LET’S MOVIE 318 FROM NYC – commenta RAW

LET’S MOVIE 318 FROM NYC – commenta RAW

Michiedevo Moviers

cosa ci facessero tutte quelle senior — impariamo a utilizzare il termine al posto di “anziane/i” — in piscina. Soprattutto di colore, visto che la mia piscina sta nel cuore pulsante di Harlem. E quanto al complesso in cui la piscina si trova, per me è un miracolo di edilizia e occultamento di cadavere. Mi hanno spiegato che una ventina d’anni fa, sul sito dove ora sorge il Riverbank State Park — uno spazio di terreno enorme con campi di tutti i tipi, e perfino una pista di pattinaggio dove ovviamente suonano “Dancing Queen”, canzone da pista di pattinaggio e glitter sugli occhi — su quell’enorme lotto di terra, sorgeva un’enorme discarica. Allora cos’hanno fatto, questi americani. Ci hanno costruito sopra un centro sportivo. Questa filosofia del riciclare luoghi e trasformare spazi non è solo pratica americana o newyorkese, per la verità. E’ un nuovo modo di guardare all’edilizia urbana ed extraurbana che permette non solo ai luoghi di rinascere, ma anche agli architetti di sbizzarrirsi — pensate alla High Line.
Ogni tanto, quando spira certo vento, senti un odore inequivocabile di depuratore — i depuratori non conoscono nazionalità e parlano la stessa fetida lingua ovunque, Riva del Garda o Harlem. Il che ti ricorda ciò che quel luogo è stato. Quindi per una volta, l’odore più che il terreno, custodisce la memoria del luogo. E mi piace l’idea. Il Riverbank State Park, inoltre, da Harlem, si trasforma in una splendida ciclabile che corre giù giù fino a Midtown, Battery Park e prosegue fino a Brooklyn. Quindi non vi stupite se a NYC trovate un botto di ciclisti. Tra Central Park e questo tratto di costa a Ovest della città, i biker possono ben dirsi contenti.

Tornando alla piscina, che sto frequentando assiduamente in questi giorni in cui l’Armata Russa dell’inverno ha ripreso il potere. Vedevo tutte queste senior nello spogliatoio, ma poi non le vedevo nuotare. Una volta. Due volte. Tre volte. Un giorno stavo mettendo le mie cose nell’armadietto — sempre il numero 3650 per ricordarmi quanto bello sarebbe se gli anni avessero un migliaio di giorni in più — e accanto a me c’era una di loro. Non ho avuto bisogno di guardarla. Mi è bastato sentire l’odore. Non molto diverso, temo, di quello sollevato dal vento e memore della discarica sepolta… Non voglio fare il Grenouille della situazione, ma ci vedevi di tutto, in quel tanfo. Stazioni fredde, angoli sporchi, centri di assistenza alla periferia di qualche quartiere su a Fordham Road o Mosholu Parkway. Tappezzerie macchiate e materassi sfondati. Biancheria messa e rimessa, girata e rigirata. C’era dentro tutto. Allora ho capito. E guardando, ho trovato la mia conferma. Accanto alla senior, visibilmente in sovrappeso, un carretto della spesa sgangherato, pieno di effetti personali. Non certo un borsone da piscina.
Queste donne vengono in piscina per fare la doccia. Pagano il biglietto — 2 dollari, e questo è uno degli aspetti più dolci della piscina al Riverbank State Park, 2 dollari (l’unica cosa cheap nello Stato di New York). Entrano, si lavano e se ne vanno. 2 dollari, anche un clochard li mette insieme facilmente. La donna dal tanfo micidiale si stava rivestendo. Ed era il suo pastrano, ad emanare il tanfo micidiale, non lei.
Ho pensato a quanto è contro natura, rinfilare un capo sporco e puzzoso, quando tu invece sei lustro come un bebé. Ho pensato anche che quella donna, poi, sarebbe tornata fuori in quel gelo doloroso di marzo, nella dittatura ripristinata dell’Armata Russa — il vero inverno è ora, Fellows, credetemi, altroché gennaio — e trovarsi un posto dove trascorrere la sua vita. E forse lei no, non vorrebbe che gli anni avessero un altro migliaio di giorni…
Se raccontassi questa storia a mia madre, da cui ho ereditato tutto il mio esser schizzinosa, storcerebbe la faccia e mi direbbe, “ma Sara, ma tu poi ti fai la doccia dove se la sono fatta loro??”, per poi ritrattare spinta da un’umanità che penso sia l’altro lascito che ho avuto da lei. “Pòre donne, ma dove vanno a mangiare?”…

Io non mi scandalizzo sulla questione della doccia. L’acqua porta via tutto, e se hai un paio d’infradito ai piedi, che problema c’è. Mi scandalizzo un po’ dal numero di homeless che ricamano questa città. Mi affascinano terribilmente, lo confesso. E non so se questa sia la perversione di una fortunata viziata italiana, oppure se sia la deriva di una curiosità verso tutto ciò che è umano e che, da quando sono qui, ha raggiunto un’intensità massima. Dico che questi senzatetto “ricamano” la città, perché le loro storie non dette sono un fiume di parole silenziose per le strade della città. E non serve avere un orecchio fino per ascoltarle. Basta guardarsi un po’ intorno mentre aspetti la metro. Oppure sbirciando dentro le anticamere delle banche, dove ci sono i bancomat, la notte, e dove loro trovano il modo — God knows how — d’infilarsi. Alcuni di loro sembrano millenari, hanno facce come quelle maschere in bronzo dell’antichità. Altri sono giovani e magri come chiodi. Bianchissimi o nerissimi. Affamati. Tanti chiedono “spare change”. Ma tanti altri chiedono proprio da mangiare — any snack, sandwich, leftover? Questo è quello che li distingue dai poveracci italiani. In Italia la sussistenza non è un problema. Qui può essere un problema.

Per concludere il capitolo sul Riverbank State Park, di cui vado assai fiera, ve lo dico, devo aggiungere che è un parco vero e proprio. Ma non come Parco Gocciadoro o Sempione o Gardaland. E’ un parco come lo Yellowstone National! All’ingresso c’è una guardiola, e dentro la guardiola una guardia — si danno il cambio in tre. Ormai mi conoscono — quando non faccio la spola per la piscina, attraverso il parco da runner, quindi hanno la mia conformazione piantata nella testa. La guardia di turno mi saluta con un sorriso, un cenno del capo. Io penso ogni volta a Yoghi e alle sequoie. Poi guardo sotto il ponte che sto attraversando, vedo le tre corsie della 9A, la Hudson Parkway, l’interstatale che costeggia l’Hudson River e il Parco, e torno con i piedi per terra…

Il film che sono andata a vedere questa settimana è Raw, di Julia Ducournau, che in Italia uscirà con il titolo “Grave” in questi giorni. E’ stato presentato nella sezione Settimana Internazionale della Critica al Festival di Cannes 2016, dove ha vinto il premio FIPRESCI, ma qualche mese dopo è stato presentato al Toronto Film Festival, dove alcuni spettatori sono svenuti ed è stato necessario chiamare un’ambulanza (!).
Venerdì, all’Angelika Film Center, un responsabile del cine, prima della proiezione, ci ha messo in guardia sulla crudezza — appunto — di molte scene e ci ha indicato l’ubicazione dei bagni…
Ecchessarà mai, mi direte voi…
Eh… Confermo che il film non è per stomachi deboli. E io mi stupisco sempre di quanto forte sia il mio, visto che sì, certe scene mi disgustano, ma non per questo svengo o esco dalla sala. Ammetto che con “Raw”, anche il più resistente dei duodeni, è messo a dura prova.

Il film racconta la storia di Justine, una giovane studentessa vegetariana, proveniente da una famiglia di vegetariani, in procinto di cominciare il primo anno in un istituto per veterinari dove studia anche la sorella, e dove si sono formati anche i genitori. Vittima di spiacevolissimi riti d’iniziazione come ogni matricola, Justine comincia a cambiare. La carne, da cibo temuto e odiato, diventa la sua unica fonte di sostentamento. Da vegetariana a carnivora nel giro di 24 ore. La voglia irrefrenabile per la carne, che la sveglia nel cuore della notte e le fa addentare petti di pollo crudi, o che la porta a gustare l’anulare della sorella (oops, ho detto troppo?), si trasforma in altro… Una voglia irrefrenabile di mangiare solo carne umana. Justine si scopre cannibale, così come cannibale è la sorella — e apprenderemo, tutta la famiglia.

Se vi fa impressione l’idea che qualcuno mangi della carne umana, no, “Raw” non è per voi. Ma io difendo il film perché per me parla di tutto fuorché di cannibalismo. L’ho detto anche alla regista, presente in sala a fine proiezione, una francesina con la faccia da topmodel, la lingua tagliente e il cervello molto fino. “Raw” è un film imbevuto di violenza dall’inizio alla fine, ma non la violenza delle scene cruenti — che ci sono. La violenza, per esempio, dei riti d’iniziazione, del bullismo, della brutalità nei confronti degli animali. Un atteggiamento che rinvia alla violenza e alla brutalità della nostra società. E per me il film è proprio un racconto distopico sul mondo in cui viviamo, nel quale ci cibiamo di carne umana nel momento in cui leggiamo un quotidiano o sfogliamo Vanity Fair. Del resto si sa che i corpi, specie se femminili, sono spesso ridotti a carne da macello, siano essi rifatti dalla testa ai piedi, o ròsi fino alle ossa quando sfilano in passerella. Certo, la regista usa le maniere forti, nel senso che non va per il sottile. Non si risparmia nulla. Dita mozzate e mangiate con gusto, cosce scarnificate, guance azzannate, capelli vomitati… Ma, ripeto, sono le scene non esplicitamente cruente a rimanerci dentro. Una colata di sangue animale che piove sulle teste degli studenti del primo anno per “iniziarli” all’iniziazione. Scene di animali deformati in vasi di formaldeide nel laboratorio dell’istituto, Justine che, appena arrivata, sviluppa un rush cutaneo che la scortica viva e che sembra più vero che verosimile. Per non parlare poi dei rave che gli studenti organizzano e nei quali ballano, sudano, si devastano, si fanno (narcoticamente e reciprocamente) e si disfano, letteralmente si sfiniscono, acquisendo un’animalità più animale di quella degli animali.

La regista ha confessato che le interessava anche mostrare il lato umano del cannibalismo. I cannibali, ha detto, non sono altro da noi, non sono marziani. Sono umani. Mostrarli senza giudicarli era quello che ricercava. E mostrare anche il rapporto che si genera fra carnalità, desiderio e distruzione. Non è un caso — ha confessato — che la protagonista si chiami Justine… Ora, non so come siate messi in letteratura francese, ma io, che sono costretta a raggiungere la sufficienza per dovere scolastico (francese seconda lingua di laurea sul piano di studi universitari Fruner), devo sapere che Justine è la protagonista di “Justine o le disavventure della virtù”, del Marchese De Sade — quello da cui discende il termine “sadismo” — romanzo erotico in cui, alla casta Justine, ne capitano di tutte le sfumature di grigio. Fortunatamente per la mia sufficienza, avevo riconosciuto il riferimento, che la regista ha confermato: la protagonista si chiama “Justine” proprio per via dell’opera sadiana.
Se volete il cinema per rilassarvi, no, questo film non è per voi. Ma se riuscite ad affrontare del gore — questo non è splatter, è proprio gore — e se pensate come me che in fondo il cinema è anche questo, spingere i nostri limiti aldilà di ciò che è comodo e rassicurante, allora rimanete a stomaco vuoto, armatevi di coraggio e andate a vederlo.

Riconoscerete con piacere, le note del successo di Nada, tra l’altro in una sequenza apprezzabilmente molto pulp del film.
Considero “Raw” un film molto più utile e onesto di certa chincaglieria sonnolenta da viaggi in crociera tipo “La luce sugli oceani” — il film NO di Michael Fassbender, ma lo perdono perché un film NO può starci…uno…

E per stasera, purtroppo, è già tutto.
Trovate il Frunyc aggiornato  — adoro il modo in cui mi controcommentate i commenti…Keep doing it!

Visto che li WG Mat e le “due righe” su “Beata ignoranza” non si vedono, nel Maelstrom trovate un articolino sul Vino Nobile di Montepulciano — a riprova che di tutto sì, posso scrivere di qualsiasi cosa, anche di cose che si degustano e del cui gusto io non ho … 🙂
Sempre grazie dell’attenzione che mi dimostrate e saluti, perplessamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, http://www.lavocedinewyork.com/food/2017/03/12/la-sera-che-la-valdichiana-fece-sognare-new-york/
E lo dedico a Davide, il Fellow Testone dei Guys di Los Angeles, senese DOC della Contrada del Nicchio… 😉

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