Posts made in maggio 6th, 2017

LET’S MOVIE 325 from NYC commenta “CHASING TRANE”

LET’S MOVIE 325 from NYC commenta “CHASING TRANE”

Malva Moviers,

E’ questo il cielo che mi ha accompagnato ieri sera mentre rincasavo. Non viola, non rosa. Quella via di mezzo che, ad annusarla sa di lavanda.
Il mio punto preferito della 1, la metro che corre lungo la Broadway, da South Ferry, la punta a sud di Manhattan fin su su alla 242esima, è tra la 110ima e la 125esima. Lì, la metro sbuca fuori da sottoterra e fende il cielo, in sopraelevata. Ho visto ogni sorta di meteo accogliere quei dieci isolati. Ma un cielo non viola, non rosa, ma malva, no, quello era la prima volta che lo vedevo.
New York City quest’anno ha deciso d’ignorare la primavera ed è passata direttamente all’estate. Ieri è stata  la mia ultima sera e per la prima volta da novembre, avevo la finestra con la ghigliottina completamente alzata, pronta ad abbattersi solo sul caldo. Fuori si sentivano i rumori dell’estate. Non chiedetemi quali sono i rumori dell’estate. Qualche ragazzino che strilla. Il traffico attutito dal caldo, l’acciottolio dei piatti dagli appartamenti intorno. E un ronzio di fondo che forse è semplicemente l’avvio collettivo dei condizionatori, ma che a me piace pensare sia il respiro di Harlem tornato a respirare dopo l’apnea invernale.
Non è sempre così, mi si dice. La primavera esiste anche qui. Io preferisco credere che New York ignori le mezze stagioni. E’ una città talmente estrema, talmente “o bianco o nero”, o ricco o povero, o mi ami o mi odi, che non vedo il motivo per cui l’estate dovrebbe trascolorare nell’autunno e l’inverno nella primavera.
Per il mio ultimo pomeriggio qui — prima del ritorno qui, intendiamoci — mi sono dedicata a SoHo. E no, non per lo shopping — cioè, un vestito c’è scappato, ma quello è un obbligo stabilito per legge.
Abbattiamo un luogo comune. SoHo non è solo Prince Street e Spring Street, che sono un po’ il Corso Vittorio Emanuele II e Piazza San Babila di Milano. SoHo si estende, in orizzontale, dalla Sesta Avenue a Crosby Street e, in verticale, da Houston Street fino a Canal Street. Cinque isolati per quattro, in cui non c’è solo fashion e glamour, ma anche molta molta arte.
E ho capito che anche New York organizza eventi fratelli che finiscono coltelli: si fanno la guerra, cannibalizzandosi a vicenda. Un po’ come il Salone del Libro a Torino e la nuova fiera “Tempo di Libri” a Milano, se non ho capito male…
Oggi si è tenuto sia il SoHo Art Network, http://www.sohoarts.org/DCW-map-lowres.pdf, sia la Madison Avenue Gallery Walk, nell’Upper East Side, http://www.artnews.com/madavegallerywalk/.
Due iniziative gocce d’acqua. Self-tour per le gallerie del quartiere con eventi fissati a ore stabilite — la macchina organizzativa di questa città mi sciocca ogni volta che la vedo in azione. Eppure, entrambe nello stesso giorno, entrambe from 11 am to 6 pm.
Dubito si sia trattato di una svista, di una fatale coincidenza. Io ci vedo una competition fra quartieri… Le contrade a Siena, Montecchi versus Capuleti a Verona. Quella rivalità tra rioni che c’è in ogni paese — New York ha solo qualche milione di abitanti in più, ma le dinamiche sono le stesse.
Muoio dalla voglia di trovare qualcuno dell’Amministrazione newyorkese e, quasi prendendomela con i miei limiti, buttar lì un “I was actually wondering why the two events took place the very same day… There must be some scheme I am missing…”.
Ih ih ih…
E non è esattamente che potete oscillare fra i due quartieri. Fra l’Upper East Side e SoHo ci stanno, nell’ordine, Midtown con la sua Times Square, il Garment District, Koreatown, il Flatiron District, il Greenwich Village e NoHo. Non c’è piede in due scarpe che tenga: ti devi schierare. Io, che nell’Upper East Side ci vado per correre il Museum Mile e infilarmi o al MET o alla Neue Galerie — uno dei musei più piccoli e più belli di NYC — non mi ci sento molto affezionata. Portofino va bene, ma per qualche giorno. SoHo invece ti fa sorridere già anche solo a pensarlo, con quel nome dalla vaga sonorità sushi che richiama Londra ma che vuol semplicemente dire SOuth of HOuston Street. Allora che SoHo sia.
Anche l’idea del “self-tour” è molto intelligente. Ai newyorkesi non piace sentirsi costretti a rispettare orari e ritrovi anche durante il finesettimana — hanno già l’agenda sufficientemente fitta durante la settimana, il weekend, give me some space, please.
Il concept è perfetto: ti fornisco una mappa con tutte le gallerie che aderiscono al progetto, ti propongo delle presentazioni e dei walkthrough accompagnati a determinate ore, ma per il resto, sentiti pure libero di gestirti come vuoi.
Io, che comprendo assai bene l’insofferenza verso tutto ciò che può ricordare Alpitour coi suoi viaggi organizzati, ho fatto quello che mi interessava, quando m’interessava — altroché statua, la libertà… La libertà deve camminarti a fianco il più possibile.
Di tutte le location suggerite, ho apprezzato sopra tutte la Judd Foundation.
Sapete chi era Donald Judd? Il minimalista che faceva tutti quei parallelepipedi in metallo, gli “Stacks”, uguali e in serie, e li appendeva alle pareti… Mi sa che il MART ha qualche sua opera nella collezione permanente. Ebbene, nel 1965 Judd ebbe la lungimiranza di comprare un edificio di cinque piani al 101 di Spring Street, e di farci il suo studio. Rimase la sua base newyorkese anche quando era in giro per il mondo e, dopo la sua morte (1994), i figli decisero di trasformare il posto in una Fondazione. Tutto quello che si vede è autentico, disposto come lo dispose Judd prima di morire. Al secondo piano — solo i primi due piani sono visitabili — c’è un open space che oggi è normale amministrazione. Ma immaginate cosa voleva dire, nel 1965, mettere un lavandino, nudo, senza mobili intorno, con i tubi a vista, verso la parte adibita a salotto…
Il pavimento è rigorosamente di legno — il legno imperfetto delle case newyorkesi di una volta, non le distese impeccabili del Mar d’IKEA. Anche i vetri sono 100% vintage, quelli di certi bicchieri che, guardandoci attraverso, deformano le sagome. In mezzo al salotto, una stufa di ghisa che sembra piombata da qualche montagna svizzera. E poco distante, maioliche siciliane — il contrasto sarà anche casuale, ma è comunque forte. Nessuna antina o cassetto o sportello. Tutto a vista.
Si legge molto della sua arte nella sua casa.
Aggiungete anche la Judd Foundation nelle vostre mete.

Cinematograficamente è stata una settimana all’insegna del documentario. Sono indecisa su quale dei due parlarvi. Opto per quello che forse avrete modo di vedere in Italia: un personaggio come John Coltrane è amato da tutti gli amanti del jazz di tutto il mondo: “Chasing Trane” di John Scheinfeld contribuirà a farlo amare, se possibile, anche di più. Già il titolo è una poesia che farà impazzire i distributori per la sua meravigliosa intraducibilità. “Trane”, come lo chiamavano, è omofono di “train”, e “chasing” significa “inseguire”… Good luck, translators…
Premessa. Io non ho una formazione musicale. Non suono nessuno strumento, sono immoderatamente stonata, e per me Sol-fa-mi è un personaggio dei Puffi. Ma mi piace il jazz. Miles Davis, John Coltrane, Dizzie Gillespie, Duke Ellington, Thelonius Monk. Datemi loro, e sto zitta e buona come una bambina.

Il documentario ripercorre la vita di questo genio supremo che spinse il jazz in territori mai esplorati prima. Era schivo e timido, Coltrane, talmente tanto da non aver mai rilasciato un’intervista televisiva. Si hanno degli spezzoni alla radio, qualche suo scritto, ma per il resto sono opinioni di chi conobbe lui, oppure la sua musica, tra cui, Kamasi Washington, Common, Carlos Santana, Wynton Marsalis, Sonny Rollins. C’è pure Bill Clinton, che sappiamo, strimpella il sax, e, come apprendiamo, ha un vero e proprio culto per Coltrane. E questo dicasi anche per Common — rapper e attore, per chi non sapesse — e Wynton Marsalis — trombettista, compositori, nonché Direttore Artistico del Lincoln Center che diventerà il nuovo Louis Armstrong, per chi non sapesse.
Santana spende delle parole alte per Coltrane. “Some people play jazz, some people play blues, some  people play hip hop. Coltrane plays life”.
Santana ci sa fare con la chitarra, ma anche con le parole non scherzo eh. Commentando il suo pezzo “Supreme”, Carlos dice: “It is a vortex of possibilities. It is the sound of light and of love”. E aggiunge: “You cannot describe music with words. You hear it. And you wanna cry”.
Non c’è verità più vera. Descrivere una musica con le parole è persino più difficile che descrivere un sapore. E ve lo dico da paroliera — una che gioca con le parole a tutte le ore. Coltrane non si ferma alle note. C’è un’irrequietezza che lo porta a sfidare l’ignoto. Molte delle sue ultime produzioni rimasero incomprese proprio per quello: era avanti rispetto ai suoi tempi, ma non ebbe mai paura di osare e di cambiare.
Proprio come nella vita privata. S’innamorò di una donna molto più giovane di lui, divorziò dalla prima moglie e si costruì una nuova famiglia. Sono scelte difficili che pochissimi uomini hanno il coraggio di fare.
Così come smise completamente alcol e droga. Nel primo periodo della sua carriera, Coltrane visse schiavo di queste due idre. Quando capì che stavano compromettendo la sua musica, smise completamente. Decisione non facile, specie in certi ambienti.
Ma quello che mi affascina di Coltrane, è che la sua ricerca era volta alla risoluzione dei grandi dilemmi dell’esistenza. I quesiti einsteiniani del “cosa facciamo qui e dove stiamo andando?”, a cui cercava di rispondere frugando fra le note.
“My music is to uplift and inspire people to find meaning to life. Because that’s what is all about”. Con questo suo statement in testa, pezzi come “A Kind of Blue”, “A Love Supreme” e “Acknowledgement” hanno acquisito un nuovo senso per me. Non sono solo un patrimonio di bellezza sonora dell’umanità, ma sono anche dei tentativi filosofici attraverso i quali il musicista-filosofo Coltrane cerca di trovare il senso del tutto.

Perché questi documentari sono così importanti? Perché non solo mi raccontano un gigante che ha cambiato la storia della musica, ma anche la Storia. Per esempio, non sapevo che “Alabama”, un suo pezzo famosissimo, fosse stato scritto dopo il discorso che Martin Luther King tenne in seguito al massacro di Birmingham. “Pain and hope are there”, commenta la voce di Denzel Washington, che racconta, fuori campo la vita di Coltrane.
Non importa quindi se di jazz non sapete molto. “Chasing Trane” è un’opera per scoprire John l’uomo, Coltrane il mito. Assolutamente imperdibile. E usciranno, nel corso dell’anno molti film su personaggioni della musica, a cominciare da “Bohemian Rhapsody”, il biopic su His Majesty, the King&Queen Freddie Mercury, e “All eyez of me” su Tupac — may He be always blessed. In ambito jazz, mi si dice che sia uscito Miles Ahead”, su Miles Davis. Cerchiamolo!

Prima di lasciarvi vorrei dirvi del Crowdfunding che abbiamo lanciato il 25 aprile per La Voce di New York su Kickstarter. Siccome La Voce è libero e indipendente, e vuole continuare a esserlo, contribuite alla causa!
https://www.kickstarter.com/projects/1697005818/liberty-meets-beauty
Grazie Moviers 🙂

E ora devo proprio chiudere casa e andare a prendere l’aereo… 🙁
Menomale che Trentoville mi accoglie in pieno Trento Film Festival.
A questo proposito mi preme far sapere al Signor Bobby De Niro che il TFF è il Trento Film Festival. Perché il Tribeca avrà anche compiuto 16 anni, ma il Trento Film Festival ne ha 65. You got that, Bobby?? Sixty-five…
Parla pure con la nostra Anarcozumi se vuoi saper come si fa… 😉

Nel Maelstrom stavolta vi metto il video di cos’è La Voce di New York… Vedete se mi trovate… 😉

Ho aggiornato il Frunyc, con nuovi scatti, e i titoli, pian piano arrivano anche quelli… 😉

E per oggi è tutto, my Moviers… Ci vediamo in esilio… 🙂
Ringraziamenti e saluti, stasera, cromaticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board
    
Eccolo qui, il video de La Voce di New York… https://youtu.be/pk8GLKdC11M
Insomma, per parlare un po’ di trentino-rivano dovevo venire a NYC! 🙂

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