Posts made in marzo, 2017

LET’S MOVIE 320 FROM NYC commenta SONG TO SONG di TERRENCE MALICK

LET’S MOVIE 320 FROM NYC commenta SONG TO SONG di TERRENCE MALICK

Frivolezza Fellows,

Ci vuole anche quella. E di quella qui ce n’è abbastanza. No, ce n’è tanta. Ma non confondiamola con la superficialità. Magari nel dizionario potranno anche essere sinonimi. Ma per me, la superficialità è dolosa — c’è del dolo in essa — e le conseguenze a cui può portare possono essere pesanti. Mentre la frivolezza ha la consistenza di una risata e i danni che comporta si limitano a un momento di leggerezza. Ecchesarà mai. Questo mi ricorda che la sinonimia è una delle più grosse utopie della storia della lingua: provate a cercare due parole con lo stesso identico significato. Muro e parete? Certo chennò. Prezioso e inestimabile? Men che meno. Donald e Benito? Non sono due parole. Sono due… Due… Nomi (im)propri…
Quindi Moviers, è vero che qui rimbalzo da un evento veltroniano a un edificio Piano, e che mi mescolo nelle marce pro-diritti di tutti i tipi e vado a degli incontri sull’urbanità femminista (!), con tanto di scholar che parlano di come una città possa essere più woman-friendly (!!)… Ma anche vero che mi ritrovo spesso in momenti in cui ciò che vedo mi fa talmente ridere, ma talmente ridere, che mi devo fermare e ridere.

Vado all’opening di questo ristorante nel Greenwich Village. Specialità: raw. Tutto crudo. Io sono in lista, ma quei dieci minuti di attesa fuori, li aspetti per dovere ministeriale. Poi hanno steso un red carpet davanti all’ingresso, con le transenne of course, e c’è una PR con la cartellina in mano e un sorriso che scioglierebbe l’Himalya.
Una volta dentro, ecco che mi sfilano davanti tutta una serie di personaggi che fanno di New York, New York. Un uomo con una cravatta a specchio. Come a specchio? Sì, una specie di mosaico di specchi attorno al collo. E poi un cliente con un cilindro nero, che gli invidio potentemente — voglio farmi un cilindro dall’età di otto anni. Mentre parlo con un gruppo d’italiani, mi passa accanto una figura tra la cameriera e la ragazza immagine. Una mulatta, alta come il Monte Bianco — diamo un po’ di lustro anche alle vette europee — capelli cortissimi biondissimi ossigenatissimi. Labbra viola. Maglia molto corta che scopre degli addominali disegnati dalla mano di Dio — e senza l’intervento di Maradona. Scivola fra noi avventori pigiatissimi, come l’acqua, e come faccia, non ci è dato sapere.
Fra loro c’è gente che ha le Nike tutte d’oro ai piedi, e quelli invece che di dorato hanno il dente, ma non saprei dire quale, ricordo solo lo scintillio in bocca, e il pensiero che anche lui, magari, soffre dello stesso morbo di Re Mida.
Con il gruppo d’Italiani parliamo d’Italia. E mi ricorda più o meno della stessa conversazione ma con un altro gruppo di italiani trapiantati a New York, a un altro aperitivo a SoHo. Si fanno confronti fra americani e italiani: le newyorkesi fissate con i soldi e lo status, superficiali al massimo, pronte a fare il confronto con le amiche sul numero di carati che il fidanzato metterà loro al dito. I newyorkesi sono meglio, ma gli etero sono esemplari in via di estinzione vista la straordinaria proliferazione del popolo gay — precisazione: non è che la proporzione dei gay a New York sia maggiore di quella di Catanzaro, ma a New York il coming-out è senz’altro più agevole che a Catanzaro, quindi sembrano la specie dominante. Poi, da italiani con il lamento in punta di dita, si passa a elencare tutti gli inconvenienti della città, primo fra tutti il fatto che di conveniente non ha nulla — se non l’ingresso alla mia piscina, come ricorderete, e come faccio notare, con orgoglio harlemita. E poi il tempo che vola via e non lo vedi nemmeno. E le vacanze che te le sogni perché qui non sono concepite. E gli inverni che non finiscono mai — “ma tu davvero pensi che questo inverno sia stato inverno??” mi chiedono, perdonando la mia innocenza solo perché sono arrivata da poco tempo, e aggiungono “Anche solo cinque anni fa, faceva tempeste di neve che duravano quattro giorni e quattro notti senza smettere un secondo”. E io tremo e ringrazio il surriscaldamento terrestre, anche se non lo dovrei dire. E poi le case di cartavelina che le costruiscono con il cartone e la cartapesta — insomma, carta. E le estati umide manco fosse il Polesine — “vedrai l’estate, vedrai…”, ammoniscono, minacciosi.
Alla fine di tutto questa lista, che persino Liza Minnelli che da sempre canta le lodi di New York avrebbe fatto le valige e cambiato stato, io chiedo “Ma tornereste in Italia?”. E qui la risposta è sempre la stessa. Sempre. “Ma che, sei matta? In Italia? L’Italia è perfetta per tornarci in vacanza, fare i turisti. Ma viverci adesso, manco morto/a”. Ecco, questo, più o meno, e con delle eccezioni, è l’Expat-pensiero.

Si ride anche delle diavolerie che s’inventano — tornando al frivolame. Il negozio nel Greenwich Village che vende l’impasto della torta, quella che leccavamo dalla zuppiera della mamma. Si chiama “Dō”, il negozio, storpiatura fun di “dough” — “impasto” — e te lo servono a mo’ di gelato. Della serie, al cliente non far sapere quanto fa male l’impasto senza cuocere…
Oppure l’idea di celebrare il “Macaron Day”, domenica scorsa, con macaron gratuito nelle rivendite del dolcetto. Oppure, e forse l’avrete sentito, fare ginnastica la mattina presto al MET… intendo, nei corridoi del MET, con “The Museum Workout”, una specie di via di mezzo fra la visita alle opere e una lezione di aerobica — e questa della ginnastica davanti a Rodin o Van Gogh mi sembra davvero la più grande caduta di stile/trovata marketing, che un museo poteva farsi venire in mente. In fondo New York è il lavandino del mondo: ci finisce dentro di tutto. A volte se ne esce con grandi sorprese. A volte con le 50enni in tuta davanti a Vermeer — ma un po’ di rispetto magari…

Parlando di frivolezza che ambisce al far filosofia… Questa settimana, come anticipato, sono andata a vedere l’attesissimo “Song to Song” di Terrence Malick. Ero molto curiosa ed elettrizzata. Non perché lo ami, come vi dicevo la settimana scorsa. Ma perché Malick è considerato uno dei big del panorama registico degli ultimi anni — e non so fino a che punto questa sia una frase fatta, un ritornello a cui molto ricorrono per inquadrare una figura che ha prodotto buone cose così come cose discutibili.
Avevo anche il mio cacciavite in tasca, quello che sfilo davanti ai pezzi grossi che devono essere smontati, pezzo per pezzo. Quindi resistere a 2 ore e 25 minuti di film non mi ha messo in difficoltà, come invece è successo a tre spettatori che hanno lasciato la sala 3 del Sunshine — sala che ne conteneva circa 8, di spettatori…

Tutto comincia con Faye (Rooney Mara), una musicista che cerca di sfondare nella musica. Ora, con il suo miagolio dovete farci i conti per tutte le 2 ore e 25 minuti, quindi siate preparati. A lei si aggiungono Cook (Michael Fassbender), suo amante saltuario e produttore del tipo bella vita, villone con piscina a sfioro, fauna umana del music-biz attorno — il classico figo posh-barra-esaltato che finisce per innamorarsi di Rhonda (Natalie Portman), cameriera che sogna di diventare una maestra d’asilo e che verrà corrotta fino alla corruzione massima da Cook. Sulla performance di Natalie, nulla da dire, è sempre perfetta, qualsiasi personaggio le metti addosso, lei lo sfoggia con la naturalezza di un Dior attorno a Grace Kelly. A completare il trio Faye+Cook, BV (Ryan Gosling), un musicista prodotto da Cook e innamorato contraccambiato da Faye. Quando la relazione fra i due si conclude, Faye proverà la deriva lesbo con Zoey (Bérénice Marlohe), e BV la deriva MILF con Amanda (Cate Blanchett).
Tra tutti questi personaggi, spuntano Iggy Pop, Patti Smith e pure un devastatissimo Val Kilmer — i primi due interpretano loro stessi, l’ultimo non si capisce bene.

Dunque partiamo con il dire che sul triangolo amoroso, come parlò Truffaut con “Jules et Jim”, nessuno mai, nemmeno Zarathustra. Quindi Mr Malick, devi inventarti qualcosa di più della tua solita narrazione che hai scelto di far tua negli ultimi due film — The Tree o f Life e To the Wonder. Anche qui infatti, la sintassi scelta è quella dell’ellissi, del pensiero espresso da un personaggio, seguito da quello di una altro personaggio, seguito da quello di un altro personaggio e così via, il tutto accompagnato da immagini esteticamente ineccepibili che spaziano da stormi d’uccelli in volo (un sacco di stormi), superfici acquoree in ogni forma e colore (piscine, mari, fiumi, pozze d’acqua), ville appena uscite dalla rivista AD, periferie messicane sapientemente selezionate in modo da ottenere quella sensazione di povero-di-pecunia-ma-ricco-di-suggestione tipico di certi paesaggi maya (tempio incluso, naturalmente). Il film, quindi procede tutto a flash, -back o no, questo sta un po’ allo spettatore deciderlo. Per quanto mi riguarda, sopporto molto bene quel tipo di narrazione, anzi, mi seduce proprio — il dismembramento (!!) dei punti di vista non lo inventa certo Terrence, ma glielo riconosco come scelta semantica distintiva. E va bene. Quello che proprio NON mi va bene è questa sua ambizione di fare il filosofo a tutti i costi, e costruire, sopra questi personaggi —che poverini, hanno solo la sciagura di essere umani e vivere di passioni e dolori come ogni sacrosanto essere umano — di costruirgli sopra una sovrastruttura di considerazioni universali che non servono proprio a nulla, se non a spazientire chi sta seduto in poltrona.
Perché Terrence, diciamocelo, il cinema è fatto prima di tutto e sopra tutto di immagini — ti ricordo che “Tempi Moderni” parla più di mille strillanti Muccini messi insieme — allora perché non ti limiti a fare dei film muti, con le tue splendide sequenze di scene splendidamente concatenate?
Se lui mi risponde, “be’ ma se faccio un film muto, chi va poi a vederlo?”. La risposta che si vede arrivare è: “Ma perché 8 persone meno 3, un venerdì sera nel cinema più frequentato del Lower East Side, ti sembra andar bene al botteghino?!?”.
E lo zittirei così. Poverino.

Il punto è che per discettare sugli universali, “Song to Song” si serve dei tormenti vissuti da questi personaggi — soprattutto il trio Faye, Cook e BV. Ma caspita, la letteratura, e il cinema, funzionano al contrario! Non si parte dalle stelle per arrivare alle stalle. Si parte dal personaggio, e si lascia al lettore/spettatore la libertà di cogliere quello che sta scritto SOPRA il personaggio. Non devo leggerglielo io, regista/narratore! Altrimenti:

  1. Che ci sto a fare io qui, spettatore? No perché se fai tutto tu, regista, allora basta dirlo e trovo un altro film in cui posso metterci del mio
  2. Mi togli il bello dell’esperienza artistica: trovare una trama, guardarci attraverso e scovarci le stelle
  3. Mi dai già tutto. Dubbi e soluzioni. Ma persino quelli della Settimana Enigmistica avevano capito che bisogna aspettare, dare il tempo di riflettere.

E qui arrivo al punto più dolente. Vista questa tendenza allo spiegone travestito da sfuggevolezza — “mai far capire che fai capire, fingi di rimanere vago, fai il Franco Battiato della situazione”, il tuo mantra personale — la filosofia che mi passi, Terrence, è di una banalità che potrebbe star tutta compressa in una manciata di Baci Perugina. Si ama, si soffre, si va avanti, ci si rinnamora, si risoffre, si va avanti, ci si pente, si vorrebbe tornare indietro e non si può, oppure si torna indietro ma è tardi, si ri-ri-soffre, si dimentica, e al contempo non ci si dimentica di chi abbiamo amato VERAMENTE. E si ri-ri-ri-soffre. Non mi sembra ci sia nulla di nuovo qui.

Se poi vi racconto il finale… Siamo davvero nel campo dello scontato e dell’ipersemplificato spinto. Diciamo che BV capisce che il vero senso della vita non è fama-femmene soldi-successo, quanto invece il tornare “back to basics”, lavorare da operaio, sporcarsi le mani a trivellar pozzi e poi sdraiarsi in un campo di grano e ripensare che i momenti più belli stanno nelle cose semplici, tipo accarezzare con l’acqua la pelle del tuo amore.
Ma queste cose, non sono un po’ cliché e anche, onestamente, un po’ riduttive? Non inscatolano i desideri di quell’universo infinito di umanità dentro la lettura più prevedibile che si può dare? E poi, non l’aveva già detto Sorrentino con “La grande bellezza” — facendo uso di una bellezza grande molto più di quella malickiana? E non ce l’aveva detto anche “Into the Wild”, che la società della competizione e dell’adeguamento al sistema poteva essere bypassata attraverso un ritorno alla natura?

E arrivo all’ultimo argomento. Forse il più grave. Come si può girare un film così scollato dalla realtà ADESSO? Come si possono osservare personaggi che non hanno alcuna parvenza di verosimiglianza — badate, NON ho chiesto verità, la verosimiglianza mi sarebbe bastata — e che vivono in un mondo asettico, architettonicamente di gran lusso, con uno sfoggio di design da far impallidire il Salone del Mobile, ma che non ha nulla a che vedere con l’umanità di oggi, costretta a guardare quello che sta succedendo fuori dalla finestra perché prima o poi la toccherà, in qualche modo?
Questi personaggi mi sembrano i soliti quattro borghesucci semi-intellettuali che passano le ore a farsi e disfarsi i pensieri in un tempo senza tempo, senza responsabilità, senza nessun tipo di dovere né nei confronti della propria vita né di quella della società. Qui la società non esiste — loro sono la società. Ma capirete che se loro sono quel tipo di società — villoni, mega-party, viaggi e una sacco di tempo libero per delle pippe mentali che nemmeno una campionessa come me potrebbe permettersi — non hanno nulla a che spartire con i comuni mortali che noi, comunamente, mortalmente, siamo.
Non dico che ogni film debba essere politico e impegnato, ma i personaggi sì, quelli devono essere sempre impegnati, dove per “impegnati” intendo calati in una qualsivoglia realtà. Qui la realtà in cui Malick li immerge è irreale, avulsa da ogni tipo di contigenza. Il più grande atto di castrazione alla virilità di un personaggio è quello di succhiargli via la vita e far di lui un bell’oggetto.
Ecco, i tre sono dei gran bei soprammobili.

Dal punto di vista formale, ripeto, non posso dir nulla. Malick, con una cinepresa in mano, danza. Alcune scene sono davvero eccezionali, e alcune altre riescono a spiegarti come si manifesta l’amore — guardare dentro la bocca del proprio amore “per vederne l’anima”, oppure fare sul letto le acrobazie che si facevano da bambini, oppure le capriole, oppure i dispetti. Ma purtroppo la forma non basta. E la sostanza non può essere artefatta, altrimenti, caro Terrence, ricadi nella forma, e siamo punto a capo.
Ciò detto, un biglietto al cine non si nega a nessuno — be’ quasi. A Malick no, non si nega, quindi andate a vederlo. E magari fatemi sapere… 😉

E ora, Fellows, dopo questo pippone, una bellissima notizia… O meglio, per me lo è. Anzi, più di bellissima. Agognata, sospirata, sudata. Tutti gli –ata con della fatica intorno che vi vengono in mente.
Da ieri non solo mi trovate in Let’s Movie e su Magazzino 26 — e nel Frunyc. Sono stata ammessa dal Board di Italian Poetry.org — il Board loro, non io! — fra i poeti pubblicati nel portale istituzionale che raccoglie l’opera dei poeti più rappresentativi del ‘900. Ci stanno personaggini tipo Montale, Ungaretti, Luzi, Zanzotto, Sereni, Raboni… E poi i più recenti, come Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga, Paolo Ruffilli, Franco Buffoni, Maria Luisa Spaziani… Se andate alla lettera F, trovate una Fruner, che sarei io quando smetto i panni da Board e indosso quelli non ben definiti, ma tanto amati, di poeta. Sono oltremodo contenta perché da oggi avrete modo FINALMENTE di leggere le mie poesie, quelle in italiano tratte dalle raccolte Lucciole e La chiave nel mazzo, e anche quelle in inglese, che appartengono a una raccolta nata qui in inglese, Bitter Bites From Sugar Hills. In tanti di voi mi hanno sempre chiesto “dove possiamo trovare le tue poesie?”. Ecco, potete trovarle cliccando questo link.
Non fate caso all’impaginato un po’ scombinato — i letterati saranno anche maestri del linguaggio, ma l’HTML meglio lasciarlo ai geek…
Mi piace pensare che questo piccolo (no GRANDISSIMO!) sogno si sia avverato anche grazie a New York City e all’influenza che esercita sulla mia vita…
Mi farebbe un immenso piacere che mi leggeste anche lì, nell’altra veste. Ci sono così tanti lati che compongono noi stessi, che nemmeno i centomila di Pirandello riescono a contenerli. E dentro, o dietro, tutte quelle tende, l’uno che nessuno riuscirà mai a cogliere completamente…
E chi l’ha detto che essere umani è facile?? 🙂

Ed ero davvero mi zittisco, e vi racconto del mio viaggio in battello a vapore su per l’Hudson River la settimana prossima, promesso… 🙂
Per ora, Frunyc  aggiornato, Maelstrom con articolino e saluti, stasera, vanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vedete un po’ che razza di territorio, la Valdichiana Senese
🙂

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 319 FROM NYC commenta GLI OCCHI CAMBIANO

LET’S MOVIE 319 FROM NYC commenta GLI OCCHI CAMBIANO

Made-in-Italy Moviers,

Sono rientrata poco fa dall’Architectural Digest Home Design Show, una fiera dell’architettura e del design che si tiene una volta all’anno a Chelsea, tra il Pier 92 e il 94. Queste fiere sono molto fiere di esserlo. E non gioco con le parole a dir questo. Questi eventi attraversano certe parti della città passando di bocca in bocca — certe parti perché dubito che a Parkchester (Bronx) se ne parli, ma potrei sbagliarmi.
E per qualche motivo, ti ritrovi a nominarle, a dire “Ci vai anche tu, all’AD?”, “Ah, anch’io ci passo”… Quando dico così, mi sento newyorkesa, lo ammetto.
Poi ci metti piede e vedi che c’è del già-visto — molto — del mai-visto — poco, ma buonissimo — e poi c’è quella cosa che definisco so-newyorkish. Ovvero l’oggetto, l’idea, la trovata che dici ora è qui, e poi fra qualche tempo verrà esportata in tutto il mondo. Ma ora è qui. Davanti ai miei occhi, un pezzetto di futuro.
Due sono gli oggetti so-newyorkish che mi hanno fatto fermare&fremere. La prima è una creazione di uno studio di architetti che già dal nome vi conquistano. The Principals — The Principals! E voi adesso vi immaginerete uno studio super-cool a SoHo, oppure fra le gallerie d’arte del Meatpacking District. E invece, fregati — mai dare New York per scontata: Primo Comandamento del Vangelo Secondo Manhattan. The Principals creano a Brooklyn, e la descrizione che danno di se stessi è una poesia. “The Principals are an experimental design studio balancing utility with a universal sense of wonder”.
Li amo.
Tornando alla loro creazione. Si chiama Prism/Ziggurat. Immaginate un angolo. Immaginate di doverlo rendere vivo, di farlo diventare verde natura. Come fare? Accatastarci del calicanto? Ricoprirlo di edera? Pigiarci dentro delle betulline? Mmm… Tutte queste idee non hanno convinto The Principals. Come trovare il modo di combinare geometria e natura, si chiedono… Be’, guardiamo un po’ al passato mesopotamico e rivestiamolo di contemporaneo urbano, si rispondono…
Gli angoli non saranno più problemi per nessuno, d’ora in poi. Anzi, diventano dei luoghi delle meraviglie, da riempire con tutto il riempibile possibile. Ma certo, visto che la maggior parte di voi sono amanti della natura, riempiamoli di piante 🙂
Sì, li amo.

L’altro spazio davanti al quale ho pensato, a questa tavola starei seduta volentieri anch’io (!), è una creazione della New York School Interior Design. Piatti sospesi come le ciabattine di legno delle geishe, bicchieri skyscrapers, tutto bianco, nero, rosso, il trittico del fondamentale nel colore.
Ah, e naturalmente Reflectel. La TV che accesa è una TV, e spenta, uno specchio. Idea semplice, ai limiti dell’ovvio — cosa potrebbe diventare una superficie di vetro se non uno specchio? Ma nessuno ci aveva pensato… Nel Frunyc trovate una foto strepitosa. E l’effetto, della cornice “capannone industriale abbandonato”, lo spessore e lo specchio, fanno una combinazione estremamente cool&chic.
Invece, il mio Pritzker Prize personale per il miglior lampadario va a René Rubicek con “And Why not?” di Lasvit — my Moviers architetti, lo conoscete? 😉
E guardandolo, davvero vi chiedete “Epperché no?”…

Comunque l’idea di fondo, in questo genere di eventi, è che il Made-in-Italy, è visto sempre come la Madonna. Non ci si stufa mai d’invocarlo, venerarlo, ringraziarlo.
Un tipo 100% del Wisconsin, impiegato del brand “Bertazzoni” — che non riesce a pronunciare nemmeno se si sforzasse per i prossimi due anni — alla mia domanda falsamente ingenua “allora il Made-in-Italy è ancora garanzia di successo?”, mi guarda come se avessi appena bestemmiato e strilla “Of coooooourse! Made-in-Italy is sexy, is cool, is always the top. Always”.
Sexy, cool, top. Certo non si può dire che la ricercatezza linguistica sia il suo forte. Ma ho capito il concetto.
Poi però c’è anche il rovescio della medaglia. Insomma, prima dolce, e poi gabbana…
Al centro dello stand della Smeg, ecco che si erge uno dei classici frigoriferi bombati del marchio — avete presente, lo stile America anni ’50. Tutto coloratissimo. Troppo coloratissimo per i miei gusti. Mi avvicino e la standista, che parla alla velocità della luce, mi spiega che Stafanou DolcI and Domenicou Gabana hanno sponsorizzato questa special edition di sei frigoriferi ritraenti immagini “classiche” del repertorio siciliano, tanto caro ai due stilisti. Il teatro delle marionette, Garibaldi eroe dei due mondi, Cavalleria Rusticana, la stidda siciliana, i paladini e i limoni. Tutto in una grafica tipo i tarocchi, o carte da briscola. Tutto coloratissimo, tutto fintissimo.
Ecco, questo per me NON è Made-in-Italy. Né “sinergia” fra due big come D&G e Smeg che condividono l’amore per l’italianità. Questo è un modo volpone e mediocre di cucinare un’operazione commerciale, spacciandola per design. Ma già immagino chissà quante cucine ultra minimal si vedranno inserire dall’interior designer di fiducia, “il pezzo che contrasta e rivoluziona l’ambiente…un frigo special edition firmato da Dolce & Gabbana”…

Quanto ad arte che si spaccia tale ma che non lo è, ne ho vista assai alla Biennale del Whitney Museum, la prima nella sede disegnata dal nostro Renzo Piano. Ebbene sì, devo dire che questa settimana, se da un lato è stata contrastata da un meteo inclemente, dall’altra mi ha riservato dei momenti estetici notevoli. 🙂 Lunedì, come già in tanti sapete, anteprima stampa alla Biennale. Ne ho scritto abbondantemente in questo articolo su La Voce di New York, perciò non faccio un doppione. Tanti déjà-vu, soprattutto tante scopiazzatura in zona Arte Povera e Arte Astratta. Ma anche qualcosa di bello. Segnatevi Dana Schutz, Samara Golden…

Oggi non vi parlo di un film, bensì di un documentario. Anzi, una serie di documentari che potrete vedere a notte fonda su qualche canale della RAI — tipo 1,2,3 (stella!), oppure Storia, Cultura, insomma controllate. La serie s’intitola “Gli occhi cambiano” e il regista è Walter Veltroni, che era ospite all’Istituto Italiano di Cultura di New York, venerdì. E pensate, si ricordava… “Ma certo! All’Astra di Trento”, mi dice, quando mi vede. E io strillo: “Sììììì, dal Mastro! — e m’è colta una fitta di nostalgia, pensando alla sera di tre anni fa, quando Veltroni fu ospitato all’Astra per presentare “I bambini sanno”…

“Gli occhi cambiano” è una serie di sei documentari che ha scritto e diretto e che Rai Storia ha prodotto: sei episodi intitolati e declinati secondo verbi del nostro quotidiano — Ridere, Amare, Cantare, Tifare, Sapere, Immaginare — in un percorso che ripercorre temi, personaggi e momenti della storia politica e sociale dell’Italia attraverso il racconto che ne ha fatto la RAI in cinquant’anni di servizi.
Ora voi dite, auff che barba… Invece l’episodio che hanno proiettato, “Immaginare”, è un excursus interessantissimo, a fronte di una cernita minuziosa, nel patrimonio di filmati, interviste, documentari che la RAI conserva nelle sue segrete. Io l’ho definito “esempio godibile di archeologia visiva”, ma voi potete anche dire “è bello, punto”. 🙂

Veltroni s’è dunque rinchiuso negli archivi della RAI e ha spulciato filmati, interviste, vecchi programmi, riportando alla luce dei veri e propri tesori e raccordando il tutto con riflessioni che esplorano la traccia prescelta — la creatività. Un territorio ampissimo, che comprende creativi di caratura internazionale nel campo di letteratura, arte, poesia, scienza, cinema. Un gesto etico, il suo, che salva dall’oblio collettivo momenti “patrimonio dell’umanità” e li porge agli spettatori — a quelli delle nuove e future generazioni, immagino. Se lo spettatore è un curioso, e magari appassionato di letteratura, arte, poesia, scienza, cinema, non potrà che andare in visibilio. Umberto Eco che dice: “Il Papa e il Dalai Lama possono discutere per anni sulla verità di un asserto come Gesù Cristo è veramente figlio di Dio, ma non potranno non convenire sul fatto che Superman sia Clark Kent”. Gabriel Garcia Marquez che confessa: “Realista magico io? No, io sono un realista puro. E triste. E’ la realtà dei Caraibi ad essere magica, non io”. Montale che ammette di aver chiamato Beckett “Prickett”, e di essersi ritrovato con Dylan Thomas ubriaco fradicio nell’armadio di casa. Allen Ginsberg intervistato da una giovanissima Fernanda Pivano, a difesa di Kerouac, “che sperava in un’America di tenerezza e si ritrovò per le mani un mondo di plutonio”. E ancora registi. Truffaut, Charlie Chaplin che confida, poco prima di morire, di voler fare un film, The Freak, su un angelo con le ali — una tenerezza, nel modo di dirlo, da cui traspare tutto il suo Charl. Federico Fellini che racconta della volta in cui Walt Disney ospitò lui e la sua Giulietta a Disneyland e i tre giocarono come matti a fare i pistoleri nel più classico dei saloon. Hitchcock che spiega il suo segreto: terrorizzare lo spettatore non usando il buio e i luoghi paurosi, bensì la luce e gli uomini comuni. Ettore Scola che critica, con classe da maestro, l’intellighenzia presuntuosa degli anni ’70: “I miei personaggi sono ròsi dai dubbi, s’interrogano in continuazione. Invece l’intellettuale di oggi è sicurissimo di tutto…”, un concetto ripreso ed elaborato dallo stesso Veltroni in una riflessione sulla pratica del creare. “Creare è meraviglioso”, afferma, “e difficilissimo. Occorrono talento e tecnica. E occorre amare il dubbio, che della creazione è figlio e padre”.
E poi ancora Robert De Niro e Sergio Leone sul set di C’era una volta in America. “Penso che qualsiasi film sia politico. Attraverso il cinema si possono raccontare grandi verità” — rintocca Leone.
Letterati nazionali e internazionali, tra cui Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda, Ezra Pound, Tennessee Williams, Truman Capote, Isabel Allende, Nadine Gordimer, George Simenon, Louis-Ferdinand Céline, Mario Soldati — che mostra “lassù” la casa di un certo Benedetto Croce, “con le pareti ricoperte di libri dal soffitto al pavimento” — oppure Alberto Moravia che si arrampica su un cancello e sbircia Roma dall’Aventino.
Un viaggio meraviglioso, in cui io non ho fatto altro che appuntarmi tutte queste chicche 🙂
Il rischio, con operazioni come questa, è quello di scivolare nel nostalgico. E la nostalgia è un atteggiamento ambivalente. Tuttavia Veltroni ha risposto bene al mio dubbio. “La nostalgia personale è plausibile. Quella collettiva è inutile e dannosa”. Risposta esatta, Walter.
Come dicevo, i documentari sono in onda sulla RAI. Sospetto che anche gli altri cinque episodi siano ben girati come questo. Quindi, fate una ricerchina, su…

E anche per oggi è tutto, my Moviers. Credo di avervi detto la metà di quello che avrei voluto. Ma metà è meglio di niente.

Ho aggiornato il Frunyc,  e vi anticipo che questa settimana andrò a vedere “Song to Song”, l’ultimo film di Terrence Malik. Non perché io ami particolarmente Malik — anzi, ho ancora “The Tree of Life” piantato sullo stomaco… Ma perché il cast di questo film vanta Michael Fassbender, Ryan Gosling, Natalie Portman, Rooney Mara, Christian Bale, Cate Blanchett, Val Kilmer e Benicio Del Toro. Avrei potuto fermarmi ai primi due — due splendide ragioni per andare a vedere il film — ma poi voi avreste detto che Lez Muvi non racconta tutta la verità dei fatti. E io non voglio certo diventare la protagonista di “Spotlight 2”.

Prima di scappare via, date uno sguardo al Maelstrom… C’è la marcia dell’8 marzo da approfondire… 😉

Vi ringrazio molto della pazienza e vi porgo dei saluti, stasera, nostranamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Questa sera il Maelstrom è dedicato a WOPS, un collettivo di video-maker italiani che realizza video in giro per la città (forse non tutti sanno che “WOP” era un termine denigratorio con cui gli inlgesi, in modo particolare d’America, chiamavano gli italiani all’inizio del ‘900…). Da quando Trump è salito al potere — dico sempre così perché il passato non è mai stato così presente — Giorgio, Valerio e company vanno alle marce, alle manifestazioni, alle proteste, filmano, poi montano. Per testimoniare. Per riflettere e ricordare.
Questo video è stato girato l’8 marzo, durante International Women’s Strike partito da Washington Square Park, di cui trovate le foto anche nel Frunyc della settimana scorsa.
Giorgio mi ha presentato Sharlene Morris, proprio l’8 marzo. Sharlene è una fotografa — bravissima! — e fa parte del gruppo. Guardate il suo racconto in scatti e ditemi se non è bravissima… 😉
Giorgio e Valerio filmano. Sharlene fotografa. Io poeto.
Trump è salito al potere. Noi scendiamo in strada.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 318 FROM NYC – commenta RAW

LET’S MOVIE 318 FROM NYC – commenta RAW

Michiedevo Moviers

cosa ci facessero tutte quelle senior — impariamo a utilizzare il termine al posto di “anziane/i” — in piscina. Soprattutto di colore, visto che la mia piscina sta nel cuore pulsante di Harlem. E quanto al complesso in cui la piscina si trova, per me è un miracolo di edilizia e occultamento di cadavere. Mi hanno spiegato che una ventina d’anni fa, sul sito dove ora sorge il Riverbank State Park — uno spazio di terreno enorme con campi di tutti i tipi, e perfino una pista di pattinaggio dove ovviamente suonano “Dancing Queen”, canzone da pista di pattinaggio e glitter sugli occhi — su quell’enorme lotto di terra, sorgeva un’enorme discarica. Allora cos’hanno fatto, questi americani. Ci hanno costruito sopra un centro sportivo. Questa filosofia del riciclare luoghi e trasformare spazi non è solo pratica americana o newyorkese, per la verità. E’ un nuovo modo di guardare all’edilizia urbana ed extraurbana che permette non solo ai luoghi di rinascere, ma anche agli architetti di sbizzarrirsi — pensate alla High Line.
Ogni tanto, quando spira certo vento, senti un odore inequivocabile di depuratore — i depuratori non conoscono nazionalità e parlano la stessa fetida lingua ovunque, Riva del Garda o Harlem. Il che ti ricorda ciò che quel luogo è stato. Quindi per una volta, l’odore più che il terreno, custodisce la memoria del luogo. E mi piace l’idea. Il Riverbank State Park, inoltre, da Harlem, si trasforma in una splendida ciclabile che corre giù giù fino a Midtown, Battery Park e prosegue fino a Brooklyn. Quindi non vi stupite se a NYC trovate un botto di ciclisti. Tra Central Park e questo tratto di costa a Ovest della città, i biker possono ben dirsi contenti.

Tornando alla piscina, che sto frequentando assiduamente in questi giorni in cui l’Armata Russa dell’inverno ha ripreso il potere. Vedevo tutte queste senior nello spogliatoio, ma poi non le vedevo nuotare. Una volta. Due volte. Tre volte. Un giorno stavo mettendo le mie cose nell’armadietto — sempre il numero 3650 per ricordarmi quanto bello sarebbe se gli anni avessero un migliaio di giorni in più — e accanto a me c’era una di loro. Non ho avuto bisogno di guardarla. Mi è bastato sentire l’odore. Non molto diverso, temo, di quello sollevato dal vento e memore della discarica sepolta… Non voglio fare il Grenouille della situazione, ma ci vedevi di tutto, in quel tanfo. Stazioni fredde, angoli sporchi, centri di assistenza alla periferia di qualche quartiere su a Fordham Road o Mosholu Parkway. Tappezzerie macchiate e materassi sfondati. Biancheria messa e rimessa, girata e rigirata. C’era dentro tutto. Allora ho capito. E guardando, ho trovato la mia conferma. Accanto alla senior, visibilmente in sovrappeso, un carretto della spesa sgangherato, pieno di effetti personali. Non certo un borsone da piscina.
Queste donne vengono in piscina per fare la doccia. Pagano il biglietto — 2 dollari, e questo è uno degli aspetti più dolci della piscina al Riverbank State Park, 2 dollari (l’unica cosa cheap nello Stato di New York). Entrano, si lavano e se ne vanno. 2 dollari, anche un clochard li mette insieme facilmente. La donna dal tanfo micidiale si stava rivestendo. Ed era il suo pastrano, ad emanare il tanfo micidiale, non lei.
Ho pensato a quanto è contro natura, rinfilare un capo sporco e puzzoso, quando tu invece sei lustro come un bebé. Ho pensato anche che quella donna, poi, sarebbe tornata fuori in quel gelo doloroso di marzo, nella dittatura ripristinata dell’Armata Russa — il vero inverno è ora, Fellows, credetemi, altroché gennaio — e trovarsi un posto dove trascorrere la sua vita. E forse lei no, non vorrebbe che gli anni avessero un altro migliaio di giorni…
Se raccontassi questa storia a mia madre, da cui ho ereditato tutto il mio esser schizzinosa, storcerebbe la faccia e mi direbbe, “ma Sara, ma tu poi ti fai la doccia dove se la sono fatta loro??”, per poi ritrattare spinta da un’umanità che penso sia l’altro lascito che ho avuto da lei. “Pòre donne, ma dove vanno a mangiare?”…

Io non mi scandalizzo sulla questione della doccia. L’acqua porta via tutto, e se hai un paio d’infradito ai piedi, che problema c’è. Mi scandalizzo un po’ dal numero di homeless che ricamano questa città. Mi affascinano terribilmente, lo confesso. E non so se questa sia la perversione di una fortunata viziata italiana, oppure se sia la deriva di una curiosità verso tutto ciò che è umano e che, da quando sono qui, ha raggiunto un’intensità massima. Dico che questi senzatetto “ricamano” la città, perché le loro storie non dette sono un fiume di parole silenziose per le strade della città. E non serve avere un orecchio fino per ascoltarle. Basta guardarsi un po’ intorno mentre aspetti la metro. Oppure sbirciando dentro le anticamere delle banche, dove ci sono i bancomat, la notte, e dove loro trovano il modo — God knows how — d’infilarsi. Alcuni di loro sembrano millenari, hanno facce come quelle maschere in bronzo dell’antichità. Altri sono giovani e magri come chiodi. Bianchissimi o nerissimi. Affamati. Tanti chiedono “spare change”. Ma tanti altri chiedono proprio da mangiare — any snack, sandwich, leftover? Questo è quello che li distingue dai poveracci italiani. In Italia la sussistenza non è un problema. Qui può essere un problema.

Per concludere il capitolo sul Riverbank State Park, di cui vado assai fiera, ve lo dico, devo aggiungere che è un parco vero e proprio. Ma non come Parco Gocciadoro o Sempione o Gardaland. E’ un parco come lo Yellowstone National! All’ingresso c’è una guardiola, e dentro la guardiola una guardia — si danno il cambio in tre. Ormai mi conoscono — quando non faccio la spola per la piscina, attraverso il parco da runner, quindi hanno la mia conformazione piantata nella testa. La guardia di turno mi saluta con un sorriso, un cenno del capo. Io penso ogni volta a Yoghi e alle sequoie. Poi guardo sotto il ponte che sto attraversando, vedo le tre corsie della 9A, la Hudson Parkway, l’interstatale che costeggia l’Hudson River e il Parco, e torno con i piedi per terra…

Il film che sono andata a vedere questa settimana è Raw, di Julia Ducournau, che in Italia uscirà con il titolo “Grave” in questi giorni. E’ stato presentato nella sezione Settimana Internazionale della Critica al Festival di Cannes 2016, dove ha vinto il premio FIPRESCI, ma qualche mese dopo è stato presentato al Toronto Film Festival, dove alcuni spettatori sono svenuti ed è stato necessario chiamare un’ambulanza (!).
Venerdì, all’Angelika Film Center, un responsabile del cine, prima della proiezione, ci ha messo in guardia sulla crudezza — appunto — di molte scene e ci ha indicato l’ubicazione dei bagni…
Ecchessarà mai, mi direte voi…
Eh… Confermo che il film non è per stomachi deboli. E io mi stupisco sempre di quanto forte sia il mio, visto che sì, certe scene mi disgustano, ma non per questo svengo o esco dalla sala. Ammetto che con “Raw”, anche il più resistente dei duodeni, è messo a dura prova.

Il film racconta la storia di Justine, una giovane studentessa vegetariana, proveniente da una famiglia di vegetariani, in procinto di cominciare il primo anno in un istituto per veterinari dove studia anche la sorella, e dove si sono formati anche i genitori. Vittima di spiacevolissimi riti d’iniziazione come ogni matricola, Justine comincia a cambiare. La carne, da cibo temuto e odiato, diventa la sua unica fonte di sostentamento. Da vegetariana a carnivora nel giro di 24 ore. La voglia irrefrenabile per la carne, che la sveglia nel cuore della notte e le fa addentare petti di pollo crudi, o che la porta a gustare l’anulare della sorella (oops, ho detto troppo?), si trasforma in altro… Una voglia irrefrenabile di mangiare solo carne umana. Justine si scopre cannibale, così come cannibale è la sorella — e apprenderemo, tutta la famiglia.

Se vi fa impressione l’idea che qualcuno mangi della carne umana, no, “Raw” non è per voi. Ma io difendo il film perché per me parla di tutto fuorché di cannibalismo. L’ho detto anche alla regista, presente in sala a fine proiezione, una francesina con la faccia da topmodel, la lingua tagliente e il cervello molto fino. “Raw” è un film imbevuto di violenza dall’inizio alla fine, ma non la violenza delle scene cruenti — che ci sono. La violenza, per esempio, dei riti d’iniziazione, del bullismo, della brutalità nei confronti degli animali. Un atteggiamento che rinvia alla violenza e alla brutalità della nostra società. E per me il film è proprio un racconto distopico sul mondo in cui viviamo, nel quale ci cibiamo di carne umana nel momento in cui leggiamo un quotidiano o sfogliamo Vanity Fair. Del resto si sa che i corpi, specie se femminili, sono spesso ridotti a carne da macello, siano essi rifatti dalla testa ai piedi, o ròsi fino alle ossa quando sfilano in passerella. Certo, la regista usa le maniere forti, nel senso che non va per il sottile. Non si risparmia nulla. Dita mozzate e mangiate con gusto, cosce scarnificate, guance azzannate, capelli vomitati… Ma, ripeto, sono le scene non esplicitamente cruente a rimanerci dentro. Una colata di sangue animale che piove sulle teste degli studenti del primo anno per “iniziarli” all’iniziazione. Scene di animali deformati in vasi di formaldeide nel laboratorio dell’istituto, Justine che, appena arrivata, sviluppa un rush cutaneo che la scortica viva e che sembra più vero che verosimile. Per non parlare poi dei rave che gli studenti organizzano e nei quali ballano, sudano, si devastano, si fanno (narcoticamente e reciprocamente) e si disfano, letteralmente si sfiniscono, acquisendo un’animalità più animale di quella degli animali.

La regista ha confessato che le interessava anche mostrare il lato umano del cannibalismo. I cannibali, ha detto, non sono altro da noi, non sono marziani. Sono umani. Mostrarli senza giudicarli era quello che ricercava. E mostrare anche il rapporto che si genera fra carnalità, desiderio e distruzione. Non è un caso — ha confessato — che la protagonista si chiami Justine… Ora, non so come siate messi in letteratura francese, ma io, che sono costretta a raggiungere la sufficienza per dovere scolastico (francese seconda lingua di laurea sul piano di studi universitari Fruner), devo sapere che Justine è la protagonista di “Justine o le disavventure della virtù”, del Marchese De Sade — quello da cui discende il termine “sadismo” — romanzo erotico in cui, alla casta Justine, ne capitano di tutte le sfumature di grigio. Fortunatamente per la mia sufficienza, avevo riconosciuto il riferimento, che la regista ha confermato: la protagonista si chiama “Justine” proprio per via dell’opera sadiana.
Se volete il cinema per rilassarvi, no, questo film non è per voi. Ma se riuscite ad affrontare del gore — questo non è splatter, è proprio gore — e se pensate come me che in fondo il cinema è anche questo, spingere i nostri limiti aldilà di ciò che è comodo e rassicurante, allora rimanete a stomaco vuoto, armatevi di coraggio e andate a vederlo.

Riconoscerete con piacere, le note del successo di Nada, tra l’altro in una sequenza apprezzabilmente molto pulp del film.
Considero “Raw” un film molto più utile e onesto di certa chincaglieria sonnolenta da viaggi in crociera tipo “La luce sugli oceani” — il film NO di Michael Fassbender, ma lo perdono perché un film NO può starci…uno…

E per stasera, purtroppo, è già tutto.
Trovate il Frunyc aggiornato  — adoro il modo in cui mi controcommentate i commenti…Keep doing it!

Visto che li WG Mat e le “due righe” su “Beata ignoranza” non si vedono, nel Maelstrom trovate un articolino sul Vino Nobile di Montepulciano — a riprova che di tutto sì, posso scrivere di qualsiasi cosa, anche di cose che si degustano e del cui gusto io non ho … 🙂
Sempre grazie dell’attenzione che mi dimostrate e saluti, perplessamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, http://www.lavocedinewyork.com/food/2017/03/12/la-sera-che-la-valdichiana-fece-sognare-new-york/
E lo dedico a Davide, il Fellow Testone dei Guys di Los Angeles, senese DOC della Contrada del Nicchio… 😉

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 317 FROM NYC – commenta UNA VITA DA ZUCCHINA

LET’S MOVIE 317 FROM NYC – commenta UNA VITA DA ZUCCHINA

Fari Fellows,

No non è un refuso quello lassù, niente missing C. 🙂 Una cosa che mi piace fare qui a New York, città perquisita da tutte le guide del mondo, è perquisire il non ancora perquisito, o perlomeno il poco-perquisito. In questa pratica, New York in sé c’entra poco. E’ un modo di procedere che conto di mantenere in qualsiasi posto finirò. La bellezza si scova soprattutto negli angoli in cui l’occhio non guarda.
Tipo.
Io molto raramente vado a nord di casa mia, a nord di Harlem. Sono proiettata verso il sud. Tutta la vita, e il lavoro e gli eventi sono dalla 72esima in giù, per non dire da Columbus Circus (59esima) in giù. A nord di casa mia si apre il quartiere di Washington Heights, colonia della comunità dominicana e portoricana. Le insegne perdono la parte bilingue e parlano solo lo spagnolo. Gli uomini sono bassetti e le donne parlano fitto fitto fra loro, come se avessero sempre grandi segreti da raccontarsi.
E’ come mettere piede in un’altra terra, pur essendo piantati a New York. Washington Heights si chiama così per via del George Washington Bridge che collega NYC al New Jersey. Il mio ponte preferito, credo di avervelo già detto. Perché non gode di quella popolarità del ponte di Brooklyn, osannato — a ragione — da tutti. Il Washington Bridge è un ponte che porta con sé tutti i mattini di tutti i pendolari che all’alba partono alla volta del Jersey, e di tutti gli abitanti del Jersey che all’alba affrontano il supertraffico per arrivare a Manhattan — mai traffico fu più traffico, believe me. E’ una struttura solida, imponente, industriale. Ci ho corso sopra una volta e fa impressione, lassù, la distesa dell’Hudson River, là sotto. Un mare più che un fiume.
Se rimanete dalla parte di Manhattan, sotto il ponte, spunta, piccolissimo, un faro rosso. Sembra uscito fuori dalle favole. Ecche ci fa un faro in miniatura, rosso rosso, alle pendici del Washington Bridge?
Eh me lo sono chiesta anch’io. Presumo che aiutasse — forse in passato — nella navigazione. L’Hudson è un fiume (mare) molto battuto da imbarcazioni di ogni sorta. Il faro avrà fatto il suo dovere, immagino.

In novembre, appena arrivata, ho cercato di avvicinarmi. Ovviamente siamo in America. Ovviamente è spuntato un cop — dal nulla, damn it! — e mi dice “You cannot take pictures!”, con quell’apertura al dialogo tipica dei cops americani… Io ho infilato il cellulare nella fondina, ho fatto la faccia da monello colto con le mani nella marmellata e l’espressione “non lo faccio più promesso”, pregustando l’istante in cui avrei riguardato le mie foto, che ovviamente contenevano l’incontenibile — sono nota come la fotocamera più veloce del West… 🙂 (Lo trovate nel Frunyc, negli scatti di novembre…).
C’è qualcosa di magico, in quel piccolo faro rosso sotto il gigante di ferro grigio. Sia perché è una presenza anacronistica e che non ti aspetteresti, sia perché nessuno mai vi dirà “Andate a vedere il faro rosso nel Fort Washington Park, all’altezza della 179esima”.

Allo stesso modo, nessuno vi dirà, se non qualcuno che ci è stato, “Andate da Bill’s Place”, al 148 W della 133esima. Cuore di Harlem. Negli anni ’20, in pieno Proibizionismo, la strada tra la 133esima, ovvero tra Lenox e la Settima, era chiamata Swingstreet. Era la via delle speakeasy, quei locali, molto spesso nei seminterrati, in cui si vendevano alcolici illegalmente. Ora attaccateci tutto quello che il vostro immaginario vi sta suggerendo: parola d’ordine, alcol camuffato nelle tazze da te, bancone dei liquori che sparisce nel nulla e spunta per magia un tavolo da biliardo… Ecco, qui a New York, ci sono tutta una serie di questi locali d’epoca che hanno mantenuto lo stile — e che il vostro Board scoprirà 😉
Bill’s Place è un posto molto rinomato tra gli intenditori di jazz perché ci vanno a suonare i grandi del genere. Questo Bill, è Bill Saxton, anche noto come The Harlem Jazz King, uno dei sassofonisti più talentuosi in da City, e in da States. Ma questa non è una speakeasy qualunque. Sapete chi è stata scoperta qui da un talent-scout, negli anni ’30? Una certa Billie, che viveva un paio di strade più in giù, e che cantava, cantava, cantava sempre… Sì, lei, Holiday, Billie Holiday…
Bill’s Place è un posto piccolissimo, in cui si ascolta il jazz duro e puro. Ironia della sorte vuole che non abbiano la licenza per gli alcolici (!) quindi se volete bere durante il concerto, dovete portarvi l’alcol da casa. Alle pareti poster di chi ha fatto grande il jazz. Duke Elligton, Dizzy Gillespie, Miles, Billie Holiday, Ray Charles. Sul palchetto, minuscolo, i jazzisti. E per un’ora e mezza, non esiste nient’altro. Solo voi, loro, e la loro straordinaria arte in-the-making — e a me è toccata la signora tromba di un talento quale Kamau Muata Adilifu…

L’ultimo piccolo che vi racconto non è proprio piccolo. E’ tutt’un quartiere. Si chiama DUMBO, e non ha niente a che fare con l’adorabile cucciolo disneyano. Ovviamente è un acronimo — lo so, era meglio credere che fosse l’adorabile cucciolo.
Down Under the Manhattan Bridge Overpass. DUMBO.
E’ la porzione di Brooklyn tra il Brooklyn Bridge e il Manhattan Bridge. Un tempo, una zona di rimesse e capannoni; oggi dentro a quelle rimesse e a quei capannoni, loft, librerie e locali trendy. In alcuni punti vi sembra di camminare dentro “C’era una volta in America” oppure “Quei bravi ragazzi” — la cinematografia che ha costruito l’italoamericanità a cui il nostro immaginario è tanto affezionato. Ci sono capitata sabato sera, con una temperatura di meno 8 gradi — New York ha freddato la primavera sul nascere, si sappia. Non ho potuto attardarmi a fare fotografie così come avrei voluto. A meno 8 gradi, l’estetica soccombe alle leggi della fisica, intimorita dalla camera iperbarica. Mi sono ripromessa di tornarci con il caldo. Quando i ragazzini, per strada, giocheranno con gli idranti, l’asfalto tremolerà sotto le ondate di caldo e il carretto delle limonate sembrerà un miraggio… Oh oh, mi sa che cinema e realtà si sono sovrapposti di nuovo…
Ora avete tre posti piccoli da visitare: il faro rosso, Bill’s Place e DUMBO — e lo vedete, it’s not my fault, fanno cinema anche detti così…

La settimana scorsa, se ricordate, avevo lanciato un Let’s Movie. Ma ho scoperto che “Una vita da zucchina”, “A Life as a Zucchini”, di Claude Barras, è arrivato in Italia ancora in dicembre. Chissà se ha raggiunto Trentoville… Era stato presentato — e adorato — al Festival di Cannes e ha vinto il Festival di Annecy (Miglior film e Premio del Pubblico) e di San Sebastián.

“Una vita da zucchina” è come “Inside Out”. Si ride, si piange. Si piange, si ride. Grande lavoro di sceneggiatura e grande lavoro di artigianato nella realizzazione. Si vorrebbe che non finisse mai — a questo proposito, se non l’avete ancora visto, rimanete in sala anche dopo i titoli di coda, mi raccomando… 😉
Il film è realizzato in stop-motion, la tecnica adottata da Kaufmann per “Anomalisa” in cui, ai disegni dell’animazione tradizionale, sono sostituiti dei pupazzi ripresi fotogramma per fotogramma — ho letto che sono stati necessari due anni di lavoro con più di cinquanta artigiani e sessanta set, costruiti o disegnati, anvedi.

Icarus, meglio note come Zucchina, vive in una soffitta mentre la madre alcolizzata si alcolizza davanti alla tv, al piano di sotto. Il bambino passa il tempo costruendo castelli con le lattine di birra vuotate della madre e facendo volare un aquilone fuori dall’abbaino.
Poi un incidente domestico, Zucchina si ritrova orfano, e viene trasferito in una casa famiglia, dove i suoi compagni hanno tutti un passato difficile come il suo, e lo stesso sguardo malinconico, dolce e spiazzante che ha lui. Gli occhi di questi bambini, per quanto siano frutto dell’artificio — e della plastilina — vi rimarranno impressi dentro anche dopo la fine del film. Sono occhi di bambini che, in qualche modo, hanno subito un danno. Chi ha i genitori drogati, chi è stata abbandonata dalla madre, chi ha il padre immigrato rinchiuso in prigione, chi ha subito violenza dal padre, chi ha visto la madre morire per mano del proprio padre… Tutte innocenze che hanno assistito a troppa esperienza nelle loro piccole vite.
E tra questi bambini “diversi” si instaura piano piano un rapporto di empatia e di fratellanza che farebbe sciogliere il cuore a Putin — qualcuno glielo faccia vedere, please! Tanti silenzi, poche parole, per un film ricchissimo e fatto di dettagli — e qui Maestro Miyazaki insegna. L’aquilone di Zucchina, ad esempio, da un lato porta il disegno di un supereroe — il papà che non c’è più— dall’altro le “pollastre”, quelle di cui il papà sempre assente “ricercava continuamente”, o almeno così gli ha detto sua madre non riferendosi proprio a dei volatili… Oppure il pupazzo tutto rattoppato di Béatrice, la piccola marocchina che ogni volta che arriva qualcuno alla casa-famiglia, esce sulla porta gridando “mamma!”, sperando sia lei, tornata a prenderla. O un ciuffo lungo portato sopra gli occhi  – come nel caso di Alice – per proteggersi, forse, dal ricordo delle “cose brutte” che le faceva il patrigno, o ancora un I-pad – l’unico regalo che Simon ha ricevuto dalla madre tossica – o un libro di Kafka per Camille, l’ultima arrivata nell’orfanotrofio dopo Zucchina, e della quale Zucchina si innamorerà perdutamente.
Quanto ci piace, leggere le storie nei dettagli. E’ così che funziona la letteratura: nel dettaglio, nel particolare, s’intravede l’universale.
E ti verrebbe voglia di adottarli tutti, questi bambini. Ma, il film insegna, la vita va diversamente, e se Zucchina e Camille alla fine trovano una casa, agli altri toccherà attendere ancora. Ma bando ai pessimismi! “La mia vita da zucchina” è un modo molto dolce e divertente per ricordare a tutti che la possibilità di ricominciare può essere dietro l’angolo: non bisogna mai smettere di avere fiducia.
Ne escono benissimo, dal film, le figure degli insegnanti, dei poliziotti, delle direttrici delle case-famiglia. Ne escono malmessi genitori e parenti. Ed è anche questo, che si apprezza. Sovvertire lo sguardo che di solito tende a mitizzare la famiglia e demonizzare le istituzioni. E vi garantisco che, nonostante la trama, i bambini “sfortunati”, i genitori infami e le zie megere, non trovate alcun tipo di sentimentalismo scontato, o pietismo, o buonismo. In più, e qui, chapeau al regista Claude Barras e al romanzo da cui il film è tratto, si ride! Si ride anche solo guardando con quale inventiva sono stati creati gli oggetti che appaiono in scena: macchine, passerotti, acconciature, vestiti. Un piccolo capolavoro di fantasia e cuore che mi ha letteralmente sciolto in una pozza di tenerezza — ebbene sì, persino il Board… 🙂
Quindi non ve lo perdete assolutamente!

Ora vi lascio al vostro lunedì italiano, e a me, ancora un po’ di notte americana.
Ho aggiornato il Frunyc, ovviamente.

Aspettavo che il WG Mat mi mandasse due righe di recensione su “Beata ignoranza”, che, a quanto sento, ha riscosso l’apprezzamento generale. Ma visto che le due righe non sono arrivate (!!), nel Maelstrom vi cuccate un articolo su una piccola notevole mostra inaugurata alla Ierimonti Gallery…Caso mai passiate dalla 57esima, a un tiro di schioppo da Columbus Circle 😉

Grazie, sempre della pazienza e saluti, stasera, luminosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)
Ecco, cuccatevelo 🙂 http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2017/03/04/faraway-so-close-opere-distanti-mai-cosi-vicine/

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More