Posts made in maggio, 2017

LET’S MOVIE 329 commenta FORTUNATA e propone LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE

LET’S MOVIE 329 commenta FORTUNATA e propone LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE

MET Moviers,

Il Metropolitan Museum of Art, museo dei musei di NYC, se ne sta spaparanzato in mezzo all’Upper East Side, occupando lo spazio di ben quattro isolati, tra la E 84th Street e la E 80th Street, in capo al Museum Mile, il polo museale più sportivo del mondo. I musei che comprende sono tutti assai prestigiosi, ma solo lui, quel gattone del MET, vanta la cuccia in pieno Central Park. Gli altri musei osservano dalle strade circostanti con un misto di reverenza e invidia. Il Guggenheim o il Museum of the City of New York o la Neue Galerie s’inchinano controvoglia e rosicano di brutto.
Il MET è rinomato per il piano di marketing selvaggio che porta avanti e che gli permette di sopravvivere — solo l’Ufficio Erariale americano saprà quanto diavolo di affitto deve sborsare, in quella zona di Central Park… Già vi accennai dell’iniziativa di dubbio gusto del “Museum Workout”, che combina lezione d’aerobica di prima mattina a visita alle opere.
Ebbene, durante il volo di ritorno in Italia, mi sono imbattuta in un’altra di queste machiavelliche trovate succhia-soldi.

Lo stato psicologico di me al JFK prima di prendere l’aereo, si può facilmente indovinare. La parola che sfugge alla punta delle lingue di mezzo mondo è ottundimento. Ma di bello gli aerei hanno il non-tempo e il non-spazio che ti mettono a disposizione. Credi di prendere posto in pancia a una carlinga, invece, sali dentro una sala giochi/sala relax che ti permette di fare tutto quello che vuoi e che, contemporaneamente, ti porta dal punto A al punto B. Gli aerei sono i primi multi-tasker a combustibile della storia e per questa capacità, io sono loro infinitamente grata: quando vuoi lasciare un posto, ti caricano sulle loro ali e te lo fanno abbandonare — Atreiu in groppa a Fucur. Quando non vuoi lasciare un posto, alleviano la pena con i film, gli esilaranti siparietti delle hostess e i passeggeri dormienti — i passeggeri dormienti possono essere molto teneri o molto buffi, il che, in entrambi i casi, aiuta.
Il primo maggio (!), sul volo verso Venezia per combattere l’ottundimento, ho visto “The First Monday in May, un documentario che svela il dietro le quinte del MET Gala, o MET Ball, di New York, la festa di beneficenza che inaugura la mostra di moda del museo, e che si tiene ogni anno il primo lunedì di maggio: è considerato uno degli eventi più ambiti, glam, esclusivi nel mondo del fashion — gli americani lo chiamano il “Super Bowl della moda”, fate vobis — ed è frequentato e concupito da una quantità di personaggi famosi e meno famosi dello showbiz e della New York bene.
Indovinate un po’ chi lo organizza? Anna Wintour, che oltre ad essere il diavolo in Prada, è la direttrice di Vogue USA. Il documentario racconta l’allestimento della mostra China: Through The Looking Glass e della serata di Gala 2016, che ha visto ospiti tipo Fifty Cents e Byoncé, Sarah Jessica Parker, Anne Hathaway, Cher, Robert Pattinson, Karl Lagerfeld, Jean Paul Gaultier e, madrina delle madrine, Rihanna.

Il ballo, che come dicevamo, è di beneficienza, ha raccolto 13 milioni e mezzo di dollari — 13 milioni e mezzo di dollari… Per darvi un’idea: per chi non è in lista, un biglietto per il Met Gala costa 25 mila dollari e i vestiti indossati dagli ospiti arrivano fino a 70 mila dollari a capo.
La mostra China: Through The Looking Glass, di durata trimestrale, è stata l’ottava mostra più visitata di tutti i tempi — i visitatori sono stati, in soli tre mesi, 761.000.
Embé?, fate voi, perché tutti ‘sti dati?
Perché qui siamo di fronte a un modo di trar profitto dall’arte estremamente successful. Unisco moda — mondo di grana — e cultura — mondo di fame — e cerco di aiutar l’uno con l’altro. La Wintour è un drago in tutto ciò. Da quando è entrata fra i Trustees del MET, ha raccolto qualcosa come 125 milioni di dollari per il Costume Institute, il centro all’interno del MET che si occupa di preservare le creazioni degli stilisti sin da quando la moda esiste.
Sarà anche una diavolessa, ma quanto a fund-raising, non ha eguali.
Tutti contenti insomma. Successo di pubblico e critica, Occhi adoranti per gli spettatori, celebrities con le code pavone spiegate in una corona che manco Fabrizio (!), piogge di dollari sui tetti del MET.

Qui siamo di fronte a un modo di trar profitto dall’arte anche estremamente controverso. Io non voglio sempre fare quella che rompe le uova — ho detto uova! — nel paniere. Ma devo fare i conti con un senso di sacralità che certi musei, a mio modo di vedere, dovrebbero coltivare: un museo custodisce dei tesori irripetibili. E’ come un tempio, il contenuto destinato alle generazioni di umanità che si susseguiranno in barba ai futilismi della nostra contemporaneità.
Ecco, Rihanna che canta “Bitch Better Have My Money” (!!), ballando sui tavoli della lussuosissima cena nella hall principale del museo, circondata da vip che la acclamano e si scatenano come in una delle più tamarre discoteche di Ibiza, mentre a pochi passi vivono e respirano capolavori che spaziano dal mondo egizio a quello novecentesco, ecco, mi lascia perplessa. Se da un lato è ben comprensibile la necessità di raccogliere fondi e reinventare lo spazio del museo, dall’altra non posso fare a meno di trovare un che di irrispettoso in un evento di questo tipo. Ancorché organizzato da quella che dovrebbe essere la regina dello stile e del gusto…
Le star che si presentano, si presentano con delle mise totalmente inadatte al contesto: lo chic che sarebbe auspicabile subisce una strana mutazione consonantica e si trasforma in kitsch. E il MET diventa pura passerella in fondo alla quale — ma molto molto in fondo — spunta, mingherlina, la giusta causa.
Se volete avere un’idea di cosa intendo quando parlo di “mise inadatte”, date uno sguardo a quelle di quest’anno.
Il documentario “The First Monday in May” è funzionale: se da un lato mostra la macchina da guerra del MET in fatto di allestimento mostre, dall’altro, dimostra la baracconata che un Gala, per quanto di prestigio, possa diventare. Un po’ come certi matrimoni, che dopo una certa ora finiscono sempre per proporre cori da osteria, cinture allentate, tacchi maledetti.

Come vedete me la sono presa comoda perché “Fortunata”, il film che sto per massacrare — sempre in amicizia… — mi indispone.
M’indispone pensare che l’ennesima storiella di madrecoraggio, raccontata con faciloneria, déjà-vu, pressapochismo e stereotipi venga ancora girata, prodotta e, beffa sopra danno, premiata a un Festival solitamente di palato tanto delicato come quello di Cannes. A quanto pare la holding Mazzantinì&Castellitò piace molto alla Francia. A me invece pare che la Mazzantini scriva sempre gli stessi personaggi e le stesse storie e che Castellitto le spari sempre a mille, gridando contro il cielo un cinema di nevrosi e isteria che scorda tutta la profondità verso la quale un personaggio ben scritto può dare accesso.
M’indispone vedere il cinema italiano rigirare su se stesso, e riproporre le solite trame interpretate dai soliti personaggi eroici, che dovrebbero essere degli anti-eroi ma che, per via di una sceneggiatura e una regia enfatiche e dai toni iperdrammatici, si avvicinano pericolosamente a diventare il loro contrario, allontanandoli irrimediabilmente da noi.

Ma vedete un po’ voi. Fortunata fa la parrucchiera a domicilio e i salti mortali per arrivare a fine mese. Tira su una figlia di otto anni praticamente da sola dopo essersi separata dal marito, guarda caso violento, guarda caso orco, guarda caso guardia giurata — così proponiamo un bel contrasto fra la vita pubblica e la vita privata, vai Margaret. Però Fortunata ha un sogno: aprire il proprio salone di bellezza insieme a Chicano, amico d’infanzia, tossico, bipolare, ma dal cuore tenero e dalla mamma matta — certo, vogliamo farci mancare il mi-faccio-di-brutto ma sono-un-pezzo-di-pane? Vogliamo farci mancare la matta dal passato teatrale? Of course not.
Questo salone rappresenta un po’ l’unico sbocco da una realtà fatta di trash, desolazione e delusioni varie. L’altro sbocco per Fortunata è lo psicologo della figlia, un improponibile Stefano Accorsi, che altalena interpretazioni apprezzabilissime (Loris in “Veloce come il vento”) e performance imbarazzanti come questa, per colpa anche — va detto — di un regista ghiottissimo di melodramma, come dimostra la scena in cui Accorsi sbraita la propria rabbia contro la deontologia professionale che non gli permetterebbe di zompare addosso alla madre della sua piccola paziente — ma poi, addosso, le zompa eccome. Dopo alcune banali vicissitudini che riportano a galla un banale passato di Fortunata, facendole perdere un po’ tutto — c’è anche un banale incidente della figlia con banale momento di panico collettivo — Fortunata si rialza da terra e cammina verso il suo futuro, la figlia in braccio, ciociara der dumiladiciasette. Pecché domani è nantro ggiorno e alora daje.
A parte la scontatezza del tutto, e lo strillar di toni e il scimmiottar di borgata, c’è proprio la regia che non va. Castellitto si lascia forse sedurre da certe riprese aeree del cinema sorrentiniano, e svolazza per la periferia romana, per poi entrare con la macchina da presa nel cuore di casa di Fortunata. Ma questo movimento non rispecchia alcun effettivo calarsi nella realtà del personaggio e dell’ambiente che lo circonda. La periferia romana è descritta attraverso scene-siparietto, come la messa in piega di una sposa grassona che si trasforma in un momento corale di colorato nulla. Oppure la panoramica sulla coreografia di un gruppo di ragazze cinesi messe lì solo per far esotico — Edward Said si rivolta nella tomba, la prima copia di “Orientalismo” stretta al petto…
Ma il più grosso punto dolente del film è l’ambire a proporre una visione realistica o naturalistica della periferia romana e della gente che la abita, e uscirsene con personaggi con i quali non si empatizza per niente. Nemmeno la protagonista, che risulta, come dicevamo, o troppo vittima o troppo eroica o troppo volutamente tamarra/ingenua.
Di ieri la notizia che Jasmine Trinca si è aggiudicata il premio per la miglior interpretazione nella sezione “Un certain regard”, al Festival di Cannes. Personalmente, non ho mai smesso di vederla attrice durante tutto il film: non ho visto Fortunata, ho visto un’attrice interpretare Fortunata, il che è molto diverso. Non ci si lasci ingannare dagli orpelli: canotte e minigonne, capelli crespi e zeppe, non bastano a fare un personaggio. L’attore deve esserlo, non interpretarlo. Ma magari a Cannes il metodo Stanislasky non piace molto, e quindi la resa calcata e visibilmente posticcia della Trinca è stata apprezzata…
Certo non diamo la colpa alla povera Jasmine: non è che l’ultima ad aver vestito i panni di personaggi clone plasmati dal cinema italiano — vedi Italia/Penelope Cruz di “Non ti muovere”, oppure Micaela Ramazzotti in “Tutta la vita davanti”. E poi avrà seguito alla lettera le direttive di regista e sceneggiatrice.
Film strillato, recitazione strillata. Matematico.

Naturalmente, e chiudo, la colonna sonora non poteva sottrarsi da questa big picture del prevedibile e del lacrimevole. Indovinate su quali musiche furoreggia il film? Sulla facile filosofia di Vasco Rossi — nel finale, come si conviene, perché vivere, è passato tanto tempo, vivere — e sullo struggimento di Antony and the Jhonson — a cui consiglierei di vietare l’utilizzo delle sue musiche da parte di certo cinema di dubbio gusto come questo. Il pericolo è la pauperizzazione del proprio toccante repertorio.
Un’unica consolazione. Scorderò questo filmettino con rapidità tutta ferrari, ma non scorderò che la sofferenza è stata spartita con il WG Mat, la More e l’Onassis JR. E quando la sofferenza è spartita con siffatta squadra, diventa irriverenza. Diventa ironia di gruppo. Diventa puro e semplice, impagabile FUN. 🙂

E ora lasciatemi correre via dal cine italiano e provare quello spagnolo. Grazie al Mastro, abbiamo accesso al Festival del Cinema Spagnolo dal 29 maggio all’1 giugno, e io scelgo

LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE
di Ines Paris
Spagna, 2017, ‘94
Giovedì 1 / Thursday 1
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/ dal Mastro
Ingresso Euro 5,50

Un po’ di black comedy dopo tutto il pink drama del film di Castellitto ci vuole proprio.

Altro non dico, se non che l’ennesima settimana d’esilio è scivolata via. Certo abbiamo avuto il G7 più inconcludente della storia dei G7, anche perché Trump pensava alla battaglia navale quando gli hanno riportato questa incombenza. Se non altro una settimana di Trump in Europa significa una settimana di Trump in meno per NYC — ah cosa non si fa per l’amore…
E da NYC mi giungono notizie. Dicono che stia in pieno sboccio, con i locali all’aperto che si riempiono e i moonboot finalmente morti e sepolti — anche se prima o poi ritorneranno, come gli zombie…
Io intanto sogno e aspetto.

Ringrazio sempre dell’attenzione, vi spingo nel Maelstrom dove troverete Los Angeles invece che New York City, per una volta 😉 e vi mando dei saluti, oggi, museograficamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Magazzino 26 ha lanciato il tema “Angeli”. Questo è il Frullato che ho servito…Marilyn Monroe: l’angelo caduto nella Città degli Angeli

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LET’S MOVIE 238 – commenta LAURENCE ANYWAYS e propone FORTUNATA

LET’S MOVIE 238 – commenta LAURENCE ANYWAYS e propone FORTUNATA

Milano Moviers,

Mi è capitato in questi giorni di andare là dove svetta il Pirellone. Un viaggio fittizio che mi porta, idealmente, là dove non sono.
Erano anni che non ci mettevo piede. E non per dell’attrito o della repulsa, ma forse per via della classifica. La classifica vede in testa Venezia e Roma. Venezia per la prima metà del cuore che abita — la seconda metà sapete chi la occupa. Roma per via delle capitali ragioni che fanno di essa la capitale. Venezia e Roma sono il nord e il sud all’interno della mia geografia affettiva. Milano è il terzo incomodo, un dente matto spuntato fra due incisivi sani. Come tale l’ho sempre trattata, ignorandone, in realtà, tutte le potenzialità. “Dopo l’Expo, ha cambiato faccia”, è il ritornello che sento da due anni a questa parte. E’ stornellato talmente tante volte da arrivare a venirmi a noia. Però devo ammettere che qualcosa è cambiato, in quella città. Non so se sia, effettivamente, per via dell’Expo, o per via di New York. New York ha cambiato tutto, tanto che potrei coniare un “Avanti NY” e un “Dopo NY”, spartendo con Cristo il sistema metrico temporale. Ora, dopo New York, Milano è una Trento grande. Ordinatissima, pulitissima, efficientissima. Mi piace tornare sulla questione della pulizia perché mi risulta davvero sorprendente. Sul pavimento della metro — le scale, le fermate, gli stessi vagoni — ci potreste allestire un déjéneur sur l’hèrbe, Manet incluso, senza temere di beccarvi lo scorbuto. In quegli stessi spazi, a NYC, lo scorbuto figurerebbe in fondo alla lista delle infezioni che maturereste.
Le strade, in centro, non sono strade. Sono i corridoi della vostra casa d’infanzia al sabato, dopo che vostra madre aveva passato lo straccio a terra e arieggiava per far asciugare. Le persone sono tuuuutte abbigliate come se casa fosse Vogue e loro fossero appena usciti dalla stanza dei trucchi magici. Le cartacce stanno tutte dentro i cestini e i passanti camminano in fila indiana, oppure per sei col resto di due, ma mai, e dico mai, spaiati, random od obliqui. E’ un gran bello spettacolo di eufonia urbana: come vedere il nuoto sincronizzato ma senza piscina e kg di ombretto waterproof. Via della Spiga mi è sembrata una specie di Giardino dei Getsemani, o un Eden prima della caduta, immune alla crisi, sorvegliato speciale da omoni in divisa con auricolare alle orecchie e sfollagente alla cintura. Non vi dico poi Torino, che mi ha accolto, dopo Milano. Torino ha aggiunto la signorilità all’ordine. Lì gli automobilisti sono disciplinatissimi, non si ode uno schiamazzo— a Torino si dice “ode”— e i pancabbestia si fanno la messaimpiega.
Qualcosa non mi torna, ho pensato. Possibile che tutto sembri uscito dalla lavatrice, che tutto sembri così pre-industrializzazione?
Possibile.
E possibile che tutto sembri così provinciale? Persino le regine di Lombardia e Piemonte, mi paiono grandi, grandissimi paesoni, ma senza che in loro scorra una goccia di metropolitan?
Possibile.
Qui la chiamano “qualità della vita”, ovvero quado un insieme di servizi, strutture, paesaggio ragionano all’unisono e ti offrono il pacchetto “più lazzi e meno scazzi”.
Ecco cosa non mi torna del concetto “qualità della vita”. Io, in questo momento storico della storia della mia esistenza, ribalto il concetto, e guardo alla “vita di qualità”. Guardo alla vita.
Non sto dicendo che a Milano e a Torino manchi. Sia mai — l’Appendino mi appenderebbe in Sala.
Dico solo che tutto quello che della qualità manca a NYC, NYC te lo restituisce in vita. Dove per “vita” non c’è il sicuro tramtram quotidiano, o il tratto di strada reso scorrevole da una deviazione ben assestata, da una buca riparata. Vita significa imbatterti in qualcosa di nuovo e imprevisto. E’ rimanere vittima privilegiata di certi ricami del caso o di qualche forza maggiore di cui ignori l’esistenza e i contorni. E’ smettere di badare alla cartaccia dentro il cestino, e incontrare uno sconosciuto per la seconda volta in mezzo a 8 milioni e mezzo di abitanti. La vita è anche disordine. Sporcarsi le mani, usare le scarpe, devastarsi di chilometri e rimettersi in piedi e ri-devastarsi di nuovo e ri-rimettersi in piedi. Uscire con meno 12, uscire con più 38. Uscire. Cercare di non giudicare, di smettere per una santa volta di guardare il mondo dall’alto della nostra estetica che consideriamo sempre al primo posto e trovare altri parametri, altre leggi, nuove.
Forse New York sballa tutti i criteri di giudizio e bisognerebbe vietarla prima dei 50 anni.
Qualcuno mi ha detto che una volta conosciuta NYC, ti mancherà per sempre. Perché lì c‘è tutto, e qualcosa, altrove, ti manca sempre.
Sono spacciata.

Dopo aver perlustrato qualche stanza del palazzo del dubbio, che mi occupa a norma di legge, è con gioia che passo a pipponare di “Laurence Anyways”, al quale sono giunti con gran trepidazione la Movier Vanilla detta Van, e un nuovo Fellow, Nicola, Nick-the-Nightsfly detto Nick-the-Nuts, che, come sapete e come sa, d’ora in avanti non avrà più possibilità di liberarsi dal giogo lezmuviano — in Lez Muvi “io non giogo più” non vale. 🙂

Mi aspettavo tanto dal nostro Dolan. Non così tanto. E partire con me e le aspettative non è un gran bel partire, lo dico sempre. Per di più questo film era fra i primi — il terzo, per la precisione. Se calcolate che il pargolo ha 27 anni, potete facilmente calcolare che aveva 23 anni quando lo girò. No so voi, ma io a 23 anni oscillavo fra un delirio di onnipotenza di livelli nietzschiani e un furor di disoccupazione tutto Manpower. Xavier Dolan girava “Laurence Anyways”. Ognuno ha i propri tempi, ma anche i propri mezzi. Lui ha avuto dalla sua la fortuna di essere nato in una famiglia cinematografica: il padre è attore e produttore. Quindi l’accesso alla cinematografia è avvenuto praticamente nella culla. Questo lo si dice non per togliergli del merito, ma soltanto per dovere di cronaca e per ribadire che gli ecosistemi in cui le piante fioriscono sono fondamentali per la loro fioritura.
“Laurence Anyways” mi ricorda un po’, per i tempi meravigliosamente dilatati e per la storia che racconta, il capolavoro di Kechiche “Vita di Adèle”. Lì le protagoniste erano due ragazze che si innamoravano, e noi assistevamo al progredire della loro vita e della loro storia. Lo stesso dicasi per Laurence e la compagna Fred, con la differenza che l’amore dei due è segnato anche da un percorso di genere che Laurence intraprende: quello che da uomo lo porta a diventare donna.
Lo so che adesso voi pensate a quel filmettino che fu “The Danish Girl”, con quel Redmayne tutto tragico e drammatico che aveva trasformato un transgender durante la sua fase di feminilizzazione in una specie di madrecoraggio da favela brasiliana. Ma “Laurence Anyways” è tutt’un altro mondo. E davvero la grandezza di una voce registica, il suo respiro profondo e ampio, ti dimostra anche la piccolezza di altre, la provincialità, la loro impossibilità di scavallare la soglia del bel prodottino con data di scadenza.
Laurence è un professore di letteratura sul punto di pubblicare il suo primo libro di poesie. Ha una ragazza, Fred, di cui è pazzamente innamorato. I due si divertono come matti adolescenti. Dolan passa la prima mezz’ora a raccontarci una storia che tutti vorremmo. Poi, un giorno, Laurence capisce che non può più continuare così. La sua vita, apparentemente perfetta, nasconde un desiderio che non può più essere represso. “Io muoio”, confessa Laurence a Fred nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno. Lo spettatore immagina malattie, leucemie. No: lui è donna, intrappolata nel corpo di un uomo. Lo shock di Fred toglie il fiato come possiamo immaginare. Ma così come Laurence non è uno qualunque, anche Fred non è una qualunque. Gli sta vicino, lo incoraggia a uscire allo scoperto. Fa quello che una compagna dovrebbe fare: lo accompagna in questo suo percorso di agnizione identitaria che comporta fatica, umiliazioni, tribolazioni di ogni tipo. O perlomeno questo lei prova a fare. Le cose purtroppo non sono così semplici. Quando Laurence si presenta a scuola vestito da donna, tutto cambia. Inizia così una nuova fase della loro vita, ma l’indice ammonitore sociale, il gelo della famiglia e le complicazioni intestine alla coppia cominciano a minare l’affiatamento tra i due. Arriveranno alla rottura, e al ricongiungimento, e alla ri-rottura, in un doloroso balletto che lo spettatore segue empaticamente grazie a una narrazione mai scontata e mai trascinata, per quanto il film duri 158 minuti e possa scoraggiare i più timorosi. In un meraviglioso coup-de-theatre dolaniano, dopo l’ennesima, verosimilmente definitiva rottura, l’epilogo coincide con il prologo: finiamo nella preistoria di Fred e Laurence. Ovvero il loro primissimo incontro. Come se Dolan volesse dirci che due esseri, quando si trovano veramente, continuano ad amarsi anche se impossibilitati a stare insieme — gli U2, con “With or without you”, cantavano proprio le anime condannate a non riuscire nell’unione e, fatalmente, nemmeno nel distacco. E il movimento della fine e dell’inizio, sostanzialmente non contano nulla perché sono due momenti che si annullano, come in una formula matematica, e annullandosi lasciano l’essenza della loro storia intatta.

La specialità dei due personaggi sta nell’energia ribelle di Fred, donna non convenzionale che tuttavia, per amore del figlio, accetterà anche la convenzionalità di un matrimonio post-Laurence, e sta in Laurence stesso, che appare come il diverso, eppure è tanto sicuro della propria scelta, tanto riconciliato con se stesso, da far affiorare piuttosto le incertezze e le contraddizioni altrui, per esempio, quando incrocia gli sguardi della giornalista che lo intervista. Sì perché Fellows, non vi o detto che questo racconto è il frutto di un’intervista a cui Laurence, scrittore/trice arrivato/a, decide di rilasciare. Un atto di reminiscenza che permette a Laurence — e, indirettamente al regista — di andare indietro con la memoria e narrare i fatti con la consapevolezza dell’a posteriori. Diabolico Dolan…

I temi che il diavolo d’un Dolan sviscera in questo suo “Via col vento” tutto personale, tutto moderno — ricordo che la storia copre un arco di tempo che spazia dai primi anni 80 fino al limitare del nuovo millennio — abbracciano questioni come la liberazione di genere — Fred e Laurence scriveranno “Liberté” sulla parete della propria camera da letto, accanto a una copia della Monnalisa, come se l’etica e l’estetica avessero rimpiazzato qualsiasi santo protettore della loro alcova — l’universo amoroso di coppia, la lotta per far emergere la propria vera identità anche a costo di devastare ogni comodissimo bozzolo che ci si è ricavati a suon di quotidianità e menzogne, ma anche il difficile rapporto fra genitori e figli. La madre di Laurence farebbe inorridire le madri iperprotettive, iper-figlio-centriche, ipermercate che abbiamo in Italia. Ci appare gelida con il figlio, ai limiti dell crudeltà, ma poi, nel corso del film capiamo che non è così. Semplicemente lascia che il figlio affronti la sua strada da adulto, che trovi il proprio vero io da solo, e lo accoglie al traguardo finale, pronta per cominciare la vita VERA con lui, vestito da donna, finalmente libero. Il padre è praticamente inesistente, come tipico del cinema dolaniano — così come tipico del cinema dolaniamo è l’approfondimento del ruolo della madre. L’unica scena, potente, che ce lo concede, lo vede imbambolato davanti al televisore, che la madre, colta da un raptus, stacca dalla presa e disintegra per terra. Come a dire “smetti di guardare il nulla e comincia a guardare il tutto che ti sei perso in questi anni”.

Oltre a essere un’opera composita contenutisticamente, “Laurence Anyways” è uno spettacolo formale. Dolan dimostra un’assoluta, incredibile padronanza dei linguaggi visivi che sceglie di adottare per raccontarci la sua storia. E’ un racconto rapsodico, che si affida molto spesso al videoclip, servendosi di una colonna sonora che spazia da Mozart ai Depeche Mode, cogliendo, attraverso di essa, lo Zeitgeist del ventennio 80-90 in cui Dolan bambino ha mosso letteralmente i primi anni di vita — classe ’89, Xavier. E perdonate se ho utilizzato “Zeitgeist”: mi ero sempre ripromessa di lasciarlo nelle mani dei critici seri, ma la musica, che da sempre ricopre un ruolo importantissimo nei film di Dolan, sa evocare la spensieratezza di un ventennio, ma anche tutta la sua superficialità pop-izzante. Il regista passa da un realismo verista a una visionarietà felliniana nel giro di un cambio di scena. Trama carrellate di primi piani di persone qualunque e le infila nella storia a due di Fred e Laurence, come se volesse imbricare l’universale nel particolare, avvicinando ignoti e noti, facendoli immaginificamente sfiorare, rimarcando quanta distanza li separi e al contempo quanta vicinanza li unisca. Si serve del rallenti per spezzare il quotidiano e una linearità narrativa da cui non vuole sentirsi legato. Dolan è un piccolo Dio che ti mostra cosa può fare con lo strumento dell’arte.
La scena che ha fatto spalancare tanti ooooh-aaaah, è senz’altro quella in cui Fred e Laurence si ritrovano dopo anni di lontananza fisica ma di vicinanza emotiva, e fuggono — letteralmente — sull’Ile Noir, un luogo per loro mitico — “avremmo sempre voluto andarci”, dice Fred, e il condizionale, in quel weekend finalmente diventa presente. In mezzo a una strada, su quest’isola chiamata “nera” ma bianchissima di ghiacci e neve, a nord di Montreal, i due camminano innamorati e liberi — la camminata degli innamorati, you know what I am talking about… E dal cielo piovono, variopinti, abiti di tutti i tipi. Abiti che richiamano i panni stesi nel vialetto in cui Laurence e Fred si baciano, all’inizio del film, e che Dolan ha cura di inquadrare molto chiaramente. Perché nel cinema del canadese nulla è mai per caso.  In questa scena, che si guadagna anche la locandina del film, il regista reifica il sentimento che coglie due anime innamorate che si ritrovano. La gioia colorata, la leggerezza, la sensazione inebriante di lasciarsi ricoprire da una pioggia di colori, e al contempo, la consapevolezza, che la sensazione è transitoria, fugace, non più lunga di una pioggia estiva. O di un weekend trascorso lontano da tutto.

Quando lo sconforto ci agguanta, ricordiamoci sempre di pensare alle infinite meraviglie che questo pischello canadese ha in serbo per noi. Le promesse dell’arte possono salvarci tanto quanto l’arte stessa.

E questa settimana vediamo un po’ di tornare al cinema italiano, sperando di non toppare con la coppia Mazzantini-Castellitto

FORTUNATA
di Sergio Castellitto
Italia, 2017, ‘103
Lunedì/Monday 22
Ore 21:00/ 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Qui mi fa un po’ impressione rivedere i film doppiati. Almeno questo è italiano, e non devo subire il supplizio del labiale fuori sync.
Sarebbe bello che Castellitto bissasse la prova “Non ti muovere”. Sarebbe brutto che bissasse “La bellezza del somaro”…

E anche per questa sera è tutto, Moviers. Un’altra settimana di esilio se n’è andata. E sono viva.
Vedete, il corpo è ostinato…
Nel Movie Maelstrom un appuntamento di Movieday, se siete liberi mercoledì e volete scegliere di vedere “Porto il velo e ascolto i Queen” dal Mastro…
Ringraziamenti sempre sentiti e saluti, stasera, longobardamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come dicevo, Movieday propone il film PORTO IL VELO E ASCOLTO I QUEEN mercoledì 24 maggio all’Astra. Se avete l’agenda libera e volete vedervi un film “out of the box”, partecipate 🙂

FORTUNATA: Fortunata racconta la storia di una giovane madre, forte e coraggiosa, con un matrimonio fallito alle spalle, che quotidianamente combatte per conquistare il suo sogno: aprire un negozio di parrucchiera sfidando il suo destino, nel tentativo di emanciparsi e conquistare la sua indipendenza e il diritto alla felicità.

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LET’S MOVIE 327 – propone LAURENCE ANYWAYS e COMMENTA PUSSY RIOTS

LET’S MOVIE 327 – propone LAURENCE ANYWAYS e COMMENTA PUSSY RIOTS

Manaturalmente Moviers,

le infrastrutture a New York sono davvero in uno stato pietoso, dove pietoso non è il nome di uno stato, ma potrebbe diventarlo — con il suo comune, la sua scuola, la sua banca e il suo fast-food. Se dovete attraversare Manhattan in verticale, cioè da sud a nord, e percorrete la Statale 9A, vi capita di essere bloccati certo dai semafori, ma anche dall’effetto domino di una galleria, l’Holland Tunnel, che non si sa bene come mai, non scorre e blocca tutto. Collega New York a il New Jersey, e un sacco di newyorkesi sono collegati al Jersey. Quindi il tunnel non fa che rispecchiare questo legame.
Allora certo potete prendere la metropolitana. Ma che non sia nel weekend. Il weekend stravolge le leggi delle direzione, i colori delle linee, le corse locali ed espresse — che più o meno sono come i regionali e gli interregionali italiani. Il weekend è l’anarchia del sistema sotterraneo metropolitano. E non c’è che da sperare nelle buona sorte. Se poi piove, be’, ci si prepari a trovare stupefacenti esemplari di bacini idrici nei sottopassaggi e nelle zone con della pendenza. Gli esperti di orografia di tutto il mondo accorrono per studiare il fenomeno, armati di stivali e fucili derattizzanti. Perché sì, i ratti sono gli autoctoni della metro. Amano il rischio, e questo permette loro di alloggiare fra i binari dei treni, incuranti dei treni, e persino dei fucili deratizzanti degli esperti di orografia di tutto il mondo. Del resto è semplice consequenzialità. Così come Neo di “Matrix” (devo specificarlo?!) schivava le pallottole, i ratti, schivano i treni.
Poi non occorre che dica della rush hour, tra le 5 e le 6 pm, quando tutta la newyorkesità si riversa, solitamente nella linea rossa — la mia. O quella verde, quando devo prendere la verde. O l’arancio, o la blu. A seconda della linea che devo prendere, quella, per magia, attira a sé i passeggeri. In questo caso, la legge è della fisica. O forse, semplicemente, di Murphy.
Stare accalcati ha i suoi vantaggi. Puoi sbirciare le conversazioni altrui su Whatsapp, Indovinare il regime alimentare di una famiglia contando i litri di succo d’arancia o Coca Cola nelle buste della spesa. Se la bottiglia è quadrata e incartata in un sacchetto di solito è Jack Daniels, e in quel caso il regime è un altro. Puoi chiederti come sia possibile che un numero inverosimile di passeggeri insospettabili giochi con la versione 2017 di Super Mario Bros o Tetris durante i loro spostamenti. Oggi i colori sono più sgargianti, le forme arrotondate, la scenografia è molto accattivantemente miyazakiana. Forse per questo anche le pensionate ci smanettano con una concentrazione da far perdere la fermata.

Gli aspetti negativi dello stare accalcati non occorre che li elenchi. L’olfatto è il senso che ha la peggio e soccombe sistematicamente sotto zaffate che, avessero un colore, li avrebbero tutti. Però anche lì, te la giochi con la fisica, o meglio, il fisico — o forse, semplicemente, con Murphy, anche lì. Puoi imbatterti nel vagone che sa di mandarino, perché qualcuno ha avuto bisogno di fare il pieno di vitamina C. I miei preferiti sono i vagoni che sanno di capelli e corpi appena docciati. Mi par di vederli, appena usciti dal bagno di casa loro, ancora fumanti, tuffarsi giù nello scarico della metropolitana e finire a profumare di Badedas tutto il treno. La maggior parte delle volte gli odori sono altri. Quelli della massa umana. Scarpe bagnate, dreadlock risalenti al secolo scorso, giacche a vento che liberano nell’aria il fritto misto catturato nel ristorante cinese la sera prima.
E poi ci sono gli odori metaforici. L’odore del sonno, quello dell’ansia. L’odore dell’indifferenza e quello della scocciatura.
Le infrastrutture arrancano e le strade sprofondano. I romani si lamentano delle buche nella capitale. I newyorkesi non si lamentano delle voragini che divorano il loro manto urbano solo perché hanno lo stoicismo e il senso pratico tatuati nel DNA. A che pro lagnarsi? Bypassarle fa risparmiare tempo e coronarie. Questo non toglie che le voragini rimangano con la bocca spalancata giorno e notte e sta a voi, evitarla con cura.
E se si vuole prendere un taxi, uno deve fare un corso lampo di tutte le microlingue del Kerala, del Bangladesh e del Senegal. I taxisti appartengono a questi ceppi non propriamente romanzi o indogermanici o autoctoni.
Poi Trump. Trump è sempre Trump, no? Non è che da gennaio a oggi sia cambiato. E’ sempre lui.
E Melania. Anche lei, naturalmente non è cambiata. Sicuramente non naturalmente per lo meno.

Ma naturalmente fallisco Fellows, in tutto questo. Marciare sulle sventure di NYC è come prendere il Cenacolo di Leonardo e accusarlo di cadere a pezzi. Cadrà anche a pezzi, ma è pur sempre il Cenacolo!
Quindi no, non ce la faccio, Vostro Onore.
Mi dichiaro colpevole di concupiscenza nei confronti della Città.
Mi si mandi pure in qualche colonia penale, magari verdissima, magari pulitissima, dove tutto sembra perfetto e nell’aria c’è uno strano sentore di occult(at)o…
😉

Questa settimana, come anticipato, abbiamo servito ART POT, il calderone in cui i Radio Days e la sottoscritta hanno rimestato cinema, musica e poesia. Ovviamente non farò la cronaca di cosa è stato, per non incappare nel principio numero 2 di Archimede secondo il quale chi si loda s’imbroda. Un foltissimo numero di Moviers & Anti hanno popolato il Social Stone, e quella è stata la soddisfazione più grande. Non farò la cronaca anche perché, se Paganini non ripete, noi invece sì, convinti come siamo del trattamento “repetita iuvant”. 🙂 Per chi non ha potuto esserci riproporremo la serata mercoledì 17 maggio alle 21:00 alla Bookique.

Venerdì sono tornata, dopo un paio d’anni, al Centro Sociale Bruno. La rassegna che la nostra Movier Lady Brown ha organizzato, prevedeva “Pussy Riot”, il documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin, 2013. E la ringrazio per averlo proposto perché io, con tutto il post-post-femminismo che ho in circolo e la fissa con il dissenso e la fascinazione per i flash mob, mi sono assolutamente persa il fenomeno delle pussy riots, che scoppiò nel 2012. Ho passato gran parte del documentario a chiedermi dove diamine fosse il mio radar post-post-femminista nel 2012, e ancora devo darmi una risposta. A volte gli accadimenti ci passano accanto, silenziosi anche se fanno rumore — come nel caso delle Pussy Riots, appunto — e solo se c’è qualcuno che ci tira per la giacchetta ci voltiamo a guardarli. Let’s Movie esiste un po’ anche per questo.

Queste Pussy Riots sono un collettivo punk-femminista politicamente impegnato nato in Russia per dare addosso al regime di Vladimir Putin e difendere democrazie e libertà. Ragazze giovani e scatenate, provenienti da ambienti diversi, che decidono, un bel giorno, d’infilarsi un passamontagna colorato, vestitini dalle tonalità acidissime, e improvvisare incursioni in luoghi simbolo, come le chiese ortodosse, la Piazza Rossa, il tetto di un carcere, ecc… La performance consiste in un pezzo punk strimpellato, cantato e ballato alla selvaggia. Solitamente il testo del pezzo è un’invettiva contro il governo e un incitamento a ribellarsi. Scopo della modalità “invasione di campo”? Attirare quanta più attenzione possibile e, in qualche modo, costringere i passanti o i presenti, a sentire cosa hanno da dire. Nel 2012, tre di queste pussy riots, hanno fatto irruzione nella chiesa ortodossa di Cristo Salvatore di Mosca, in pieno servizio religioso, e ne hanno letteralmente cantate di tutti i colori: il ritornello, per darvi l’idea, recitava “Madre Maria, Bandisci Putin!”, e altri contenuti ben più volgari.
Il documentario racconta i due anni che le tre ragazze hanno trascorso in carcere e il processo che le ha viste protagoniste.
Il film in sé non ha nulla di particolare. Fa ciò che un documentario deve fare. Documenta. E tira la giacchetta, oltreché in ballo una serie di macro questioni. Le tre, e tutto il collettivo, si definiscono “artiste”. Fin dove arriva l’arte e comincia altro?, mi chiedo. Qual è il rapporto tra arte e legalità? Ho sempre pensato che l’arte sia l’unica sovvertitrice legale dell’ordine costituito, ma non è così: talvolta, infrange la legge per manifestarsi. Pensiamo a Banksy, alla violazione di proprietà o all’“abuso” di luogo pubblico di cui si “macchia” con ogni sua opera. Oppure a Cattelan, che impicca tre bambini fantocci a un albero di un parco, o che solleva un dito medio davanti alla Borsa, che schiaccia un papa sotto un meteorite, e che inginocchia un Hitler bambino e credente. L’arte può anche armarsi di metodi non accettati dal sistema e dalla morale: questo perché, con la sua potenza ciclonica, dovrebbe scuotere entrambe. Come dice la citazione del maestro Majakovskij in testa al film, “L’arte non è lo specchio che riflette la società, ma il martello che serve per forgiarla”.
Nel caso delle Pussy Riots la questione si complica. Le loro incursioni sconvolgono ma non rimangono. Sono circoscritte alla reazione che suscitano lì per lì negli spettatori, come gli happening negli anni ’60-70. E rimarranno nella storia come eventi “disruptive”. Ma temo di non considerare queste ragazze delle artiste, le considero ribelli politiche. Ribelli politiche che scelgono una strada originale per esprimere il loro dissenso e la loro lotta per la libertà. In questo loro percorso di rivolta, sono con loro.
E il mio timore che il loro movimento si fosse spento in questi anni è stato piacevolmente smentito. Non solo continuano con le loro imboscate e le loro performance anche pericolose — provatevi voi, a sfidare il gelo russo in un vestitino di nulla, braccia e gambe nude! 🙂 — ma hanno rivolto il passamontagna anche oltreoceano, contro Trump. Vedere per credere.

Parlando di legalità, mi fa piacere citare un bell’evento che si è svolto sabato, La Giornata della Legalità, nella cui organizzazione il nostro Fellow Presidente ha avuto un ruolo quanto mai presidenziale. 🙂 La Giornata si è conclusa sul cui palco del Teatro Sociale dove classi di licei del trentiname si sono ritrovate a riflettere su un argomento come la violenza contro le donne. E per condividere le loro riflessioni hanno utilizzato il medium della performance artistica.
C’è forse un modo migliore di riflettere? 🙂
Spero che questa serata sia servita. In un mondo in cui Il 35% delle donne è destinato a subire violenze nell’arco della vita, fare tutto il fattibile possibile mi sembra il minimo.
E proporrei una mozione parlamentare per modificare due modi di dire, sbagliati come la matematica. “Chi si batte non si ama. Si mena”.

E per questa settimana, mi sciolgo davanti alla programmazione del Mastro, che per un giorno, un giorno soltanto, ci spalanca le porte del paradiso offrendoci

LAURENCE ANYWAYS
di XAVIER DOLAN
Canada 2012, ‘158
Martedì 16 maggio
21:00/9 pm
ASTRA/dal MASTRO
INGRESSO 5 EURO!

Lui, Xavier, solamente lui. Il piccolo enfant prodige regista di “ Mommy”, cucciolo di panda dall’intelligenza einsteiniana, dalla sensibilità proustiana.
Non serve che aggiunga altro. Kant scrisse del suo imperativo categorico solo dopo aver saputo di questa serata.

E anche questa seconda settimana d’esilio è trascorsa. Si sopravvive. Mi si dice che New York faccia altrettanto. Ma sopravvivere non è vivere…
🙂
Vi aspetto al cine martedì, vi ringrazio sempre della pazienza e dell’ascolto, vi lascio con un articolino nel Maelstrom e vi porgo dei saluti, stasera, ovviamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se pianificate di andare al Whitney, vedete un po’ che ve ne pare della mostra “Where We Are”.

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LET’S MOVIE 326 commenta LA TENEREZZA e propone ART POT, featuring RADIO DAYS & SARA FRUNER

LET’S MOVIE 326 commenta LA TENEREZZA e propone ART POT, featuring RADIO DAYS & SARA FRUNER

Fingere Fellows

che l’esilio non sia esilio e che io non mi senta Napoleone all’Elba, sarebbe davvero basso. E non perché Napoleone fosse un diversamente alto, ma perché questo di Let’s Movie è un luogo di verità, oltreché di divertimento sconfinato. Il giorno prima di lasciare NYC, NYC mi ha regalato, in aggiunta al cielo malva di cui sapete, una temperatura estiva che si aggirava intorno ai 29 gradi — no, non ho ancora imparato a convertire Fahrenheit in Celsius, vado a pelle e a occhio.
Il Trentino mi ha accolto (!!) in un abbraccio gelido. Non gliene farò una colpa. Anche NYC è una cavalla pazza meteorologica, ma se non altro quando piove lì, sei comunque a NYC. A Trento sei a Trento. E la differenza, ahimè, è troppo macroscopica per poterla diluire nel mezzo pieno di un bicchiere.
E poi il verde brutale, Moviers. Può un colore essere tanto feroce? A quanto pare sì. Ho vagato per i primi giorni riparandomi gli occhi, chiedendo a tutti quelli che incontravo dove potevo trovare la manopola per abbassarne l’intensità… Una povera passante con una richiesta donchisciottesca, me ne rendo conto. Ma mai avevo provato questa sensazione di violenza cromatica. Sarà che le mie rètine, ora, vivono adagiati sulle scale di grigio e azzurro, e sulle rifrazioni dei grattacieli, che hanno un modo tutto loro di giocare con la luce, i solidi, il giorno e la notte. Se in Australia chiamano “blue room” l’incavo che si crea sotto la pancia dell’onda, nel quale i surfisti amano da morire rifugiarsi, qui la room diventa green. E io no, non amo affatto rifugiarmici dentro.
Voi ora penserete che esagero, che in fondo dovrei esserci abituata. Ebbene no. Così come non ero più abituata alla pulizia di cose e persone, qui. All’ordine con cui la gente sembra muoversi per strada, come se seguisse dei tracciati immaginari. Non mi era mai capitato di notarla, questa geometria di strada.
Qui sarà anche tutto silvestre, ma NYC è una giungla. Tutti seguono una propria traiettoria, ma visto che i “tutti” sono 8 milioni e rotti, queste rette s’intersecano in infiniti punti del piano. Il risultato è una specie di disegno spirografico in cui le linee si sovrappongono in continuazione, fino a che la trama diventa fittissima, e tutto si mescola, linee, percorsi, umanità.
Un fenomeno simile può essere insopportabile per alcuni — claustrofobia, capogiri, ipersudorazione, i principali sintomi d’insofferenza. Altri — presente! — ci trovano nuovi orizzonti di leggi fisiche. Com’è possibile sopravvivere in sovrapposizioni simili? Com’è possibile non soccombere? Il bello di una metropoli — NYC nello specifico — è proprio questo. Chiedersi, ogni giorno, come sia possibile che tutto quello stia in piedi, che non imploda? Davanti agli spettacoli della natura possiamo riparare nel divino o nello scientifico. In una città, hai la dimensione umana. L’uomo ha fatto tutto questo, ha creato tutto questo dal nulla, nel bene e nel male. Nel bene e nel male ha costruito un sistema nuovo, un terzo stato, che non spieghi solo con dei calcoli strutturali. Ci sono queste reti che disegnano gli uomini nelle loro intenzioni e nei loro percorsi quotidiani semplicemente muovendosi in uno spazio ristretto — “Manhattan ha una densità pari a 67.000 persone per miglio quadrato” (David Owen “Green Metropolis”).
“Eppure esiste” mi viene da dire, facendo il verso a Galileo.
In una cittadina di media grandezza questo fenomeno non è percepibile, ovviamente. Del resto, solo se vai nel cuore della savana capisci cos’è un cielo bianco di stelle. E solo in una giungla urbana, respiri questo nuovo respiro, provi questo nuovo modo di muoverti e sopravvivere nell’intrico di linee che sono le destinazioni di tutti gli abitanti di quel luogo, e sono come l’acqua: trovano sempre la via di arrivare.
Tante volte critico l’umanità, ma tante altre rimango stupefatta dalla flessibilità, no, fluidità, che l’essere umano dimostra. La resilienza, anche.
Del silenzio non occorre che parli, credo. Ho già scritto abbondantemente della musica di NYC e dell’afonia di Trento. A volte non è facile tollerare i decibel newyorchesi. Le ambulanze che ti trapanano l’udito, i martelli pneumatici, le sirene del camion dei pompieri, a cui vorrei aggiungere anche le gole schiarite dei passanti e gli sputi ad esse conseguenti… Tutto molto molestamente cliché, ma anche tutto molto rumorosamente confermato dall’evidenza. Ma se voi andate oltre quello strato sonoro fastidioso e gridato, troverete, sotto, un respiro. Non so bene cosa sia né da dove provenga — devo investigare ancora un po’. Ma si sente forte e chiaro, in qualsiasi posto voi vi troviate. A me fa una compagnia che non so descrivere. Non mi sento mai sola a NYC. C’è questo battito intorno, sotto, o da qualche parte, che continua a pulsare. E tu ti senti vivo dentro una cosa viva. Il bello di tutto ciò è il paradosso. Vivo dentro un abbraccio di cemento e vetro?? Sì. Troppo facile sentirsi così in mezzo al Borneo, o in qualche green room. Il difficile è sentirsi così in una dimensione 100% artificiale, fuoriuscita dall’intelletto e dalle rimescolazioni umane, non scivolata fuori dalle gambe di Madre Natura.
A ogni modo, Fellows, non è che sia poi così tapina, intendiamoci. Oltre a ricevere ondate e ondate di affection&care da voialtri Moviers e Anti, sono tornata a vedere del buon cinema italiano. E dal Mastro, per di più. Pur non incontrandolo, ho avvertito comunque la sua cine-presenza nell’aria.
A NYC i film italiani faticano ad arrivare. Complici le regole incomprensibili della distribuzione. Quando poi arrivano, per noi italiani sono già obsoleti. Vi dico solo che “La pazza gioia”, uscito qui a marzo 2016, arriverà all’IFC Center a fine maggio 2017… Ed è uno dei film più pluripremiati e apprezzati della stagione italiana… E vi assicuro — Don Vito Corleone mi è testimone — che il mio giudizio negativo sul film non ha avuto alcuna influenza sul suo arrivo ritardato… 😉
Il film della prima settimana in esilio, visto fortunatamente con la compagnia del WG Mat, è “La tenerezza” di Gianni Amelio. Tenerezza che potrebbe tranquillamente sottoporsi a un morphing e diventare, d’un tratto, tristezza. E’ un film triste, quest’ultimo di Amelio. Ma ciò non significa che non vada visto. Con le famiglie felici, Tolstoj, c’incartava il pesce. Su quelle incasinate, invece, ci costruì “Anna Karenina”. E Amelio c’ha costruito “La tenerezza”.

Lorenzo è un vecchio ex avvocato napoletano che da anni ha chiuso i rapporti con i due figli, e se ne vive in solitudine — o in solitaria, dipende dai punti di vista.
Al rientro a casa dopo il ricovero per un infarto, Lorenzo trova nell’appartamento di fronte una giovane famiglia appena traferitasi a Napoli dal Nord. Con il passare dei giorni stringe una bella amicizia con i suoi nuovi vicini, soprattutto con Michela, moglie di Fabio e madre di due bambini. Capiamo ben presto che Fabio non sta bene, è irrequieto e si accende come un fiammifero per un nonnulla. Questa sua insofferenza, che capiremo affonda le radici in un’infanzia infelice, sfocerà in un suo gesto drammatico che sono certa non faticherete a indovinare. Diciamo che ricalca molta della cronaca che sentiamo in questi ultimi anni: padre e marito amorevole, colto da raptus, commette…
Questo avvenimento sconvolgerà la vita di Lorenzo a tal punto da fargli rivedere le sue posizioni emotive e rimettere in discussione i rapporti con i figli — con la figlia Elena, per essere precisi.
Del film ti colpisce — positivamente — il distacco dallo stereotipo. Finalmente un regista che fa dire a un padre “Non amo i miei figli”. Che questo sia più o meno vero, non ci interessa, al momento. Al momento ci interessa che un personaggio abbia detto il socialmente/convenzionalmente indicibile. Questo permette ad Amelio di frugare in una sacca di non-detto che viene tenuta sempre bella chiusa e lontana da occhi spettatori. Quando un regista toglie i mattoni da sotto le fondamenta di un tabù, e ne causa, se non il crollo, almeno una crepa dentro cui infilare uno sguardo critico, io, se permettete, applaudo.
In Italia, paese del desiderio spasmodico che la famiglia funzioni sempre e comunque, e dell’esaltazione dell’amore genitoriale-filiale, si preferisce un modello in cui la famiglia, presentata in tutti i suoi limiti e difetti, finisce sempre per vincere — le sfuriate mucciniane seguite dai tarallucci e vino alternativi ozpetekiani.
In “La tenerezza” abbiamo un padre a cui non interessa ricucire rapporti: vive trincerato nel suo silenzio, addirittura finge di dormire nel letto di ospedale pur di non dover interloquire con la figlia giunta in visita al suo capezzale. E’ forte, quella scena iniziale, anticipata da Elena mentre svolge il suo lavoro d’interprete in tribunale traducendo quello che gli accusati stranieri hanno da dire. Lei traduce, fa da tramite, anche se sa benissimo che alcuni di loro stanno mentendo. E lo stesso fa con il padre: vorrebbe dire la verità, usare altre parole che non riesce a dire, e in più funge da tramite fra il padre e il fratello, fra il padre e la madre — Elena avrebbe svelato un segreto ai danni di Lorenzo e, secondo lui, avrebbe provocato la morte della madre. Eppure Lorenzo è legato alla figlia dal nipotino, che preleva da scuola ogni tanto per insegnargli cose che al ragazzino non interessano minimamente, oppure per fargli domande che troveranno risposte secche — “Mi vuoi bene?” chiede Lorenzo. “No”, gli risponde lapidario il piccolo (mostro) — e anche qui, un altro tabù minato. A volte i bambini non sono tutti dei piccoli mulini bianchi. Sono anche insopportabili e scortesi. E potrebbero anche essere dei natural born killers — scopriremo, nel passato di Fabio…
Ma Lorenzo non è Scrooge. Come intuisce giustamente Michela, la nuova vicina, Lorenzo teme solo di non vedere restituito ciò che lui può donare, e quindi, soffrire. In altri termini, paura. Amare non è poi così semplice come si pensa, questo il film scrive a grandi lettere sullo schermo. Ed è il dramma che toccherà la coppia a sbloccare a Lorenzo questa paura, a fargli riconsiderare le sue posizioni e portarlo, forse su quella via. Il finale è assai esplicito verso questa direzione. Fin troppo per i miei gusti — avrei concluso una ventina di secondi prima di un gesto di eccessiva, manifesta tenerezza, ma posso capire che, nella parabola della storia, ci stia.
Il film mostra ma non dimostra alcunché. Mostra il fratello di Elena che s’intrufola in casa di famiglia per ravanare i cassetti in cerca di cash. Mostra Elena, una donna madre-lavoratrice single, indipendente e tutto, ma segnata irrimediabilmente dal rapporto interrotto con il padre e che la porterà a cercare l’amore a mille miglia di distanza, in Egitto. Mostra un Lorenzo che alla fine, di Scrooge non ha proprio nulla. La solitudine è una conseguenza del dolore. La perdita della moglie — “forse non amata, o forse sì, ma troppo tardi” — lo porta a rifugiarsi in uno spazio di silenzio e a tagliare i ponti. E chi siamo noi, per giudicare le vie che la sofferenza prende, e come esse vengono percorse? Il bello del film è proprio l’assenza di giudizio. Ben evidente anche nel modo in cui tratta la vicenda dei due vicini.
Il personaggio di Fabio, ben più interessante di quello di Michela — moglie e madre amorevole-servizievole, troppo — è un bell’esempio di storia raccontata più dai suoi gesti e dalle parole altrui — di sua madre — che dalle sue. Fabio mentre gioca con un modellino di elicottero, e sembra ancora più bambino del suo bambino di 5 anni. Fabio disposto a pagare qualsiasi cifra per un camioncino vintage da regalare a se stesso e non al figlio. In quel camioncino rivede l’infanzia che non è riuscito ad avere, e costruisce, a voce alta — tocco da maestro del Maestro Amelio — dei ricordi non veri: i ricordi che non ha avuto e che vorrebbe tanto avere. “I vetri che io ho spaccato con un chiodo”, dice, riferendosi ai finestrini mancanti del modellino.
Ecco, “La tenerezza” è fatta anche da questi piccoli momenti narrativamente grandi, che aprono delle finestre sul personaggio e ne rivelano un vissuto accidentato, dando poi delle possibili chiavi di lettura con cui interpretare i gesti folli che dalla sua mano possono partire. Un modo sapiente del regista di dirci che la follia origina nella normalità. “Un figlio unico” — ripetuto per ben due volte — che immaginiamo essere stato ricoperto di attenzioni, in realtà risulta incompreso, solo, disposto a pagare i compagni per essergli amici, e in grado di inventare balle pazzesche pur di attirare l’attenzione. Un monito, lo leggo, per i genitori. Vedete un po’ che, facendo questo mestiere, siete sempre sul filo dell’errore. Beware and watch out…

Gli attori. Gran complimenti a Renato Carpentieri, Lorenzo, che regala un’interpretazione convincente e intensa. Per quanto riguarda gli altri — Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno e Micaela Ramazzotti — mi piacerebbe sapere se non si sentano intrappolati dai ruoli identici che li chiamano sempre a interpretare. Elio Germano, bravissimo, fa quasi sempre la parte del folle, del problematico, dell’inquieto. Giovanna fa sempre la seriosa ai confini del burbero, e quell’unico sorriso che ti concede, lo pagheresti migliaia di Euro. Micaela poi è il caso più eclatante. Sempre personaggi di donne tra lo svampito, il candido, l’innocente e il perduto — tranne, forse in “Ho ucciso Napoleone”. A ogni modo sono tutti bene in parte e anche grazie a loro il film funziona.
Certo, come si diceva all’inizio, è un film in cui si respira tristezza. Per la storia in sé, ma anche perché ci costringe a pensare agli appartamenti pieni zeppi di storie così. Che non si dicono, o solo parzialmente. Forse dicendole — filmandole — di più, guardandole di più, si aiuterebbero le persone a capire che i tarallucci e vino vanno lasciati sulle tavole fittizie altrui. E che la realtà, somiglia più a noi.

Spulciata la programmazione cinematografica trentina della settimana, mi sono decisa, Moviers, a proporvi un appuntamento un po’ diverso, ma pur sempre cinematografico.

ART POT
I Radio Days e Sara Fruner servono cinema, musica e poesia
Giovedì 11 maggio 2017
Social Stone
Via Gorizia 18, Trento

 

Il Fellow Lumière, nella vita di tutti i giorni, porta il nome di Michele Kettmeier. Se lo sommate a un Fabrizio Carlin, vi risultano i Radio Days, un duo dalle mille idee che rimusica cortometraggi muti e s’inventa un sacco di altre attività tra musica e cinema — vedere per credere, www.radiodays.tn.it.
Abbiamo pensato di cucinare un “ART POT“, un contenitore — anzi una pentola — in cui mescoliamo e serviamo musica, cinema e poesia, un tributo a tre forme d’arte che, abbinate, risvegliano il senso e il muscolo dell’immaginazione. Tre arti di cui siamo follemente innamorati e di cui sappiamo esserlo anche voialtri.
Il menu poetico-musico-cinematografico proporrà alcune poesie tratte dalle mie tre raccolte, alcune musiche ad esse dedicate e magistralmente interpretate da Michele al pianoforte e Fabrizio al trombone, e qualche corto muto musicato dal vivo da loro.
Io non mi perderei quest’occasione… Mi pare che si parli sempre troppo di “fusion” per il cibo, ma sempre troppo poco in ambito artistico. Non serve guardare nei ristoranti di tendenza, per trovarla, questa benedetta fusion… Nella Grecia classica infatti, danza, musica e poesia formavano un tutt’uno, la Choréia una e trina, un concetto estetico che si basava sulla sintesi di parola, suono e movimento. “Art Pot” sostituisce al corpo l’immagine in movimento — il cinema. Ed il cinema di per se stesso è una danza: la danza dello sguardo davanti a un sogno che ritrae una forma di realtà.
Quindi fossi in voi, viste anche le basi elleniche su cui poggia il progetto — oltreché su quelle più trivialmente trendy 🙂 — io non me lo perderei. 😉

E questa prima settimana in esilio è scivolata via senza troppi danni. Ci sono dittature ben peggiori che quelle esercitate dal verde — mi par di sentirvi, dotti ammonitori che siete… 🙂

Allora, ricapitolando, ci vediamo giovedì, vi lascio un articolino di approfondimento nel Maelstrom, vi ringrazio per l’attenzione e vi porgo dei saluti, stasera, mistificantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)
Ricordate che, un paio di settimane fa, vi avevo parlato della teoria della matrioska di Claudio Magris?
Ecco, qui potete approfondire se volete, http://www.lavocedinewyork.com/arts/libri/2017/04/29/claudio-magris-non-una-identita-ma-tante-insieme-siamo-matrioske/

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LET’S MOVIE 325 from NYC commenta “CHASING TRANE”

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Malva Moviers,

E’ questo il cielo che mi ha accompagnato ieri sera mentre rincasavo. Non viola, non rosa. Quella via di mezzo che, ad annusarla sa di lavanda.
Il mio punto preferito della 1, la metro che corre lungo la Broadway, da South Ferry, la punta a sud di Manhattan fin su su alla 242esima, è tra la 110ima e la 125esima. Lì, la metro sbuca fuori da sottoterra e fende il cielo, in sopraelevata. Ho visto ogni sorta di meteo accogliere quei dieci isolati. Ma un cielo non viola, non rosa, ma malva, no, quello era la prima volta che lo vedevo.
New York City quest’anno ha deciso d’ignorare la primavera ed è passata direttamente all’estate. Ieri è stata  la mia ultima sera e per la prima volta da novembre, avevo la finestra con la ghigliottina completamente alzata, pronta ad abbattersi solo sul caldo. Fuori si sentivano i rumori dell’estate. Non chiedetemi quali sono i rumori dell’estate. Qualche ragazzino che strilla. Il traffico attutito dal caldo, l’acciottolio dei piatti dagli appartamenti intorno. E un ronzio di fondo che forse è semplicemente l’avvio collettivo dei condizionatori, ma che a me piace pensare sia il respiro di Harlem tornato a respirare dopo l’apnea invernale.
Non è sempre così, mi si dice. La primavera esiste anche qui. Io preferisco credere che New York ignori le mezze stagioni. E’ una città talmente estrema, talmente “o bianco o nero”, o ricco o povero, o mi ami o mi odi, che non vedo il motivo per cui l’estate dovrebbe trascolorare nell’autunno e l’inverno nella primavera.
Per il mio ultimo pomeriggio qui — prima del ritorno qui, intendiamoci — mi sono dedicata a SoHo. E no, non per lo shopping — cioè, un vestito c’è scappato, ma quello è un obbligo stabilito per legge.
Abbattiamo un luogo comune. SoHo non è solo Prince Street e Spring Street, che sono un po’ il Corso Vittorio Emanuele II e Piazza San Babila di Milano. SoHo si estende, in orizzontale, dalla Sesta Avenue a Crosby Street e, in verticale, da Houston Street fino a Canal Street. Cinque isolati per quattro, in cui non c’è solo fashion e glamour, ma anche molta molta arte.
E ho capito che anche New York organizza eventi fratelli che finiscono coltelli: si fanno la guerra, cannibalizzandosi a vicenda. Un po’ come il Salone del Libro a Torino e la nuova fiera “Tempo di Libri” a Milano, se non ho capito male…
Oggi si è tenuto sia il SoHo Art Network, http://www.sohoarts.org/DCW-map-lowres.pdf, sia la Madison Avenue Gallery Walk, nell’Upper East Side, http://www.artnews.com/madavegallerywalk/.
Due iniziative gocce d’acqua. Self-tour per le gallerie del quartiere con eventi fissati a ore stabilite — la macchina organizzativa di questa città mi sciocca ogni volta che la vedo in azione. Eppure, entrambe nello stesso giorno, entrambe from 11 am to 6 pm.
Dubito si sia trattato di una svista, di una fatale coincidenza. Io ci vedo una competition fra quartieri… Le contrade a Siena, Montecchi versus Capuleti a Verona. Quella rivalità tra rioni che c’è in ogni paese — New York ha solo qualche milione di abitanti in più, ma le dinamiche sono le stesse.
Muoio dalla voglia di trovare qualcuno dell’Amministrazione newyorkese e, quasi prendendomela con i miei limiti, buttar lì un “I was actually wondering why the two events took place the very same day… There must be some scheme I am missing…”.
Ih ih ih…
E non è esattamente che potete oscillare fra i due quartieri. Fra l’Upper East Side e SoHo ci stanno, nell’ordine, Midtown con la sua Times Square, il Garment District, Koreatown, il Flatiron District, il Greenwich Village e NoHo. Non c’è piede in due scarpe che tenga: ti devi schierare. Io, che nell’Upper East Side ci vado per correre il Museum Mile e infilarmi o al MET o alla Neue Galerie — uno dei musei più piccoli e più belli di NYC — non mi ci sento molto affezionata. Portofino va bene, ma per qualche giorno. SoHo invece ti fa sorridere già anche solo a pensarlo, con quel nome dalla vaga sonorità sushi che richiama Londra ma che vuol semplicemente dire SOuth of HOuston Street. Allora che SoHo sia.
Anche l’idea del “self-tour” è molto intelligente. Ai newyorkesi non piace sentirsi costretti a rispettare orari e ritrovi anche durante il finesettimana — hanno già l’agenda sufficientemente fitta durante la settimana, il weekend, give me some space, please.
Il concept è perfetto: ti fornisco una mappa con tutte le gallerie che aderiscono al progetto, ti propongo delle presentazioni e dei walkthrough accompagnati a determinate ore, ma per il resto, sentiti pure libero di gestirti come vuoi.
Io, che comprendo assai bene l’insofferenza verso tutto ciò che può ricordare Alpitour coi suoi viaggi organizzati, ho fatto quello che mi interessava, quando m’interessava — altroché statua, la libertà… La libertà deve camminarti a fianco il più possibile.
Di tutte le location suggerite, ho apprezzato sopra tutte la Judd Foundation.
Sapete chi era Donald Judd? Il minimalista che faceva tutti quei parallelepipedi in metallo, gli “Stacks”, uguali e in serie, e li appendeva alle pareti… Mi sa che il MART ha qualche sua opera nella collezione permanente. Ebbene, nel 1965 Judd ebbe la lungimiranza di comprare un edificio di cinque piani al 101 di Spring Street, e di farci il suo studio. Rimase la sua base newyorkese anche quando era in giro per il mondo e, dopo la sua morte (1994), i figli decisero di trasformare il posto in una Fondazione. Tutto quello che si vede è autentico, disposto come lo dispose Judd prima di morire. Al secondo piano — solo i primi due piani sono visitabili — c’è un open space che oggi è normale amministrazione. Ma immaginate cosa voleva dire, nel 1965, mettere un lavandino, nudo, senza mobili intorno, con i tubi a vista, verso la parte adibita a salotto…
Il pavimento è rigorosamente di legno — il legno imperfetto delle case newyorkesi di una volta, non le distese impeccabili del Mar d’IKEA. Anche i vetri sono 100% vintage, quelli di certi bicchieri che, guardandoci attraverso, deformano le sagome. In mezzo al salotto, una stufa di ghisa che sembra piombata da qualche montagna svizzera. E poco distante, maioliche siciliane — il contrasto sarà anche casuale, ma è comunque forte. Nessuna antina o cassetto o sportello. Tutto a vista.
Si legge molto della sua arte nella sua casa.
Aggiungete anche la Judd Foundation nelle vostre mete.

Cinematograficamente è stata una settimana all’insegna del documentario. Sono indecisa su quale dei due parlarvi. Opto per quello che forse avrete modo di vedere in Italia: un personaggio come John Coltrane è amato da tutti gli amanti del jazz di tutto il mondo: “Chasing Trane” di John Scheinfeld contribuirà a farlo amare, se possibile, anche di più. Già il titolo è una poesia che farà impazzire i distributori per la sua meravigliosa intraducibilità. “Trane”, come lo chiamavano, è omofono di “train”, e “chasing” significa “inseguire”… Good luck, translators…
Premessa. Io non ho una formazione musicale. Non suono nessuno strumento, sono immoderatamente stonata, e per me Sol-fa-mi è un personaggio dei Puffi. Ma mi piace il jazz. Miles Davis, John Coltrane, Dizzie Gillespie, Duke Ellington, Thelonius Monk. Datemi loro, e sto zitta e buona come una bambina.

Il documentario ripercorre la vita di questo genio supremo che spinse il jazz in territori mai esplorati prima. Era schivo e timido, Coltrane, talmente tanto da non aver mai rilasciato un’intervista televisiva. Si hanno degli spezzoni alla radio, qualche suo scritto, ma per il resto sono opinioni di chi conobbe lui, oppure la sua musica, tra cui, Kamasi Washington, Common, Carlos Santana, Wynton Marsalis, Sonny Rollins. C’è pure Bill Clinton, che sappiamo, strimpella il sax, e, come apprendiamo, ha un vero e proprio culto per Coltrane. E questo dicasi anche per Common — rapper e attore, per chi non sapesse — e Wynton Marsalis — trombettista, compositori, nonché Direttore Artistico del Lincoln Center che diventerà il nuovo Louis Armstrong, per chi non sapesse.
Santana spende delle parole alte per Coltrane. “Some people play jazz, some people play blues, some  people play hip hop. Coltrane plays life”.
Santana ci sa fare con la chitarra, ma anche con le parole non scherzo eh. Commentando il suo pezzo “Supreme”, Carlos dice: “It is a vortex of possibilities. It is the sound of light and of love”. E aggiunge: “You cannot describe music with words. You hear it. And you wanna cry”.
Non c’è verità più vera. Descrivere una musica con le parole è persino più difficile che descrivere un sapore. E ve lo dico da paroliera — una che gioca con le parole a tutte le ore. Coltrane non si ferma alle note. C’è un’irrequietezza che lo porta a sfidare l’ignoto. Molte delle sue ultime produzioni rimasero incomprese proprio per quello: era avanti rispetto ai suoi tempi, ma non ebbe mai paura di osare e di cambiare.
Proprio come nella vita privata. S’innamorò di una donna molto più giovane di lui, divorziò dalla prima moglie e si costruì una nuova famiglia. Sono scelte difficili che pochissimi uomini hanno il coraggio di fare.
Così come smise completamente alcol e droga. Nel primo periodo della sua carriera, Coltrane visse schiavo di queste due idre. Quando capì che stavano compromettendo la sua musica, smise completamente. Decisione non facile, specie in certi ambienti.
Ma quello che mi affascina di Coltrane, è che la sua ricerca era volta alla risoluzione dei grandi dilemmi dell’esistenza. I quesiti einsteiniani del “cosa facciamo qui e dove stiamo andando?”, a cui cercava di rispondere frugando fra le note.
“My music is to uplift and inspire people to find meaning to life. Because that’s what is all about”. Con questo suo statement in testa, pezzi come “A Kind of Blue”, “A Love Supreme” e “Acknowledgement” hanno acquisito un nuovo senso per me. Non sono solo un patrimonio di bellezza sonora dell’umanità, ma sono anche dei tentativi filosofici attraverso i quali il musicista-filosofo Coltrane cerca di trovare il senso del tutto.

Perché questi documentari sono così importanti? Perché non solo mi raccontano un gigante che ha cambiato la storia della musica, ma anche la Storia. Per esempio, non sapevo che “Alabama”, un suo pezzo famosissimo, fosse stato scritto dopo il discorso che Martin Luther King tenne in seguito al massacro di Birmingham. “Pain and hope are there”, commenta la voce di Denzel Washington, che racconta, fuori campo la vita di Coltrane.
Non importa quindi se di jazz non sapete molto. “Chasing Trane” è un’opera per scoprire John l’uomo, Coltrane il mito. Assolutamente imperdibile. E usciranno, nel corso dell’anno molti film su personaggioni della musica, a cominciare da “Bohemian Rhapsody”, il biopic su His Majesty, the King&Queen Freddie Mercury, e “All eyez of me” su Tupac — may He be always blessed. In ambito jazz, mi si dice che sia uscito Miles Ahead”, su Miles Davis. Cerchiamolo!

Prima di lasciarvi vorrei dirvi del Crowdfunding che abbiamo lanciato il 25 aprile per La Voce di New York su Kickstarter. Siccome La Voce è libero e indipendente, e vuole continuare a esserlo, contribuite alla causa!
https://www.kickstarter.com/projects/1697005818/liberty-meets-beauty
Grazie Moviers 🙂

E ora devo proprio chiudere casa e andare a prendere l’aereo… 🙁
Menomale che Trentoville mi accoglie in pieno Trento Film Festival.
A questo proposito mi preme far sapere al Signor Bobby De Niro che il TFF è il Trento Film Festival. Perché il Tribeca avrà anche compiuto 16 anni, ma il Trento Film Festival ne ha 65. You got that, Bobby?? Sixty-five…
Parla pure con la nostra Anarcozumi se vuoi saper come si fa… 😉

Nel Maelstrom stavolta vi metto il video di cos’è La Voce di New York… Vedete se mi trovate… 😉

Ho aggiornato il Frunyc, con nuovi scatti, e i titoli, pian piano arrivano anche quelli… 😉

E per oggi è tutto, my Moviers… Ci vediamo in esilio… 🙂
Ringraziamenti e saluti, stasera, cromaticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board
    
Eccolo qui, il video de La Voce di New York… https://youtu.be/pk8GLKdC11M
Insomma, per parlare un po’ di trentino-rivano dovevo venire a NYC! 🙂

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