LET’S MOVIE 324 FROM NYC – commenta “GILBERT” all’interno del TRIBECA FILM FESTIVAL 2017

LET’S MOVIE 324 FROM NYC – commenta “GILBERT” all’interno del TRIBECA FILM FESTIVAL 2017

Matrioske Moviers,

Ormai vivo dipinta all’Istituto Italiano di Cultura, l’avete forse intuito. 686 Park Avenue.
Io che me ne scendo da Harlem, mi sento ogni volta Arnold, che dalla 130esima aveva trovato casa del Signor Drummond nell’Upper East Side. E quello, l’Upper East — UE come lo chiamano qui — è un posto davvero singolare. Si alterna fra Park Avenue e la Madison. La Lexington, per qualche strano motivo, fa più cheap, perde quella signorilità delle altre due Avenue. Avedue — forever silly ©.
Mi è capitato di percorrerle una domenica mattina, e l’orizzonte cambia completamente rispetto a quello che sono abituata a vedere io. Qui le facce sono naturalmente tutte bianche — tranne la mia, che dentro è più nera di Whoopi Goldberg. Le donne, o in tenuta ginnica con il tappetino dello yoga sottobraccio e un beverone verde in mano, oppure che azzardano, nel timidissimo caldo affacciatosi qualche giorno fa, quei completi più da barca che da borough newyorkese. Scamiciati azzurri stirati di fresco da una qualche Graçiela — non la bici, la donna di servizio — occhialoni da sole, qualcosa di vagamente portofino nel look. Forse l’Upper East è proprio la Portofino di New York. I dog-sitter che vedete a Central Park, e in molta letteratura soprattutto cinematografica, qui non si vedono. Qui i cani sono preziosi quanto i membri della famiglia e sono i membri della famiglia che li portano a spasso — o viceversa, devo ancora capirlo.
Ci sono le signore intorno alla sessantina con mocassini evidentemente italiani e spolverini evidentemente giapponesi. Sicuramente i loro studi sono pieni di cataloghi d’arte, i loro frigoriferi di Acqua Panna. Gli uomini sono altissimi e magrissimi. E di solito hanno un dubbio gusto nel vestire, ma mascherato bene da anni di mascheramenti, o da mogli molto capaci.
Qui e là notate discrete insegne “townhouse for rent”. Ad Harlem, si usano i lampioni o le fermate degli autobus per pubblicizzare, di solito in maniera assai rumorosa, una “Open house!!!!!! Come on over and check this crib out, folks!!!!”, che poi è un appartamento di pochi metri quadri, che di solito va via come il pane — i cartelli non durano più di un pomeriggio. Se la townhouse è “for sale”, significa che dovete sborsare qualche milione. Ma del resto siamo a Portofino.
Da quando frequento praticamente giornalmente il Bronx —il cui richiamo sta a me come la foresta stava a Jack —ogni volta che vado all’Istituto Italiano di Cultura, penso che Park Avenue continua su e su e su e su fino alla 168esima, proprio nel cuore del Bronx. E’ sempre lei, ma cambia tutto. Mi fa impressione pensare che, nel giro di tre-quattro miglia, una strada stravolga i propri connotati in maniera così radicale. Ma anche questo rientra nel dogma dell’“everything is possible in New York”.

Insomma, dicevamo, Istituto Italiano di Cultura. Tre giorni fa una conversazione fra due candidati al Nobel, uno dei quali di casa nostra. Claudio Magris. E l’altro, Norman Manea, forse il più importante scrittore rumeno vivente, da anni trasferito a NYC (mica scemo).
S’è parlato più che altro di “Non luogo a procedere”, romanzo di Magris di cui è appena uscita la traduzione in inglese, “Blameless”. Voi potete immaginare cosa possono essere due papabili Nobeliari in conversazione. E vedete un po’ lo spreco. La sala era assai sguarnita. Una trentina di persone, metà della capienza della stanza, a star larghi.
E questo forse, di New York, risento. C’è talmente tanto là fuori, talmente tanto bendiddio, che gli eventi duplicano, triplicano, quintuplicano nelle vostre agende come i Gremlins a contatto con l’acqua. Vorresti essere due, tre, cinque persone contemporaneamente. Scinderti e sparpagliarti in giro per la città e prendere tutto. Non è semplice FOMO, Fear Of Missing Out, la paura di perdersi qualcosa di importante. E’ piuttosto come salvare un Caravaggio da un incendio e lasciar bruciare un Botticelli. Scegliere, a volte, è esattamente così penoso.
Tornando ai Nobeliari… Ho fatto una domanda al sommo Magris, che mi rigira in testa da molto tempo. E l’ho fatta a lui perché lui è tutt’uno con Trieste, sua città d’origine ma anche luogo centrale nella sua letteratura. Chemmi dici dell’appartenenza? Dell’attaccamento a Trieste? No perché io sono non poco spaventata dal passo brevissimo che divide appartenenza e nazionalismo, nazionalismo e protezione del suolo patrio, suolo patrio e muri sorti sul confine messicano… At the back of my mind, naturalmente, pulsa anche il caso del Trentino, che sul radicamento al territorio ha fatto la sua campagna di etica e marketing ormai da anni, cheddico, Amministrazioni.
“Dobbiamo tenere sempre in mente l’immagine delle matrioske. Noi non siamo una identità, ma siamo molte identità insieme. Le une dentro le altre. Io sono triestino, certo. Ma sono italiano. Sono europeo. Sono mitteleuropeo… Sono una matrioska”.
Alla fine del Q&A io ho applaudito con vigore hooligan per via di quell’immagine. La matrioska. In un tempo in cui l’Italia viene a Washington e piega la testa a Toro Seduto — non so se avete seguito il nostro Presidente del Consiglio alla Casa Bianca — e in un tempo in cui la Francia, terra di Liberté-Egalité-Fraternité corre il serissimo rischio di spalancare le porte a Marine Le Pen, chiudendosi dietro le spalle quelle europee in pieno stile UK, giugno 2016. In un tempo così, non dovremmo forse fabbricare centinaia di migliaia di milioni di piccole matrioske e cominciare a far passare il concetto che siamo come loro? Contenitori che contengono culture? E che non c’è nessun cuore puro al centro, che invece siamo proprio tutto il contorno: l’incastro di tutte quante le piccole diverse matrioske che siamo?
Avrò anche bruciato tre-quattro Botticelli, quella sera all’Istituto, ma in questo istante sto ancora apprezzando il valore del Caravaggio che mi sono portata a casa…
Comunque stay tuned perché scriverò un articolino sull’evento per La Voce di New York che vi linkerò domenica prossima 😉

Questa settimana per quanto folle — la settimana o io, troppo comodo, disambiguare — sono riuscita a vedere un numero quasi preoccupante di film. Di solito, da quando sono qui, riesco a ricavarmi a stento una sera a settimana — con profondo sconforto, evidentemente. Ma questa settimana è partito il Tribeca Film Festival.
Sono già passati 16 anni da quando Bobby De Niro, dopo l’11 settembre 2001, decise di mobilitare la macchina di conoscenze sopra cui poggia il sedere e mettere in piedi un festival internazionale a NYC. Non che qui i festival manchino, anzi, ne spuntano a ogni angolo, e tutti con il proprio premio, premio della giuria, premio del pubblico, pass, press, red carpet e annessi e connessi. Ma del Tribeca ti rimangono impresse le proporzioni.
98 film in programmazione, provenienti da 30 paesi, 78 premiere mondiali, 37 opere prime e 32 registe donne su 98 film totali — sempre poche, ma comunque sempre di più rispetto ad altri Festival/Feste/Mostre… Ho letto che quest’anno il Tribeca Film Festival ha ricevuto oltre 8.000 proposte di film.
In questo weekend ho visto un documentario — “Gilbert” — una spin-off da una serie televisiva firmate da Michael Winterbottom — “The Road to Spain” — e un film di finzione — “Flower”. Parto e fulmino con un “inclassificato” quest’ultimo, una banalissima storiella della banalissima teenager bisbetica e lolitesca, con il padre in galera e la madre più figlia di lei, che si ritrova un fratellastro depresso del quale però finisce per innamorarsi.
Scusate, ma frugare meglio nelle 7999 proposte cestinate, no?
“The Road to Spain” mette insieme due mostri di recitazione comica, Rob Brydon e Steve Coogan, che erano già stati protagonisti di “The Trip to Italy”. Ma oltre a quello, il nulla cosmico.

Fortunatamente il documentario, “Gilbert”, di Neil Berkeley ha risollevato il mood e anche il ranking che sto preparando per valutare il lavoro di Bobby De Niro. 😉 “Gilbert” è Gottfrid, uno dei comici più famosi, scomodi, dissacranti che l’America abbia mai prodotto. Una specie di Roberto Benigni al cubo, ma molto più volgare, disinibito, cavallopazzo del nostro Benigni. Gottfrid, nella sua carriera, ha cercato di far ridere su tutto il risibile possibile. Olocausto, 11 settembre, bambini e tsunami inclusi.
Il regista l’ha seguito nella sua vita famigliare, nella sua dimensione da piccole — grandi — manie e idiosincrasie. Ne è uscito un ottimo prodotto che spero sbarcherà in Italia, anche per farci conoscere un livello di satira che noi, in Italia, non ci sogniamo nemmeno. Ma non solo. Berkeley ha saputo guardare dietro il personaggio che Gottfrid si è costruito e al quale obbedisce ancora oggi, a 62 anni, portandolo in giro per i locali a ripetere le stesse battute, gli stessi spettacoli. Alla fine l’idea è proprio quella che più il comico dimostra di essere completamente sprovvisto di peli sulla lingua quando è sul palco, più è malincomico, taciturno e impacciato nella vita quotidiana. Woody Allen semper docet, dopotutto.
Quando si parla della libertà dell’America, forse bisognerebbe tenere a mente anche questo aspetto. In Italia, ci sono degli intoccabili, dei tabù talmente tabù su cui ridere non è assolutamente concepibile né consentibile. Fossimo in un’aula magna, aprirei qui il dibattito e modererei con gran gusto. Quello che mi interesserebbe capire non sarebbe soltanto se ci sia un limite oltre il quale non si possa eticamente andare. Mi interesserebbe capire perché qui in America quel limite venga sfidato e rinegoziato — come per esempio da Gottfrid — mentre in Italia non riusciamo ad andare oltre Crozza e Celentano. Oppure finiamo nell’eccesso perverso opposto per cui i comici si mettono a fare politica… Ecco, nella stand-up comedy americana, nel Saturday Night Live, nella satira televisiva, c’è una benedetta sospensione della correttezza politica. Come già fatto notare, imperversa poi nella vita newyorkese quotidiana, ma in televisione no, tutto è permesso. Questa contraddizione non smette un attimo di stuzzicarmi il cervello. E di mandarmi ai matti, anche.
Quanto alla presenza italiana al Tribeca, un unico cortometraggio, “Viola, Franca” di Marta Savina, che domani incontrerò allo Smyth, nel cuore di Tribeca. Un corto è meglio di nessun corto, certo. Però i metraggi lunghi arrivano più lontano, e questo è un dato matematico.

Allora Moviers, questa è l’ultima settimana newyorkese per il momento. Domenica prossima torno in Italia per il numero inferiore di settimane possibili (3 o 4) in attesa — e nella beata speranza — che l’Immigration Office USA mi conceda il visto O1 — dove “O1” sta per “Ohvvvipregodatemene1”. Vi ho risparmiato l’Apocalisse che è stata la raccolta di tutta la documentazione necessaria. Preferisco stupirvi con un’Annunciazione, a tempo debito — e scusate la china biblica giù per la quale sto scivolando…
Per ora cercherò di vivere l’Italia come luogo di villeggiatura — il miglior modo di vivere l’Italia. E poi, in qualche maniera, I will go back to my love. New York. 🙂
Quindi può essere che il prossimo Lez Muvi arrivi lunedì, direttamente dall’esilio (!). Oppure chissà, domenica, prima di chiudere la casa dolce casa di Sugar Hill.

Nel Maelstrom, Moviers, c’è l’intervista numero due a Sara Cavazza Facchini, la direttrice artistica di Genny, che ha presentato a NYC la nuova collezione autunno-inverno. E non è un articolo che interesserà solo i fashionisti fra voi, ma anche gli architetti… 😉
Il Frunyc verrà aggiornato nelle prossime ore, abbiatemi pazienza 🙂

E ora Fellows, grazie dell’ascolto, e saluti, stasera, dasvidaniamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccolo, 🙂

http://www.lavocedinewyork.com/lifestyles/fashion/2017/04/19/art-deco-e-anni-ottanta-per-la-donna-genny-autunno-inverno-2017-2018/

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