miglior film, per poi scoprire che “ooops c’è stato un errore: the Oscar goes to ‘Moonlight’”! Non si è capito se si sia trattato di un errore del povero Warren Betty — o quello che di Warren Betty rimane — che ha proclamato il vincitore sbagliato, oppure tutt’una messa in scena. Sta di fatto che il finale si è acceso da un sacco di OMG — Oh My God.
Come previsto “La La Land” ha portato a casa un bel bottino con Damien Chezelle, miglior regista — il più giovane della storia degli Academy Awards. Come previsto Ryan Gosling non ha vinto — non è Jean Kelly, dicevamo…No, he is definitely not. Brava Emma Stone, miglior attrice, ma lo sapevamo già dalla Coppa Volpi alla Mostra di Venezia. E bravo Casey Affleck, miglior attore per “Manchester By The Sea” — più che un film una tragedia ambulante. Il premio come miglior documentario non solo è sfuggito a Gianfranco Rosi, ma anche al mio “I am not your negro”. Ma sono comunque contenta sia andato a “OJ Made-in-America”, che mantiene sempre il focus sull’aggressività della polizia e la questione black — sempre che riusciamo a superare i 467 minuti di film. Fuocoammare non ha vinto — e non mi meraviglio — ma se non altro Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini, hanno vinto l’Oscar per il Miglior Trucco di Suicide Squad  — un passato Let’s Movie che ci aveva divertito molto (soprattutto Harley Quinn… ;-)).
Mai Cerimonia Oscar fu tanto soporifera, comunque. Poche battute anti-Trump, poca satira. Il premio al miglior film straniero, indovinate un po’, è andato a “Il cliente” di Fahradi — impossibilitato a ritirarlo dal Muslim Ban. E chi di voi pensa che questo e il fatto che sia oggetto del pippone di oggi sia frutto di una coincidenza, continui pure a pensarlo…
Sui look visti, non diciamo nulla — Ryan Gosling, amareggiatissimo, e si vedeva lontano un miglio, poteva risparmiarsi la camicia da ballo del liceo 1971. Per fortuna ci ha pensato Scarlett Johansonn a portare una ventata di primavera su un palco in cui, di stile, nemmeno l’ombra…

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