LET’S MOVIE 238 – commenta LAURENCE ANYWAYS e propone FORTUNATA

LET’S MOVIE 238 – commenta LAURENCE ANYWAYS e propone FORTUNATA

Milano Moviers,

Mi è capitato in questi giorni di andare là dove svetta il Pirellone. Un viaggio fittizio che mi porta, idealmente, là dove non sono.
Erano anni che non ci mettevo piede. E non per dell’attrito o della repulsa, ma forse per via della classifica. La classifica vede in testa Venezia e Roma. Venezia per la prima metà del cuore che abita — la seconda metà sapete chi la occupa. Roma per via delle capitali ragioni che fanno di essa la capitale. Venezia e Roma sono il nord e il sud all’interno della mia geografia affettiva. Milano è il terzo incomodo, un dente matto spuntato fra due incisivi sani. Come tale l’ho sempre trattata, ignorandone, in realtà, tutte le potenzialità. “Dopo l’Expo, ha cambiato faccia”, è il ritornello che sento da due anni a questa parte. E’ stornellato talmente tante volte da arrivare a venirmi a noia. Però devo ammettere che qualcosa è cambiato, in quella città. Non so se sia, effettivamente, per via dell’Expo, o per via di New York. New York ha cambiato tutto, tanto che potrei coniare un “Avanti NY” e un “Dopo NY”, spartendo con Cristo il sistema metrico temporale. Ora, dopo New York, Milano è una Trento grande. Ordinatissima, pulitissima, efficientissima. Mi piace tornare sulla questione della pulizia perché mi risulta davvero sorprendente. Sul pavimento della metro — le scale, le fermate, gli stessi vagoni — ci potreste allestire un déjéneur sur l’hèrbe, Manet incluso, senza temere di beccarvi lo scorbuto. In quegli stessi spazi, a NYC, lo scorbuto figurerebbe in fondo alla lista delle infezioni che maturereste.
Le strade, in centro, non sono strade. Sono i corridoi della vostra casa d’infanzia al sabato, dopo che vostra madre aveva passato lo straccio a terra e arieggiava per far asciugare. Le persone sono tuuuutte abbigliate come se casa fosse Vogue e loro fossero appena usciti dalla stanza dei trucchi magici. Le cartacce stanno tutte dentro i cestini e i passanti camminano in fila indiana, oppure per sei col resto di due, ma mai, e dico mai, spaiati, random od obliqui. E’ un gran bello spettacolo di eufonia urbana: come vedere il nuoto sincronizzato ma senza piscina e kg di ombretto waterproof. Via della Spiga mi è sembrata una specie di Giardino dei Getsemani, o un Eden prima della caduta, immune alla crisi, sorvegliato speciale da omoni in divisa con auricolare alle orecchie e sfollagente alla cintura. Non vi dico poi Torino, che mi ha accolto, dopo Milano. Torino ha aggiunto la signorilità all’ordine. Lì gli automobilisti sono disciplinatissimi, non si ode uno schiamazzo— a Torino si dice “ode”— e i pancabbestia si fanno la messaimpiega.
Qualcosa non mi torna, ho pensato. Possibile che tutto sembri uscito dalla lavatrice, che tutto sembri così pre-industrializzazione?
Possibile.
E possibile che tutto sembri così provinciale? Persino le regine di Lombardia e Piemonte, mi paiono grandi, grandissimi paesoni, ma senza che in loro scorra una goccia di metropolitan?
Possibile.
Qui la chiamano “qualità della vita”, ovvero quado un insieme di servizi, strutture, paesaggio ragionano all’unisono e ti offrono il pacchetto “più lazzi e meno scazzi”.
Ecco cosa non mi torna del concetto “qualità della vita”. Io, in questo momento storico della storia della mia esistenza, ribalto il concetto, e guardo alla “vita di qualità”. Guardo alla vita.
Non sto dicendo che a Milano e a Torino manchi. Sia mai — l’Appendino mi appenderebbe in Sala.
Dico solo che tutto quello che della qualità manca a NYC, NYC te lo restituisce in vita. Dove per “vita” non c’è il sicuro tramtram quotidiano, o il tratto di strada reso scorrevole da una deviazione ben assestata, da una buca riparata. Vita significa imbatterti in qualcosa di nuovo e imprevisto. E’ rimanere vittima privilegiata di certi ricami del caso o di qualche forza maggiore di cui ignori l’esistenza e i contorni. E’ smettere di badare alla cartaccia dentro il cestino, e incontrare uno sconosciuto per la seconda volta in mezzo a 8 milioni e mezzo di abitanti. La vita è anche disordine. Sporcarsi le mani, usare le scarpe, devastarsi di chilometri e rimettersi in piedi e ri-devastarsi di nuovo e ri-rimettersi in piedi. Uscire con meno 12, uscire con più 38. Uscire. Cercare di non giudicare, di smettere per una santa volta di guardare il mondo dall’alto della nostra estetica che consideriamo sempre al primo posto e trovare altri parametri, altre leggi, nuove.
Forse New York sballa tutti i criteri di giudizio e bisognerebbe vietarla prima dei 50 anni.
Qualcuno mi ha detto che una volta conosciuta NYC, ti mancherà per sempre. Perché lì c‘è tutto, e qualcosa, altrove, ti manca sempre.
Sono spacciata.

Dopo aver perlustrato qualche stanza del palazzo del dubbio, che mi occupa a norma di legge, è con gioia che passo a pipponare di “Laurence Anyways”, al quale sono giunti con gran trepidazione la Movier Vanilla detta Van, e un nuovo Fellow, Nicola, Nick-the-Nightsfly detto Nick-the-Nuts, che, come sapete e come sa, d’ora in avanti non avrà più possibilità di liberarsi dal giogo lezmuviano — in Lez Muvi “io non giogo più” non vale. 🙂

Mi aspettavo tanto dal nostro Dolan. Non così tanto. E partire con me e le aspettative non è un gran bel partire, lo dico sempre. Per di più questo film era fra i primi — il terzo, per la precisione. Se calcolate che il pargolo ha 27 anni, potete facilmente calcolare che aveva 23 anni quando lo girò. No so voi, ma io a 23 anni oscillavo fra un delirio di onnipotenza di livelli nietzschiani e un furor di disoccupazione tutto Manpower. Xavier Dolan girava “Laurence Anyways”. Ognuno ha i propri tempi, ma anche i propri mezzi. Lui ha avuto dalla sua la fortuna di essere nato in una famiglia cinematografica: il padre è attore e produttore. Quindi l’accesso alla cinematografia è avvenuto praticamente nella culla. Questo lo si dice non per togliergli del merito, ma soltanto per dovere di cronaca e per ribadire che gli ecosistemi in cui le piante fioriscono sono fondamentali per la loro fioritura.
“Laurence Anyways” mi ricorda un po’, per i tempi meravigliosamente dilatati e per la storia che racconta, il capolavoro di Kechiche “Vita di Adèle”. Lì le protagoniste erano due ragazze che si innamoravano, e noi assistevamo al progredire della loro vita e della loro storia. Lo stesso dicasi per Laurence e la compagna Fred, con la differenza che l’amore dei due è segnato anche da un percorso di genere che Laurence intraprende: quello che da uomo lo porta a diventare donna.
Lo so che adesso voi pensate a quel filmettino che fu “The Danish Girl”, con quel Redmayne tutto tragico e drammatico che aveva trasformato un transgender durante la sua fase di feminilizzazione in una specie di madrecoraggio da favela brasiliana. Ma “Laurence Anyways” è tutt’un altro mondo. E davvero la grandezza di una voce registica, il suo respiro profondo e ampio, ti dimostra anche la piccolezza di altre, la provincialità, la loro impossibilità di scavallare la soglia del bel prodottino con data di scadenza.
Laurence è un professore di letteratura sul punto di pubblicare il suo primo libro di poesie. Ha una ragazza, Fred, di cui è pazzamente innamorato. I due si divertono come matti adolescenti. Dolan passa la prima mezz’ora a raccontarci una storia che tutti vorremmo. Poi, un giorno, Laurence capisce che non può più continuare così. La sua vita, apparentemente perfetta, nasconde un desiderio che non può più essere represso. “Io muoio”, confessa Laurence a Fred nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno. Lo spettatore immagina malattie, leucemie. No: lui è donna, intrappolata nel corpo di un uomo. Lo shock di Fred toglie il fiato come possiamo immaginare. Ma così come Laurence non è uno qualunque, anche Fred non è una qualunque. Gli sta vicino, lo incoraggia a uscire allo scoperto. Fa quello che una compagna dovrebbe fare: lo accompagna in questo suo percorso di agnizione identitaria che comporta fatica, umiliazioni, tribolazioni di ogni tipo. O perlomeno questo lei prova a fare. Le cose purtroppo non sono così semplici. Quando Laurence si presenta a scuola vestito da donna, tutto cambia. Inizia così una nuova fase della loro vita, ma l’indice ammonitore sociale, il gelo della famiglia e le complicazioni intestine alla coppia cominciano a minare l’affiatamento tra i due. Arriveranno alla rottura, e al ricongiungimento, e alla ri-rottura, in un doloroso balletto che lo spettatore segue empaticamente grazie a una narrazione mai scontata e mai trascinata, per quanto il film duri 158 minuti e possa scoraggiare i più timorosi. In un meraviglioso coup-de-theatre dolaniano, dopo l’ennesima, verosimilmente definitiva rottura, l’epilogo coincide con il prologo: finiamo nella preistoria di Fred e Laurence. Ovvero il loro primissimo incontro. Come se Dolan volesse dirci che due esseri, quando si trovano veramente, continuano ad amarsi anche se impossibilitati a stare insieme — gli U2, con “With or without you”, cantavano proprio le anime condannate a non riuscire nell’unione e, fatalmente, nemmeno nel distacco. E il movimento della fine e dell’inizio, sostanzialmente non contano nulla perché sono due momenti che si annullano, come in una formula matematica, e annullandosi lasciano l’essenza della loro storia intatta.

La specialità dei due personaggi sta nell’energia ribelle di Fred, donna non convenzionale che tuttavia, per amore del figlio, accetterà anche la convenzionalità di un matrimonio post-Laurence, e sta in Laurence stesso, che appare come il diverso, eppure è tanto sicuro della propria scelta, tanto riconciliato con se stesso, da far affiorare piuttosto le incertezze e le contraddizioni altrui, per esempio, quando incrocia gli sguardi della giornalista che lo intervista. Sì perché Fellows, non vi o detto che questo racconto è il frutto di un’intervista a cui Laurence, scrittore/trice arrivato/a, decide di rilasciare. Un atto di reminiscenza che permette a Laurence — e, indirettamente al regista — di andare indietro con la memoria e narrare i fatti con la consapevolezza dell’a posteriori. Diabolico Dolan…

I temi che il diavolo d’un Dolan sviscera in questo suo “Via col vento” tutto personale, tutto moderno — ricordo che la storia copre un arco di tempo che spazia dai primi anni 80 fino al limitare del nuovo millennio — abbracciano questioni come la liberazione di genere — Fred e Laurence scriveranno “Liberté” sulla parete della propria camera da letto, accanto a una copia della Monnalisa, come se l’etica e l’estetica avessero rimpiazzato qualsiasi santo protettore della loro alcova — l’universo amoroso di coppia, la lotta per far emergere la propria vera identità anche a costo di devastare ogni comodissimo bozzolo che ci si è ricavati a suon di quotidianità e menzogne, ma anche il difficile rapporto fra genitori e figli. La madre di Laurence farebbe inorridire le madri iperprotettive, iper-figlio-centriche, ipermercate che abbiamo in Italia. Ci appare gelida con il figlio, ai limiti dell crudeltà, ma poi, nel corso del film capiamo che non è così. Semplicemente lascia che il figlio affronti la sua strada da adulto, che trovi il proprio vero io da solo, e lo accoglie al traguardo finale, pronta per cominciare la vita VERA con lui, vestito da donna, finalmente libero. Il padre è praticamente inesistente, come tipico del cinema dolaniano — così come tipico del cinema dolaniamo è l’approfondimento del ruolo della madre. L’unica scena, potente, che ce lo concede, lo vede imbambolato davanti al televisore, che la madre, colta da un raptus, stacca dalla presa e disintegra per terra. Come a dire “smetti di guardare il nulla e comincia a guardare il tutto che ti sei perso in questi anni”.

Oltre a essere un’opera composita contenutisticamente, “Laurence Anyways” è uno spettacolo formale. Dolan dimostra un’assoluta, incredibile padronanza dei linguaggi visivi che sceglie di adottare per raccontarci la sua storia. E’ un racconto rapsodico, che si affida molto spesso al videoclip, servendosi di una colonna sonora che spazia da Mozart ai Depeche Mode, cogliendo, attraverso di essa, lo Zeitgeist del ventennio 80-90 in cui Dolan bambino ha mosso letteralmente i primi anni di vita — classe ’89, Xavier. E perdonate se ho utilizzato “Zeitgeist”: mi ero sempre ripromessa di lasciarlo nelle mani dei critici seri, ma la musica, che da sempre ricopre un ruolo importantissimo nei film di Dolan, sa evocare la spensieratezza di un ventennio, ma anche tutta la sua superficialità pop-izzante. Il regista passa da un realismo verista a una visionarietà felliniana nel giro di un cambio di scena. Trama carrellate di primi piani di persone qualunque e le infila nella storia a due di Fred e Laurence, come se volesse imbricare l’universale nel particolare, avvicinando ignoti e noti, facendoli immaginificamente sfiorare, rimarcando quanta distanza li separi e al contempo quanta vicinanza li unisca. Si serve del rallenti per spezzare il quotidiano e una linearità narrativa da cui non vuole sentirsi legato. Dolan è un piccolo Dio che ti mostra cosa può fare con lo strumento dell’arte.
La scena che ha fatto spalancare tanti ooooh-aaaah, è senz’altro quella in cui Fred e Laurence si ritrovano dopo anni di lontananza fisica ma di vicinanza emotiva, e fuggono — letteralmente — sull’Ile Noir, un luogo per loro mitico — “avremmo sempre voluto andarci”, dice Fred, e il condizionale, in quel weekend finalmente diventa presente. In mezzo a una strada, su quest’isola chiamata “nera” ma bianchissima di ghiacci e neve, a nord di Montreal, i due camminano innamorati e liberi — la camminata degli innamorati, you know what I am talking about… E dal cielo piovono, variopinti, abiti di tutti i tipi. Abiti che richiamano i panni stesi nel vialetto in cui Laurence e Fred si baciano, all’inizio del film, e che Dolan ha cura di inquadrare molto chiaramente. Perché nel cinema del canadese nulla è mai per caso.  In questa scena, che si guadagna anche la locandina del film, il regista reifica il sentimento che coglie due anime innamorate che si ritrovano. La gioia colorata, la leggerezza, la sensazione inebriante di lasciarsi ricoprire da una pioggia di colori, e al contempo, la consapevolezza, che la sensazione è transitoria, fugace, non più lunga di una pioggia estiva. O di un weekend trascorso lontano da tutto.

Quando lo sconforto ci agguanta, ricordiamoci sempre di pensare alle infinite meraviglie che questo pischello canadese ha in serbo per noi. Le promesse dell’arte possono salvarci tanto quanto l’arte stessa.

E questa settimana vediamo un po’ di tornare al cinema italiano, sperando di non toppare con la coppia Mazzantini-Castellitto

FORTUNATA
di Sergio Castellitto
Italia, 2017, ‘103
Lunedì/Monday 22
Ore 21:00/ 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Qui mi fa un po’ impressione rivedere i film doppiati. Almeno questo è italiano, e non devo subire il supplizio del labiale fuori sync.
Sarebbe bello che Castellitto bissasse la prova “Non ti muovere”. Sarebbe brutto che bissasse “La bellezza del somaro”…

E anche per questa sera è tutto, Moviers. Un’altra settimana di esilio se n’è andata. E sono viva.
Vedete, il corpo è ostinato…
Nel Movie Maelstrom un appuntamento di Movieday, se siete liberi mercoledì e volete scegliere di vedere “Porto il velo e ascolto i Queen” dal Mastro…
Ringraziamenti sempre sentiti e saluti, stasera, longobardamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come dicevo, Movieday propone il film PORTO IL VELO E ASCOLTO I QUEEN mercoledì 24 maggio all’Astra. Se avete l’agenda libera e volete vedervi un film “out of the box”, partecipate 🙂

FORTUNATA: Fortunata racconta la storia di una giovane madre, forte e coraggiosa, con un matrimonio fallito alle spalle, che quotidianamente combatte per conquistare il suo sogno: aprire un negozio di parrucchiera sfidando il suo destino, nel tentativo di emanciparsi e conquistare la sua indipendenza e il diritto alla felicità.

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