Posts made in aprile 3rd, 2017

LET’S MOVIE 321 DA NYC commenta “PERSONAL SHOPPER” di Oliver Assayas

LET’S MOVIE 321 DA NYC commenta “PERSONAL SHOPPER” di Oliver Assayas

Mixed Feelings Moviers Fellows,

Vi avevo promesso che oggi vi avrei raccontato del mio boat-trip sulle acque dell’Hudson di domenica scorsa. E vi giuro Fellows, l’idea era quella. Ma questa settimana ho finalmente affrontato il penultimo borough — distretto, quartiere, borgo, tradurre l’intraducibile è cosa che, per una volta, lascio a voi — il penultimo borough che mi rimaneva dopo Manhattan, Brooklyn, Queens e Staten Island. Questa, Staten Island, mi manca. Non credo, personalmente, che metter piede giù dal ferry che parte da Battery Park ogni mezz’ora e rimontare su quello che da Staten Island riparte alla volta di Battery Park la mezz’ora successiva, valga come “essere Staten sull’Island”. Ma ho già in programma di farci una capatina. E se non proprio proprio Staten Island, Ellis Island. Tanto una island vale l’altra, no? 🙂
Il borough che mi mancava all’appello lo corteggiavo, idealmente, dal giorno in cui sono arrivata. Ma non avevo mai occasione di andarci. Gli eventi sono perlopiù downtown, o a Brooklyn/Williamsburg. Nel Bronx uno ci va per altri motivi. Non so di preciso quali. Ma io, ci sono andata semplicemente per farci una corsa.

Ho capito che avere Central Park a 25 minuti da casa, per fico che sia, ti preclude l’esplorazione. E’ così Central, lui, così Park… Come fare a resistergli? Questo fa sì che io venga attirata sempre giù a sud senza che la mia volontà abbia alcun tipo di effetto — lui magnete, io calamita. Però l’altro giorno ho pensato che non potevo avere la parte sinistra — o est che dir si voglia — di New York sprofondata nella tenebra: metà cervello funzionante, e l’altra colpita dall’ictus dell’ignoto. Se Manhattan è lambita dal fiume Hudson a destra — o ovest che dir si rivoglia — dall’altra parte parte vanta un altro corso fluviale non meno imponente. L’Harlem River. Chissà perché non lo si nomina mai…. Discriminazione fluviale? Sembra un’idiozia boardiana delle solite, ma v’invito a rifletterci. Il Tigri e l’Eufrate vanno a braccetto sin dai tempi dei Mesopotamici. Perché Hudson e Harlem River non possono funzionare nello stesso modo?
Insomma, decido di vederlo questo Harlem River. E di attraversarlo. Per farlo, ci sono tre modi “accanto” a casa mia. Un ponte pedonale che scopro essere il ponte più vecchio di New York, l’Highbridge — 1848, mentre Milano festeggiava le sue Cinque Giornate… poi chiuso, restaurato e riaperto al pubblico nel 2015. Il Drawbridge. Un ponte di quelli classici dell’americanità, ferro screpolato e bulloni a vista. E il 145th Street Bridge, una di quelle strutture “make America great again”, con il nome tatuato su una fibbia gigante in testa al ponte, quattro corsie, woosh-woosh. Mi stanno a cuore tutti e tre per motivi diversi e assolutamente ininfluenti sulla vostra conoscenza complessiva del Bronx, quindi inutile che ve li dica. Anche perché è “Dabronx” che voglio dirvi, non tanto le tensostrutture che mi ci portano (!).

Il primo giorno accedo alla parte “turistica” del quartiere, se di parte turistica si possa parlare. E’ il Bronx basso, quello tra la 149esima e Grand Concourse, l’arteria che corre su su per tutto il borough. Un po’ come la Broadway, o Park Avenue, che te le ritrovi ad altezze e a bassezze inimmaginabili — sempre loro. E’ il Bronx all’acqua di rose. Quello che mi presenta la comunità variegata di ispanoamericani, neri, portoricani. Tre-quattro bianchi — di cui una, io. Le rivendite di pneumatici accanto all’Iglesia di Nuestra Senora Something. E poi un susseguirsi di negozietti non ben identificabili ma con dentro merce cheap che vuole sembrare fancy e merce cheap che vuole essere solo cheap. Meccanici, Popeye’s “Louisiana Kitchen” — tremo alla sola idea di cosa il menù abbia da offrire — Wine&Liquor, Laudromat, Key-Foods. La classica morfologia dell’americanità quando si reifica nel retail da strada. Non guardo tanto i negozi. Vi sembrerà folle e falso, ma da quando abito qui, sono molto parca di sguardi ai negozi, ha dell’incredibile, lo so, ma credeteci. Guardo, invece, la gente. Fino ai limiti dello stalking. Trecce color ciliegia su corpi di donne in sovrappeso. Uomini magri magri con sguardi giallo cannabis, palloni da basket sottobraccio a ragazzi dentro cappucci oversize. La popolazione può somigliare a quella di Harlem. Ma guardandoli bene, non è quella di Harlem.
Me ne accorgo il secondo giorno, quando entro nel Brox più alto, una decina di isolati sopra, altezza Yankee Stadium — scoprendo che lui, lo Yankee Stadium, dista da casa mia una ventina di minuti …tifassi per gli Yankees sarei lì dipinta. Quel Bronx lì è diverso. I tre-quattro bianchi spariscono completamente, rimango solo io. Chi mi vede arrivare mi guarda più stupefatto che incuriosito. Qualcuno accenna un sorriso moolto timido, niente aperture 24-denti harlemite. Si vede che non sono abituati ad avere dell’albume nel piatto. La maggior parte mi guarda con incredulità. Non sospetto. Diciamo che, nell’istante in cui passo, mi studiano.
L’effetto è strano. Non è Harlem. E’ il Bronx.
I due campetti da calcio del Mullay Park sono divisi per razza. In uno latini e portoricani. Nell’altro ragazzi di colore. La distinzione salta all’occhio subito — da una parte tutti piccoletti, dall’altra tutti vatussi — e uso il termine in pace, non con intenti derisori.
Ne ho la riprova quando faccio una fotografia. Una fotografia a nulla di veramente particolare. La strada, il marciapiede, la gente. Appena scatto, vedo questo nero più nero del nero lanciarmi uno sguardo più nero del nero. Una di quelle occhiate “checciai da guardare cosa credi che siamo fenomeni da baraccone fossi in te leverei il tuo cuBo bianco da qui e non ce lo rimetterei più capita l’antifona se non l’hai capita no problem te la faccio capire”.
Occhi territoriali, e io dentro il suo territorio. Con una macchina fotografica. Combinazione Schettino-Costaconcordia.
Ora io la butto sul ridere. Ma dietro quello sguardo lì, anzi al di là di quello sguardo lì, si estende un mondo bronxiano pieno di quegli sguardi lì. Penso a cosa ci sia dentro gli anni che queste persone hanno vissuto. Case popolari. Botte, o anche solo blatte. Scuola lasciata a metà strada. Il modello di macchina vagheggiato e la Metrocard in tasca. In mano una borsa di nylon con dentro chissà cosa.
Mi spingo fino alla 170esima, poi faccio dietrofront. Ma solo per una questione di tempo. Il Bronx è un corpo pieno di lividi sotto una tuta mimetica che mi piace. Come tutti quelli che hanno preso botte, non vuole farle vedere. Nasconde, e ringhia se qualcuno —o qualcuna, qualcuna bianca, qualcuna bianca di corsa — fa il ficcanaso.
Sì, ho capito l’antifona.
Quindi, you understand me now, non potevo rimandare il Bronx per un boat-trip sull’Hudson. Questa volta, per una volta, ha vinto l’Harlem River. Mi riprometto di parlarvene la prossima settimana. Anche perché non avevo mai risalito un fiume su un battello a vapore — non sapevo nemmeno che esistessero ancora, o davvero…

Sentimenti contrastanti anche nei confronti del film che sono andata a vedere. “Personal Shopper” di Oliver Assayas — il cui precedente “Sils Maria”, detta delicatamente, mi stomacò. Il titolo potrebbe trarvi in inganno. Non ha nulla a che vedere con le Kinsellate di “I Love Shopping” o eventuali film che una Paris Hilton potrebbe interpretare fra Rodeo Drive e Via Monte Napoleone. “Personal Shopper” racconta la vita un po’ balenga di Maureen, una ventottenne che di mestiere fa l’assistente personale/tuttofare di Kyra, una top super model che sembra essere tutto il contrario di quello che Maureen crede di essere. Kyra superficiale, vanitosa, artefatta, sofisticata, quanto lei seria, con velleità artistiche, sobria ai limiti dell’ascetismo — nu jeans e na maglietta. Poi Maureen è pure una medium. E ora qui si scatena l’inferno di “nuoooo” dei Moviers… Una medium?? Donascimiento? Il Mago di Segrate — Oppebbacco, lievitamento?
Indipendentemente dalle opinioni personali verso questo genere di esperienze, sono sempre scettica verso l’uso di certo paranormale nel cinema. Non perché non m’interessi, ma perché credo che pochissimi registi siano in grado di maneggiare il tema senza cadere o nel melodrammatico o nel ridicolo. Difficilissimo mantenere la credibilità quando tratti di fenomeni che sconfinano con il soprannaturale. E’ un terreno scivolosissimo su cui sono rovinati tanti registi, anche molto grandi su tutti, doveroso ricordarlo, Tornatore con “La corrispondenza”.

Maureen ha la capacità di comunicare con i morti, e nella vita, oltre a rimbalzare da una boutique all’altra a rifare il guardaroba di Kyra, aspetta. Cosa aspetta mi chiedete? Un segnale da parte del fratello gemello morto a causa di una malformazione cardiaca da cui è affetta pure lei. E le arrivano, dei segnali… Ma da presenze — vive? Vere? Morte? — che la perseguitano via cellulare. Il film si trasforma, a questo punto in un thriller dall’esito abbastanza prevedibile.

Fossi stata Assayas, avrei lasciato perdere tutta la deriva paranormale e mi sarei concentrata sulla vita di questa ragazza che cerca di trovare la propria identità. Il confronto con l’altrissimo da sé, rappresentato da Kyra, la porta a interrogarsi sulla propria natura. Disprezza davvero la “vacuità” della top model, oppure, in qualche modo, vorrebbe essere (come) lei?
“Non c’è desiderio senza il proibito”, ragiona a un certo punto, Maureen. E se il regista avesse scavato un po’ di più da quella parte, ovvero nelle riflessioni sul desiderio, preferendole agli ectoplasmi che si materializzano nella vecchia casa di famiglia (!), il film avrebbe avuto più fortuna. Anche il lavoro del personal-shopper, che, come alludevamo, potrebbe erroneamente suscitare associazioni al mondo del futile, del superficiale, esce fuori con tutto il suo bel codazzo di problematiche. Io scelgo i vestiti altrui. Devo scegliere utilizzando il mio gusto ma stando attenta a non scordare il gusto del cliente. Devo fare in modo di esserci, di non perdermi, ma devo rimanere invisibile… Un po’ come il lavoro del traduttore… Non facilissimo, come lavoro, direi.
E poi c’è anche la componente di falsità che emerge. Se io sono personal shopper di qualcuno e quel qualcuno diventa famoso GRAZIE ai look strepitosi che IO gli propongo, chi merita la fama, IO o il cliente? La scena in cui Maureen vede le foto in cui Kyra è ritratta con gli outfit scelti da lei, e si stizzisce, è ben rappresentativa di questo conflitto che vive. Conflitto interiore che troverà la sua massima espressione nel momento in cui indosserà vestiti e biancheria intima di Kyra e dormirà nel suo letto quando lei non c’è.

Se devo dire la cosa che mi è piaciuta di più del film, quella cosa è Kristen Stewart. Praticamente LEI è il film. Passa buona parte del tempo a digitare messaggi via Whatsapp e a parlare su skype con il moroso lontano, eppure la sua interpretazione è sempre credibile, dall’inizio alla fine — e provateci voi, ad essere credibili quando vi danno del Mago di Segrate ogni due per tre…
E poi “Personal Shopper” va salvato anche per certe riprese, stilisticamente raffinatissime. Movimenti di camera all’indietro, come se l’occhio volesse sgusciare via dal set e non vedere ciò che non si può vedere. Oppure il gioco di afflato e porte automatiche chiuse-aperte verso il finale…
Un film si deve apprezzare anche nella sua componente più meccanica.

E ora Fellows vi saluto. Il Frunyc sarà aggiornato nelle prossime ore. Quindi stay tuned 😉

Nel Maesltrom vi riporto un articolino sull’esperienza nello showroom Diesel a Chelsea, con il nuovo Patron Stefano Rosso, figlio di. (Renzo).

Sempre grazie per esserci e ascoltarmi. E adesso saluti, antiteticamente cinematografici.

Let’s Movie

The Board
(Da Board)

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come anticipato, http://www.lavocedinewyork.com/arts/lingua-italiana/2017/03/27/un-mentore-alla-moda-diesel-incontra-gli-studenti-iace/ 🙂

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