LET’S MOVIE 319 FROM NYC commenta GLI OCCHI CAMBIANO

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Made-in-Italy Moviers,

Sono rientrata poco fa dall’Architectural Digest Home Design Show, una fiera dell’architettura e del design che si tiene una volta all’anno a Chelsea, tra il Pier 92 e il 94. Queste fiere sono molto fiere di esserlo. E non gioco con le parole a dir questo. Questi eventi attraversano certe parti della città passando di bocca in bocca — certe parti perché dubito che a Parkchester (Bronx) se ne parli, ma potrei sbagliarmi.
E per qualche motivo, ti ritrovi a nominarle, a dire “Ci vai anche tu, all’AD?”, “Ah, anch’io ci passo”… Quando dico così, mi sento newyorkesa, lo ammetto.
Poi ci metti piede e vedi che c’è del già-visto — molto — del mai-visto — poco, ma buonissimo — e poi c’è quella cosa che definisco so-newyorkish. Ovvero l’oggetto, l’idea, la trovata che dici ora è qui, e poi fra qualche tempo verrà esportata in tutto il mondo. Ma ora è qui. Davanti ai miei occhi, un pezzetto di futuro.
Due sono gli oggetti so-newyorkish che mi hanno fatto fermare&fremere. La prima è una creazione di uno studio di architetti che già dal nome vi conquistano. The Principals — The Principals! E voi adesso vi immaginerete uno studio super-cool a SoHo, oppure fra le gallerie d’arte del Meatpacking District. E invece, fregati — mai dare New York per scontata: Primo Comandamento del Vangelo Secondo Manhattan. The Principals creano a Brooklyn, e la descrizione che danno di se stessi è una poesia. “The Principals are an experimental design studio balancing utility with a universal sense of wonder”.
Li amo.
Tornando alla loro creazione. Si chiama Prism/Ziggurat. Immaginate un angolo. Immaginate di doverlo rendere vivo, di farlo diventare verde natura. Come fare? Accatastarci del calicanto? Ricoprirlo di edera? Pigiarci dentro delle betulline? Mmm… Tutte queste idee non hanno convinto The Principals. Come trovare il modo di combinare geometria e natura, si chiedono… Be’, guardiamo un po’ al passato mesopotamico e rivestiamolo di contemporaneo urbano, si rispondono…
Gli angoli non saranno più problemi per nessuno, d’ora in poi. Anzi, diventano dei luoghi delle meraviglie, da riempire con tutto il riempibile possibile. Ma certo, visto che la maggior parte di voi sono amanti della natura, riempiamoli di piante 🙂
Sì, li amo.

L’altro spazio davanti al quale ho pensato, a questa tavola starei seduta volentieri anch’io (!), è una creazione della New York School Interior Design. Piatti sospesi come le ciabattine di legno delle geishe, bicchieri skyscrapers, tutto bianco, nero, rosso, il trittico del fondamentale nel colore.
Ah, e naturalmente Reflectel. La TV che accesa è una TV, e spenta, uno specchio. Idea semplice, ai limiti dell’ovvio — cosa potrebbe diventare una superficie di vetro se non uno specchio? Ma nessuno ci aveva pensato… Nel Frunyc trovate una foto strepitosa. E l’effetto, della cornice “capannone industriale abbandonato”, lo spessore e lo specchio, fanno una combinazione estremamente cool&chic.
Invece, il mio Pritzker Prize personale per il miglior lampadario va a René Rubicek con “And Why not?” di Lasvit — my Moviers architetti, lo conoscete? 😉
E guardandolo, davvero vi chiedete “Epperché no?”…

Comunque l’idea di fondo, in questo genere di eventi, è che il Made-in-Italy, è visto sempre come la Madonna. Non ci si stufa mai d’invocarlo, venerarlo, ringraziarlo.
Un tipo 100% del Wisconsin, impiegato del brand “Bertazzoni” — che non riesce a pronunciare nemmeno se si sforzasse per i prossimi due anni — alla mia domanda falsamente ingenua “allora il Made-in-Italy è ancora garanzia di successo?”, mi guarda come se avessi appena bestemmiato e strilla “Of coooooourse! Made-in-Italy is sexy, is cool, is always the top. Always”.
Sexy, cool, top. Certo non si può dire che la ricercatezza linguistica sia il suo forte. Ma ho capito il concetto.
Poi però c’è anche il rovescio della medaglia. Insomma, prima dolce, e poi gabbana…
Al centro dello stand della Smeg, ecco che si erge uno dei classici frigoriferi bombati del marchio — avete presente, lo stile America anni ’50. Tutto coloratissimo. Troppo coloratissimo per i miei gusti. Mi avvicino e la standista, che parla alla velocità della luce, mi spiega che Stafanou DolcI and Domenicou Gabana hanno sponsorizzato questa special edition di sei frigoriferi ritraenti immagini “classiche” del repertorio siciliano, tanto caro ai due stilisti. Il teatro delle marionette, Garibaldi eroe dei due mondi, Cavalleria Rusticana, la stidda siciliana, i paladini e i limoni. Tutto in una grafica tipo i tarocchi, o carte da briscola. Tutto coloratissimo, tutto fintissimo.
Ecco, questo per me NON è Made-in-Italy. Né “sinergia” fra due big come D&G e Smeg che condividono l’amore per l’italianità. Questo è un modo volpone e mediocre di cucinare un’operazione commerciale, spacciandola per design. Ma già immagino chissà quante cucine ultra minimal si vedranno inserire dall’interior designer di fiducia, “il pezzo che contrasta e rivoluziona l’ambiente…un frigo special edition firmato da Dolce & Gabbana”…

Quanto ad arte che si spaccia tale ma che non lo è, ne ho vista assai alla Biennale del Whitney Museum, la prima nella sede disegnata dal nostro Renzo Piano. Ebbene sì, devo dire che questa settimana, se da un lato è stata contrastata da un meteo inclemente, dall’altra mi ha riservato dei momenti estetici notevoli. 🙂 Lunedì, come già in tanti sapete, anteprima stampa alla Biennale. Ne ho scritto abbondantemente in questo articolo su La Voce di New York, perciò non faccio un doppione. Tanti déjà-vu, soprattutto tante scopiazzatura in zona Arte Povera e Arte Astratta. Ma anche qualcosa di bello. Segnatevi Dana Schutz, Samara Golden…

Oggi non vi parlo di un film, bensì di un documentario. Anzi, una serie di documentari che potrete vedere a notte fonda su qualche canale della RAI — tipo 1,2,3 (stella!), oppure Storia, Cultura, insomma controllate. La serie s’intitola “Gli occhi cambiano” e il regista è Walter Veltroni, che era ospite all’Istituto Italiano di Cultura di New York, venerdì. E pensate, si ricordava… “Ma certo! All’Astra di Trento”, mi dice, quando mi vede. E io strillo: “Sììììì, dal Mastro! — e m’è colta una fitta di nostalgia, pensando alla sera di tre anni fa, quando Veltroni fu ospitato all’Astra per presentare “I bambini sanno”…

“Gli occhi cambiano” è una serie di sei documentari che ha scritto e diretto e che Rai Storia ha prodotto: sei episodi intitolati e declinati secondo verbi del nostro quotidiano — Ridere, Amare, Cantare, Tifare, Sapere, Immaginare — in un percorso che ripercorre temi, personaggi e momenti della storia politica e sociale dell’Italia attraverso il racconto che ne ha fatto la RAI in cinquant’anni di servizi.
Ora voi dite, auff che barba… Invece l’episodio che hanno proiettato, “Immaginare”, è un excursus interessantissimo, a fronte di una cernita minuziosa, nel patrimonio di filmati, interviste, documentari che la RAI conserva nelle sue segrete. Io l’ho definito “esempio godibile di archeologia visiva”, ma voi potete anche dire “è bello, punto”. 🙂

Veltroni s’è dunque rinchiuso negli archivi della RAI e ha spulciato filmati, interviste, vecchi programmi, riportando alla luce dei veri e propri tesori e raccordando il tutto con riflessioni che esplorano la traccia prescelta — la creatività. Un territorio ampissimo, che comprende creativi di caratura internazionale nel campo di letteratura, arte, poesia, scienza, cinema. Un gesto etico, il suo, che salva dall’oblio collettivo momenti “patrimonio dell’umanità” e li porge agli spettatori — a quelli delle nuove e future generazioni, immagino. Se lo spettatore è un curioso, e magari appassionato di letteratura, arte, poesia, scienza, cinema, non potrà che andare in visibilio. Umberto Eco che dice: “Il Papa e il Dalai Lama possono discutere per anni sulla verità di un asserto come Gesù Cristo è veramente figlio di Dio, ma non potranno non convenire sul fatto che Superman sia Clark Kent”. Gabriel Garcia Marquez che confessa: “Realista magico io? No, io sono un realista puro. E triste. E’ la realtà dei Caraibi ad essere magica, non io”. Montale che ammette di aver chiamato Beckett “Prickett”, e di essersi ritrovato con Dylan Thomas ubriaco fradicio nell’armadio di casa. Allen Ginsberg intervistato da una giovanissima Fernanda Pivano, a difesa di Kerouac, “che sperava in un’America di tenerezza e si ritrovò per le mani un mondo di plutonio”. E ancora registi. Truffaut, Charlie Chaplin che confida, poco prima di morire, di voler fare un film, The Freak, su un angelo con le ali — una tenerezza, nel modo di dirlo, da cui traspare tutto il suo Charl. Federico Fellini che racconta della volta in cui Walt Disney ospitò lui e la sua Giulietta a Disneyland e i tre giocarono come matti a fare i pistoleri nel più classico dei saloon. Hitchcock che spiega il suo segreto: terrorizzare lo spettatore non usando il buio e i luoghi paurosi, bensì la luce e gli uomini comuni. Ettore Scola che critica, con classe da maestro, l’intellighenzia presuntuosa degli anni ’70: “I miei personaggi sono ròsi dai dubbi, s’interrogano in continuazione. Invece l’intellettuale di oggi è sicurissimo di tutto…”, un concetto ripreso ed elaborato dallo stesso Veltroni in una riflessione sulla pratica del creare. “Creare è meraviglioso”, afferma, “e difficilissimo. Occorrono talento e tecnica. E occorre amare il dubbio, che della creazione è figlio e padre”.
E poi ancora Robert De Niro e Sergio Leone sul set di C’era una volta in America. “Penso che qualsiasi film sia politico. Attraverso il cinema si possono raccontare grandi verità” — rintocca Leone.
Letterati nazionali e internazionali, tra cui Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda, Ezra Pound, Tennessee Williams, Truman Capote, Isabel Allende, Nadine Gordimer, George Simenon, Louis-Ferdinand Céline, Mario Soldati — che mostra “lassù” la casa di un certo Benedetto Croce, “con le pareti ricoperte di libri dal soffitto al pavimento” — oppure Alberto Moravia che si arrampica su un cancello e sbircia Roma dall’Aventino.
Un viaggio meraviglioso, in cui io non ho fatto altro che appuntarmi tutte queste chicche 🙂
Il rischio, con operazioni come questa, è quello di scivolare nel nostalgico. E la nostalgia è un atteggiamento ambivalente. Tuttavia Veltroni ha risposto bene al mio dubbio. “La nostalgia personale è plausibile. Quella collettiva è inutile e dannosa”. Risposta esatta, Walter.
Come dicevo, i documentari sono in onda sulla RAI. Sospetto che anche gli altri cinque episodi siano ben girati come questo. Quindi, fate una ricerchina, su…

E anche per oggi è tutto, my Moviers. Credo di avervi detto la metà di quello che avrei voluto. Ma metà è meglio di niente.

Ho aggiornato il Frunyc,  e vi anticipo che questa settimana andrò a vedere “Song to Song”, l’ultimo film di Terrence Malik. Non perché io ami particolarmente Malik — anzi, ho ancora “The Tree of Life” piantato sullo stomaco… Ma perché il cast di questo film vanta Michael Fassbender, Ryan Gosling, Natalie Portman, Rooney Mara, Christian Bale, Cate Blanchett, Val Kilmer e Benicio Del Toro. Avrei potuto fermarmi ai primi due — due splendide ragioni per andare a vedere il film — ma poi voi avreste detto che Lez Muvi non racconta tutta la verità dei fatti. E io non voglio certo diventare la protagonista di “Spotlight 2”.

Prima di scappare via, date uno sguardo al Maelstrom… C’è la marcia dell’8 marzo da approfondire… 😉

Vi ringrazio molto della pazienza e vi porgo dei saluti, stasera, nostranamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Questa sera il Maelstrom è dedicato a WOPS, un collettivo di video-maker italiani che realizza video in giro per la città (forse non tutti sanno che “WOP” era un termine denigratorio con cui gli inlgesi, in modo particolare d’America, chiamavano gli italiani all’inizio del ‘900…). Da quando Trump è salito al potere — dico sempre così perché il passato non è mai stato così presente — Giorgio, Valerio e company vanno alle marce, alle manifestazioni, alle proteste, filmano, poi montano. Per testimoniare. Per riflettere e ricordare.
Questo video è stato girato l’8 marzo, durante International Women’s Strike partito da Washington Square Park, di cui trovate le foto anche nel Frunyc della settimana scorsa.
Giorgio mi ha presentato Sharlene Morris, proprio l’8 marzo. Sharlene è una fotografa — bravissima! — e fa parte del gruppo. Guardate il suo racconto in scatti e ditemi se non è bravissima… 😉
Giorgio e Valerio filmano. Sharlene fotografa. Io poeto.
Trump è salito al potere. Noi scendiamo in strada.

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