LET’S MOVIE 320 FROM NYC commenta SONG TO SONG di TERRENCE MALICK

LET’S MOVIE 320 FROM NYC commenta SONG TO SONG di TERRENCE MALICK

Frivolezza Fellows,

Ci vuole anche quella. E di quella qui ce n’è abbastanza. No, ce n’è tanta. Ma non confondiamola con la superficialità. Magari nel dizionario potranno anche essere sinonimi. Ma per me, la superficialità è dolosa — c’è del dolo in essa — e le conseguenze a cui può portare possono essere pesanti. Mentre la frivolezza ha la consistenza di una risata e i danni che comporta si limitano a un momento di leggerezza. Ecchesarà mai. Questo mi ricorda che la sinonimia è una delle più grosse utopie della storia della lingua: provate a cercare due parole con lo stesso identico significato. Muro e parete? Certo chennò. Prezioso e inestimabile? Men che meno. Donald e Benito? Non sono due parole. Sono due… Due… Nomi (im)propri…
Quindi Moviers, è vero che qui rimbalzo da un evento veltroniano a un edificio Piano, e che mi mescolo nelle marce pro-diritti di tutti i tipi e vado a degli incontri sull’urbanità femminista (!), con tanto di scholar che parlano di come una città possa essere più woman-friendly (!!)… Ma anche vero che mi ritrovo spesso in momenti in cui ciò che vedo mi fa talmente ridere, ma talmente ridere, che mi devo fermare e ridere.

Vado all’opening di questo ristorante nel Greenwich Village. Specialità: raw. Tutto crudo. Io sono in lista, ma quei dieci minuti di attesa fuori, li aspetti per dovere ministeriale. Poi hanno steso un red carpet davanti all’ingresso, con le transenne of course, e c’è una PR con la cartellina in mano e un sorriso che scioglierebbe l’Himalya.
Una volta dentro, ecco che mi sfilano davanti tutta una serie di personaggi che fanno di New York, New York. Un uomo con una cravatta a specchio. Come a specchio? Sì, una specie di mosaico di specchi attorno al collo. E poi un cliente con un cilindro nero, che gli invidio potentemente — voglio farmi un cilindro dall’età di otto anni. Mentre parlo con un gruppo d’italiani, mi passa accanto una figura tra la cameriera e la ragazza immagine. Una mulatta, alta come il Monte Bianco — diamo un po’ di lustro anche alle vette europee — capelli cortissimi biondissimi ossigenatissimi. Labbra viola. Maglia molto corta che scopre degli addominali disegnati dalla mano di Dio — e senza l’intervento di Maradona. Scivola fra noi avventori pigiatissimi, come l’acqua, e come faccia, non ci è dato sapere.
Fra loro c’è gente che ha le Nike tutte d’oro ai piedi, e quelli invece che di dorato hanno il dente, ma non saprei dire quale, ricordo solo lo scintillio in bocca, e il pensiero che anche lui, magari, soffre dello stesso morbo di Re Mida.
Con il gruppo d’Italiani parliamo d’Italia. E mi ricorda più o meno della stessa conversazione ma con un altro gruppo di italiani trapiantati a New York, a un altro aperitivo a SoHo. Si fanno confronti fra americani e italiani: le newyorkesi fissate con i soldi e lo status, superficiali al massimo, pronte a fare il confronto con le amiche sul numero di carati che il fidanzato metterà loro al dito. I newyorkesi sono meglio, ma gli etero sono esemplari in via di estinzione vista la straordinaria proliferazione del popolo gay — precisazione: non è che la proporzione dei gay a New York sia maggiore di quella di Catanzaro, ma a New York il coming-out è senz’altro più agevole che a Catanzaro, quindi sembrano la specie dominante. Poi, da italiani con il lamento in punta di dita, si passa a elencare tutti gli inconvenienti della città, primo fra tutti il fatto che di conveniente non ha nulla — se non l’ingresso alla mia piscina, come ricorderete, e come faccio notare, con orgoglio harlemita. E poi il tempo che vola via e non lo vedi nemmeno. E le vacanze che te le sogni perché qui non sono concepite. E gli inverni che non finiscono mai — “ma tu davvero pensi che questo inverno sia stato inverno??” mi chiedono, perdonando la mia innocenza solo perché sono arrivata da poco tempo, e aggiungono “Anche solo cinque anni fa, faceva tempeste di neve che duravano quattro giorni e quattro notti senza smettere un secondo”. E io tremo e ringrazio il surriscaldamento terrestre, anche se non lo dovrei dire. E poi le case di cartavelina che le costruiscono con il cartone e la cartapesta — insomma, carta. E le estati umide manco fosse il Polesine — “vedrai l’estate, vedrai…”, ammoniscono, minacciosi.
Alla fine di tutto questa lista, che persino Liza Minnelli che da sempre canta le lodi di New York avrebbe fatto le valige e cambiato stato, io chiedo “Ma tornereste in Italia?”. E qui la risposta è sempre la stessa. Sempre. “Ma che, sei matta? In Italia? L’Italia è perfetta per tornarci in vacanza, fare i turisti. Ma viverci adesso, manco morto/a”. Ecco, questo, più o meno, e con delle eccezioni, è l’Expat-pensiero.

Si ride anche delle diavolerie che s’inventano — tornando al frivolame. Il negozio nel Greenwich Village che vende l’impasto della torta, quella che leccavamo dalla zuppiera della mamma. Si chiama “Dō”, il negozio, storpiatura fun di “dough” — “impasto” — e te lo servono a mo’ di gelato. Della serie, al cliente non far sapere quanto fa male l’impasto senza cuocere…
Oppure l’idea di celebrare il “Macaron Day”, domenica scorsa, con macaron gratuito nelle rivendite del dolcetto. Oppure, e forse l’avrete sentito, fare ginnastica la mattina presto al MET… intendo, nei corridoi del MET, con “The Museum Workout”, una specie di via di mezzo fra la visita alle opere e una lezione di aerobica — e questa della ginnastica davanti a Rodin o Van Gogh mi sembra davvero la più grande caduta di stile/trovata marketing, che un museo poteva farsi venire in mente. In fondo New York è il lavandino del mondo: ci finisce dentro di tutto. A volte se ne esce con grandi sorprese. A volte con le 50enni in tuta davanti a Vermeer — ma un po’ di rispetto magari…

Parlando di frivolezza che ambisce al far filosofia… Questa settimana, come anticipato, sono andata a vedere l’attesissimo “Song to Song” di Terrence Malick. Ero molto curiosa ed elettrizzata. Non perché lo ami, come vi dicevo la settimana scorsa. Ma perché Malick è considerato uno dei big del panorama registico degli ultimi anni — e non so fino a che punto questa sia una frase fatta, un ritornello a cui molto ricorrono per inquadrare una figura che ha prodotto buone cose così come cose discutibili.
Avevo anche il mio cacciavite in tasca, quello che sfilo davanti ai pezzi grossi che devono essere smontati, pezzo per pezzo. Quindi resistere a 2 ore e 25 minuti di film non mi ha messo in difficoltà, come invece è successo a tre spettatori che hanno lasciato la sala 3 del Sunshine — sala che ne conteneva circa 8, di spettatori…

Tutto comincia con Faye (Rooney Mara), una musicista che cerca di sfondare nella musica. Ora, con il suo miagolio dovete farci i conti per tutte le 2 ore e 25 minuti, quindi siate preparati. A lei si aggiungono Cook (Michael Fassbender), suo amante saltuario e produttore del tipo bella vita, villone con piscina a sfioro, fauna umana del music-biz attorno — il classico figo posh-barra-esaltato che finisce per innamorarsi di Rhonda (Natalie Portman), cameriera che sogna di diventare una maestra d’asilo e che verrà corrotta fino alla corruzione massima da Cook. Sulla performance di Natalie, nulla da dire, è sempre perfetta, qualsiasi personaggio le metti addosso, lei lo sfoggia con la naturalezza di un Dior attorno a Grace Kelly. A completare il trio Faye+Cook, BV (Ryan Gosling), un musicista prodotto da Cook e innamorato contraccambiato da Faye. Quando la relazione fra i due si conclude, Faye proverà la deriva lesbo con Zoey (Bérénice Marlohe), e BV la deriva MILF con Amanda (Cate Blanchett).
Tra tutti questi personaggi, spuntano Iggy Pop, Patti Smith e pure un devastatissimo Val Kilmer — i primi due interpretano loro stessi, l’ultimo non si capisce bene.

Dunque partiamo con il dire che sul triangolo amoroso, come parlò Truffaut con “Jules et Jim”, nessuno mai, nemmeno Zarathustra. Quindi Mr Malick, devi inventarti qualcosa di più della tua solita narrazione che hai scelto di far tua negli ultimi due film — The Tree o f Life e To the Wonder. Anche qui infatti, la sintassi scelta è quella dell’ellissi, del pensiero espresso da un personaggio, seguito da quello di una altro personaggio, seguito da quello di un altro personaggio e così via, il tutto accompagnato da immagini esteticamente ineccepibili che spaziano da stormi d’uccelli in volo (un sacco di stormi), superfici acquoree in ogni forma e colore (piscine, mari, fiumi, pozze d’acqua), ville appena uscite dalla rivista AD, periferie messicane sapientemente selezionate in modo da ottenere quella sensazione di povero-di-pecunia-ma-ricco-di-suggestione tipico di certi paesaggi maya (tempio incluso, naturalmente). Il film, quindi procede tutto a flash, -back o no, questo sta un po’ allo spettatore deciderlo. Per quanto mi riguarda, sopporto molto bene quel tipo di narrazione, anzi, mi seduce proprio — il dismembramento (!!) dei punti di vista non lo inventa certo Terrence, ma glielo riconosco come scelta semantica distintiva. E va bene. Quello che proprio NON mi va bene è questa sua ambizione di fare il filosofo a tutti i costi, e costruire, sopra questi personaggi —che poverini, hanno solo la sciagura di essere umani e vivere di passioni e dolori come ogni sacrosanto essere umano — di costruirgli sopra una sovrastruttura di considerazioni universali che non servono proprio a nulla, se non a spazientire chi sta seduto in poltrona.
Perché Terrence, diciamocelo, il cinema è fatto prima di tutto e sopra tutto di immagini — ti ricordo che “Tempi Moderni” parla più di mille strillanti Muccini messi insieme — allora perché non ti limiti a fare dei film muti, con le tue splendide sequenze di scene splendidamente concatenate?
Se lui mi risponde, “be’ ma se faccio un film muto, chi va poi a vederlo?”. La risposta che si vede arrivare è: “Ma perché 8 persone meno 3, un venerdì sera nel cinema più frequentato del Lower East Side, ti sembra andar bene al botteghino?!?”.
E lo zittirei così. Poverino.

Il punto è che per discettare sugli universali, “Song to Song” si serve dei tormenti vissuti da questi personaggi — soprattutto il trio Faye, Cook e BV. Ma caspita, la letteratura, e il cinema, funzionano al contrario! Non si parte dalle stelle per arrivare alle stalle. Si parte dal personaggio, e si lascia al lettore/spettatore la libertà di cogliere quello che sta scritto SOPRA il personaggio. Non devo leggerglielo io, regista/narratore! Altrimenti:

  1. Che ci sto a fare io qui, spettatore? No perché se fai tutto tu, regista, allora basta dirlo e trovo un altro film in cui posso metterci del mio
  2. Mi togli il bello dell’esperienza artistica: trovare una trama, guardarci attraverso e scovarci le stelle
  3. Mi dai già tutto. Dubbi e soluzioni. Ma persino quelli della Settimana Enigmistica avevano capito che bisogna aspettare, dare il tempo di riflettere.

E qui arrivo al punto più dolente. Vista questa tendenza allo spiegone travestito da sfuggevolezza — “mai far capire che fai capire, fingi di rimanere vago, fai il Franco Battiato della situazione”, il tuo mantra personale — la filosofia che mi passi, Terrence, è di una banalità che potrebbe star tutta compressa in una manciata di Baci Perugina. Si ama, si soffre, si va avanti, ci si rinnamora, si risoffre, si va avanti, ci si pente, si vorrebbe tornare indietro e non si può, oppure si torna indietro ma è tardi, si ri-ri-soffre, si dimentica, e al contempo non ci si dimentica di chi abbiamo amato VERAMENTE. E si ri-ri-ri-soffre. Non mi sembra ci sia nulla di nuovo qui.

Se poi vi racconto il finale… Siamo davvero nel campo dello scontato e dell’ipersemplificato spinto. Diciamo che BV capisce che il vero senso della vita non è fama-femmene soldi-successo, quanto invece il tornare “back to basics”, lavorare da operaio, sporcarsi le mani a trivellar pozzi e poi sdraiarsi in un campo di grano e ripensare che i momenti più belli stanno nelle cose semplici, tipo accarezzare con l’acqua la pelle del tuo amore.
Ma queste cose, non sono un po’ cliché e anche, onestamente, un po’ riduttive? Non inscatolano i desideri di quell’universo infinito di umanità dentro la lettura più prevedibile che si può dare? E poi, non l’aveva già detto Sorrentino con “La grande bellezza” — facendo uso di una bellezza grande molto più di quella malickiana? E non ce l’aveva detto anche “Into the Wild”, che la società della competizione e dell’adeguamento al sistema poteva essere bypassata attraverso un ritorno alla natura?

E arrivo all’ultimo argomento. Forse il più grave. Come si può girare un film così scollato dalla realtà ADESSO? Come si possono osservare personaggi che non hanno alcuna parvenza di verosimiglianza — badate, NON ho chiesto verità, la verosimiglianza mi sarebbe bastata — e che vivono in un mondo asettico, architettonicamente di gran lusso, con uno sfoggio di design da far impallidire il Salone del Mobile, ma che non ha nulla a che vedere con l’umanità di oggi, costretta a guardare quello che sta succedendo fuori dalla finestra perché prima o poi la toccherà, in qualche modo?
Questi personaggi mi sembrano i soliti quattro borghesucci semi-intellettuali che passano le ore a farsi e disfarsi i pensieri in un tempo senza tempo, senza responsabilità, senza nessun tipo di dovere né nei confronti della propria vita né di quella della società. Qui la società non esiste — loro sono la società. Ma capirete che se loro sono quel tipo di società — villoni, mega-party, viaggi e una sacco di tempo libero per delle pippe mentali che nemmeno una campionessa come me potrebbe permettersi — non hanno nulla a che spartire con i comuni mortali che noi, comunamente, mortalmente, siamo.
Non dico che ogni film debba essere politico e impegnato, ma i personaggi sì, quelli devono essere sempre impegnati, dove per “impegnati” intendo calati in una qualsivoglia realtà. Qui la realtà in cui Malick li immerge è irreale, avulsa da ogni tipo di contigenza. Il più grande atto di castrazione alla virilità di un personaggio è quello di succhiargli via la vita e far di lui un bell’oggetto.
Ecco, i tre sono dei gran bei soprammobili.

Dal punto di vista formale, ripeto, non posso dir nulla. Malick, con una cinepresa in mano, danza. Alcune scene sono davvero eccezionali, e alcune altre riescono a spiegarti come si manifesta l’amore — guardare dentro la bocca del proprio amore “per vederne l’anima”, oppure fare sul letto le acrobazie che si facevano da bambini, oppure le capriole, oppure i dispetti. Ma purtroppo la forma non basta. E la sostanza non può essere artefatta, altrimenti, caro Terrence, ricadi nella forma, e siamo punto a capo.
Ciò detto, un biglietto al cine non si nega a nessuno — be’ quasi. A Malick no, non si nega, quindi andate a vederlo. E magari fatemi sapere… 😉

E ora, Fellows, dopo questo pippone, una bellissima notizia… O meglio, per me lo è. Anzi, più di bellissima. Agognata, sospirata, sudata. Tutti gli –ata con della fatica intorno che vi vengono in mente.
Da ieri non solo mi trovate in Let’s Movie e su Magazzino 26 — e nel Frunyc. Sono stata ammessa dal Board di Italian Poetry.org — il Board loro, non io! — fra i poeti pubblicati nel portale istituzionale che raccoglie l’opera dei poeti più rappresentativi del ‘900. Ci stanno personaggini tipo Montale, Ungaretti, Luzi, Zanzotto, Sereni, Raboni… E poi i più recenti, come Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga, Paolo Ruffilli, Franco Buffoni, Maria Luisa Spaziani… Se andate alla lettera F, trovate una Fruner, che sarei io quando smetto i panni da Board e indosso quelli non ben definiti, ma tanto amati, di poeta. Sono oltremodo contenta perché da oggi avrete modo FINALMENTE di leggere le mie poesie, quelle in italiano tratte dalle raccolte Lucciole e La chiave nel mazzo, e anche quelle in inglese, che appartengono a una raccolta nata qui in inglese, Bitter Bites From Sugar Hills. In tanti di voi mi hanno sempre chiesto “dove possiamo trovare le tue poesie?”. Ecco, potete trovarle cliccando questo link.
Non fate caso all’impaginato un po’ scombinato — i letterati saranno anche maestri del linguaggio, ma l’HTML meglio lasciarlo ai geek…
Mi piace pensare che questo piccolo (no GRANDISSIMO!) sogno si sia avverato anche grazie a New York City e all’influenza che esercita sulla mia vita…
Mi farebbe un immenso piacere che mi leggeste anche lì, nell’altra veste. Ci sono così tanti lati che compongono noi stessi, che nemmeno i centomila di Pirandello riescono a contenerli. E dentro, o dietro, tutte quelle tende, l’uno che nessuno riuscirà mai a cogliere completamente…
E chi l’ha detto che essere umani è facile?? 🙂

Ed ero davvero mi zittisco, e vi racconto del mio viaggio in battello a vapore su per l’Hudson River la settimana prossima, promesso… 🙂
Per ora, Frunyc  aggiornato, Maelstrom con articolino e saluti, stasera, vanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vedete un po’ che razza di territorio, la Valdichiana Senese
🙂

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply