LET’S MOVIE 317 FROM NYC – commenta UNA VITA DA ZUCCHINA

LET’S MOVIE 317 FROM NYC – commenta UNA VITA DA ZUCCHINA

Fari Fellows,

No non è un refuso quello lassù, niente missing C. 🙂 Una cosa che mi piace fare qui a New York, città perquisita da tutte le guide del mondo, è perquisire il non ancora perquisito, o perlomeno il poco-perquisito. In questa pratica, New York in sé c’entra poco. E’ un modo di procedere che conto di mantenere in qualsiasi posto finirò. La bellezza si scova soprattutto negli angoli in cui l’occhio non guarda.
Tipo.
Io molto raramente vado a nord di casa mia, a nord di Harlem. Sono proiettata verso il sud. Tutta la vita, e il lavoro e gli eventi sono dalla 72esima in giù, per non dire da Columbus Circus (59esima) in giù. A nord di casa mia si apre il quartiere di Washington Heights, colonia della comunità dominicana e portoricana. Le insegne perdono la parte bilingue e parlano solo lo spagnolo. Gli uomini sono bassetti e le donne parlano fitto fitto fra loro, come se avessero sempre grandi segreti da raccontarsi.
E’ come mettere piede in un’altra terra, pur essendo piantati a New York. Washington Heights si chiama così per via del George Washington Bridge che collega NYC al New Jersey. Il mio ponte preferito, credo di avervelo già detto. Perché non gode di quella popolarità del ponte di Brooklyn, osannato — a ragione — da tutti. Il Washington Bridge è un ponte che porta con sé tutti i mattini di tutti i pendolari che all’alba partono alla volta del Jersey, e di tutti gli abitanti del Jersey che all’alba affrontano il supertraffico per arrivare a Manhattan — mai traffico fu più traffico, believe me. E’ una struttura solida, imponente, industriale. Ci ho corso sopra una volta e fa impressione, lassù, la distesa dell’Hudson River, là sotto. Un mare più che un fiume.
Se rimanete dalla parte di Manhattan, sotto il ponte, spunta, piccolissimo, un faro rosso. Sembra uscito fuori dalle favole. Ecche ci fa un faro in miniatura, rosso rosso, alle pendici del Washington Bridge?
Eh me lo sono chiesta anch’io. Presumo che aiutasse — forse in passato — nella navigazione. L’Hudson è un fiume (mare) molto battuto da imbarcazioni di ogni sorta. Il faro avrà fatto il suo dovere, immagino.

In novembre, appena arrivata, ho cercato di avvicinarmi. Ovviamente siamo in America. Ovviamente è spuntato un cop — dal nulla, damn it! — e mi dice “You cannot take pictures!”, con quell’apertura al dialogo tipica dei cops americani… Io ho infilato il cellulare nella fondina, ho fatto la faccia da monello colto con le mani nella marmellata e l’espressione “non lo faccio più promesso”, pregustando l’istante in cui avrei riguardato le mie foto, che ovviamente contenevano l’incontenibile — sono nota come la fotocamera più veloce del West… 🙂 (Lo trovate nel Frunyc, negli scatti di novembre…).
C’è qualcosa di magico, in quel piccolo faro rosso sotto il gigante di ferro grigio. Sia perché è una presenza anacronistica e che non ti aspetteresti, sia perché nessuno mai vi dirà “Andate a vedere il faro rosso nel Fort Washington Park, all’altezza della 179esima”.

Allo stesso modo, nessuno vi dirà, se non qualcuno che ci è stato, “Andate da Bill’s Place”, al 148 W della 133esima. Cuore di Harlem. Negli anni ’20, in pieno Proibizionismo, la strada tra la 133esima, ovvero tra Lenox e la Settima, era chiamata Swingstreet. Era la via delle speakeasy, quei locali, molto spesso nei seminterrati, in cui si vendevano alcolici illegalmente. Ora attaccateci tutto quello che il vostro immaginario vi sta suggerendo: parola d’ordine, alcol camuffato nelle tazze da te, bancone dei liquori che sparisce nel nulla e spunta per magia un tavolo da biliardo… Ecco, qui a New York, ci sono tutta una serie di questi locali d’epoca che hanno mantenuto lo stile — e che il vostro Board scoprirà 😉
Bill’s Place è un posto molto rinomato tra gli intenditori di jazz perché ci vanno a suonare i grandi del genere. Questo Bill, è Bill Saxton, anche noto come The Harlem Jazz King, uno dei sassofonisti più talentuosi in da City, e in da States. Ma questa non è una speakeasy qualunque. Sapete chi è stata scoperta qui da un talent-scout, negli anni ’30? Una certa Billie, che viveva un paio di strade più in giù, e che cantava, cantava, cantava sempre… Sì, lei, Holiday, Billie Holiday…
Bill’s Place è un posto piccolissimo, in cui si ascolta il jazz duro e puro. Ironia della sorte vuole che non abbiano la licenza per gli alcolici (!) quindi se volete bere durante il concerto, dovete portarvi l’alcol da casa. Alle pareti poster di chi ha fatto grande il jazz. Duke Elligton, Dizzy Gillespie, Miles, Billie Holiday, Ray Charles. Sul palchetto, minuscolo, i jazzisti. E per un’ora e mezza, non esiste nient’altro. Solo voi, loro, e la loro straordinaria arte in-the-making — e a me è toccata la signora tromba di un talento quale Kamau Muata Adilifu…

L’ultimo piccolo che vi racconto non è proprio piccolo. E’ tutt’un quartiere. Si chiama DUMBO, e non ha niente a che fare con l’adorabile cucciolo disneyano. Ovviamente è un acronimo — lo so, era meglio credere che fosse l’adorabile cucciolo.
Down Under the Manhattan Bridge Overpass. DUMBO.
E’ la porzione di Brooklyn tra il Brooklyn Bridge e il Manhattan Bridge. Un tempo, una zona di rimesse e capannoni; oggi dentro a quelle rimesse e a quei capannoni, loft, librerie e locali trendy. In alcuni punti vi sembra di camminare dentro “C’era una volta in America” oppure “Quei bravi ragazzi” — la cinematografia che ha costruito l’italoamericanità a cui il nostro immaginario è tanto affezionato. Ci sono capitata sabato sera, con una temperatura di meno 8 gradi — New York ha freddato la primavera sul nascere, si sappia. Non ho potuto attardarmi a fare fotografie così come avrei voluto. A meno 8 gradi, l’estetica soccombe alle leggi della fisica, intimorita dalla camera iperbarica. Mi sono ripromessa di tornarci con il caldo. Quando i ragazzini, per strada, giocheranno con gli idranti, l’asfalto tremolerà sotto le ondate di caldo e il carretto delle limonate sembrerà un miraggio… Oh oh, mi sa che cinema e realtà si sono sovrapposti di nuovo…
Ora avete tre posti piccoli da visitare: il faro rosso, Bill’s Place e DUMBO — e lo vedete, it’s not my fault, fanno cinema anche detti così…

La settimana scorsa, se ricordate, avevo lanciato un Let’s Movie. Ma ho scoperto che “Una vita da zucchina”, “A Life as a Zucchini”, di Claude Barras, è arrivato in Italia ancora in dicembre. Chissà se ha raggiunto Trentoville… Era stato presentato — e adorato — al Festival di Cannes e ha vinto il Festival di Annecy (Miglior film e Premio del Pubblico) e di San Sebastián.

“Una vita da zucchina” è come “Inside Out”. Si ride, si piange. Si piange, si ride. Grande lavoro di sceneggiatura e grande lavoro di artigianato nella realizzazione. Si vorrebbe che non finisse mai — a questo proposito, se non l’avete ancora visto, rimanete in sala anche dopo i titoli di coda, mi raccomando… 😉
Il film è realizzato in stop-motion, la tecnica adottata da Kaufmann per “Anomalisa” in cui, ai disegni dell’animazione tradizionale, sono sostituiti dei pupazzi ripresi fotogramma per fotogramma — ho letto che sono stati necessari due anni di lavoro con più di cinquanta artigiani e sessanta set, costruiti o disegnati, anvedi.

Icarus, meglio note come Zucchina, vive in una soffitta mentre la madre alcolizzata si alcolizza davanti alla tv, al piano di sotto. Il bambino passa il tempo costruendo castelli con le lattine di birra vuotate della madre e facendo volare un aquilone fuori dall’abbaino.
Poi un incidente domestico, Zucchina si ritrova orfano, e viene trasferito in una casa famiglia, dove i suoi compagni hanno tutti un passato difficile come il suo, e lo stesso sguardo malinconico, dolce e spiazzante che ha lui. Gli occhi di questi bambini, per quanto siano frutto dell’artificio — e della plastilina — vi rimarranno impressi dentro anche dopo la fine del film. Sono occhi di bambini che, in qualche modo, hanno subito un danno. Chi ha i genitori drogati, chi è stata abbandonata dalla madre, chi ha il padre immigrato rinchiuso in prigione, chi ha subito violenza dal padre, chi ha visto la madre morire per mano del proprio padre… Tutte innocenze che hanno assistito a troppa esperienza nelle loro piccole vite.
E tra questi bambini “diversi” si instaura piano piano un rapporto di empatia e di fratellanza che farebbe sciogliere il cuore a Putin — qualcuno glielo faccia vedere, please! Tanti silenzi, poche parole, per un film ricchissimo e fatto di dettagli — e qui Maestro Miyazaki insegna. L’aquilone di Zucchina, ad esempio, da un lato porta il disegno di un supereroe — il papà che non c’è più— dall’altro le “pollastre”, quelle di cui il papà sempre assente “ricercava continuamente”, o almeno così gli ha detto sua madre non riferendosi proprio a dei volatili… Oppure il pupazzo tutto rattoppato di Béatrice, la piccola marocchina che ogni volta che arriva qualcuno alla casa-famiglia, esce sulla porta gridando “mamma!”, sperando sia lei, tornata a prenderla. O un ciuffo lungo portato sopra gli occhi  – come nel caso di Alice – per proteggersi, forse, dal ricordo delle “cose brutte” che le faceva il patrigno, o ancora un I-pad – l’unico regalo che Simon ha ricevuto dalla madre tossica – o un libro di Kafka per Camille, l’ultima arrivata nell’orfanotrofio dopo Zucchina, e della quale Zucchina si innamorerà perdutamente.
Quanto ci piace, leggere le storie nei dettagli. E’ così che funziona la letteratura: nel dettaglio, nel particolare, s’intravede l’universale.
E ti verrebbe voglia di adottarli tutti, questi bambini. Ma, il film insegna, la vita va diversamente, e se Zucchina e Camille alla fine trovano una casa, agli altri toccherà attendere ancora. Ma bando ai pessimismi! “La mia vita da zucchina” è un modo molto dolce e divertente per ricordare a tutti che la possibilità di ricominciare può essere dietro l’angolo: non bisogna mai smettere di avere fiducia.
Ne escono benissimo, dal film, le figure degli insegnanti, dei poliziotti, delle direttrici delle case-famiglia. Ne escono malmessi genitori e parenti. Ed è anche questo, che si apprezza. Sovvertire lo sguardo che di solito tende a mitizzare la famiglia e demonizzare le istituzioni. E vi garantisco che, nonostante la trama, i bambini “sfortunati”, i genitori infami e le zie megere, non trovate alcun tipo di sentimentalismo scontato, o pietismo, o buonismo. In più, e qui, chapeau al regista Claude Barras e al romanzo da cui il film è tratto, si ride! Si ride anche solo guardando con quale inventiva sono stati creati gli oggetti che appaiono in scena: macchine, passerotti, acconciature, vestiti. Un piccolo capolavoro di fantasia e cuore che mi ha letteralmente sciolto in una pozza di tenerezza — ebbene sì, persino il Board… 🙂
Quindi non ve lo perdete assolutamente!

Ora vi lascio al vostro lunedì italiano, e a me, ancora un po’ di notte americana.
Ho aggiornato il Frunyc, ovviamente.

Aspettavo che il WG Mat mi mandasse due righe di recensione su “Beata ignoranza”, che, a quanto sento, ha riscosso l’apprezzamento generale. Ma visto che le due righe non sono arrivate (!!), nel Maelstrom vi cuccate un articolo su una piccola notevole mostra inaugurata alla Ierimonti Gallery…Caso mai passiate dalla 57esima, a un tiro di schioppo da Columbus Circle 😉

Grazie, sempre della pazienza e saluti, stasera, luminosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)
Ecco, cuccatevelo 🙂 http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2017/03/04/faraway-so-close-opere-distanti-mai-cosi-vicine/

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply