Posts made in aprile, 2017

LET’S MOVIE 324 FROM NYC – commenta “GILBERT” all’interno del TRIBECA FILM FESTIVAL 2017

LET’S MOVIE 324 FROM NYC – commenta “GILBERT” all’interno del TRIBECA FILM FESTIVAL 2017

Matrioske Moviers,

Ormai vivo dipinta all’Istituto Italiano di Cultura, l’avete forse intuito. 686 Park Avenue.
Io che me ne scendo da Harlem, mi sento ogni volta Arnold, che dalla 130esima aveva trovato casa del Signor Drummond nell’Upper East Side. E quello, l’Upper East — UE come lo chiamano qui — è un posto davvero singolare. Si alterna fra Park Avenue e la Madison. La Lexington, per qualche strano motivo, fa più cheap, perde quella signorilità delle altre due Avenue. Avedue — forever silly ©.
Mi è capitato di percorrerle una domenica mattina, e l’orizzonte cambia completamente rispetto a quello che sono abituata a vedere io. Qui le facce sono naturalmente tutte bianche — tranne la mia, che dentro è più nera di Whoopi Goldberg. Le donne, o in tenuta ginnica con il tappetino dello yoga sottobraccio e un beverone verde in mano, oppure che azzardano, nel timidissimo caldo affacciatosi qualche giorno fa, quei completi più da barca che da borough newyorkese. Scamiciati azzurri stirati di fresco da una qualche Graçiela — non la bici, la donna di servizio — occhialoni da sole, qualcosa di vagamente portofino nel look. Forse l’Upper East è proprio la Portofino di New York. I dog-sitter che vedete a Central Park, e in molta letteratura soprattutto cinematografica, qui non si vedono. Qui i cani sono preziosi quanto i membri della famiglia e sono i membri della famiglia che li portano a spasso — o viceversa, devo ancora capirlo.
Ci sono le signore intorno alla sessantina con mocassini evidentemente italiani e spolverini evidentemente giapponesi. Sicuramente i loro studi sono pieni di cataloghi d’arte, i loro frigoriferi di Acqua Panna. Gli uomini sono altissimi e magrissimi. E di solito hanno un dubbio gusto nel vestire, ma mascherato bene da anni di mascheramenti, o da mogli molto capaci.
Qui e là notate discrete insegne “townhouse for rent”. Ad Harlem, si usano i lampioni o le fermate degli autobus per pubblicizzare, di solito in maniera assai rumorosa, una “Open house!!!!!! Come on over and check this crib out, folks!!!!”, che poi è un appartamento di pochi metri quadri, che di solito va via come il pane — i cartelli non durano più di un pomeriggio. Se la townhouse è “for sale”, significa che dovete sborsare qualche milione. Ma del resto siamo a Portofino.
Da quando frequento praticamente giornalmente il Bronx —il cui richiamo sta a me come la foresta stava a Jack —ogni volta che vado all’Istituto Italiano di Cultura, penso che Park Avenue continua su e su e su e su fino alla 168esima, proprio nel cuore del Bronx. E’ sempre lei, ma cambia tutto. Mi fa impressione pensare che, nel giro di tre-quattro miglia, una strada stravolga i propri connotati in maniera così radicale. Ma anche questo rientra nel dogma dell’“everything is possible in New York”.

Insomma, dicevamo, Istituto Italiano di Cultura. Tre giorni fa una conversazione fra due candidati al Nobel, uno dei quali di casa nostra. Claudio Magris. E l’altro, Norman Manea, forse il più importante scrittore rumeno vivente, da anni trasferito a NYC (mica scemo).
S’è parlato più che altro di “Non luogo a procedere”, romanzo di Magris di cui è appena uscita la traduzione in inglese, “Blameless”. Voi potete immaginare cosa possono essere due papabili Nobeliari in conversazione. E vedete un po’ lo spreco. La sala era assai sguarnita. Una trentina di persone, metà della capienza della stanza, a star larghi.
E questo forse, di New York, risento. C’è talmente tanto là fuori, talmente tanto bendiddio, che gli eventi duplicano, triplicano, quintuplicano nelle vostre agende come i Gremlins a contatto con l’acqua. Vorresti essere due, tre, cinque persone contemporaneamente. Scinderti e sparpagliarti in giro per la città e prendere tutto. Non è semplice FOMO, Fear Of Missing Out, la paura di perdersi qualcosa di importante. E’ piuttosto come salvare un Caravaggio da un incendio e lasciar bruciare un Botticelli. Scegliere, a volte, è esattamente così penoso.
Tornando ai Nobeliari… Ho fatto una domanda al sommo Magris, che mi rigira in testa da molto tempo. E l’ho fatta a lui perché lui è tutt’uno con Trieste, sua città d’origine ma anche luogo centrale nella sua letteratura. Chemmi dici dell’appartenenza? Dell’attaccamento a Trieste? No perché io sono non poco spaventata dal passo brevissimo che divide appartenenza e nazionalismo, nazionalismo e protezione del suolo patrio, suolo patrio e muri sorti sul confine messicano… At the back of my mind, naturalmente, pulsa anche il caso del Trentino, che sul radicamento al territorio ha fatto la sua campagna di etica e marketing ormai da anni, cheddico, Amministrazioni.
“Dobbiamo tenere sempre in mente l’immagine delle matrioske. Noi non siamo una identità, ma siamo molte identità insieme. Le une dentro le altre. Io sono triestino, certo. Ma sono italiano. Sono europeo. Sono mitteleuropeo… Sono una matrioska”.
Alla fine del Q&A io ho applaudito con vigore hooligan per via di quell’immagine. La matrioska. In un tempo in cui l’Italia viene a Washington e piega la testa a Toro Seduto — non so se avete seguito il nostro Presidente del Consiglio alla Casa Bianca — e in un tempo in cui la Francia, terra di Liberté-Egalité-Fraternité corre il serissimo rischio di spalancare le porte a Marine Le Pen, chiudendosi dietro le spalle quelle europee in pieno stile UK, giugno 2016. In un tempo così, non dovremmo forse fabbricare centinaia di migliaia di milioni di piccole matrioske e cominciare a far passare il concetto che siamo come loro? Contenitori che contengono culture? E che non c’è nessun cuore puro al centro, che invece siamo proprio tutto il contorno: l’incastro di tutte quante le piccole diverse matrioske che siamo?
Avrò anche bruciato tre-quattro Botticelli, quella sera all’Istituto, ma in questo istante sto ancora apprezzando il valore del Caravaggio che mi sono portata a casa…
Comunque stay tuned perché scriverò un articolino sull’evento per La Voce di New York che vi linkerò domenica prossima 😉

Questa settimana per quanto folle — la settimana o io, troppo comodo, disambiguare — sono riuscita a vedere un numero quasi preoccupante di film. Di solito, da quando sono qui, riesco a ricavarmi a stento una sera a settimana — con profondo sconforto, evidentemente. Ma questa settimana è partito il Tribeca Film Festival.
Sono già passati 16 anni da quando Bobby De Niro, dopo l’11 settembre 2001, decise di mobilitare la macchina di conoscenze sopra cui poggia il sedere e mettere in piedi un festival internazionale a NYC. Non che qui i festival manchino, anzi, ne spuntano a ogni angolo, e tutti con il proprio premio, premio della giuria, premio del pubblico, pass, press, red carpet e annessi e connessi. Ma del Tribeca ti rimangono impresse le proporzioni.
98 film in programmazione, provenienti da 30 paesi, 78 premiere mondiali, 37 opere prime e 32 registe donne su 98 film totali — sempre poche, ma comunque sempre di più rispetto ad altri Festival/Feste/Mostre… Ho letto che quest’anno il Tribeca Film Festival ha ricevuto oltre 8.000 proposte di film.
In questo weekend ho visto un documentario — “Gilbert” — una spin-off da una serie televisiva firmate da Michael Winterbottom — “The Road to Spain” — e un film di finzione — “Flower”. Parto e fulmino con un “inclassificato” quest’ultimo, una banalissima storiella della banalissima teenager bisbetica e lolitesca, con il padre in galera e la madre più figlia di lei, che si ritrova un fratellastro depresso del quale però finisce per innamorarsi.
Scusate, ma frugare meglio nelle 7999 proposte cestinate, no?
“The Road to Spain” mette insieme due mostri di recitazione comica, Rob Brydon e Steve Coogan, che erano già stati protagonisti di “The Trip to Italy”. Ma oltre a quello, il nulla cosmico.

Fortunatamente il documentario, “Gilbert”, di Neil Berkeley ha risollevato il mood e anche il ranking che sto preparando per valutare il lavoro di Bobby De Niro. 😉 “Gilbert” è Gottfrid, uno dei comici più famosi, scomodi, dissacranti che l’America abbia mai prodotto. Una specie di Roberto Benigni al cubo, ma molto più volgare, disinibito, cavallopazzo del nostro Benigni. Gottfrid, nella sua carriera, ha cercato di far ridere su tutto il risibile possibile. Olocausto, 11 settembre, bambini e tsunami inclusi.
Il regista l’ha seguito nella sua vita famigliare, nella sua dimensione da piccole — grandi — manie e idiosincrasie. Ne è uscito un ottimo prodotto che spero sbarcherà in Italia, anche per farci conoscere un livello di satira che noi, in Italia, non ci sogniamo nemmeno. Ma non solo. Berkeley ha saputo guardare dietro il personaggio che Gottfrid si è costruito e al quale obbedisce ancora oggi, a 62 anni, portandolo in giro per i locali a ripetere le stesse battute, gli stessi spettacoli. Alla fine l’idea è proprio quella che più il comico dimostra di essere completamente sprovvisto di peli sulla lingua quando è sul palco, più è malincomico, taciturno e impacciato nella vita quotidiana. Woody Allen semper docet, dopotutto.
Quando si parla della libertà dell’America, forse bisognerebbe tenere a mente anche questo aspetto. In Italia, ci sono degli intoccabili, dei tabù talmente tabù su cui ridere non è assolutamente concepibile né consentibile. Fossimo in un’aula magna, aprirei qui il dibattito e modererei con gran gusto. Quello che mi interesserebbe capire non sarebbe soltanto se ci sia un limite oltre il quale non si possa eticamente andare. Mi interesserebbe capire perché qui in America quel limite venga sfidato e rinegoziato — come per esempio da Gottfrid — mentre in Italia non riusciamo ad andare oltre Crozza e Celentano. Oppure finiamo nell’eccesso perverso opposto per cui i comici si mettono a fare politica… Ecco, nella stand-up comedy americana, nel Saturday Night Live, nella satira televisiva, c’è una benedetta sospensione della correttezza politica. Come già fatto notare, imperversa poi nella vita newyorkese quotidiana, ma in televisione no, tutto è permesso. Questa contraddizione non smette un attimo di stuzzicarmi il cervello. E di mandarmi ai matti, anche.
Quanto alla presenza italiana al Tribeca, un unico cortometraggio, “Viola, Franca” di Marta Savina, che domani incontrerò allo Smyth, nel cuore di Tribeca. Un corto è meglio di nessun corto, certo. Però i metraggi lunghi arrivano più lontano, e questo è un dato matematico.

Allora Moviers, questa è l’ultima settimana newyorkese per il momento. Domenica prossima torno in Italia per il numero inferiore di settimane possibili (3 o 4) in attesa — e nella beata speranza — che l’Immigration Office USA mi conceda il visto O1 — dove “O1” sta per “Ohvvvipregodatemene1”. Vi ho risparmiato l’Apocalisse che è stata la raccolta di tutta la documentazione necessaria. Preferisco stupirvi con un’Annunciazione, a tempo debito — e scusate la china biblica giù per la quale sto scivolando…
Per ora cercherò di vivere l’Italia come luogo di villeggiatura — il miglior modo di vivere l’Italia. E poi, in qualche maniera, I will go back to my love. New York. 🙂
Quindi può essere che il prossimo Lez Muvi arrivi lunedì, direttamente dall’esilio (!). Oppure chissà, domenica, prima di chiudere la casa dolce casa di Sugar Hill.

Nel Maelstrom, Moviers, c’è l’intervista numero due a Sara Cavazza Facchini, la direttrice artistica di Genny, che ha presentato a NYC la nuova collezione autunno-inverno. E non è un articolo che interesserà solo i fashionisti fra voi, ma anche gli architetti… 😉
Il Frunyc verrà aggiornato nelle prossime ore, abbiatemi pazienza 🙂

E ora Fellows, grazie dell’ascolto, e saluti, stasera, dasvidaniamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccolo, 🙂

http://www.lavocedinewyork.com/lifestyles/fashion/2017/04/19/art-deco-e-anni-ottanta-per-la-donna-genny-autunno-inverno-2017-2018/

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 323 FROM NYC – commenta “MAURIZIO CATTELAN: BE RIGHT BACK” di MAURA AXELROD

LET’S MOVIE 323 FROM NYC – commenta “MAURIZIO CATTELAN: BE RIGHT BACK” di MAURA AXELROD

Minvitano Moviers

a una di quelle cene newyorkesi, in quegli appartamenti da AD — tutto di design, ma meravigliosamente funzionale e sottotono, niente eccessi, nulla di troppo. Cynthia e Ali, una coppia di architetti a dir poco adorabili. Mi fanno subito sentire a casa, appeno metto le mie scarpe architettoniche dentro dalla porta. Sì, per l’occasione ho indossato le scarpe architettoniche, quelle disegnate dal nipote di Rem Koolhaas — con le scarpe il funzionale funziona diversamente. Non sono passate inosservate, naturalmente, né dalla coppia di architetti, né dal ballerino naturalmente gay fra gli ospiti, né da una quantità di altri taxisti, gay e passanti che ho incontrato nel raggiungere il 285 Lafayette.
Nolita. A due passi due dall’Angelika Film Center e dalla Old St Patrick Cathedral di Little Italy, la chiesa della mafia anche solo cinematografica di NYC.
I newyorkesi hanno un modo molto “mild” di fare con le persone. Ti mettono a tuo agio senza farti percepire che stanno mettendoti a tuo agio, il che è il modo più azzeccato. Non conoscevo nessuno — uno di quegli inviti spuntati dal cilindro del networking. Giusto il tempo di farmi aprire dal concierge e di dirigermi all’ascensore, e lì, in ascensore, incontro tutti gli invitati. Quando arriviamo al nostro piano, siamo già tutti bell’e amiconi.
Due parole, please, lasciatemele spendere sul ballerino. La bellezza a volte può essere dolorosa. Ecco, questo è il caso. E tranquilli, non ho incolpato la natura, il fato, i geni per il fatto che fosse gay. L’ho accettato. Con cordoglio, ma l’ho accettato.
A un certo punto la padrona di casa ci invita a seguirla sul “rooftop” perché deve cucinare il pesce alla griglia, quindi, se andiamo a farle compagnia è contenta. Io ovviamente mi aspetto uno di quei tetti piatti un po’ incolti e scassati, con il barbecue ovulo-portatile in un angolo e una piscinetta del 1992 bucata nell’altro. Una sedia zoppa anche, e in lontananza, oltre campi di cemento e bidoni della spazzatura, il traffico newyorkese. Ovviamente ho fatto male i conti. Primo perché mi trovo a Nolita, e non a Bushwick (deep Brooklyn), e la skyline mozzafiato comprende il New Museum sulla Bowery e tutto l’East Village.
Il rooftop, poi, è un’altra pagina rubata da AD. Cucina a vista in acciaio, con un fuoco vivo e vegeto da far invidia a Cracco, un patio con un lungo tavolo per le giornate estive, un angolo con sedute in tek e strutture in acciaio alle quali ho immaginato delle gran tende di lino bianco ed ecru, l’estate… Distolgo lo sguardo dalla sagoma del New Museum e lo porto giù, in basso, sui terrazzi degli appartamenti sottostanti.
Il ballerino, e tutta la sua dolorosa bellezza mi si avvicinano, e mi dicono “Sai chi abitava lì?”.
Scuoto il capo, e mi preparo — ma non c’è preparazione che tenga. Lui e i due architetti sono amici da tanti anni: è come uno di famiglia, quindi conosce bene il building.
“David Bowie. He was such a nice guy”.
E me lo dice non per far sfoggio o per farlo fare al proprietario di casa. Me lo dice per farmi capire che Bowie era un vicino in gamba.
Ecco, la differenza tra New York City e Los Angeles. A Los Angeles avrebbero inserito la location sulla Map of the Stars che ti indica il tour delle ville dei vip tra Beverly Hills e Bel Air.
A New York queste cose non interessano. Non è città da paparazzi e scoop. Per questo tante celebrities si trasferiscono qui. Tra parentesi, ho passato la serata degli Oscar con René Zelwegger (=Bridget Jones) seduta al mio fianco, tranquilla come la Pasqua di oggi…
Il padrone di casa non mi avrebbe mai detto che al piano di sotto di casa sua abitava David Bowie. Semplicemente perché lo showing-off non interessa. Sono ciance. E i newyorkesi sono low-profile.
Lo stesso ballerino mi ha appena detto “Era un tipo in gamba”.
Ora, stiamo parlando di uno dei mostri sacri della musica del 21esimo secolo.
Un tipo in gamba.
Adoro NYC.

Dopo aver grigliato il pesce spada, ritorniamo giù nell’appartamento e parliamo di tutto e di più. Tra gli ospiti, due restauratori di opere d’arte moderne e contemporanee, una giornalista italiana, un immobiliarista, il ballerino, io. Finiamo ad un certo punto a parlare della Biennale al Whitney, un evento che non è passato inosservato, essendo la prima nella nuova sede by Renzo Piano. Forse ricorderete, ve ne parlai, qualche Let’s Movie fa. Vi dicevo “Tanti déjà-vu, soprattutto tante scopiazzatura in zona Arte Povera e Arte Astratta. Ma anche qualcosa di bello. Segnatevi Dana Schutz, Samara Golden”.
Dovete sapere che nei giorni scorsi è scoppiata un’enorme polemica intorno ai quadri di Dana Schutz. L’artista — bianca — è stata accusata di essersi appropriata del dolore nero nel quadro “Open Casket”, un dipinto in cui la Schutz ritrae la bara aperta con dentro il corpo di Emmett Till, un ragazzo afroamericano ucciso barbaramente e sfigurato da un bianco, nel 1955. L’artista è stata accusata di aver sfruttato il trauma nero per motivi commerciali ed è stata richiesta la rimozione del dipinto. Un’artista di colore, Hannah Black, ha addirittura inviato una lettera al Direttore del Whitney chiedendo la distruzione dell’opera. E un gruppo di attivisti neri, un paio di settimane fa, hanno bloccato la visione del quadro, mettendosi in piedi davanti all’opera.
La Shutz ha rilasciato una dichiarazione. “I intended to convey the universal horror of the murder and acknowledge the country’s lingering racism. I made this painting to engage with the loss. It was never for sale and never will be”.
La polemica qui è corsa su tutte le pagine del New York Times e del New Yorker, e, come vedete, è filtrata anche nelle cene a Nolita. L’argomento, durante la cena, è stato introdotto con la political correctness che subodoro sin da quando sono arrivata a novembre. “It is difficult to say who’s right and who’s wrong”… Al che io, che vedo nella correttezza politica il tappeto sotto cui prolifera la cancrena del razzismo, mi schiarisco la voce e spiattello quello che penso di tutta questa polemica.
“Il dolore ha un colore? No perché se allora decidiamo anche chi ha il diritto o meno di raccontare il trauma, facciamo discriminazione ideologico-creativa bella e buona. Il gran dono degli artisti è l’empatia — sentire come. Se li accuso di impadronirsi della sofferenza altrui, accuso l’essenza stessa del loro talento.
Cioè, arriviamo al punto di chiedere la distruzione dell’opera d’arte?? Chi siamo, i nazisti in pieno 1939? Entartete Kunst e i falò a Berlino alimentati con le tele delle avanguardie??”.
Lo sapete come sono quando m’infervoro…
Al tavolo è caduto il silenzio, e il tonfo è stato bello forte. Forse tirare in ballo i nazisti, in una NYC 80% ebrea, è stato un po’ fortino… Quando finisco di parlare, gli ospiti mi guardano con occhi diversi. Non sono più la bella italiana con l’architettura ai piedi. Sono un cervello con una lingua tagliente.
Mission accomplished, mi dico. E speriamo che non l’abbiano presa male…
Ebbene, siamo andati avanti a parlare fino all’una di notte… 🙂

E questo, mi rendo conto, è un Lez Muvi tutto artistico. Il mio film newyorkese della settimana è stato “Maurizio Cattelan: Be Right Back”, un documentario di Maura Axelrod sulla vita e l’opera del nostro artista forse più rappresentativo sulla scena mondiale. In Italia arriverà solo per due giorni, il 30 e il 31 maggio, quindi mi raccomando, non perdetelo.
Attraverso una serie di interviste a curatori, collezionisti e savi del mondo dell’arte, ma anche figure famigliari e affettive dello stesso Cattelan — come la sorella, l’attuale fidanzata e la ex fidanzata, Victoria Cabello — Mara Axelrod si è cimentata nell’impresa di raccontare uno degli artisti più discussi, controversi, ironici, dissacranti dei nostri tempi, mente di opere a metà strada fra l’happening, la scultura e la performance live.
So far so good. Ma c’è di più. A un certo punto capiamo che “Be Right Back” non è un semplice documentario. Uno dei protagonisti è Massimiliano Gioni, ex Direttore Artistico del MoMA PS1, e ora del New Museum — quello sulla Bowery di poco fa — e prima ancora grande amico di Cattelan.
Sentite qua. I due s’incontrano e diventano amici nel 1998, quando un giovanissimo Gioni deve intervistarlo per la rivista Flash Art. Cattelan si dimostra recalcitrante a rispondere e per ogni domanda ricicla frasi altrui. I due si divertono così tanto che l’artista, timido in pubblico ai limiti del patologico, propone a Gioni di sostituirlo in tutte le occasioni che richiederebbero la sua presenza. E quindi lo delega a rilasciare interviste, conferenze, interventi al suo posto, facendo di lui una sorta di suo alter ego/controfigura/portavoce. Cosa che Gioni ha fatto per i successivi dieci anni. E che fa ancora.
Il documentario è una sorta di mockumentary, fakeumentary, o forse fun-umentary in cui quanto viene raccontato potrebbe essere vero oppure completamente inventato. La regista ha tenuto a precisarlo, alla fine. Gioni si spaccia per Cattelan per tre quarti del girato e solo verso la fine il giochetto è svelato. In realtà non è un giochetto. E’ tutto frutto della mente ludica, lucida e geniale di Cattelan che trasforma una sua ossessione personale — quella di farsi vedere in pubblico — in un momento artistico. Io sparisco e al mio posto creo un altro da me — Gioni — che interpreta me, ma che non è me. Il gioco tra verità e finzione — centrale nell’arte e nell’interpretazione dell’arte — è portato qui all’estremo.
Ben nota è la ricerca di Cattelan verso la frammentazione dell’io e la serializzazione della propria identità — non so se avete presente tutti i pupazzi-bambini che lui crea hanno una faccia che è una specie di suo alter ego. Ma è anche famoso per la sua elusività. Cerca sempre di sfuggire e ha messo in atto, soprattutto all’inizio della sua carriera, tutta una serie di strategie di evasione che si sono dimostrate vincenti e hanno attirato l’attenzione su di lui. Il titolo del film — “Be right Back” — origina da Torno subito, il nome dal cartello che Cattelan aveva attaccato al muro della galleria d’arte che doveva ospitare una delle sue prime esposizione. Nessun opera, nessun dipinto. Solo il cartello “Torno subito”.
L’ironia, dunque, è fondamentale nelle opere cattelaniane. Ma sbaglieremo a giudicarle come dei semplici passatempi pop-artistici. I tre bambini fantoccio appesi in un parco a Milano, il papa atterrato da un meteorite (“La nona ora”), il corpo riverso di Pinocchio dentro una piscina — annegato, affogato, perso? — di “Daddy Daddy”. Una mano aperta con un solo dito, il medio, che si staglia davanti alla Borsa di Milano (L.O.V.E ), e ancora Hitler bambino inginocchiato con le mani incrociate (“Him”), i cavalli che pendono dal soffitto, Charlie con le mani inchiodate a un banco. Queste opere NON fanno ridere. Ingenerano un senso di smarrimento, come se vedessimo qualcosa di todorovianamente fantastico davanti a noi — sconosciuto. Ma anche comprensibile, in un certo senso. Questa coesistenza di comprensibile e incomprensibile — Hitler sta pregando? Chiede perdono? Trama altri misfatti davanti a un suo qualche malefico dio? — ci spiazza completamente. Ed è questo, alla fine, il senso dell’arte. Mostrarti l’immostrabile.
L’arte di Cattelan, dopo un primo istante di dubbio — ma questo ci è o ci fa? — mi parla. Sarà perché affonda le radici nell’arte concettuale e povera di un Piero Manzoni o un Kounellis. Sarà perché riesce a sovvertire il non-sovvertibile e a frugare orrori dell’inconscio collettivo — bambini impiccati agli alberi e Pinocchi affogati — la sua opera esercita un forte effetto su di me.

E qui devo dare a Guggenheim quel che di Guggenheim. Nel 2011 il museo ha realizzato “All”, una personale che sintetizza tutta l’opera dell’artista padovano. Sapete cosa hanno architettato? Hanno riprodotto tutte le opere più note e rappresentative dell’artista e le hanno appese a una struttura metallica in cima alla spirale del Guggenheim. L’effetto — anche solo guardarlo in video — è strepitoso. Tutto Cattelan lì, per aria — per altro una posizione che piace molto all’artista, che è solito appendere ogni sorta di oggetto/animale — e lo spettatore al pianterreno, con il naso in su, a guardare questa nuvola Cattelan tra meraviglioso e orroroso aleggiare sopra la sua testa… Ma dov’ero nel 2011?? Ma come ho potuto perderla??
Il Guggenheim sarà anche sopravvalutato, ma poi ti fa queste iniziative. Del Q&A post-proiezione mi è rimasta impressa l’angoscia della Direttrice: temeva un qualche errore nei calcoli degli ingegneri, e un crollo di tutta l’istallazione, edificio di Frank Llyod Wright compreso. Quindi anche il Guggenheim ogni tanto fa del bene, e io dovrei starmene zitta.
Gioni, anche lui presente, sembra una simpatica canaglia. Di quelle molto molto furbe. Aveva 24 anni quando incontrò Cattelan. E senz’altro quest’amicizia speciale ha contribuito alla sua scalata nel mondo della direzione museale. Non ha solo diretto MoMA PS1 e ora il New Museum, ma anche la Fondazione Trussardi di Milano, e collabora con ruoli direzionali anche a tutte le Biennali che vi vengono in mente. Fortuna e scaltrezza.
E un’ultima domanda. Ma perché, un documentario su Cattelan, non l’ha fatto un italiano, dico io?!?

Un altro motivo, ve lo confesso, per cui sono stata a vedere il documentario è la sala in cui si è tenuto. Ha riaperto, proprio venerdì sera, il QUAD, cinema storico del Greenwich Village, chiuso la scorsa estate per ristrutturazione. Il QUAD nacque nel 1972, e fu il primo multisala d’essai della East Coast. Una specie di Astra, ma con il Greenwich Village intorno. Ora gli interni sono molto rosso-cool e minimal. Molto nero, troppi neon e non si respira più nulla di vintage. Ma vale la pena di aggiungerlo alle sale newyorkesi con programmazione interessante. Pensate che adesso, per quindici giorni, ospitano una retrospettiva sulla nostra Lina Wertmuller… 😉
Come sempre e perennemente ho parlato troppo. E ancora devo rimandare racconti-incontri paranormali… Poi mi si chiede “perché New York?”…

Ho aggiornato il Frunyc, al solito, e nel Maelstrom vi metto un articolo che credo di non avervi mandato, lo scorso mese… Così vedete cosa fanno all’ONU per le donne 😉

Grazie, sempre, per l’ascolto e la lettura. Raccolgo incredula delle testimonianze che mi seguite e leggete con un’attenzione commovente. Keep doing it!
I saluti, stasera, sono ricettivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccolo qui, c’è pure l’Astrosamantha nostrana, impossibilitata a raggiungere NYC dalla tormenta di neve…
http://www.lavocedinewyork.com/en/un/2017/03/16/empowered-italian-women-at-the-united-nations-csw61/

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 322 da NYC commenta “GET OUT”/”SCAPPA!” di Jordan Peele

LET’S MOVIE 322 da NYC commenta “GET OUT”/”SCAPPA!” di Jordan Peele

Manhattan II Moviers,

Così si chiamava il battello a vapore che mi ha portato, un paio di settimane fa, a risalire l’Hudson. Non sto qui a spiegarvi come ci sono finita, in una gita su un battello a vapore su per l’Hudson — tanto ormai avete capito che l’unica cosa prevedibile di New York City è la sua imprevedibilità. Ma vi dico che i passeggeri erano stati selezionati con il preciso intento di conoscersi, fare networking, diventare amici. Architetti navigatissimi — a prescindere dal contesto natante — giovani impresarie operistiche dal lessico assai losangelino — una sequela imbarazzante di “Oh-my-god-you-this-is-so-awesome-!” — e poi poeti che però sono anche associati di studi finanziari di grido — sarà forse questo, il futuro della poesia? — e organizzatori di eventi e cantanti di musica swing e gemelli imprenditori edili e aggiungete vari ed eventuali. Lo scopo, a parte far socializzare, è quello di far conoscere la Hudson Valley a chi non la conosce.
Ogni ora e mezza il battello attraccava a un porticciolo di un paese dai nomi Far West tipo Cold Spring, e chi voleva poteva scendere e tornare a New York in treno — il treno costeggia l’Hudson come l’Autobrennero costeggia l’Adige. Gli altri proseguivano. Io ho proseguito fino a Poughkeepsie, cittadina che si sente spesso nominare nei film ma che si pensa non esista, anche per via di quel nome che più che alla toponomastica può far pensare all’industria dolciaria — sono fermamente convinta che le caramelle “Poughkeepsie” venderebbero milioni e milioni di sacchetti.
C’era un meteo da lupi di mare, quella domenica. Considerando che l’Hudson è un mare, il lupo va bene anche per quel tipo di fluvialità espansa. Quindi il paesaggio è diventato altamente scenografico e soprattutto, evocativo. Se all’inizio io ero partita, anche solo nella mia immaginazione, come una sorta di Huckleberry Finn sulle acque del Mississippi, le nuvole e l’umido mi hanno portato in pieno “Apocalypse Now”, nel quale i nostri eroi navigavano le acque di un fiume nel cuore dell’Africa Nera. Ecco, io non avevo nessun Capitan Kurtz da cui finire, ma qualcuno dice sempre che il viaggio non sta nella destinazione, ma nel percorso. Poi c’è anche da dire che l’atmosfera militare è stata evocata dall’Accademia di West Point, che vi si presenta dopo circa un paio d’ore di navigazione, sulla vostra sinistra. Anche in quel caso lì, io non pensavo che quel posto esistesse veramente. Esiste nei film, esiste nell’immaginario orroroso di tutte le cose orrorose che succedono dentro le accademie militari — nonnismo giornaliero, punizioni corporali, spazzolini che fregano fughe di piastrelle dall’alba al tramonto, ragazzoni del Kentucky che piangono disperati davanti a un tratto di percorso resistenza che non riescono proprio a superare mentre il Generale urla “incapaceincapaceincape”, e allora il ragazzone del Kentucky rotolerà nella fantasia di un certo Stanley Kubrick e prenderà il nome di Palla-di-lardo…. Invece l’Accademia di West Point, my Moviers, esiste veramente.
Si erge lugubre sopra le scogliere e fa l’effetto che farebbe uno scarpone finito dentro una torta nuziale. Ora potrete dirmi che i tempi sono cambiati, che non è più come una volta e che io mi lascio suggestionare troppo dal cine. E potrà anche essere vero. Ma la vertigine che ho provato guardando quei muri, quelle finestre, quello strapiombo sotto di loro, nemmeno quando siete in cima a qualche grattacielo e guardate sotto, ve lo assicuro…
Passi anche accanto a nomi che toccano altre zone della memoria. Yonkers ti accende l’area dedicata alle patatine. Marlboro alle sigarette e Sleepy Hollow al mistero che aveva visto Johnny Depp per protagonista.
Poi incappi in Manitou. E fai due conti. Qui, prima degli yankee e prima dei britannici, ci stavano i nativi. Quelli ai quali, prima i britannici e poi gli yankee, hanno gentilmente portato via tutto, soprattutto la terra. Tanto passato indiano risuona qui, e non solo nella gita lungo l’Hudson. Lo stesso “Manhattan” è la corruzione di “Mannahatta”, parola degli Indiani del Delaware che significa “isola con molte colline”. “Poughkeepsie”, prima di diventare la marca di caramelle più famosa degli Stati Uniti (!), era un termine indiano Delaware, apokeepsingk, ovvero “porto sicuro”. E poi è ancora fortissima la presenza olandese, che di fatto amministrarono New Amsterdam/York praticamente fino alla fine del ‘700. Nomi tipo Harlem, Brooklyn, Hudson, arrivano proprio dall’Olanda. Tutto questo per dire che alla fine il mondo è fatto di ladrocini, di sovrapposizioni, di stratificazioni. Nulla è puro nella costruzione di una nazione.

Il film che sono andata a vedere questa settimana mi rimbalza in testa da un mesetto. È stato un caso — tutt’ora lo è. Parlo di “Get Out” del regista Jordan Peele, che dal comico è passato all’horror, proponendoci una sceneggiatura di un’originalità rara — specie quando si tratta di film di genere, specie specie quando si tratta di film di genere horror. E’ stato un caso perché “Get out” ha incassato 30,5 milioni di dollari nel primo weekend di programmazione, a fronte di un costo di 4,5. E continua su questa via.
Chris e Rose. Una coppia mista ai giorni nostri in una grande città americana non ben precisata. Lui nero nero lei bianca bianca. Belli entrambi, innamorati entrambi. Talmente innamorati che lei decide di presentarlo ai suoi, famiglia altoborghese con la correttezza politica scritta nel corredo genetico. Fate conto che, se la città non ben precisata è New York, i genitori di Rose abitano negli Hamptons. Detta così potrebbe farvi venire in mente “Indovina chi viene a cena?”. E un po’ anche “Ti presento i miei” — anche se lì siamo in territorio buffonesco. Gli ingredienti sono quelli. Ma ricordiamoci che qui siamo in zona horror e in zona horror c’è sempre qualcosa che non va come dovrebbe andare.
Chris decide, con non poca riluttanza, di accettare la proposta dell’amata e i due partono per il weekend dalla famiglia di lei. “Non ti preoccupare”, lo rassicura Rose, “I miei sono le persone più mansuete e democratiche che tu possa immaginare. Non sono razzisti, come on…”. Le ultime parole famose… All’interno di una cornice di agghiacciante political correctness in cui “Obama è il miglior presidente della storia degli USA” e “Tiger Woods il miglior giocatore di golf”, Chris deve affrontare prima situazioni solo un po’ imbarazzanti, e poi via via sempre più strane. Comincia pian piano a realizzare che i futuri suoceri non sono affatto quello che appaiono. E lo stesso vale anche per gli amici e i vicini, riuniti in una festa che, secondo me, passerà alla storia come la miglior peggior festa mai organizzata dalla cinematografia horror.
Non voglio farvi spoiler — sull’horror proprio non posso, altrimenti vi ammazzo il film, e ammazzare un film horror ha un che di perverso che è meglio non esplorare. Però posso dirvi dove originano gli asset del film e del suo regista. Innanzitutto aver studiato alla Hitchcock Academy. Ovvero non ti faccio vedere l’orrore attraverso mostri e nel cuore della notte, ma te lo faccio vedere attraverso persone assolutamente normali e in pieno giorno. Questo ti scioccherà di brutto. Così il film è ambientato nella tranquilla countryside dell’America bene — ripeto, Hamptons, oppure il bel New England in pieno foliage — villette isolate eleganti, famiglie benestanti. E trac, in mezzo a tanta sonnolenta perfezione, scopriamo che le opinioni progressiste e democraticissime dei personaggi che la abitano sono anche più inquietanti delle opinioni conservatrici o trumpiane (!). Lo spettatore capisce immediatamente che dietro il bello di tutta quella facciata buona pulsano un male e un marcio ben peggiori di male e marcio alla luce del sole. “Get Out” investiga il razzismo nella società americana dissezionando — con un piglio sadicamente chirurgico — il perbenismo ipocrita di un mindset “bianco” che va di pari passo con un paternalismo assolutamente insopportabile. Il risultato è disorientante da tutte le prospettive: lo spettatore si trova a sorridere della stoltezza del bianco, ma anche del nero, colpevole, forse, di arrendersi troppo repentinamente all’idea di passare per “quello che deve essere accettato”. “Get Out” provoca, smaschera, satirizza, ti lascia interdetto e ti fa ridere e rabbrividire. Cosa si può chiedere di più a un film?
Il successo del film non si deve solo alla combinazione originalità+solidità della trama, o alla lucidità con cui Peele scorpora le psicologie dei suoi personaggi, ma anche alla costruzione del film stesso, che rispetta alla lettera certe geometrie del genere. Esempio. Mentre Rose e Chris si dirigono in macchina verso la casa dei genitori di lei, investono un cervo. Ora, nulla succede mai per caso nel cinema. La morte del cervo è un avvenimento presago che anticipa un futuro prossimo per Chris. E allo stesso modo, la testa di un cervo imbalsamato, aiuterà Chris a districarsi in un momento difficile.
“Get Out” è una favola dark dei giorni nostri in cui noi potremmo benissimo essere i protagonisti — e per la sottoscritta che si trova su suolo stelle&strisce questa ipotesi è quanto mai raccapricciante. Ci racconta gli eterni luoghi comuni dei bianchi — ma siamo ancora lì?! — ma anche le eterne insicurezza dei neri — ma sono ancora lì? Tutto questo facendoci ridere e spaventare… Il pubblico del BAM Rose Cinema, sala strepitosa all’interno della Brooklyn Academy of Music, era molto molto coinvolto… 🙂
Non perdetelo assolutamente! In Italia uscirà a metà maggio con il titolo “Scappa”…

E per oggi è tutto, Fellows.
Frunyc aggiornato, e nel Maelstrom sempre cinema, con un’intervista a un giovane regista, Alessandro Comodin.

Ringraziamenti sempre molto sentiti e saluti, stasera, natantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, eccovi l’articolo, 🙂 http://www.lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2017/04/09/in-blocchi-grezzi-di-realta-le-cose-belle-il-cinema-di-alessandro-comodin/

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 321 DA NYC commenta “PERSONAL SHOPPER” di Oliver Assayas

LET’S MOVIE 321 DA NYC commenta “PERSONAL SHOPPER” di Oliver Assayas

Mixed Feelings Moviers Fellows,

Vi avevo promesso che oggi vi avrei raccontato del mio boat-trip sulle acque dell’Hudson di domenica scorsa. E vi giuro Fellows, l’idea era quella. Ma questa settimana ho finalmente affrontato il penultimo borough — distretto, quartiere, borgo, tradurre l’intraducibile è cosa che, per una volta, lascio a voi — il penultimo borough che mi rimaneva dopo Manhattan, Brooklyn, Queens e Staten Island. Questa, Staten Island, mi manca. Non credo, personalmente, che metter piede giù dal ferry che parte da Battery Park ogni mezz’ora e rimontare su quello che da Staten Island riparte alla volta di Battery Park la mezz’ora successiva, valga come “essere Staten sull’Island”. Ma ho già in programma di farci una capatina. E se non proprio proprio Staten Island, Ellis Island. Tanto una island vale l’altra, no? 🙂
Il borough che mi mancava all’appello lo corteggiavo, idealmente, dal giorno in cui sono arrivata. Ma non avevo mai occasione di andarci. Gli eventi sono perlopiù downtown, o a Brooklyn/Williamsburg. Nel Bronx uno ci va per altri motivi. Non so di preciso quali. Ma io, ci sono andata semplicemente per farci una corsa.

Ho capito che avere Central Park a 25 minuti da casa, per fico che sia, ti preclude l’esplorazione. E’ così Central, lui, così Park… Come fare a resistergli? Questo fa sì che io venga attirata sempre giù a sud senza che la mia volontà abbia alcun tipo di effetto — lui magnete, io calamita. Però l’altro giorno ho pensato che non potevo avere la parte sinistra — o est che dir si voglia — di New York sprofondata nella tenebra: metà cervello funzionante, e l’altra colpita dall’ictus dell’ignoto. Se Manhattan è lambita dal fiume Hudson a destra — o ovest che dir si rivoglia — dall’altra parte parte vanta un altro corso fluviale non meno imponente. L’Harlem River. Chissà perché non lo si nomina mai…. Discriminazione fluviale? Sembra un’idiozia boardiana delle solite, ma v’invito a rifletterci. Il Tigri e l’Eufrate vanno a braccetto sin dai tempi dei Mesopotamici. Perché Hudson e Harlem River non possono funzionare nello stesso modo?
Insomma, decido di vederlo questo Harlem River. E di attraversarlo. Per farlo, ci sono tre modi “accanto” a casa mia. Un ponte pedonale che scopro essere il ponte più vecchio di New York, l’Highbridge — 1848, mentre Milano festeggiava le sue Cinque Giornate… poi chiuso, restaurato e riaperto al pubblico nel 2015. Il Drawbridge. Un ponte di quelli classici dell’americanità, ferro screpolato e bulloni a vista. E il 145th Street Bridge, una di quelle strutture “make America great again”, con il nome tatuato su una fibbia gigante in testa al ponte, quattro corsie, woosh-woosh. Mi stanno a cuore tutti e tre per motivi diversi e assolutamente ininfluenti sulla vostra conoscenza complessiva del Bronx, quindi inutile che ve li dica. Anche perché è “Dabronx” che voglio dirvi, non tanto le tensostrutture che mi ci portano (!).

Il primo giorno accedo alla parte “turistica” del quartiere, se di parte turistica si possa parlare. E’ il Bronx basso, quello tra la 149esima e Grand Concourse, l’arteria che corre su su per tutto il borough. Un po’ come la Broadway, o Park Avenue, che te le ritrovi ad altezze e a bassezze inimmaginabili — sempre loro. E’ il Bronx all’acqua di rose. Quello che mi presenta la comunità variegata di ispanoamericani, neri, portoricani. Tre-quattro bianchi — di cui una, io. Le rivendite di pneumatici accanto all’Iglesia di Nuestra Senora Something. E poi un susseguirsi di negozietti non ben identificabili ma con dentro merce cheap che vuole sembrare fancy e merce cheap che vuole essere solo cheap. Meccanici, Popeye’s “Louisiana Kitchen” — tremo alla sola idea di cosa il menù abbia da offrire — Wine&Liquor, Laudromat, Key-Foods. La classica morfologia dell’americanità quando si reifica nel retail da strada. Non guardo tanto i negozi. Vi sembrerà folle e falso, ma da quando abito qui, sono molto parca di sguardi ai negozi, ha dell’incredibile, lo so, ma credeteci. Guardo, invece, la gente. Fino ai limiti dello stalking. Trecce color ciliegia su corpi di donne in sovrappeso. Uomini magri magri con sguardi giallo cannabis, palloni da basket sottobraccio a ragazzi dentro cappucci oversize. La popolazione può somigliare a quella di Harlem. Ma guardandoli bene, non è quella di Harlem.
Me ne accorgo il secondo giorno, quando entro nel Brox più alto, una decina di isolati sopra, altezza Yankee Stadium — scoprendo che lui, lo Yankee Stadium, dista da casa mia una ventina di minuti …tifassi per gli Yankees sarei lì dipinta. Quel Bronx lì è diverso. I tre-quattro bianchi spariscono completamente, rimango solo io. Chi mi vede arrivare mi guarda più stupefatto che incuriosito. Qualcuno accenna un sorriso moolto timido, niente aperture 24-denti harlemite. Si vede che non sono abituati ad avere dell’albume nel piatto. La maggior parte mi guarda con incredulità. Non sospetto. Diciamo che, nell’istante in cui passo, mi studiano.
L’effetto è strano. Non è Harlem. E’ il Bronx.
I due campetti da calcio del Mullay Park sono divisi per razza. In uno latini e portoricani. Nell’altro ragazzi di colore. La distinzione salta all’occhio subito — da una parte tutti piccoletti, dall’altra tutti vatussi — e uso il termine in pace, non con intenti derisori.
Ne ho la riprova quando faccio una fotografia. Una fotografia a nulla di veramente particolare. La strada, il marciapiede, la gente. Appena scatto, vedo questo nero più nero del nero lanciarmi uno sguardo più nero del nero. Una di quelle occhiate “checciai da guardare cosa credi che siamo fenomeni da baraccone fossi in te leverei il tuo cuBo bianco da qui e non ce lo rimetterei più capita l’antifona se non l’hai capita no problem te la faccio capire”.
Occhi territoriali, e io dentro il suo territorio. Con una macchina fotografica. Combinazione Schettino-Costaconcordia.
Ora io la butto sul ridere. Ma dietro quello sguardo lì, anzi al di là di quello sguardo lì, si estende un mondo bronxiano pieno di quegli sguardi lì. Penso a cosa ci sia dentro gli anni che queste persone hanno vissuto. Case popolari. Botte, o anche solo blatte. Scuola lasciata a metà strada. Il modello di macchina vagheggiato e la Metrocard in tasca. In mano una borsa di nylon con dentro chissà cosa.
Mi spingo fino alla 170esima, poi faccio dietrofront. Ma solo per una questione di tempo. Il Bronx è un corpo pieno di lividi sotto una tuta mimetica che mi piace. Come tutti quelli che hanno preso botte, non vuole farle vedere. Nasconde, e ringhia se qualcuno —o qualcuna, qualcuna bianca, qualcuna bianca di corsa — fa il ficcanaso.
Sì, ho capito l’antifona.
Quindi, you understand me now, non potevo rimandare il Bronx per un boat-trip sull’Hudson. Questa volta, per una volta, ha vinto l’Harlem River. Mi riprometto di parlarvene la prossima settimana. Anche perché non avevo mai risalito un fiume su un battello a vapore — non sapevo nemmeno che esistessero ancora, o davvero…

Sentimenti contrastanti anche nei confronti del film che sono andata a vedere. “Personal Shopper” di Oliver Assayas — il cui precedente “Sils Maria”, detta delicatamente, mi stomacò. Il titolo potrebbe trarvi in inganno. Non ha nulla a che vedere con le Kinsellate di “I Love Shopping” o eventuali film che una Paris Hilton potrebbe interpretare fra Rodeo Drive e Via Monte Napoleone. “Personal Shopper” racconta la vita un po’ balenga di Maureen, una ventottenne che di mestiere fa l’assistente personale/tuttofare di Kyra, una top super model che sembra essere tutto il contrario di quello che Maureen crede di essere. Kyra superficiale, vanitosa, artefatta, sofisticata, quanto lei seria, con velleità artistiche, sobria ai limiti dell’ascetismo — nu jeans e na maglietta. Poi Maureen è pure una medium. E ora qui si scatena l’inferno di “nuoooo” dei Moviers… Una medium?? Donascimiento? Il Mago di Segrate — Oppebbacco, lievitamento?
Indipendentemente dalle opinioni personali verso questo genere di esperienze, sono sempre scettica verso l’uso di certo paranormale nel cinema. Non perché non m’interessi, ma perché credo che pochissimi registi siano in grado di maneggiare il tema senza cadere o nel melodrammatico o nel ridicolo. Difficilissimo mantenere la credibilità quando tratti di fenomeni che sconfinano con il soprannaturale. E’ un terreno scivolosissimo su cui sono rovinati tanti registi, anche molto grandi su tutti, doveroso ricordarlo, Tornatore con “La corrispondenza”.

Maureen ha la capacità di comunicare con i morti, e nella vita, oltre a rimbalzare da una boutique all’altra a rifare il guardaroba di Kyra, aspetta. Cosa aspetta mi chiedete? Un segnale da parte del fratello gemello morto a causa di una malformazione cardiaca da cui è affetta pure lei. E le arrivano, dei segnali… Ma da presenze — vive? Vere? Morte? — che la perseguitano via cellulare. Il film si trasforma, a questo punto in un thriller dall’esito abbastanza prevedibile.

Fossi stata Assayas, avrei lasciato perdere tutta la deriva paranormale e mi sarei concentrata sulla vita di questa ragazza che cerca di trovare la propria identità. Il confronto con l’altrissimo da sé, rappresentato da Kyra, la porta a interrogarsi sulla propria natura. Disprezza davvero la “vacuità” della top model, oppure, in qualche modo, vorrebbe essere (come) lei?
“Non c’è desiderio senza il proibito”, ragiona a un certo punto, Maureen. E se il regista avesse scavato un po’ di più da quella parte, ovvero nelle riflessioni sul desiderio, preferendole agli ectoplasmi che si materializzano nella vecchia casa di famiglia (!), il film avrebbe avuto più fortuna. Anche il lavoro del personal-shopper, che, come alludevamo, potrebbe erroneamente suscitare associazioni al mondo del futile, del superficiale, esce fuori con tutto il suo bel codazzo di problematiche. Io scelgo i vestiti altrui. Devo scegliere utilizzando il mio gusto ma stando attenta a non scordare il gusto del cliente. Devo fare in modo di esserci, di non perdermi, ma devo rimanere invisibile… Un po’ come il lavoro del traduttore… Non facilissimo, come lavoro, direi.
E poi c’è anche la componente di falsità che emerge. Se io sono personal shopper di qualcuno e quel qualcuno diventa famoso GRAZIE ai look strepitosi che IO gli propongo, chi merita la fama, IO o il cliente? La scena in cui Maureen vede le foto in cui Kyra è ritratta con gli outfit scelti da lei, e si stizzisce, è ben rappresentativa di questo conflitto che vive. Conflitto interiore che troverà la sua massima espressione nel momento in cui indosserà vestiti e biancheria intima di Kyra e dormirà nel suo letto quando lei non c’è.

Se devo dire la cosa che mi è piaciuta di più del film, quella cosa è Kristen Stewart. Praticamente LEI è il film. Passa buona parte del tempo a digitare messaggi via Whatsapp e a parlare su skype con il moroso lontano, eppure la sua interpretazione è sempre credibile, dall’inizio alla fine — e provateci voi, ad essere credibili quando vi danno del Mago di Segrate ogni due per tre…
E poi “Personal Shopper” va salvato anche per certe riprese, stilisticamente raffinatissime. Movimenti di camera all’indietro, come se l’occhio volesse sgusciare via dal set e non vedere ciò che non si può vedere. Oppure il gioco di afflato e porte automatiche chiuse-aperte verso il finale…
Un film si deve apprezzare anche nella sua componente più meccanica.

E ora Fellows vi saluto. Il Frunyc sarà aggiornato nelle prossime ore. Quindi stay tuned 😉

Nel Maesltrom vi riporto un articolino sull’esperienza nello showroom Diesel a Chelsea, con il nuovo Patron Stefano Rosso, figlio di. (Renzo).

Sempre grazie per esserci e ascoltarmi. E adesso saluti, antiteticamente cinematografici.

Let’s Movie

The Board
(Da Board)

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come anticipato, http://www.lavocedinewyork.com/arts/lingua-italiana/2017/03/27/un-mentore-alla-moda-diesel-incontra-gli-studenti-iace/ 🙂

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More